De André, quel borghese che scelse l'insofferenza
di Flavio Brighenti

Pur appartenendo ad una delle famiglie di spicco dell'imprenditorialità genovese, sin da adolescente Fabrizio De André mostra segni di insofferenza verso l'ambiente della borghesia genovese che pure frequenta. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, senza eccellere, si iscrive all'università senza mai riuscire a trovare la strada giusta: passa da Medicina a Lettere e infine a Giurisprudenza, forse nel tentativo di emulare le imprese del fratello maggiore Mauro, che presto si affermerà come avvocato. Alla laurea non arriva mai. Perché allo studio di codici e codicilli del diritto antepone altre letture, divorando i classici della letteratura russa e francese, e poi i pensatori anarchici: Bakunin, Malatesta, Stirner. E perché, soprattutto, si accorge che la musica, cacciata dalla finestra quando da adolescente volevano imporgli di studiare il violino, sta rientrando dall'uscio di casa sotto forma d'una chitarra con la quale comincia a raccontare le sue storie e i suoi personaggi nient'affatto convenzionali. Sono emarginati, perdenti, reietti della buona società, puttane, drogati, che De André 'nobilita' sempre con il filtro della pietà mentre a sbirri, giudici e preti non risparmia gli strali del sarcasmo corrosivo.

Nel suo apprendistato alla musica, sul versante del jazz, incrocia spesso Luigi Tenco che si unisce al suo gruppo suonando il sax tenore. Poi passa in una formazione amatoriale di country and western, decidendosi infine a definire un proprio stile di cantautore scabro, crudo e pungente, d'ispirazione transalpina - i suoi maestri dichiarati sono Brassens e Brel - colpendo immediatamente per l'assoluta personalità delle liriche e per i suoi toni vocali gravi, melodicissimi. La prima occasione professionale arriva con il 45 giri Nuvole barocche, inciso nel 1958: ma il pezzo, scritto da altri, passa inosservato. Intanto, all'età di 22 anni, Fabrizio sposa Enrica Rignon, Puny per gli amici, e a meno di 23 è già padre di Cristiano.

Il brano che gli cambia la vita è La canzone di Marinella che, interpretata da Mina nel 1965, diventa subito un hit. Il debutto come cantautore avviene tre anni più tardi con l'album Fabrizio De André vol. I: già contiene brani destinati a divenire dei classici, come Bocca di rosa e Via del Campo e, tra le altre, Preghiera in gennaio, scritta di getto poche ore dopo la morte di Tenco e a lui dedicata (ma Fabrizio lo confesserà solo molti anni più tardi), due cover di Brassens e l'irriverente Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers scritta con Paolo Villaggio, il suo migliore amico degli anni giovanili. Il '69 è l'anno della consacrazione del Gotha della canzone d'autore: a ruota escono Tutti morimmo a stento e Fabrizio De André vol.II che balza al primo posto delle classifiche di vendita. Insieme a Marinella, vi figurano altri inni epocali: La guerra di Piero, Il testamento, La ballata dell'eroe e altre due riletture di Brassens, tra cui la superlativa Il gorilla.

L'album successivo, Non al denaro né all'amore né al cielo, liberamente ispirato dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, lo scrive insieme a Giuseppe Bentivoglio (liriche) e Nicola Piovani (musiche), mentre Fernanda Pivano gli dedica una preziosa prefazione. Con gli stessi collaboratori, De André realizza nel 1973 il suo disco più apertamente politicizzato, Storia di un impiegato, dove racconta l'odissea di un travet che, infervorato dal maggio francese, sogna di abbattere il sistema con esiti viceversa autodistruttivi. Sulla strada del rinnovamento e del confronto, che lo porterà a svariate collaborazioni eccellenti nella sua carriera, Fabrizio incontra Francesco De Gregori nel successivo Canzoni, dove traduce ancora l'amato Brassens ma anche Leonard Cohen e Bob Dylan. Il sodalizio con il cantautore romano si cementerà compiutamente in Volume VIII, pubblicato nel 1975. Nello stesso anno Fabrizio, da sempre refrattario ad apparire sul palco, di cui ha il timor panico, effettua il suo primo tour (a 35 anni) partendo dalla più impensabile delle sedi, la Bussola di Sergio Bernardini.

"Da allora, per anni, non riuscii a salire sul palco se prima non avevo ingoiato un litro di whisky, per darmi coraggio", confesserà. Nel '77 diventa padre per la seconda volta: la bimba, cui viene imposto il nome di Luisa Vittoria, figlia della sua nuova compagna, la cantante Dori Ghezzi. Nell'anno successivo pubblica Rimini. Fa seguito un lungo tour con la Premiata Forneria Marconi, che riaggiorna in chiave rock il suo repertorio. Il giro di date incontra i favori del grande pubblico e finirà in un doppio album dal vivo, il primo in Italia realizzato da un cantautore insieme ad una rockband.

In quello stesso anno De André acquista un'azienda agricola a L'Agnata, a trenta chilometri da Tempio Pausania, in Sardegna. Ed lì che, il 28 agosto del 1979, viene sequestrato insieme a Dori. Nascosti tra le montagne sarde, incappucciati o incatenati a un albero, resteranno prigionieri per quattro mesi. Pure Fabrizio troverà, con il tempo, anche la forza di perdonare i suoi sequestratori (non i mandanti), dedicando alla traumatica esperienza una canzone cruda e dolente come Hotel Supramonte, che compare nell'album pubblicato nel 1981, Fabrizio De André, scritto ancora in coppia con Bubola: un disco dove l'autore costruisce un possibile parallelismo tra la cultura degli indiani d'America e quella autoctona del popolo sardo.

