Fabrizio
De André 1940-1999
di Marco Pandin
da A, Rivista Anarchica
"...Il
primo grande disagio l'uomo lo prova al momento della nascita, quando
passa dall'acqua all'aria. Il secondo, quando si rende conto che il suo
destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell'isolamento...".
(Fabrizio De André alla conferenza stampa per la presentazione
di "Anime salve", Milano 1997)
Fabrizio era nato a Genova, figlio della borghesia agiata cittadina, ed
avrebbe compiuto cinquantanove anni il prossimo 18 febbraio.
Allo scoppiare della guerra la sua famiglia si rifugiò nella campagna
astigiana, mentre il padre, ricercato dai fascisti, si diede alla macchia.
"...La campagna di Asti aveva mille voci, il vento, gli uccelli,
un poema continuo di interiezioni e fruscii. E nessuna di quelle voci
era in grado di dire dove fosse lui, che i fascisti braccavano e del quale
loro avrebbero avuto voglia e bisogno...". (Fabrizio De André
da "Amico fragile", ed. Sperling & Kupfer, 1991)
Già avanti con gli studi, li interrompe (pecora nera) a pochi esami
dalla laurea per seguire quella che fu la passione della sua vita: la
musica. Studia il violino e la chitarra, traduce i chansonniers e propone
i primi brani di sua composizione. Il giovane Fabrizio raccontava di cose
non comuni in una maniera non comune, nell'Italia yè-yè
del boom economico degli anni Sessanta: sapeva rendere in modo del tutto
personale la nuova canzone francese (Jacques Brel, Georges Brassens, Leo
Ferrè), e con una forte coscienza sociale e politica, accostabile
a quella che sarebbe venuta di lì a poco a maturare nei nuovi menestrelli
d'oltreoceano e d'importazione.
A diciott'anni il primo disco, e nel 1966 il suo primo album, una raccolta
delle canzoni pubblicate sino ad allora.
"...Per anni i suoi dischi sono stati una "finezza da liceali",
roba da circuito clandestino. Qualcosa di strano ed affascinante, dove
convivevano riferimenti dotti, musica antica, protesta, demistificazione
e parole come "puttana"...". (M. Luzzatto Fegiz, dalle
note di copertina de "Il viaggio").
La sua non è mai stata una protesta tiepida. Ribelle ad ogni ipocrisia,
nelle sue canzoni Fabrizio De André sin dagli esordi ha sempre
cercato di mettere in luce il lato oscuro delle cose, l'altra faccia,
il "non detto" ed il "non visto" su cui si soffermava
a riflettere.
Ha cantato la suggestione del torbido, dipinto la dignità della
vita piccola del reietto, i sentimenti degli ultimi: così dicono
i preti, interessati a scoprire l'angelo nel lucifero che sapeva cantare
di un dio a misura d'uomo così distante dagli altari e dagli ori
e da loro.
Fuori dai condizionamenti, ha trovato le parole più affilate e
assieme disperate per descrivere i miti ed i danni del moralismo borghese,
della società che emargina per fame di conformismo, silenzio e
sicurezza. Forte delle parole che nessuno può far finta di non
capire, ha saputo rivolgersi, senza mediazioni né compromessi,
a un pubblico vasto ed eterogeneo, nonostante l'inevitabile boicottaggio
dei potenti.
"Ho poche idee. Poche, ma fisse..." (Fabrizio De André
al pubblico del teatro Brancaccio, Roma 1998).
Le prime canzoni di Fabrizio vennero in grande parte bocciate dai burocrati
radiotelevisivi nazionali ed escluse dalla programmazione (gli furono
concessi spazi maggiori alla radio vaticana...): esse erano capaci di
diffondere temi impegnati senza assomigliare a dei comizi, ed ai censori
non risultavano gradite le parole "forti" ed il tono poco formale
con cui esse affrontavano temi delicati e scottanti come la morte, la
prostituzione, la guerra ed il potere. Alcune canzoni, come "La guerra
di Piero" -un solare inno pacifista ed antimilitarista- potevano
essere trasmesse soltanto dopo lettura di un'adeguata introduzione critica
stilata dalla direzione generale della Rai.
"Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino: non avevano leggi
per punire un blasfemo. Non mi uccise la sorte, ma due guardie bigotte:
mi cercarono l'anima a forza di botte... E se furon due guardie a fermarmi
la vita, e proprio qui sulla terra la mela proibita. E non dio, ma qualcuno
che per noi l'ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato...".
(da "Un blasfemo", 1971).
I personaggi descritti nei suoi testi hanno uno spessore umano ed autentico
assolutamente rivoluzionario (pensate al bestiario della canzone tricolore,
irto di mamme di figli soldati immolati alla patria, di mazurche e ballabili,
di rime cuore/amore ), che li metteva -allora come oggi- in grado
di scardinare la mentalità borghese legata al concetto di "consumo"
della musica: da Piero, soldato che non vuole sparare, al transessuale
Princesa, da Geordie ladro per fame al "morto apparente" incapace
di rassegnarsi alla sorte protagonista dell'ultimo testo scritto, rimasto
privo di melodia.
"...Le ho scritte così, come mi hanno aggredito. Per incontenibile
affiorare di memoria. Di solito l'attualità che mi aveva colpito
era passata attraverso un processo di metabolizzazione: magari bastavano
due giorni, altre volte qualche mese. Una memoria che mi arrivava già
distorta, quindi, proprio come la volevo. Altrimenti, mi sarebbe servita
per qualche articolo di cronaca. Talvolta il ricordo mi arrivava da molto
lontano: dai balli a palchetto nelle campagne astigiane degli anni Cinquanta,
dove un paio di labbra impiastricciate di viola, la cucitura di una calza
di seta che scompariva nella "terra promessa", il balcone dipinto
di verde della casa di mia nonna diventavano i particolari di una memoria
diversa e più recente: dalle labbra di Bocca di Rosa alla disperata
attrazione per la stanza semibuia di "Via del Campo"... "
(dalla postfazione a "La lingua cantata", a cura di L. Serianni
e G. Borgna, ed. Garamond).
La discografia di Fabrizio non è vasta: una quindicina di dischi
in quarant'anni d'attività.
Un numero breve, ma ricco di capolavori che attraversano la nostra storia
contemporanea (e che di essa rispecchiano gli scazzi ed i trionfi, i massacri
e le celebrazioni), una ricerca continua che nel suo svolgersi -lento
ma deciso- ha assunto sempre più i contorni di una irriducibile
difesa dei valori più profondi dell'essere "uomini e basta".
Fabrizio non predicava: indicava la luna. E raccontava del suo profondo
credere in un'umanità ricca di valori ma senza leggi né
pastoie, ricca di spiritualità ma senza clero né processioni.
"Non posso pensarti figlio di dio, ma figlio dell'uomo, fratello
anche mio. Qualcuno tentò di imitarlo:se non ci riuscì fu
scusato, anche lui perdonato. Perché non si imita un dio: un dio
va temuto e lodato...". (da "Laudate hominem", 1970).
Ognuna delle opere discografiche di Fabrizio De André rappresenta
un punto di passaggio, un valico di montagna in cui il nostro passato
recente s'è fermato un momento a riposare, a pensare, a riflettere.
Le vecchie canzoni, prima dell'esplosione di successo che gli recò
la "Canzone di Marinella" nell'interpretazione di Mina, sono
ciascuna un ritratto oppure un paesaggio dipinto con pochi tratti essenziali
ma spietati: la "Ballata dell'eroe" anonimo racconta il disastro
e la vacuità della morte in guerra (ritornerà su queste
strade per raccontare di "Andrea", ucciso sui monti di Trento
dalla mitraglia, e di Stan con il cuore coperto di mosche in "Ti
ricordi, Joe?"), l'odore forte della vita nei quartieri poveri vicini
al mare e lontani dal sole de "La città vecchia" e di
"Via del Campo", il suicidio disperato di un condannato a vent'anni
di carcere in "La ballata del Michè".
Quelle che sono venute dopo sono tutte poesie vestite di musica: un vestito
popolare e vitale, ricco di suoni dimenticati dalle tendenze del mercato.
Vestiti fatti di stracci zingari, cuciti mirabilmente insieme in una fantasia
di aromi pungenti: la canfora e la naftalina dei vecchi cappotti conservati
nell'armadio, l'aglio e le erbe che accompagnano il pesce mediterraneo,
l'odore di bruciato che lasciano nell'aria gli spari del fucile.
"Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio, coi pianoforti
a tracolla, vestiti da Pinocchio, voi che avete cantato per i longobardi
e per i centralisti, per l'Amazzonia e per la pecunia nei palastilisti
e dai padri maristi, voi avevate voci potenti e lingue allenate a battere
il tamburo. Voi avevate voci potenti: adatte per il vaffanculo...".
("La domenica delle salme", 1990).
Fabrizio non ha mai tirato sassi né bombe nascondendo il suo braccio,
ma ha saputo offrire costantemente, e con generosità, nella sua
intera opera una visione anarchica e semplice dell'esistenza.
Il suo era un sogno in cui ha messo violentemente in discussione gerarchie
e potere avvelenandoli del loro stesso veleno: ben consapevole, proprio
come Pablo Neruda (quando dall'alto dei suoi scritti si scagliava contro
Nixon ed i servizi segreti americani, assassini di Allende e del sogno
di Unidad Popular) del suo ruolo di poeta da prima linea, nelle sue canzoni
ha fatto nomi e cognomi.
Negli spettacoli dal vivo, la sua "Via della povertà"
si sapeva trasformare da bella traduzione di Dylan in un quadro di Bosch
pullulante dei sinistri protagonisti della vita politica nazionale. Lo
stesso, i nomi sono urlati e ben distinguibili nel "Ballo mascherato"
e nella "Domenica delle salme".
Allo stesso tempo, De André ha saputo esprimere una sensibilità
poetica del tutto inedita presso altri autori contemporanei nell'affrontare
tematiche a largo respiro spirituale: le riletture dei vangeli apocrifi
de "La buona novella" (Dario Fo e Franca Rame sono arrivati
a risultati altrettanto mirabili, ma per una diversa strada) sono emozionanti
quanto le riflessioni Zen sulla transitorietà della vita terrena
di "Caro amore", della "Canzone dell'amore perduto",
di "Amore che vieni, amore che vai", dei "passaggi e passaggi
di tempo" di "Anime salve"
E come trattenere l'indignazione per l'infinita disperazione che straccia
la tonaca di "Padre O'Brien" ("...Ho chiesto e non mi hanno
dato un quinto del tesoro sprecato in una lunga guerra: un quinto mi bastava
per togliere il dolore dai lebbrosari della terra...")? Come non
provare rispetto e compassione per il misticismo di "Giovanna d'Arco",
per il "Testamento di Tito" (secondo certi benpensanti, d'oggi
come d'allora, più che una canzone d'amore questa è una
lunga e spaventosa bestemmia... Destino comune, del resto, a quello di
altri anarchici impegnati in musica).
Quando la morte mi chiamerà nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare, senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare fuggendo il peso della pietà.
Cari fratelli dell'altra sponda cantammo in coro già sulla terra
amammo tutti l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra.
Questo ricordo non vi consoli: quando si muore, si muore soli (da
"Il testamento", 1969)
Fabrizio se n'è andato, eppure c'è ancora. Il suo insegnamento
lo possiamo vedere nell'ispirazione che fa muovere i passi di tanti artisti
più giovani. Non ha lasciato testamento, ma una grande eredità.
Possiamo ritrovare spesso il suo soffio vitale nel lavoro di Gang, Revolution,
Stefano Giaccone, Fratelli di Soledad, trovando il coraggio e la sfrontatezza
di fare un pugno di nomi. E, ne sono certo, la sua mano ha guidato quella
di Lolli mentre affrontava la prova del "Famoso impermeabile azzurro"
di Leonard Cohen.
Voglio ricordarlo ed immaginarlo ancora così: il suo sorriso sornione
e lo sguardo strano, chitarra in mano a succhiare il fumo dalla marlboro
tra una strofa e l'altra, i suoi occhi così grandi pieni del mare
di Sardegna, di Liguria, di Rimini. La sua testa viaggiava lontano, nelle
orecchie l'eco di cento lingue.
E ancora viaggia Fabrizio, lontano: soprattutto lontano dai comunicati
stampa chilometrici di chi ruba in suo nome un altro minuto alla televisione
e alla radio, sottraendolo a una sua canzone. Lontano dalla sfilata di
berluschifi e melandrone, dai bertinotti e dalle cossutte improvvisamente
ed ufficialmente attristate davanti ai microfoni e alle telecamere, processione
lugubre in segreta celebrazione del tumore che ha fatto tacere la voce
di un poeta anarchico che non ha mai avuto paura di chiamarli col loro
vero nome. E di mandarli affanculo, loro, i potenti e i padroni: senza
possibilità di scampo.
Come
Dylan ma un po'prima di Fernanda Pivano
Un
giorno, mentre andavo all'Hotel Savoy di Nervi a salutare Hemingway, in
un chiosco lì accanto, a un jukebox, stavano trasmettendo La guerra
di Piero. Naturalmente sono rimasta folgorata dal miracolo di quella voce,
dalla grazia della musica, e soprattutto da quelle parole così
legate ai sogni di alcuni di noi di far finire le guerre.
Stavo curando un'antologia pacifista per Feltrinelli e ho scritto alla
casa produttrice del disco per avere il permesso di includere quei versi
magici fra quelli dei miei poeti americani; ma non ho avuto risposta.
Fabrizio mi ha detto molto più tardi che non gli avevano mai fatto
vedere la lettera, come è accaduto poi con Bob Dylan, che anni
dopo è stato il Fabrizio americano.
Qualche mese dopo mi ha cercata il suo road manager Danè: mi ha
detto che Fabrizio voleva fare un disco ispirato all'Antologia di Spoon
River; potevo incontrarlo senza presenze indiscrete? Sapevo che in quel
periodo si sottraeva a qualsiasi incontro e la sera che è venuto
con Danè lì da me in via Cappuccio tremavo dall'emozione
e dall'orgoglio. Era bellissimo, timido come sanno esserlo gli aristocratici,
elegante come un ragazzo abituato ad essere servito a tavola da un cameriere
in guanti bianchi, ma anche ansioso come un sognatore che in incognito
cantava le sue canzoni contestatarie in una cantina. Mi ha regalato una
lunga serata indimenticabile parlando del "mio" Spoon River;
aveva capito tutto, mi ha aiutato a capire qualcosa che non avevo ancora
capito io. Quando mi ha salutato l'ho accompagnato all'ascensore, e lì,
vicino alla porta, ho visto la sua chitarra: non aveva voluto portarla
in casa. Ah, Fabrizio.
Poi Danè ha voluto che facessi la copertina del disco. Ho inventato
un'intervista ad Edgar Lee Masters servendomi della sua autobiografia,
ma non potevo inventare un'intervista a Fabrizio. Come due congiurati,
con Danè abbiano combinato di raggiungerlo a Roma; lì Danè
mi avrebbe fatto entrare nel residence in un momento in cui Fabrizio riposasse
al buio, e da una poltrona lo avrei potuto salutare. Così è
stato, ma sotto il letto ero riuscita ad infilare un piccolo registratore
giapponese non ancora noto in Italia; e Fabrizio, rassicurato dal buio
e dal silenzio, ha ricominciato a parlare del nostro disco, i nostri dubbi,
il nostro entusiasmo: chissà se mi è riuscito di far rivivere
le sue parole su quella copertina.
Quando mi ha fatto andare in sala di registrazione mi sono accorta che
i suoi versi avevano di molto migliorato quelli di Masters: li avevano
arricchiti di una speranza, di un amore, di una fiducia nella bellezza
del mondo che Masters aveva perduto nella sua vita amara.
Ma di Masters non abbiamo mai più parlato, le molte volte che ho
avuto il privilegio di incontrarlo, quando mi ha fatto l'onore di venire
a Conegliano per il mio compleanno, quando ha sopportato la mia indignazione
perché aveva fatto credere di disprezzare le canzoni della contestazione,
quando mi ha dato la gioia di cantarne una per me in uno stadio, quando
ho passato una settimana nella sua casa in Sardegna, quando ho visitato
la sua tenuta di agricoltura che sembra uscita da un libro di favole,
quando ho scherzato col panettone di Natale nella sua casa a Milano tenuta
come un gioiello da Dori, la sua dolce, generosa compagna che lo ha assistito
si può dire con eroica dedizione fino all'ultimo momento.
Ora io so dire solo che non è vero che è morto, che vivrà
per sempre nei nostri cuori e nella realtà magica della poesia.
Vivrà per sempre negli immensi spazi profumati dell'eternità
dove si raccolgono gli inermi eroi della pace e dell'amore.
