12/01/2004
- 11 gennaio: cantando Fabrizio
Un concerto. Uno strano tipo di concerto. In cui i confini tra palco
e platea sfumano così tanto da annullarsi. Un concerto all’aperto,
di notte, in gennaio, a Milano, sotto un cielo giallognolo di nubi
e di freddo. Chi erano gli artisti? Noi, tutti, chi passava. O forse
nessuno. O forse uno ce n’è stato. Qualche tempo fa e ora non c’è
più. Si chiamava Fabrizio…
Come capita ogni 11 gennaio ormai da 5 anni, sul sagrato di Piazza
del Duomo a Milano, gli autoconvocati di Fabrizio si sono dati appuntamento.
Niente di ufficiale. Niente di scritto. Solo passaparola. Si arriva
verso le 22 di una sera d’inverno neanche strinata dal troppo gelo
e già ci sono i primi sul Sagrato. Una chitarra, poi un’altra, poi
una fisarmonica, due armoniche a bocca e un canzoniere, non infinito,
ma ricco di un centinaio di canzoni di cui almeno 80 di grande o
grandissimo valore.
E così, sotto gli occhi della Madonnina impacchettata (sarà per
il vento gelido che da lì a poco si leverà?) si alzano al cielo
i canti degli orfani di Fabrizio: da “il Testamento” (la prima che
ho sentito) a “Fiume Sand Creek”, da “La guerra di Piero” a “Via
del campo”, da “La ballata del Miché” a quasi tutto “Non al denaro,
non all’amore, né al cielo”. Per proseguire con scelte eclettiche
come “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Creuza de Ma” e “Dolcenera”
(con perfetti cori in genovese in piena Piazza Duomo!”, “Il Gorilla,
“Carlo Martello”, fino a classici come “Il testamento di Tito”,
“Andrea”, “Don Raffaè”, “La città vecchia”, “Il pescatore” e “Geordie”.
Tentando un discorso “critico” si può dire che resiste il “vecchio”
De André, piace l’ultimo, trascurato quello degregoriano, oscurato
“Tutti morimmo a stento” e privilegiati gli arrangiamenti della
Pfm rispetto a quelli del primo De André (ma qui c’entra la fisarmonica).
Passando sul piano emozionale che si può dire di più? Una serata
a commuoversi e cantare. Commuoversi come quando il canto del “Blasfemo”
inizia a rimbombare sotto le guglie della cattedrale o quando “il
giudice” arriva ad affermare di non conoscere affatto la statura
di Dio e la platea quasi inavvertitamente alza gli occhi a misurare
l’altezza del Duomo.
Sono passati 5 anni da quando Fabrizio non c’è più, ma a Milano
come altrove, gli orfani di Fabrizio continuano a riunirsi, senza
bisogno di parlarsi, solo per cantare, passandosi si mano in mano
bottiglie di vino o pezzi di pizza nel tentativo di riscaldarsi
sia nel corpo che nel cuore, mentre man mano aumentano le chitarre
(alla fine ne conterò una decina) e aumenta, alternandosi all’ascolto,
passando rapido o sedendosi per terra, il pubblico in ascolto. Saranno
150-200 persone, compresa una comitiva di giapponesi che si chiedeva
cosa stesse succedendo. “Una celebrazione, un memoriale, un atto
d’affetto per un amico che non c’è più”.
Grande concerto, ottimo il pubblico, sublimi i cantanti (200!),
prezzo del tutto ragionevole (una bottiglia di vino da dividere
in 6). Ho deciso: per il prossimo anno prenoto un posto in prima
fila!
Leon
12/01/2004
Sono un pò addolorato. Mi trovo nella mia stanza, luce soffusa,
giornale sotto gli occhi e storia di un impiegato nelle orecchie.
Il mio cervello deve lavorare simultaneamente per comprendere gli
articoli e per prestare attenzione alla matura voce del poeta. Ciò
che mi colpisce è la semplicità e superficialità
con cui i quotidiani hanno trattato il quinquennio della scomparsa
di Fabrizio. Così come la televisione e la radio.
Ma perchè?
Gli speciali televisivi sul cantautore si sprecano... un plauso
a Governi che qualche anno fa scrisse e condusse una commovente
puntata di "Ritratt"; gli articoli del giornale pure ,il
"Corriere della sera" liquida l'anniversario della scomparsa
con una decina di righe.
Sono triste e abbastanza irritato.
Mi sorge spontaneo ricordare i numerosi articoli e attenzioni televisive
sulla scomparsa di Battisti e l'anniversario di questa.
Che molti italiani siano disinteressati alla musica e alla poesia
(nostre radici), preferendo canzonette prive di significato a testi
impegnati mi provoca un forte disagio.
Pregherei che ciò che ho scritto fosse inserito in qualche
maniera nel sito affinchè possa conoscere altri punti di
vista.
Grazie Fabrizio
Lorenzo Trombetta
11/01/2004
Dal buio di questa notte profonda, dove mastico terra e vermi, dove il mio sguardo non vede più in la' della mia mano e non c'e' nessuna chitarra a prolungare e a dare un senso a queste mia dita inerti; dal profondo di questa fossa canto canzoni che non hanno parole per gente che non sa ascoltare. Canto con Luigi che mi fa basso profondo, con Mimmo che urla gli acuti; Janis e Jim ai cori e alla seconda voce, Brian suona il basso, Jimi impazzisce alla solista, Doug doma la fisarmonica e al piano ci accompagna John. Fred, come sempre, e' addetto ai whisky (facili?). A bocca chiusa o fischiando ci seguono le voci di tutti gli eroi scomparsi. E i nostri personaggi sopravvivono a noi e restano li' a farsi guardare e ascoltare. A darsi la mano e fare girotondo: Lady Madonna con il Chimico (che finalmente trovi un amore!) e con il Blasfemo (estrema ironia della sorte), Miche' col vecchio Frac, sintonie tra suicidi. Teresa conoscerà Teresa. Una sparava col fucile e l'altra ha ancora gli occhi secchi. La mother di John parla con Maria dei loro figli crocefissi, diversi, eppure cosi' simili. E il bombarolo? Eh, il bombarolo… Lui continua a monologare. Personaggi. Che non hanno più bisogno di noi
Giorgio
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