Tre anni più tardi, nel 1984, esce Creuza de mà, un album destinato alla storia: realizzato insieme a Mauro Pagani, è un viaggio appassionato nella musica mediterranea dove gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana, convivono con quelli elettrici in un universo poetico di rara intensità. Il disco, interamente cantato in genovese, segna una pietra miliare per l'allora nascente world music. Nell'album successivo, Le nuvole, De André si ispira strategicamente ad Aristofane. E in un brano, l'apocalittico La domenica delle salme, esprime il pericolo della Normalizzazione d'una società senza più rabbia e ideali. L'ultimo disco inedito l'intenso Anime salve, interamente concepito "a due teste e quattro mani", come amava raccontare, con il collega (e amico) genovese Ivano Fossati. Seguono un doppio live e l'antologia Mi innamoravo di tutto, mentre, due anni fa, De André esordisce come scrittore in coppia con Alessandro Gennari: il romanzo si intitola Un destino ridicolo e contiene molti spunti autobiografici, rivelando il retroterra culturale di Fabrizio nella Genova degli anni Sessanta. Il racconto era destinato a diventare un film, con la regia di Claudio Bonivento e la supervisione dello stesso cantautore. Il destino gli ha negato quest'ultima soddisfazione artistica.

 

"De Andrè, amico perduto"
-In cinque mila per l'addio di Genova al suo poeta"

di Gino Castaldo
(la Repubblica del 17/01/99)

Il dolore continua, alimentato dal grigio freddo della città, risuona nella folla che vuole riempire il Carlo Felice (cinquemila persone: almeno in duemila rimangono fuori a guardare gli schermi che riportano quello che avviene all'interno) dilaga nelle parole delle canzoni lette da Elisabetta Pozzi e Mario Sciaccaluga, ed esplode nelle superbe note dell'Eroica, eseguite dall'Orchestra del teatro diretta da Martin Turnovski.
Ma nessuna celebrazione è più potente delle parole di Fernanda Pivano che trabocca semplicità, un umano inestinguibile dolore per l'amico perduto, che poco prima dell'inizio ci aveva confessato in lacrime "Perché non me, che sono vecchia e malata, perché proprio lui che poteva ancora regalarci tanta bellezza. Avrei dato tutto perché toccasse a me al suo posto". Parole terribili che forse solo una madre potrebbe pronunciare per il proprio figlio.
Tocca a lei aprire questo ricordo, qui hanno voluto essere presenti Dori Ghezzi e i figli Cristiano e Luvi, accolti da un interminabile applauso, oltre a Beppe Grillo, il sindaco e varie istituzioni cittadine. Genova, che qualcuno ha definito fredda è tutta lì a piangere il suo figlio prediletto, e lo stravagante interno del teatro, concepito con balconi e lampioni come fosse una piazza, esalta questa sensazione di presenza simbolica di tutta la città. La Pivano quasi non riesce a parlare, balbetta il suo grido di dolore "Non è vero, lui vivrà per sempre: nello spazio profumato della poesia!". Poi ricorda alcuni momenti della sua amicizia con De Andrè. La prima volta che ascoltò un suo pezzo fu mentre accompagnava Hemingway che partiva per Cuba. Da un chiosco sentì La guerra di Piero e ne rimase folgorata. Tentò di inserirla nell'antologia sulla pace che stava curando per Feltrinelli, ma nessuno della casa discografica le rispose. Solo dopo seppe che Fabrizio non aveva mai saputo nulla. Si conobbero qualche anno dopo, quando De Andrè decise di realizzare un disco liberamente tratto dall'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, pubblicato poi col titolo di Non al denaro non all'amore né al cielo.
"Lui in realtà l'aveva capito meglio di me. Mi ha insegnato un sacco di cose che io non sapevo" ha raccontato la Pivano "ma io volevo che me le cantasse, invece lui diceva sempre di no, perché non aveva la chitarra. Poi ho scoperto che l'aveva lasciata fuori della porta perché aveva paura di disturbarmi".
Ogni tanto torna la commozione "Ci intendevamo perché tutti e due pensavamo che dovremmo riuscire a fermare le guerre ed il conformismo. Gli uomini non sono cattivi, ma devono credere nella vita". Il pubblico è totalmente avvinto, commosso da questa grande signora che ha vissuto tutta la sua vita dell'amore, della bellezza e della poesia. E poi ascolta con rispetto i due attori che leggono alcune canzoni scelte dall'immenso canzoniere di De Andrè. Molte sono proprio quelle tratte da Spoon River, e poi Il canto del servo pastore, Anime Salve, e altre ancora. Gli Applausi sono ogni volta un tributo speciale, i più intensi sono stati per Il testamento di Tito e Preghiera in gennaio che De Andrè scrisse in memoria del suo amico Luigi Tenco, che oggi suona inevitabilmente diversa, come avvolta di tristi presagi. Tutte queste canzoni ci ricordano che la forza di De Andrè era quella d'intendere il suo lavoro come un modo di conoscersi e di conoscere il mondo. Ogni verso rimbomba nel teatro come un distillato di coscienza, creato per comunicare attraverso il più semplice e meraviglioso dei modi: una canzone.
Il pubblico applaude per minuti e minuti, guarda nella direzione di Dori, Cristiano e Luvi, forse inviando mentalmente una parola di conforto, ma tutti rispettano il dolore, e nessuno fa pressione intorno a loro. C'è solo la voglia di onorare un maestro.