De
André, la musica della cattiva strada
di Erri De Luca
Da "Corriere della sera" Martedì 12 gennaio 1999, pp.9-10
Un'opera
buona: tutti i versi delle sue canzoni e pure una cassetta con dei bei
momenti di musica sua in televisione. Lui è chi ha cantato Cristo
in croce e ha dato i dieci comandamenti al commento di Tito, uno dei ladroni
appesi. Lui ha messo in musica un prigioniero che non voleva respirare
la stessa aria dei secondini. Lui cantava con voce di pozzo l'amore dei
giorni perduti a rincorrere il vento. Lui è chi ha tradotto Leonard
Cohen, Georges Brassens, Bob Dylan in quell'impossibile, perfetta versione
di "Avventura a Durango", capolavoro di trasferimento da una
lingua a un'altra. Lui è chi ha scritto che a morire di maggio
ci vuole troppo coraggio, ha dato musica alla cattiva strada, ha squagliato
la cioccolata dei dialetti, il genovese, il sardo, il napoletano dentro
le ballate. Lui è chi è stato legato a un palo dell'Hotel
Supramonte dove ha visto la neve sopra un corpo di donna amato, addolcito
di fame e ha ascoltato i racconti dei banditi e ha conosciuto una loro
cura che nessun detenuto di questo Paese ha provato. Lui è chi
ha perdonato con gratitudine. Lui è chi ha visto al collo di Teresa
una lametta vecchia di cent'anni, lui sa che il dolore di Franziska taglia
più di un coltello di Spagna. E sa il bosco dove Sally arrivò
con il tamburello e sa il bisturi che corregge il sesso di Princesa, e
la ragazza che si versa un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino
slacciato. Lui è chi ha dato cantico ai drogati perché chiedessero:
"e chi, chi sarà mai / il buttafuori del sole / chi lo spinge
ogni giorno / sulla scena alla prime ore". Lui è chi ha suonato
i pensieri dei suicidi, il nasone di Carlo Martello, le fregole di un
vecchio professore e la più concreta offerta di un paradiso, in
vendita a via del Campo. Lui è chi ha messo un giudice nelle mani
esageratamente affettuose di un gorilla e ha lasciato che un pescatore
sfamasse un assassino, e tacesse ai carabinieri. Lui è chi cantò
le lapidi di Spoon River dove Jones il suonatore mai rivolse pensiero
al denaro, all'amore, al cielo. Lui è chi ha voluto bene ai cuccioli
del maggio che poi avrebbero azzannato i garretti dei potenti e avrebbero
stabilito il record di carcere di una generazione italiana. Invano avvertiva
gli altri: "per quanto voi vi crediate assolti / siete lo stesso
coinvolti". Invano, perché gli altri si sono sempre assolti,
da soli e definitivamente. Coinvolti restano solo lui, i caduti e i prigionieri
senza fine. Sì, è stato il più grande, non solo per
iscritto e in canto, ma per carattere, per dirittura d'urto contro la
macchina luccicante di successo e carriera. Lui solfeggiava con gli sconfitti,
sbriciolava il loro pane ai passeri. Dopo di lui la specie dei selvatici
si è estinta. C'è il gran bazar degli ammansiti. Non l'ho
nominato, solo enumerato. Chi ha bisogno di guardare il suo nome, ha perso
tempo a leggere fin qua.
I
suoi vinti con un mondo nel cuore
di Paolo Di Stefano Parole-chiave,
temi e stile di un cantore degli emarginati. Tra misticismo e impegno.
MILANO
- "Dite a mia madre che non tornerò ". C'è
solo l'imbarazzo della scelta, tra i molti testi di De Andrè, per
trovare una parola, una frase con cui salutarlo. Basterebbe, per esempio,
il titolo (al passato) del suo ultimo album, "Mi innamoravo di tutto",
a dire quanto mobile sia stata la sua curiosità e, di conseguenza,
quanto ricco sia il suo repertorio. Il passato, si diceva: un imperfetto
con cui dall'altra vita ora Fabrizio ci parla di sé. "Mi innamoravo
di tutto". Sì, perché la morte è uno dei temi
che tornano ossessivi nelle sue canzoni con tinte diverse: pietà,
ironia, sarcasmo, rabbia. "La morte verrà all'improviso ".
Il ventaglio dei toni in De André è amplissimo, come accade
a quei poeti che ricercando il suono giusto cambiano sempre al solo scopo
di restare fedeli a se stessi. Fedeltà che a ritroso si può
ritrovare sin dagli esordi. Quando la sua vena sembrava orientata con
decisione verso un maledettismo irridente, anti-borghese, a anti-militaresco:
da gui il recupero della tradizione comico-realistica italiana e francese,
da Cecco Angiolieri ("S'i' fosse foco ") a Villon; da qui
anche l'affinità elettiva con Brassens. Una fantasia che mescola
immagini medievaleggianti con gli afrori dei carrugi. Da qui, soprattutto,
quel popolo di alcolizzati, disperati, illusi, bambine puttane, vecchi
e giovani puttanieri comunque infelici, suicidi, ladri, impiccati (il
Miché, Giordie), finti eroi immolati sull'altare di cause insignificanti,
vedove inconsolabili, ragazze chissà come finite all'altro mondo.
Tutta un'umanità malinconica cui si oppone il destino ma molto
più spesso l'arroganza dei potenti: il Carlo Martello assatanato
di sesso, i "banchieri, pizzicagnoli, notai coi vetri obesi ".
Sia pure con tonalità sempre diverse e con opzioni stilistiche
continuamente imprevedibili, con punte di indignazione politica e morale
più o meno acute, rimane questa la sostanza poetica di De André:
il desiderio di dar voce agli esclusi, agli ultimi, alle minoranze (dai
Sioux agli zingari d'oggi) ai perseguitati. Tra questi, c'è il
Cristo rivoluzionario della "Buona Novella"(1968). L'afflato
mistico-religioso è presente come un rovello, ma De André
è tanto pronto a cantare la fede primitiva, la forza interiore
dei vinti, quanto è impietoso nel mettere alla berlina le magagne
e le ipocrisie dei perbenisti, delle beghine e dei bacchettoni.
De André ha cantato la coincidenza di sacro e profano, di innocenza
e peccato, di misticismo e di anelito anarchico. Per lui, lo slancio vitale
("Chi cerca una bocca infedele ") si trova a un passo dalla
disperazione di chi non ce la fa più ("Ho licenziato Dio",
confesserà uno dei suoi drogati). Gli opposti convivono, ma è
il mito di una civiltà pre-capitalistica imbevuta da religiosità
originaria a fargli recuperare il regno dei morti per antonomasia, e cioè
i fantazmi di Spoon River, riletti attraverso Lee Masters: dal dolcissimo
suonatore Jones al medico che voleva guarire i ciliegi, allo scemo del
villaggio con un mondo nel cuore. Come prima c'erano le atmosfere trobadoriche,
qui c'è un po' di Pavese e un po' di Pasolini, qua e là
ci sarà, ben presto, la quotidianità dolorosa di Penna e
Caproni. Ma non è detto che il De André poeta civile sia
il migliore: per esempio quello che dal "Bombarolo" e dintorni
(1973) arriva fino alla beffarda rappresentazione del boss Raffaele Cutolo
e della squallida fine dei tangentisti ("Le nuvole", 1990).
Si direbbe che la dimensione più consona alla sua voce e al suo
stile sia, più che politica, quella etica fotografata da in alcune
indimenticabili immagini non prive di allucinato pessimismo surreale,
che da Spoon River portano diritti, attraverso "La cattiva strada"
e "Amico fragile", alla strage del Little Big Horn cantata nel
1981: "Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek". E poi
alle nuvole "nere come il corvo" che aleggiano non si sa in
quale cielo. Al De André migliore vanno assimilate anche le prove
plurilinguiste, che arrivano all'impasto maccheronico di "ein klein
Pinzimonie wunder Matrimonie ", passando per quel "Creuza
de mä" (1984), sensuale miscuglio di genovese antico portoghese
arabo, che è un miracolo di dolcezza poetica. Il quale, direbbe
Zanzotto, ci fa intuire quanto fosse meraviglioso "il sapore del
latte di Eva". Basta questo perché Fabrizio si meriti un posto
tranquillo tra le sue "anime salve".
Montanelli
sulla morte di De André e del 'senso della misura'
(21 Gen 99)
Sul "Corriere della Sera", da segnalare una insolita lettera
a Indro Montanelli che ha come soggetto "Fabrizio De André,
divo suo malgrado". Il lettore, genovese, pur addolorato per la morte
dell'artista, si stupisce del "frastuono che si è fatto intorno
a questa morte presentata, anche dalla stampa più seria, o che
passa per tale, come una specie di catastrofe per la Musica e la Poesia
non soltanto italiane, il che mi sembra, da parte di tutti, una perdita
ancora più luttuosa di quella di quel povero ragazzo: la perdita
di ogni senso della misura. Quando però mi sono provato a dirlo
ai miei figli, ne sono stato rimbeccato come se avessi pronunciato chissà
quale bestemmia".
Risponde Montanelli: "Lei non mi rende, con questa richiesta, un
buon servigio, perché il mio giudizio è identico al suo,
e come il suo mi tirerà addosso le stesse rampogne. Anch'io, pur
non essendo genovese e non avendolo personalmente conosciuto, avevo e
conservo molta simpatia per quel ragazzo, e non soltanto per le canzoni
che di lui mi sono arrivate all'orecchio, ma anche per il suo modo di
essere, schivo e riservato, e quindi in perfetto tono col suo modo di
cantare: a bassa voce. Mi chiedo perciò se tutta la spettacolarità
data alla sua morte, mobilitando persino "L'Eroica" di Beethoven,
gli sarebbe piaciuta. Anzi, non me lo chiedo nemmeno perché sono
sicuro che non gli sarebbe piaciuta per nulla, e che avrebbe preferito
andarsene com'era vissuto: in punta di piedi.
Però capisco, o credo di capire, perché tutto questo sia
avvenuto e avvenga. Consapevolmente o no, De André è stato
uno dei migliori interpreti di un mondo e di una società, non soltanto
italiana, che hanno perso il senso e la misura dei valori - o almeno di
quelli che noi abbiamo sempre considerato tali - e li ha sostituiti col
culto dell'Effimero. Non è colpa di De André, ammesso che
di colpa si possa parlare. E' colpa del momento in cui De André
è nato e vissuto, e che oltre il "momento" non va.
Qualcuno si è arrabbiato perché la sua scomparsa ha fatto
molto più rumore di quella di un Borges o di un Montale, che per
la Poesia rappresentavano certamente qualcosa di più epocale di
un De André. Ma dentro l'epoca, questa epoca, c'è più
De André, e basta vedere la coralità del 'de profundis'
che intorno al suo feretro si è intonato da tutte le parti. Anche
- lei dice senza nascondere il suo disdoro - da quella della stampa considerata
più seria e autorevole.
Capisco a chi allude, e non voglio farmene l'avvocato difensore. Vorrei
solo tentare di farle capire di quale situazione la stampa, tutta la stampa,
è prigioniera. Nessun giornale oggi, dati i costi, può vivere
senza gl'introiti della pubblicità, di cui i due terzi sono "mangiati"
dalla televisione. Il rimanente va ai giornali che se lo contendono a
colpi di 'audience', come oggi si chiama. Questo li spinge, o meglio li
costringe a procurarsene sempre di più. E l'unico modo per riuscirvi
è quello di adattarsi ai suoi gusti e vezzi.
Oggi un giornale che voglia conservare il proprio prestigio e autorevolezza
può farlo solo in alcuni limitati settori come gli editoriali e
le pagine della cultura che non sono certamente i più letti. Il
resto deve adattarlo a un pubblico che la trionfante televisione educa
(si fa per dire) alla spettacolarità più sguaiata e dozzinale
e alla divinizzazione del suo Divo quotidiano.
Senza aver mai fatto nulla per diventarlo, De André era stato promosso
(si fa sempre per dire) a Divo, e tutta la stampa, anche la più
seria, ha dovuto adeguarsi dedicandogli per giorni e giorni pagine su
pagine intonate anch'esse all'"Eroica". A lei non piace. A me
meno che a lei. Sono sicuro che non sarebbe piaciuto nemmeno a De André.
Ma il mondo e la società in cui viviamo sono questi, ubriachi di
Effimero".
...che sei volato
in cielo su una stella
di Cinzia Marongiu
Anarchico
vero, orso per scelta, viaggiatore in direzione ostinata e contraria,
ricercatore in bilico fra bestemmia e misticismo, uomo colto, e per questo
popolare, artista animato da un profondo senso morale, indiscusso padre
della canzone d'autore italiana. O semplicemente cantastorie, come lui
preferiva descriversi. Di premi ne ha avuti molti. "Creuza de mà",
cantato interamente in genovese, è stato giudicato il disco più
bello degli Anni '80. La sua "Princesa", nel '97, è di
ventata canzone dell'anno e l'album "Anime salve" un acclamato
capolavoro. Osannato al Premio Tenco e salutato dalla sua amica Fernanda
Pivano come "il più grande poeta che l'Italia ha avuto negli
ultimi 50 anni". Potenti riflettori lo illuminavano, ma non gli hanno
mai abbagliato gli occhi, che continuavano a guardare oltre e a sorridere
ironici. "Sono abbastanza spaventato dall'eccesso di lodi, da qualsiasi
eccesso di consensi, perché da ogni vertice di grazia si può
prevedere che si scivolerà in disgrazia". Lui, invece, è
"evaporato in una nuvola rossa/in una delle molte feritoie della
notte", come dice in "Amico fragile". E forse il vento,
come fece per la sua "Marinella", se l'è portato in cielo.
O, chissà, magari è già seduto in una mulattiera
di mare, la sua "creuza de mà", con i marinai "emigranti
della risata", con il ladrone Tito della "Buona novella"
o con qualche amico della "Cattiva strada".
Una vita ai margini. Fabrizio De André ha sempre preferito l'isolamento
della sua casa in Sardegna alla folla delle grandi città, fossero
la sua Genova o la detestata Milano. "Dove vengo solo a lavorare.
E a cercare la rabbia necessaria per affrontare i concerti che altrimenti
non farei più da anni". Ha sempre preferito la libertà
della solitudine alla prigionia della società. "Coltivando
la solitudine non sei ricattabile, non sei coinvolto nelle pulsioni di
gruppo, di chi ti ronza intorno dandoti e chiedendoti consigli o proponendoti
affari. Certo, non puoi approfittare della benevolenza, dell'appoggio
del clan, del partito politico, della parrocchia, ma non sei obbligato
ai compromessi, alle regole". Ha sempre preferito dedicare le sue
canzoni alle prostitute, ai ladri, ai suicidi, ai transessuali, ai nomadi,
ai pellirosse, ai banditi; a chi è in minoranza, a chi non accetta
"le leggi del branco", a chi, per assomigliare ai propri desideri
non si riconosce in nessuna autorità. "È la società
che li emargina e ne dà un'idea diversa da quella reale. Io ho
avuto la fortuna di viverci insieme e di averne un'immagine molto più
vicina alla realtà di quanto non lo sia quella della generalità
delle persone che parlano di cose che non conoscono. Così, quando
mi sono trasferito in Sardegna, non ho preso una villa in Costa Smeralda,
ma una casa al centro della Gallura, dove vivono i pastori. E ho cercato
di mettere su un 'azienda agricola e non un allevamento di aragoste".
Scomodo. Fin dall'inizio. Da quando, nato a Genova Pegli da una famiglia
agiata della buona borghesia ("dall'origine mezza nobile, con infiltrazione
sabaude"), trascura gli studi e preferisce passare le giornate "a
fare a sassate con le bande rivali". O a costruire un rifugio per
i gatti randagi della zona, quasi una metafora di quei derelitti che affolleranno
le sue canzoni. E a leggere i letterati "maledetti", come Villon
e Dostoevskij. È scomodo rispetto alle aspettative dei genitori
che lo vorrebbero medico o avvocato. E scomodo, da subito, nella sua arte.
"Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers", una delle
prime canzoni, è un divertissement goliardico nato nell'ambiente
universitario genovese. La scrive con l'amico Paolo Villaggio e ha il
raro pregio di essere denunciata all'autorità giudiziaria per il
linguaggio osceno. La veloce avventura del re voglioso con una contadinella
ritrosa, che è in realtà una professionista dell'amore,
scandalizza i benpensanti. E parole come "puttana" e "cornuto"
fanno di De André un cantautore "proibito", di quelli
che si ascoltano a basso volume. Scomodo soprattutto perché capace
di scelte scomode. Di non curarsi delle cosiddette "esigenze discografiche"
e di lasciare a bocca asciutta i suoi appassionati ascoltatori per anni,
come è successo nel '90 con "Le nuvole", uscito dopo
sei anni di silenzio, e come è successo dì nuovo nel '96
con "Anime salve". Scomodo anche perché non c'è
niente di più scomodo che perdonare i propri aguzzini, come lui
ha fatto dopo essere stato sequestrato con Dori Ghezzi nell'agosto del
'79 e aver passato quattro mesi della sua vita nell'"Hotel Supramonte".