 

"Insieme a tirar al fune dei poeti"
di Massimo Bubola
la Repubblica del 13/01/99

Vicino a Porto Pozzo in costa Smeralda c'era una piccola spiaggia deserta, quasi una laguna. Insieme ad alcuni amici di Fabrizio di Tempio Pausania eravamo stati invitati a passare una giornata di festa. Verso sera ci chiesero di tirar una grande rete verso riva. Ci disponemmo una decina di uomini per parte, aggrappati a due corde a tirare questo enorme arco sul mare, un gruppo verso l'altro.
In questa specie di grande tiro alla fune pesante e lentissimo, Fabrizio che era dietro di me cominciò a parlarmi del senso magico e religioso della pesca - "Guarda, sembriamo gli apostoli sul lago di Tiberiade!" - e della metafora della poesia come l'attesa di una pesca miracolosa. "Si gettano le reti il più aperte possibili su un punto profondo del tuo cuore dove arrivano segrete correnti. Dopo un po' devi tirare e ritirare con fatica e dispendio. Non puoi sapere finché il cerchio non s'è chiuso, finché l'acqua non ribolle, stretta di brividi di schiuma, cosa verrà a galla. su mille piccole nuove parole dai riflessi d'argento o un grande unico pesce con in bocca una moneta d'oro. E devi imparare nel mezzo a distinguere veloce, prima del tatto, i pesci velenosi che pungono, magari dentro una massa maleodorante e oscura di alghe senza senso".
Era il 25 di aprile di un anno verso la fine degli anni ottanta. Tornavo in Sardegna da Fabrizio alla fattoria dell'Agnata per la scrittura di "Don Raffaé". Fabrizio s'era alzato per farmi vedere fuori l'orgoglio di un piccolo faggio canadese da poco arrivato e piantato in evidenza sul prato illuminato. Eppoi a seguire sui dogi di Genova e di Venezia. Il pollaio e la carenza di calcio nel terreno. Quanto di Machado c'era in Lorca e di Yeats dentro Dylan Thomas e di profeti biblici in Cohen e di tutto questo in Bob Dylan. Avevamo discusso del campionato del Genoa, del Verona e dell'Inter. Del nuovo toro limusino che aveva acquistato. Dei Fenici in Sardegna e del progetto del laghetto da creare bloccando il ruscello più a valle. Era così venuta mattina e con Fabrizio salimmo in perlustrazione su verso le stalle. Trovammo una mucca in crisi di parto, probabilmente il vitellino era messo in posizione contraria e non riusciva ad uscire creando sofferenza a sé e alla madre. Non si trovava un veterinario in tutta la zona. Così Fabrizio andò sulla sua libreria a prendere uno dei libri "utili" e cominciò a consultare le pagine in cui si descrivevano e illustravano schematicamente tutte le possibilità di posizione dei vitelli nei parti difficili e delle tecniche per estrarli. Con mio grande terrore gli chiesi che intenzioni avesse e lui molto tranquillamente mi rispose "Provare a farlo nascere!". Dopo qualche secondo la sua semplice domanda ("Te la senti di darmi una mano?") mi spiegò che non avevamo alternative. Tornammo su alle stalle con una lunga corda piatta da serranda. Riuscimmo ad estrarlo tirando con calma e con forza verso l'alto. Poi tornammo a casa a preparare un "colostro" artificiale, che seppi era il primo latte e serviva per disinfettare lo stomaco del vitello appena nato Il vitello e la madre si salvarono. Mi rendo conto che può sembrare un episodio da pubblicità di qualche amaro nazionale, ma quel subitaneo cambiamento da ore e ore di analisi e speculazioni rilassate, a un'ora di pratica d'emergenza mi colpirono profondamente e mi offrirono un'importante chiave di lettura per comprendere meglio Fabrizio e l'idea della poesia popolare come di un'astrazione profondamente concreta e di una velocità meravigliosamente lenta.


La Ballata di Fabrizio
di Michele Serra

Aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell'alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano.

"Ma come, non conosci Fabrizio?". Era il compagno di banco, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla radio. Canzoni carsiche, liriche da ricopiare sui fogli di quaderno, melodie di contrabbando ripetute dalle chitarre scordate degli chansonniers di liceo. Parlavano di prostitute, di disertori, di guerra, di sesso, di morte. Le si ascoltava per pomeriggi interi, in quelle cerchie fervide e infatuate di adolescenti che s'infiammano alle prime poesie, come nell'Attimo fuggente di Peter Weir.

Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.

Quell'intuizione, purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci si passa poi sopra, crescendo, quando l'attimo fuggente svanisce. Ma malamente, così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di De André (e per li rami a Brel, Brassens, Vian) piuttosto che a certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato... Come ci commuoveva, nella Guerra di Piero, la quartina nella quale il soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: "E se gli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore". Ma quanto poco durò, ahimè, il mito adolescenziale della diserzione, incalzato dal mito virile della militanza...