Riuscendo a dedicare ai sequestratori versi come questi: "Tu bandito
senza luna senza stelle senza fortuna questa notte dormirai col tuo rosario
stretto intorno al fucile". E a raccontare così lo smarrimento
di quelle notti: "Sul tuo corpo così dolce di fame così
dolce di sete passerà anche questa stazione senza fare male passerà
anche questa pioggia sottile come passa il dolore". Il suo primo
disco dopo il sequestro esce nell'81 e lo dedica agli indiani: "Sì,
perché non sono stato rapito dalla mafia, ma da una banda di cherokee
che, prima ancora di volere i soldi, voleva dimostrare il coraggio di
rapire una persona".
Ironico. Fin da quando frequentava i vicoli stretti della sua Genova e
tirava a far tardi con gli amici. A parlare di letteratura e di cantautori
francesi, come i suoi maestri Brassens e Brel. E deve essere stato proprio
in una di quelle sere senza ore che conobbe il caro amico Luigi Tenco.
"Ci siamo conosciuti in una balera in piazza De Ferrari. Mi toccò
sulla spalla dicendo: "Sei tu che vai a dire in giro che 'Quando'
l'hai scritta tu?". E io: "Sì, per far colpo sulle ragazze".
E in effetti era vero. Lui si mise a ridere".
L'irriverente "Bocca di rosa", invece, la scrisse lui, nel '68.
Altro successo, altro scandalo. L'Italia ipocrita e perbenista non poteva
digerire la storia di quella prostituta accompagnata al treno dai carabinieri
- clienti. E neanche l'immagine del prete che la vuole accanto a sé
in una processione. Lui, poi, racconterà di aver conosciuto la
ragazza che gli ispirò quella canzone: "E entrata in casa
mia un pomeriggio in cui ho avuto la fortuna di avere i parenti altrove".
Schivo. Dipinto come un orso e invece capace di lunghissime chiacchierate,
di racconti mai banali, di sincere curiosità. Era molto difficile
avere con lui un'intervista a tu per tu. Timoroso come era di non essere
capito o, meglio, di non riuscire a spiegarsi bene se non con le parole
scritte, preferiva le conferenze stampa "obbligatorie" e il
fax. Ma quando succedeva, era facile rendersi conto che alla fine l'intervista
la faceva lui. E ci si trovava a trascorrere intere, bellissime ore a
parlare di filosofi greci e di come mandare avanti l'orto, di mare e di
"sarditudine". "Da poco tempo a questa parte comincio a
conoscermi", mi disse un giorno, mentre sorseggiava brodo di capra
nella sua casa nella campagna di Tempio Pausania, in Sardegna. "È
un ritorno al sogno dell'infanzia, il sentirsi protetto dal circostante,
l'abbandonarsi alle infinite voci della natura, contro cui ti accorgi
di essere sempre stato in competizione, se non in conflitto. Vivo in un
paradiso di acqua e di aria pulita, circondato da foreste, da essenze
vegetali e da animali di cui osservo le abitudini senza chiedermene il
motivo: il motivo è semplicemente la vita". E un altro pomeriggio,
questa volta nell'appartamento di Milano, a proposito della vecchiaia:
"Con l'andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi
talmente complessi che tante volte agiscono indipendentemente dalla loro
volontà. Allora finisci per trovare poco merito nella virtù
e ben poca colpa nell'errore. Se estendi questo tipo di indulgenza anche
a te stesso, riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il tuo prossimo.
La cosa curiosa è che l'avevo capito fin da quando avevo 20 anni
e scrivevo cose come "se non sono gigli son pur sempre figli"
e poi, forse per dosi eccessive di alcol, l'avevo dimenticato. Ora l'ho
riscoperto". E poi, con smorfia beffarda: "Ma c'è anche
un'altra spiegazione: forse mi sto rincoglionendo".
Innamorato. Autore di bellissime canzoni d'amore, da "Dolcenera"
a "Se ti tagliassero a pezzetti", da "La canzone dell'amore
perduto" a "Verranno a chiederti del nostro amore", De
André non si sbilanciava al proposito. Timido, o forse troppo serio
per sminuire versi poetici in spiegazioni non necessarie, preferiva lasciarsi
andare alle disquisizioni filosofiche sul significato di certi sentimenti.
"L'amore è un equivoco della ragione, un momento di ebbrezza
euforica che poco per volta si trasforma e ci si rende conto che in effetti
è un equivoco. Piano piano nascono altri sentimenti, meno nebulosi
e meno entusiastici, come l'affetto che porta al desiderio di confidenza,
per finire in una sorta di società omertosa che è poi la
famiglia. Che ti offre sicuramente dei vantaggi, ma che è comunque
un 'istituzione antisociale. Questo, per bene che vada". Ma in realtà
De André amava molto la sua famiglia: la prima moglie, Enrica Rignon,
con cui ha sempre mantenuto un buon rapporto, e Dori Ghezzi, la sua compagna
di vita. E i due figli, Cristiano e Luvi, che hanno fatto parte della
sua band nell'ultima tournée. "Non c'è niente di straordinario.
Siamo evidentemente una famiglia di artisti e trovo logico che ci si dia
una mano. Quanto a Dori, curiose vicissitudini e improvvisi imbarazzi
di natura emotiva l'hanno portata ad abbandonare il canto. Ogni volta
che ci riprova dimostra di possedere doti interpretative eccelse sulle
quali non ho mai avuto dubbi. Rispetto totalmente le sue scelte, ma continuo
a sperare che ci ripensi". E ancora, a proposito di Dori: "Vivo
insieme con una donna di cui rispetto e che rispetta il comune desiderio
di estraniazione e che mai mi verrebbe a parlare del mare mentre io sto
pensando alle nuvole". Infine, una semplice dichiarazione d'amore:
"La curiosità nei confronti del prossimo è una profondissima
prova d'amore. Se non fossi ancora curioso di mia moglie probabilmente
non l'amerei come l'amo".
Anarchico. Molti lo sono a parole, lui ha cercato di esserlo nella vita.
Scontrandosi con una società e un'autorità che non riconosceva
e soprattutto con le sue contraddizioni. "Da un punto di vista ideologico,
se posso permettermi il lusso del termine, sono sicuramente anarchico.
Uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per
conto proprio e attribuisce agli altri, con fiducia, le sue stesse capacità.
Credo che l'esperienza libertaria possa diventare concreta in piccole
isole felici. Ma è molto difficile, perché la specializzazione
maledetta porta gli uomini a considerare se stessi delle macchine con
una determinata e specifica funzione". Tante, troppe, cose da dire.
Della sua instancabile ricerca musicale, che l'ha portato negli anni a
collaborare con artisti come i New Trolls, De Gregori, Bubola, Pagani,
la PFM, Fossati. Della sua grande passione per la letteratura, per la
parola, sempre intento a cesellare ogni sillaba delle sue poesie. Del
suo perfezionismo che lo portava a stare ore in sala d'incisione finché
il suono non veniva fuori come lui lo voleva. Della sua umiltà.
E soprattutto della sua voce. Di quella voce unica, profonda, magica.
"Evocativa", diceva lui. Ora da evocare rimangono l'emozione
e la memoria. In alto i bicchieri.
Fabrizio,
io per cent'anni busserò ancora alla tua porta
di Mario Raffaele Conti e Maria Laura Giovagnini
Addio Fabrizio De André. Il cantautore degli ultimi e dell'amore
malinconico nel ricordo di Dori Ghezzi, sua moglie e musa per 25 anni
Da
Oggi, gennaio 1999
Milano,
gennaio
"Da vecchio rimarrò solo": l'aveva scoperto, diceva,
grazie alla sua passione per l'astrologia. Ma le stelle gli avevano mentito.
Non era vecchio, Fabrizio De André, coi suoi 58 anni. E, almeno,
non era solo quando il tumore se l'è portato via. A stringergli
forte la mano c'era Dori Ghezzi, e'era il figlio Cristiano, c'era la figlia
Luvi. C'era la famiglia, insomma, il bene piu' prezioso per l'ex maledetto,
il poeta anarchico, una delle persone più libere di cui ci ricorderemo.
Le sue canzoni parlavano di prostitute (Via del campo, La città
vecchia, Bocca di rosa), di delinquenti, di handicappati (Il giudice):
di emarginati, di gente apparentemente "brutta, sporca e cattiva",
in cui però lui sapeva scorgere la luce. "Dai diamanti non
nasce niente / dal letame nascono i fior", ripeteva. Sempre dalla
parte dei perdenti, sempre tollerante. Una tolleranza che aveva iscritta
nei cromosomi, forse respirata dalla sua città. "Genova",
spiegava, "è stata multirazziale sin dal Medioevo. Già
cinque secoli fa non si faceva caso se uno portava un turbante. È
nata e cresciuta nel rispetto delle varie religioni".
Lui, che conosceva così bene la realtà dei caruggi e dell'angiporto,
veniva in realtà da una famiglia alto-borghese: da un padre addirittura
vicesindaco, poi dirigente dell'Eridania. Ma nel sangue portava anche
la ribellione.
Guardiamolo in prima elementare, per esempio. I genitori lo iscrivono
dalle suore, alle Marcelline: in pochi giorni lui le ribattezza le "Porcelline".
In seconda i suoi si arrendono: lo mandano alla scuola pubblica. Ma non
è che qualche preghiera in meno faccia aumentare il rendimento:
malgrado venga pungolato dal fratello maggiore, Mauro (futuro consulente
di Raul Gardini, morirà appena cinquantatrenne), continua a studiare
pochissimo.
"A 13 anni ho conosciuto un giro di ragazzine: erano figlie di puttane,
nel sento che le loro madri facevano quel mestiere. C'erano delle feste,
io ci andavo con i miei amici e quegli incontri finivano regolarmente
in gloria. Insomma, a quell'età conoscevo la vita molto più
di mio fratello, che aveva quattro anni più di me, Solo che a scuola
lui prendeva nove, io tre ".
Insofferente di qualsiasi disciplina, si rivela all'inizio un disastro
anche con la musica. Non tanto perché non è intonatissimo
("Solo col tempo e l'educazione sono riuscito a migliorare"),
ma perché marina le lezioni di violino per andare a mangiare cavolini
alla panna. Va meglio con un nuovo maestro, Alexandro Jiraldo, che gli
insegna le canzoni sudamericane senza annoiarlo.
Non ne vuol sapere di studiare Fabrizio, però legge. Eccome. "Quand'ero
ragazzo la letteratura ha avuto la funzione del nonno che non ho mai avuto:
avevo bisogno di qualcuno più grande di me, che mi raccontasse
delle storie. Flaubert, Balzac, Maupassant, Dostoevskij", ricordava,
lui che per le sue canzoni tante volte si è ispirato agli scrittori,
da Cecco Angiolieri a Baudelaire ed Edgar Lee Masters con l'Antologia
di Spoon River.
Leggeva, dunque, tra una bravata e l'altra. "Da bambino tiravo pezzi
di cacca di piccioni nelle pentole di latte che i vicini tenevano al fresco,
sul balcone. A volte, all'alba, Paolo Villaggio e io andavamo a bussare
alle camere di un grand hotel di piazza Principe, svegliando i clienti
col grido: "Tutti nell'atrio per il sorteggio". A sedici anni,
poi, in montagna sfondai la porta di una chiesa: era notte e mi misi a
far l'amore su una panca con una ragazza che volevo sposare. A mio padre
costò una cifra convincere il parroco a ritirare la denuncia".
Il padre, con cui si sono immaginati mille conflitti, visto che non lo
citava mai
"Ne ho parlato raramente perché nessuno me lo ha mai chiesto",
aveva spiegato, spiazzando molti. "In realtà è sempre
stato presente nella mia vita, e negli ultimi anni [Giuseppe De André
è morto nell'85, ndr] eravamo diventati parecchio amici. Nonostante
una certa fama di durezza, mi ha sempre aiutato. Quando me ne sono andato
di casa, a 18 anni, ha saputo (presumo da mia madre) che ero in difficoltà
economiche e mi ha procurato il lavoro di segretario presso un istituto
privato. L'ho fatto, credo, per due anni".
Intanto componeva, suonava in un locale, tentava di laurearsi in giurisprudenza
(si è arreso dopo aver dato ben 18 esami). E poi arriva Mina,
canta la sua Canzone di Marinella. È la svolta.
"Di colpo guadagnai tanto da lasciare la scuola e diventare musicista
a tempo pieno. Quell'anno, il 1968, ebbi ben due album in classifica.
Mina voleva portarmi in tournée, ma io dissi di no, il pubblico
mi terrorizzava. Per convincermi gli impresari mi offrivano lo stesso
cachet di Aznavour: riuscii a resistere fino al'75".
Teatro del suo "cedimento" è la mitica Bussola di Viareggio.
Prima si esibisce un comico sconosciuto, di Genova come lui e suo grande
amico fino alla fine: Beppe Grillo. Si rimedia qualche fischio finché,
con spaventoso ritardo, sul palco arriva un terrorizzato Fabrizio. A spingerlo
(letteralmente) in scena è stato un amico, Marco Ferreri.
È in quell'occasione che per la prima volta viene fotografato con
Dori Ghezzi, e si arrabbia: non è ancora separato dalla prima moglie,
Enrica, che gli ha dato Cristiano.
Ma ora lasciamo la parola a Dori, che così qualche tempo fa ci
ha raccontato la loro grande storia d'amore.
"Ci era capitato di incontrarci in diverse occasioni: due saluti
ed era finita lì. Poi, nel marzo del 1974, c'è stato l'incontro
fatale. Stavamo registrando in due diverse sale dello stesso studio: lui
Canzoni, io il mio primo album da solista senza Wess. Cosa mi ha colpito?
Be', uno in genere pensa che Fabrizio sia una persona che ti può
solo soffocare, uno che quando stai con lui devi stare zitta, ad ascoltarlo.
Invece da subito mi ha fatto sentire "pensante", importante.
Finalmente mi sono detta: "Esisto".
"Dalla prima telefonata, dalla prima chiacchierata, mi parlava come
se ci conoscessimo da sempre. Non è uno che fa cadere dall'alto
le cose, che sta su un piedestallo Ha molto rispetto, vuole capire
le persone. Al contrario di tanti intellettuali che non lasciano mai spazi
agli altri e non fanno niente per comprendere: Fabrizio non è mai
stato così con nessuno. Nel giro di pochi giorni ci siamo "incollati"
24 ore su 24 e abbiamo deciso di vivere insieme.
"All'inizio abitavamo nei residence, in albergo. Finché non
abbiamo decise di metter su casa in Sardegna. Perché abbiamo scoperto
che avevamo tutti e due questa voglia di verde. Fabrizio, figlio di torinesi
trasferiti a Genova, per lunghi periodi nella sua infanzia (e soprattutto
nel periodo nel periodo della querra), ha vissuto in campagna. Quando
la famiglia è tornata in città, il distacco dai campi è
stato quasi traumatico per lui. E da allora ha giurato a se stesso che
ci sarebbe tornato, prima o poi. Anch'io avevo vissuto qualcosa di simile:
i miei genitori, milanesi, si erano trasferiti in Brianza e i miei primi
anni li ho vissuti lì. Il suo desiderio di cambiamento ha trovato
una risposta in me".
E non soltanto quella: secondo Villaggio, Fabrizio deve a Dori se non
è finito in una soffitta solo e alcolizzato
"Forse Paolo ha esagerato, ma credo sia evidente che lui abbia trovato
in me il suo equilibrio. Siamo cambiati moltissimo, in questi anni. Fabrizio
aveva bisogno della sicurezza di una famiglia, che gli desse stabilità.
Ha sentito la necessità di mettere radici".
"Senza di lei sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione,
di pessimismo, di dolore", confermava in una splendida dichiarazione
d'amore a mezzo stampa lo stesso De André. "Dori è
una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività.
L'ho sposata dopo quasi vent'anni, ma c'eravamo già sposati all'addiaccio
del Supramonte. Una comunione a occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per
24 ore al giorno, legati. Nessuno conosce l'altro come ci conosciamo noi".
Già, il sequestro. Quattro mesi passati in mano ai rapitori, nel
'79. Poi la liberazione, dietro il pagamento di un riscatto di 600 milioni.
Chissà quante volte è tornato nei loro incubi
"Noi abbiamo cercato di non lasciarci segnare. Io ho continuato a
viaggiare in macchina da sola in Sardegna, per dirne una. Ci sono persone
che hanno mitizzato il proprio rapimento perché magari con quello
sono diventati popolari. Invece ho cercato di far dimenticare alla gente
che sono un'ex sequestrata".
"Al processo abbiamo perdonato i carcerieri", aggiungeva lui.
"Dopo tutto, non veniva lasciato loro altro modo per mantenere le
famiglie. Ma non ho perdonato i mandanti [un assessore e un veterinario,
ndr]".