Non che Fabrizio e le sue canzoni fossero, nel raccontare le cose del mondo, incruente. Il suo pensiero era animoso, duro fino all'acredine nella rappresentazione del potere, fortemente incline all'invettiva, proprio come i suoi primi ispiratori, l'antico Villon e il moderno Brassens. E certamente nessuno dei cantautori italiani ha saputo cantare così civilmente l'odio per l'inciviltà dei tempi. Anarchicamente, detestava le maggioranze e la loro capacità di fagocitare i comportamenti, di anestetizzare i sentimenti. Ma questa lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza, accendeva la sua potenza narrativa, e dilatava la sua naturale dolcezza.

Dalle puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue prime ballate, passò agli indiani d'America, agli umili morti di provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig, ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta. Perfino del suo rapimento, patito insieme alla moglie Dori Ghezzi, seppe cantare (in Hotel Supramonte) a partire dalla percezione della debolezza dei suoi aguzzini. Con una sensibilità che qualcuno, grossolanamente, giudicò ideologica, mentre era, allora come sempre, solo e soltanto poetica.

Nato ricco, e da una famiglia importante, fin da ragazzo aveva scelto la Genova d'angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi. E dei cantautori. Conoscendolo, era facile intuire che la frattura giovanile con le sue origini familiari fosse di natura prima esistenziale che politica. La sua pigrizia (Oblomov era uno dei suoi eroi letterari), l'intelligenza sorniona, il dispregio per l'efficienza, per l'iperproduttività, per il mito della "professionalità", lo allontanavano da ogni responsabilità di censo, e lo spingevano a praticare la sua arte secondo i tipici umori del dilettante (amateur, dicono i francesi). Uno dei più autentici, spontanei traditori di classe che si sia mai visto sotto il sole.

Detestava la sala d'incisione e ancora più i concerti, ai quali si sottoponeva come a un'interrogazione scolastica sgradita, e solo dopo essersi circondato di musicisti d'eccellenza, come per condividere una pena con amici fidati. Televisione neanche a parlarne, e chissà come potranno organizzare la celebrazione, sulle varie reti, con le poche reliquie disponibili.

Si sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, e nel suo capolavoro (Creuza de ma', in lingua genovese) era finalmente riuscito ad approdare, insieme a Mauro Pagani, a un mondo sonoro gravido di spazio, di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del nostro tempo. Per difendersene viveva sei mesi all' anno in Sardegna, e gli altri sei confinato all'ultimo piano di un palazzone milanese, in una casa bella e quasi lunare, a distanza di sicurezza dal traffico e dalla confusione.

Ha scritto poco relativamente ai ritmi discografici. Tantissimo in rapporto alla propria indole. La qualità, rarefatta nel tempo (un disco ogni lustro, ultimamente), è sempre rimasta altissima, e forse, cosa rara in ogni genere d'artista, ha raggiunto i suoi vertici proprio con le ultime opere, il già citato Creuza de ma, Le nuvole e Anime salve. L'ascolto di quelle ballate, di quei versi, soprattutto di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. È pochissimo se raffrontato al vuoto che resta laddove fino a ieri si sedeva, ragionava, parlava e cantava questo nostro grande, meraviglioso fratello maggiore. E tantissimo se pensiamo a quanto lontano potrà arrivare la sua voce di lunga durata, lenta, veritiera, che ci darà conforto e vacanza quando non riusciremo più a sopportare il suono frenetico del tempo.

Che la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River, o nel letto del Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito bellezza e dignità agli uomini.

 

Addio Fabrizio, poeta anarchico di fine millennio
di Giacomo Pellicciotti

Cosa ha detto, cosa ci ha voluto dire Fabrizio De André in tutti questi trent'anni? E cosa continuano a dire, cosa diranno, forse ancora per molto, i suoi dischi? E' una domanda che ci dobbiamo fare, perché De André non è mai stato, come altri cantautori di talento o meno, un cacciatore di successi miliardari o un facile consolatore di cuori solitari. Di tutti i disomogenei cantautori della scuola genovese, Fabrizio ha trattato sì di sentimenti, ma senza mai indulgere al sentimentalismo o all'intimismo più crepuscolare. All'inizio di carriera, per un miracoloso incrocio di circostanze che ancora fanno riflettere, De André ha sbaragliato per mesi i Morandi, Mina, Battisti e perfino i Beatles in vetta alle classifiche. Ma scrivendo canzoni, anche le prime, fortunatissime La canzone di Marinella e Bocca di rosa, non ha mai pensato alle cifre di vendita. Non è stato mai capace di tanto. Il suo individualismo anarchico, inguaribilmente solitario, malinconico, un po' esistenzialista di borghese a disagio si è sempre preoccupato soprattutto del sociale, del politico, in poche parole più degli altri che di se stesso. Ecco il punto. Fabrizio De André moralista? In certo modo sì, un moralista civile, pubblico, che ha vissuto da solo, ma insieme a noi, i cambiamenti degli ultimi trent'anni fino all'involuzione dei rapporti, alla perdita dell'utopia e all'attuale prevalenza delle 'leggi del branco'. Sempre fuori dal coro, nella sua solitudine di non integrato, De André ci ha parlato anzitutto di libertà, ci ha invitato a pensare con la nostra testa rifiutando dogmi, parole d'ordine e slogan da combattimento.