Ad aspettarli, alla fine della prigionia, c'è Luisa Vittoria, per
tutti: Luvi. "Non abbiamo deciso di averla: è arrivata",
ci ha raccontato Dori. "Per Fabrizio è stato un po' più
difficile da accettare, anche se il nostro rapporto ormai era da anni
alla luce del sole. Io ho deciso subito che volevo tenermi questa figlia.
È nata il 30 novembre 1977 in Sardegna all'ospedale di Tempio Pausania.
Oggi si adorano, lei si confida più con lui che con me".
De André a poco a poco cambia. Alla morte del padre, nell'85, smette
anche di bere: gliel'ha promesso, e lui le promesse le mantiene. Ormai
andava solo ad acqua minerale, erano finiti i tempi in cui si era guadagnato
il soprannome di E.Til (gioco di parole su E.T. l'extraterrestre). Solo
quando era di ottimo umore i suoi musicisti lo hanno visto assaggiare
un goccio di vino dal bicchiere di Dori. Continuava però a fumare,
per la disperazione della moglie: "Le sigarette sono l'unico motivo
di piccole discussioni tra di noi", ci aveva detto la Ghezzi.
Un dettaglio, in un'unione perfetta. Un'unione casa&lavoro: nell'ultima
tournée aveva voluto al fianco lei e, sul palco, la figlia come
corista e il figlio come musicista. Il 24 agosto però non ce l'ha
più fatta e ha dovuto interrompere i concerti. Fabrizio era consumato
dal male. Ma non si è mai arreso: tre giorni prima di morire stava
lavorando al montaggio dello spettacolo da mandare in Tv.
Stava anche preparando un nuovo disco assieme al compositore americano,
e suo direttore musicale, Mark Harris. Purtroppo non aveva ancora inciso
alcun pezzo. Quelli di De André erano tempi lunghi. Il lavoro sarebbe
stato forse pronto per il 2000 o il 2001. Molte canzoni erano già
a buon punto: testi di De André e musiche di Harris. Doveva essere
un disco importante in cui pensavano di coinvolgere anche degli amici
come Mauro Pagani (con cui realizzò Creuza de mä) e il genio
della dodecafonia Luciano Berio.
Fino all'ultimo è rimasto uno spirito libero. Un esempio piccolo,
ma significativo: mentre tanti suoi colleghi non ammetterebbero neanche
sotto tortura di averne letto una pagina, lui (che conosceva a memoria
i classici) citava lo scrittore amato dalla New Age Paulo Coehlo. "Penso
che in qualunque periodo storico possano definirsi "salvi" quegli
uomini che con tenacia abbiano voluto, come dice appunto Coelho, perseguire
il fine della propria leggenda. Il che vuol dire, con parole più
semplici, non lasciarsi deviare dallo scopo di rassomigliare a se stessi
o, se si preferisce, dallo scopo cui ci teniamo di essere destinati".
E lui, non c'è dubbio, è stato fedele alla sua leggenda.
Ebbene sì,
era un poeta
di Lorenzo Viganò Sette
n°3 1999
"Benedetto Croce diceva che fino all'età di 18 anni tutti
scrivono poesie. Dai 18 anni in poi rimangono a scriverle due categorie
di persone, i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei
considerarmi un cantautore". Così Fabrizio De André
liquidava con ironia una domanda che lo perseguitava dall'inizio della
carriera. Un poeta o un cantautore? Una strana creatura (come cantò
nel disco Vol. 8 addolcendo il verso di Francesco De Gregori che recitava
"I poeti che brutte creature", la canzone era Le strade di ieri)
o un artista che, pur raffinato e colto, abilissimo nella scrittura e
nel creare immagini, persino inserito nelle antologie, rimaneva comunque
un cantastorie dei nostri tempi?
La provocazione l'ha lanciata all'indomani della sua scomparsa la scrittrice
Dacia Maraini, che, intervistata, dichiara: "I versi di De André
sono entrati nell'immaginario degli italiani al pari dei versi di Dante
o Leopardi". Di solito gli scrittori italiani, e i poeti specialmente,
non amano essere mischiati ai cantanti.
L'affermazione della Maraini può dare fastidio. Anche nella sua
versione attenuata ("mi riferivo alle sue canzoni, all'insieme di
musica e parole, e non solo ai versi come hanno riferito i giornali",
chiarisce a Sette Dacia Maraini). Però è vera. Sono proprio
pochi gli italiani che non conoscono la storia di Marinella "che
scivolò nel fiume a primavera, ma il vento che la vide così
bella dal fiume la portò sopra una stella".
Che la morte di De André abbia finalmente risolto il tormentone
cantautore/poeta? Non fatevi illusioni. Basta dare un'occhiata alla prima
pagina della Stampa del giorno dopo la scomparsa del musicista per capire
che di sdoganamento dei cantanti non è il caso di parlare. Pierluigi
Battista, infastidito dal vorticoso "dichiarazionismo politico istituzionale"
nato intorno alla figura di De André, e da quella sorta di "lutto
di Stato" negata a letterati come Moravia, Calvino, Sciascia ed Elsa
Morante, ribadisce che De André è soltanto "un cantautore".
Quel lutto gli appare "un tantino esagerato". Insomma, ci risiamo.
E allora, per cercare di sciogliere il dilemma, Sette ha girato la domanda
a una giuria di intellettuali. A cominciare proprio da Mario Luzi, che
qualche tempo fa curò l'introduzione a un libro di saggi sul cantautore
genovese. Per il poeta fiorentino non ci sono dubbi: "De André
era uno chansonnier. Quindi non era né solo un poeta nel senso
letterario del termine né solo un musico, ma il punto di incontro,
armonico, tra questi due elementi. È questo a farne un vero poeta".
Un poeta, dunque, De André e lo dice un grande poeta. Ma ecco un
altro poeta, Valerio Magrelli, che mette i puntini sulle i: "Il problema
è intendersi sul significato della parola. De André non
era un poeta perché non scriveva poesie e perché la bellezza
della sua opera non risiede nelle liriche, ma in quei felicissimo intreccio
tra parola, musica e voce. Quindi, se vogliamo definire De André
"poeta della canzone", così come si dice di un calciatore
che è un "poeta del gol", allora va bene. Se no preferisco
dire che è uno dei massimi cantautori italiani".
Cauto è anche lo scrittore Franco Cordelli: Il problema è
mal posto. Se uno legge i versi di De André come se fossero poesie,
cioè senza musica, non sono nemmeno lontanamente paragonabili alle
liriche, per esempio, di Montale". Una bocciatura senza appello?
Non proprio. "Questo non significa che De André sia meno artista
di un poeta, è solo un artista di natura diversa".
Un artista di natura diversa? Macché: "De André è
uno dei più grandi poeti del '900 italiano". Lo dice senza
esitazione Alessandro Gennari, scrittore, amico e collaboratore di De
André (per il libro Un destino ridicolo). "De André
è un poeta perché apre un mondo nuovo, imprevedibile a ogni
verso. Basti pensare all'espressione "Tonnara di passanti" per
descrivere, con una splendida sintesi, la gente che muore lungo le strade
durante un'alluvione".
A favore anche lo scrittore Nico Orengo. "Per Fabrizio la parola
è sempre stata al di sopra della musica", dice. "Musica
che però, usando i tempi e le atmosfere della ballata, ha comunque
avvicinato le sue composizioni più alla poesia che alla canzonetta.
Per me De André ha scritto una sorta di Canzoniere".
Ci sono dibattiti che non finiranno mai (il sesso degli angeli), ma quello
su poesia e canzone almeno questa volta sembra volgere al termine. Dice
Vincenzo Cerami: "Io conosco tanti poeti propriamente detti che non
mi piacciono. Eppure sono poeti. E anche De André lo era. La poesia
contemporanea si sta riaffermando proprio attraverso i cantautori.
Dopo i grandi del '900 la parola ricomincia a creare emozione là
dove riguadagna analogie attraverso la musica. Le canzoni hanno la stessa
dignità delle poesie scritte per essere lette in silenzio e solitudine.
"Ogni tre anni c'è una stella marina, ogni tre stelle c'è
un aereo che vola", canta De André. Non è forse poesia
questa?".