Per descrivere le sue reazioni nel tempo, ha scelto un linguaggio da non allineato, di borghese antiborghese che non rifiuta la cultura di appartenenza, ma s'inventa un proprio stile disarticolato che, partendo dal primo maestro Georges Brassens, cita i poeti maledetti incontrati solo in fretta al liceo, i trasgressivi Cecco Angiolieri e Francois Villon, a suon di gighe, giave, ballate, madrigali e metafore narrative da falsi poemi cavallereschi. La verità è un'altra e non è sempre scritta sui libri di scuola. La guerra di Piero è un inno contro la guerra, ma non per la pace, dove vince la natura. Si traveste da cantastorie epico e, con la mediazione buffonesca di Paolo Villaggio, traccia la dissacrante e ironica storia di Carlo Martello.

Preferisce occuparsi di prostitute, magnaccia, suicidi, drogati e perdenti perché, senza eccessi populistici, secondo lui meglio rappresentano la realtà che viviamo. Meglio certo degli arroganti vincenti. Ecco perciò un bel campionario umano di 'perle recuperate dalla spazzatura', da Via del Campo e Bocca di rosa a Princesa e Khorakhanè (a forza di essere vento), che affronta il tema dei nomadismo Rom, ma potrebbe estendersi all'esodo migrante di oggi con tutti i suoi problemi.

Fin dall'inizio Fabrizio contamina i generi, come si dice oggi, passando dall'alto al basso e fregandosene dell'unità di stile. Lo stile lo fa lui, con la sua voce ammaliatrice senza retorica e gli arrangiamenti di musica dosati per creare ogni volta il clima adatto a smuovere le reazioni dell'ascoltatore. Non importa chi collabora con lui, Francesco De Gregori, Massimo Bubola o Ivano Fossati per i testi, i fratelli Reverberi, Nicola Piovani, Mauro Pagani o Piero Milesi per i suoni. De André si confronta con loro, discute, ci litiga, ma poi avoca a sè la responsabilità della scelta e piazza la sua denuncia o il suo tocco d'invenzione.
Col passare del tempo, i buoni libri passano più intensamente da casa sua, diventano fonte d'ispirazione, ma evita come la peste gli sfoggi elevati e inaccessibili dell'intellettuale borghese. De André riscrive la religione cattolica con umiltà e senza spocchia dissacratoria, ispirandosi ai vangeli apocrifi con La buona novella, dove Gesù e Maria sono laicamente più umani che divini. Non può evitare l'America stimolante degli anni Sessanta-Settanta, ma reinventa l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters a modo suo, trasportando i personaggi nella nostra realtà. Come aveva già fatto riscrivendo con mano sua Georges Brassens, Leonard Cohen o, a quattro mani con De Gregori, l'immancabile Bob Dylan. E come azzarda in Hotel Supramonte o in Fiume Sand Creek, dove i pastori-rapitori sardi si confondono cogli indiani Sioux. Non esita a passare al dialetto genovese di Creuza de mà, quasi pasolinianamente e prima che la 'world' diventi merce e moda, per un bisogno intimo di riappropriazione culturale, oltre che sonoro-espressivo da bahiano dei caruggi genovesi.

Negli ultimi due album Le nuvole e Anime salve, c'è forse l'insegnamento più attuale di Fabrizio De André, uomo ormai colto di buone letture e saggio disincantato, uomo di fine millennio senza più utopie come tutti, ma con ancora salda una responsabilità civile che è sempre più l'imperativo etico. Confessa di volersi estraniare il più possibile da ogni coinvolgimento emotivo o di schieramento, per portare una testimonianza libera.

 

Il suono di una vita - De André
di Andrea Silenzi

Dai banchi di scuola agli esordi musicali con un gruppo jazz di cui faceva parte anche un sassofonista di nome Luigi Tenco. La passione per la musica maturata nelle serata trascorse con gli amici genovesi, Gino Paoli, Remo Borzini e Paolo Villaggio. Il primo 45 giri del 1958, "Nuvole barocche", il successo di "La canzone di Marinella", interpretata sette anni più tardi da Mina e i primi album a tema. Fino ai trionfi della maturità, "Creuza de mä" e "Le nuvole"

Per De André, le domande sul futuro sono sempre state un'inutile esercizio. Quando ha chiuso l'ultima pagina del suo libro, non sapeva ancora cosa avrebbe fatto da grande. Genovese, classe 1940, Fabrizio De André scopre a sedici anni la sua vocazione di musicista. Dopo la maturità si iscrive all'università, ma le sue scelte confermano la scarsa propensione agli studi: frequenta inizialmente medicina, poi passa a lettere, infine approda a giurisprudenza. Non si laurea, compra una chitarra e un amplificatore e si mette a suonare jazz con un gruppo di cui fa parte anche un sassofonista che qualche anno più tardi si farà un nome come cantante e autore: Luigi Tenco. Le sue giornate trascorrono dunque tra poco studio, tanta musica e serate in compagnia di Tenco, Gino Paoli, del poeta Remo Borzini e dell'allora giovane e sconosciuto Paolo Villaggio. Nel 1958 esce il primo disco, un 45 giri dal titolo Nuvole barocche, ma il successo e la notorietà sono rimandati di qualche anno. Anche perché poco dopo De André si sposa con Enrica Rignon, detta Puni, e diventa subito padre: il 29 dicembre del 1962 nasce Cristiano; Fabrizio ha solo ventidue anni, una famiglia, un hobby che non gli dà ancora da vivere e un lavoro poco amato nell'istituto scolastico del padre. La svolta nella carriera di De André avviene nel 1965, quando Mina interpreta una sua composizione, La canzone di Marinella, che diventa immediatamente un best seller e che lo impone all'attenzione generale come autore più che come cantante. Ci vuole però ancora un anno perché il suo album d'esordio veda la luce: si chiama Tutto Fabrizio De André e contiene i migliori brani scritti fino a quel momento; il 33 giri è seguito nel 1967 da Fabrizio De André Volume I. È questa la stagione più prolifica della sua carriera; escono infatti a breve distanza uno dall'altro gli LP più amati della prima fase della sua vita artistica, Tutti morimmo a stento, Fabrizio De André Volume II (1968), La buona novella (1970), Non al denaro, né all'amore, né al cielo (1971). Le composizioni del cantautore genovese diventano dei classici: un pubblico formato soprattutto da giovani, da sognatori, da poeti in erba, da studenti lo elegge a suo profeta. E si aspetta di vederlo suonare in concerto, ma le attese rimangono deluse. De André infatti per anni rifiuta il faccia a faccia umano che il contatto col pubblico comporta. A tal proposito nel 1974 dichiarò: "Non faccio spettacoli perché non sono un uomo di spettacolo, perché non considero lo spettacolo un mestiere adatto a me e io desidero innanzitutto non vergognarmi mai di quello che faccio. E poi credo che piacere o non piacere al pubblico non sia una questione di muscoli facciali. Per quanto riguarda i miei dischi, essi vengono immessi sul mercato come i formaggini, con la differenza che i formaggini non è che prima li assaggi e poi, se ti piacciono, li compri; i miei dischi uno li può ascoltare liberamente e poi decidere se è il caso di portarseli a casa o meno". In quegli anni escono Storia di un impiegato (1973), Canzoni (1974) e Fabrizio De André Volume VIII (1975). All'improvviso la svolta: l'artista decide di affrontare finalmente una platea ed esordisce dal vivo nel locale simbolo della Versilia, La Bussola. "Alla mia carriera mancava una cosa: una verifica diretta con il pubblico, così ho voluto provare. E' stato un grosso rischio, ma dovevo decidermi ad affrontarlo" ammette nel marzo del 1975. Chi era presente all'esordio, quel 18 marzo, ricorda un De André così teso e nervoso da nascondersi nel camerino e rifiutarsi di uscire, convinto solo dalle minacce affettuose dell'amico regista Marco Ferreri. Invece va tutto bene; il cantautore, accompagnato da alcuni componenti dei New Trolls e altri amici genovesi, riscuote un grosso successo. Esplodono però le polemiche per i compensi ricevuti, si parla di trecento milioni per cento serate, una cifra oggi più che normale, ma all'epoca eclatante, e De André si lascia sfuggire che il suo desiderio, una volta incassato l'assegno, è quello di comprarsi un'isoletta delle Maldive dove avrebbe intenzione di rifugiarsi, lontano dal caos e dalla mondanità: "Ho sempre sognato, sin da ragazzo, di avere un luogo tutto per me, e che c'è di meglio di un'isola sperduta senza telefono, rumore, lontana diecimila chilometri dall'Italia, per starmene tranquillo?" Le Maldive resteranno un sogno, mentre diventa realtà l'acquisto di una azienda agricola nelle vicinanze di Tempio Pausania, in Sardegna. In questa nuova impresa lo accompagna Dori Ghezzi, la cantante milanese alla quale, dopo la separazione dalla moglie, De André si lega sentimentalmente e che nel 1977 gli dà una figlia, Luisa