Si, era un poeta De André. Lui, ricordando l'ammonimento di Croce,
per non passare per cretino si diceva cantautore. Eppure una notte lo
ammise. Con Paolo Villaggio, suo grande e vecchio amico di infanzia, erano
in barca, dalle parti della Corsica. Le mogli dormivano. Villaggio gli
domandò: "Ma tu, Faber, credi di avercela fatta?". E
lui, abbassando la voce (per non svegliare le donne o Croce?), rispose:
"Guarda, te lo dico perché qui non ci sente nessuno: io credo
di essere non un cantante, non un uomo della musica leggera, non un menestrello,
non un cantautore, come si dice in maniera riduttiva. Io sono un grande
poeta".
L'ironico
cantore degli esclusi
di Flaviano De Luca
Nella
notte, tra domenica e lunedì, è morto Fabrizio De André,
all'Istituto Tumori di Milano. Il cantautore genovese era ricoverato da
tempo, per un male crudele, scoperto alla fine dell'estate, che gli aveva
fatto disdire tutti i concerti in programma. I funerali si terranno nella
città natale, domani o giovedì.
De André era nato il 18 febbraio 1940, da una famiglia agiata,
e si era fermato a pochi esami dalla laurea in legge, dedicandosi professionalmente
alla passione della sua vita: la musica. Aveva cominciato come chitarrista
jazz, in omaggio al suo idolo Jim Hall, ma il suo debutto discografico
è il singolo Nuvole barocche del 1958 e l'autentico successo l'ottiene
con La canzone di Marinella portata al successo da Mina nel '65 (ironia
della sorte, una delle ultime registrate, l'anno scorso, insieme a Mina,
per un album antologico, in versione jazz). Tra i suoi amici di allora
ci sono Gino Paoli, Luigi Tenco, Paolo Villaggio. Nel '62 si sposa con
Enrica Rignon e nasce il figlio Cristiano.
Sono i modelli americani e francesi del tempo a stregare il giovane cantautore
che s'accompagna con la chitarra acustica, che si batte contro l'ipocrisia
bigotta e le convenzioni borghesi imperanti, in brani diventati poi storici
come La Guerra di Piero, Bocca di Rosa, Via del Campo. In Delitto di paese,
ricalcato sul brano di Brassens, si comincia citando Baudelaire (Non tutti
nella capitale sbocciano i fiori del male/ qualche assassinio senza pretese
l'abbiamo anche noi in paese). Alcune strofe vennero mandate a memoria
(una su tutte: ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando
si ha fame), le sue illuminazioni sull'infelicità umana produssero
Tutti morimmo a stento, nel 1968, ispirato alle poesie di Francois Villon.
E seguirono altri album, accolti con entusiasmo da un pugno di cultori
ma passati sotto silenzio e malvisti dalla critica mainstream. Come La
buona novella, nel 1970, una rilettura dei vangeli apocrifi e Non al denaro
né all'amore né al cielo, l'adattamento dell'Antologia di
Spoon River, firmato insieme con Fernanda Pivano. E poi Storia di un impiegato,
nel 1973, dove un piccolo borghese va in cerca di riscatto con le bombe,
una profonda dichiarazione pacifista con un linguaggio moderno e onirico.
Brilla la Canzone del Maggio (della quale pubblichiamo il testo qui affianco),
liberamente tratta da un canto del sessantotto francese. Solo dal 1975
De André, schivo e taciturno, accetta di esibirsi in tour. Nel
1977 nasce Luvi, la seconda figlia dalla compagna Dori Ghezzi. Proprio
la bionda cantante e De André vengono rapiti dall'anonima sarda,
nella loro villa di Tempio Pausania nel 1979. Il sequestro dura quattro
mesi e porta alla realizzazione dell'Indiano nel 1981 dove la cultura
sarda dei pastori viene accostata a quella dei nativi d'America. La consacrazione
internazionale arriva con Creuza de ma, nel 1984 dove il dialetto ligure
e l'atmosfera sonora mediterranea raccontano odori, personaggi e storie
di porto.
I
fantasmi di Helmer, Hernan e Jones
di Roberto Duiz
Canzoni, citazioni e passioni di un viaggiatore irriducibile
Dove se n'è andato Helmer, "che di febbre si lasciò
morire", dov'è Herman, "bruciato in miniera", e
dove sono tutti gli altri, uccisi in una rissa al bar o dalle botte in
galera, dall'amore o dalla sfortuna, Fabrizio De André lo sapeva:
"dormono sulla collina", dov'è andato a raggiungerli
dopo tanto averli seguiti. E amati. Già, perché ci sono
zone di mondo e di società dove "il sole del buon dio non
dà i suoi raggi". Mai. Ed è in quelle zone, sentieri
impervi che si allontanano dalle autostrade dove la maggioranza corre,
sospinta da "un facile vento di sazietà, di impunità",
che De André, viaggiatore irriducibile, si è sempre mosso,
attraverso quattro decenni: gli anni Sessanta dei fermenti, i Settanta
della rivolta, gli Ottanta della restaurazione, i Novanta della grande
omologazione.
Cambiano i tempi e le geografie, ma l'esercito dei respinti non assottiglia
le fila, anche se mutano gli idiomi e i colori della pelle. C'è
sempre qualcuno, e sono tanti, che "tra il vomito dei respinti muove
gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di
umanità, di verità". Ed è a quelli che De André
chiede di aggregarsi, almeno per raccontarli, svelarne l'anima e dare
loro la dignità che i valori dominanti (maggioritari) di ogni epoca
(non importa di quale segno) gli negano, relegandoli tra i dannati della
terra: ladri, suicidi, puttane, vagabondi, venditori di sogni, recalcitranti
a qualunque forma di assimilazione conformistica. Ed è lì
che incontra cadaveri di soldati portati a riva dalla corrente, re senza
corona e senza scorta alla porta di giovani donne che vivono senza il
sogno di un amore, pescatori assopiti all'ombra dell'ultimo sole che dividono
il pane con un assassino, ragazze che compiono due errori di saggezza:
abortire il figlio del bagnino e poi guardarlo con dolcezza.
Amori che vanno e amori che vengono, amori rubati, ubriaconi, matti, transessuali,
blasfemi, l'amante di un'asina cui un cavillo burocratico nega il matrimonio
perché tra lui e il quadrupede risulta un legame di stretta parentela.
Tanti compagni di cattiva strada, ma intendiamoci sul senso del termine,
"perché per tutti c'è un amore e tutti hanno un amore
sulla cattiva strada". Almeno così piace pensare a chi avverte
"l'astio e il malcontento di chi è sottovento e non vuol sentir
l'odore di questo motore che ci porta avanti quasi tutti quanti, maschi
femmine e cantanti, su un tappeto di contanti...nel cielo blu".
Dove finiscono le dita cominciano le corde di una chitarra. E una voce
profonda e calda, magnifico impasto di sigarette e alcool, si sovrappone
agli arpeggi, attraversando ogni genere musicale, per approdare a suggestive
miscele mediterranee. Ma portandosi sempre appresso gli stessi compagni
di viaggio, che cambiano nomi e situazioni con cui interagire, ma non
anima. Storie di uomini e donne che vivono e "sentono" fuori
dalle convenzioni comunemente accettate come "necessarie", nell'ostinato
rifiuto di ogni conformismo, qualunque sfumatura esso abbia, sempre alla
ricerca di quel che non galleggia, astuto e lieto, sulla schiuma dell'onda.
De André è sempre con loro, vale a dire assieme ai 'non
vincenti', che non vuol dire 'perdenti'. E' lì col cuore, le dita,
la voce e l'intelletto per dare fiato a un "altro mondo", che
non è meno reale ma è certo meno rappresentato di quello
vociante che si impone come trionfante. Per dare identità e dignità
a un mondo dove si parla sottovoce per farsi ascoltare, anziché
urlare per farsi sentire.
Un mondo a cui De André, figlio di un armatore genovese, appartiene
'solo' col cuore e la testa, appunto. Consapevole di non appartenerci
con l'anima. Nel romanzo semiautobiografico scritto a quattro mani con
Alessandro Gennari e intitolato 'Un destino ridicolo', il protagonista
Fabrizio, artista di successo, incontra l'amico d'infanzia Carletto. "Tu
sì che ne hai fatta di strada. Io, invece, mi sono perso in un
mucchio di sentieri", commenta, Carletto. "A volte è
più eccitante arrampicarsi per i sentieri", replica Fabrizio.
"Ma non dire belinate!", conclude l'altro.
Consapevolezza che non toglie a De André il gusto di andare a fondo
nelle motivazioni che muovono i reietti che si è scelto come compagni
di strada. Perciò ci piace pensarlo al bar della Collina, adesso,
che, come il suonatore Jones, chiede al mercante di liquore: "Tu
che lo vendi, cosa ti compri di migliore?".