Vittoria, detta Luvi. Escono nel frattempo gli album Rimini (1978) e In concerto con la Premiata Forneria Marconi (1980), resoconto della lunga e fortunata tournée che Fabrizio intraprende nel 1979 insieme alla rock band. Il 28 agosto del 1979 Dori Ghezzi e Fabrizio De André vengono sequestrati, proprio nella loro nuova dimora sarda. Rimangono prigionieri dell'anonima per quattro mesi, durante i quali vivono esperienze traumatiche, incatenati a un albero, nascosti sotto teli di plastica. I ricordi di quella drammatica prigionia sono molto nitidi: "I primi giorni non ci facevano togliere la maschera neppure per mangiare, e così ci tagliavano il cibo a pezzettini e ci imboccavano. È stata un'esperienza tremenda che tuttavia ha lasciato anche segni positivi, come la riscoperta di certi affetti nascosti. Nei confronti di mio fratello Mauro, ad esempio. È stato lui a trattare coi rapitori e non dimenticherò mai il nostro abbraccio appena tornati a casa". Ma il sequestro non cancella l'amore per la sua terra di adozione. "No, anche perché quelli del Gallurese, dove stiamo noi, sono molto più continentalizzati del resto dei sardi. Quelli che ci hanno rapito invece venivano dal centro della Sardegna, da quell'isola che si chiama Barbagia dove si continua a credere che il privilegio sia togliere qualcosa agli altri, per esempio la libertà. Dove si tramanda di padre in figlio un'abitudine vecchia di duemila anni, come quella di sequestrare animali o persone. E dove non cambierà niente fino a che non ci faranno un'autostrada che li collegherà col resto del mondo". Eppure non c'è rancore, nelle parole di De André. "I rapitori erano gentilissimi, quasi materni. Sia io che Dori avevamo un angelo custode a testa che ci curava, ci raccontava le barzellette. Ricordo che uno di loro una sera aveva bevuto un po' di grappa di troppo e si lasciò andare fino a dirci che non godeva certo della nostra situazione. Anzi, arrivò a sostenere che gli dispiaceva soprattutto per Dori". Dopo un periodo di riposo, il cantante genovese torna all'attività con un album, Fabrizio De André (1981), che contiene un brano, Hotel Supramonte, in cui rievoca i traumi e le incertezze di quel dramma vissuto in prima persona. Nel 1984 esce il suo capolavoro Creuza de mä:. L'LP gli vale premi e riconoscimenti a non finire e viene presentato al pubblico nel corso di una memorabile tournée con lo stesso Pagani e il figlio Cristiano, che ha intanto intrapreso la sua attività come solista. Da un successivo viaggio in Grecia, sempre in compagnia di Mauro Pagani, scaturisce l'idea di un nuovo disco di suoni marini e mediterranei, ma non se ne fa nulla, perché "questo lavoro rischiava di trasformarsi in un serial, mentre io sentivo l'esigenza assoluta, impellente, di ritornare a quelle valenze sociali che avevo un pochino abbandonato; così, d'accordo con Pagani, ho deciso di mettere una pietra sopra alle ricerche etnico-musicali in terra greca: ci siamo detti che, in fin dei conti, quella era stata una bellissima vacanza". Il 7 dicembre del 1989 De André sposa, dopo quindici anni di convivenza, Dori Ghezzi. Sei anni di silenzio, poi, nel 1990, esce Le nuvole, una nuova pietra miliare nella produzione di De André. Ispirandosi all'omonima commedia di Aristofane, il cantautore mette alla berlina gli uomini di potere del nostro tempo. A sette anni di distanza dal suo ultimo tour, De André torna nel 1991 a calcare i palcoscenici italiani con rinnovato, costante successo, e da questa serie di spettacoli viene tratto l'LP dal vivo Fabrizio De André 1991 - Concerti. Alla fine dello stesso anno il giornalista Cesare Romana gli dedica un libro, Amico fragile, scritto con la sua fattiva collaborazione, che rievoca non solo gli anni fortunati della carriera musicale, ma anche i giorni lontani e i ricordi sbiaditi della giovinezza. "È un po' la storia della mia vita da quando, durante la guerra, la mia famiglia era rifugiata nelle campagne di Asti e mio padre, alla macchia, era ricercato dai fascisti. Passando attraverso l'infanzia, l'adolescenza, la scoperta del sesso, dell'amore, della musica, della politica e dei suoi spassosi e qualche volta tragici equilibrismi. Il titolo è anche quello di una delle mie canzoni nelle quali mi riconosco di più". Nel 1996 pubblica Anime salve, scritto a quattro mani con Ivano Fossati: la critica, ancora una volta, lo saluta come un capolavoro. Nel 1997 viene pubblicato Mi innamoravo di tutto, raccolta di vecchi brani scelti dall'autore fra quelli meno noti dove spiccano la versione originale di Bocca di rosa e La canzone di Marinella cantata in duetto con Mina. Poi il libro si chiude. E Fabrizio non ha ancora deciso cosa farà da grande.

 

Quella travolgente corsa verso il mare delle novità
di Ernesto Assante

Raccontava storie di disprezzati. Aveva la fede misteriosa del laico sensibile alla trascendenza. Amava la musica di chi, come lui, aveva scelto di scrivere e cantare per combattere alienazioni e ipocrisie. E per difendere le "grandi minoranze", gli sterminati eserciti di "anime salve" che il mondo spesso nasconde. Fabrizio De André è morto a 58 anni. E il suo "testamento" non saranno solo parole

Con la scomparsa di Fabrizio De André si chiude un'epoca, una lunghissima e straordinaria stagione della musica italiana, quella della canzone d'autore. No, non stiamo esagerando, perché se c'è qualcuno in Italia che con il suo lavoro ha dato un senso alla definizione di "canzone d'autore", questo è stato Fabrizio De André. Non tanto e non solo perché De André ha saputo creare uno stile personalissimo, che ha influenzato profondamente intere generazioni di musicisti e di cantanti del nostro paese, quanto perché grazie a una straordinaria coerenza De André ha affrontato la propria vicenda artistica senza mai scendere a compromessi con il mercato, le classifiche, le mode, cambiando sempre se stesso e la propria musica in completa libertà. Schivo e silenzioso per natura, De André non è mai stato un personaggio "pubblico" nel pieno senso del termine, ha sempre accuratamente evitato la mondanità, nell'era del trionfo della comunicazione televisiva ha brillato per la sua assenza, persino nel proporsi in concerto è stato parco, limitando i propri tour all'essenziale. Non ha mai fatto la vita della star, anche se questo non gli ha evitato la terribile esperienza del rapimento del '79, evento questo che ha profondamente segnato la sua storia personale. Ma non si è mai isolato, non è mai stato un solitario, anzi ha saputo, a differenza di altri, collaborare spesso e volentieri con altri musicisti e cantautori (Fossati, De Gregori, Bubola, Pagani, la Pfm), si è circondato del suo pubblico, con il quale ha instaurato un rapporto particolarissimo, fatto di fedeltà e passione, e della sua famiglia, Dori, Cristiano e Luvi, con la quale ha fatto musica fino alla fine. Non è mai stato possibile utilizzare le classiche etichette (pop, rock, world) per definire il suo modo di far musica: persino agli esordi, quando le sue canzoni richiamavano in maniera evidente l'arte degli chansonnier francesi, De André riusciva con il suo modo di cantare, con i suoi testi, con la sagacia delle sue prime semplici prove musicali, ad essere altrove, a non lasciarsi incasellare nelle definizioni, nelle stanze dei generi. Di certo è stato un rivoluzionario della canzone, capace prima e meglio di altri di liberare la musica italiana dai pesi della tradizione per affrontare con coraggio il mare delle novità. Allo stesso tempo non ha mai dimenticato la tradizione, ma ha saputo innovarla, recuperarne le parti più vive ed importanti, farla diventare materiale vivo e pulsante. Non è stato mai un beat, non ha mai praticato, nel senso pieno del termine, il rock, eppure gli anni Sessanta nel nostro paese portano il segno delle sue canzoni ancor più delle troppo celebrate "rotonde sul mare". E nel decennio successivo ha travolto con le sue canzoni qualsiasi ovvietà e preconcetto musicale, muovendosi con ineffabile leggerezza in scenari diversi e sempre originalissimi. Non era un poeta ma un cantautore che ha cercato di scoprire quale fosse il rapporto fra musica e poesia, ha scandagliato la straordinaria ricchezza della nostra tradizione popolare, ha saputo integrare nella sua musica le sensazioni, le idee, gli umori della musica internazionale, il folk, il rock, la musica americana e quella francese, senza tradire mai la tradizione del nostro paese. E da ogni cosa che ha conosciuto, da ogni cosa che ha scoperto e imparato, ha ricavato una canzone, qualcosa da dividere con gli altri. Insomma, Fabrizio De André ha scritto canzoni meravigliose e uniche, canzoni in grado di accompagnare la nostra vita e di farcene vivere qualcun'altra. Canzoni grandi e piccoline, che possono stare nel palmo di una mano o nella biblioteca di casa, da conservare con cura o da cantare con una chitarra insieme agli amici. Canzoni scritte dal più colto e popolare dei nostri cantautori. Canzoni da non dimenticare.

 

Portiamolo nelle scuole
di Nicola Piovani

Il ricordo di Nicola Piovani, compositore e autore di grandi colonne sonore, che negli anni Settanta ha più volte collaborato con De André. "A scuola comparvero, quasi clandestini, i primi dischi di Fabrizio. Noi studenti ce li passavamo l'un l'altro, fra la vitale meraviglia di chi fino ad allora era cresciuto con "Tintarella di luna". La proposta di Piovani è chiara: "Ora insegniamo la sua arte partendo dai banchi di scuola

Quando se ne va un poeta la terra piange" dice un proverbio africano. Fabrizio De André era un grande poeta della canzone, cioè un tipo particolare di poeta, un artista che sposa insieme versi e musica praticando un'arte antica e nobile, tutt'altro che minore: l'arte di Georges Brassens, Bob Dylan, Bertolt Brecht, Kurt Weill, John Lennon-Paul McCartney, Hadgidakis, Paolo Conte nonché, fra i tanti altri, Franz Schubert e Hugo Wolf. De André ha fatto scoprire a molti italiani cosa può essere una canzone e quali spazi di ricerca ancora le si possano aprire. Lo ha fatto non in teoria ma in un lungo percorso creativo di quasi quarant'anni, dove disparati contributi si sono incorporati nel viaggio: da Telemann a Vivaldi, da Brassens a Leonard Cohen, dagli evangelisti apocrifi a Edgar Lee Masters, da Giampiero Reverberi a Ivano Fossati e da Gino Marinuzzi a Francesco De Gregori, ma tutti metabolizzati in una poetica personalissima e unica. Ogni sua compo-sizione è scandita da una invenzione metrica rigorosissima, da una musica semplice e quasi mai banale, musica da canzone con identità molto radicale. Una musica che ha sempre tenuto lontano da sé la tentazione di adeguamento mercantile colonialistico. Fabrizio De André ha venduto negli anni fortunatamente molti dischi, ma era anche il contrario di un artista di mercato. Qualche volta le hit parade sono andate da lui, mai lui è andato da loro: era sì un artista molto venduto, però nel senso buono del termine. Ricordo che frequentavo il liceo Mamiani quando comparvero quasi clandestini i primi dischi di Fabrizio (così si chiamava all'inizio). Noi studenti ce li passavamo l'un l'altro, fra la vitale meraviglia di chi fino allora era cresciuto con "L'edera", "Il pericolo numero uno" o "Tintarella di luna". In un panorama di musica leggera caratterizzato da una patetica querelle fra melodici e urlatori: ("conservatori" i primi e "rivoluzionari" i secondi: questo era il livello!). Una di quelle sue magiche ballate cominciava così: "Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi / È troppo impegnato a scaldare la gente d'altri paraggi". Poteva bastare quest'inizio per fulminare ragazzi bisognosi di poesia. De André ha poi sempre mantenuto quella tensione iniziale nel suo lungo cammino d'artista. Ha continuato a fornirci stupori e spiazzamenti fino all'ultimo bellissimo disco Anime salve. Ha sempre provato a restituirci attraverso la poesia musicale il nostro presente, a farci sentire sonorità inedite, a contaminare generi con l'impiego di strumenti popolari che s'intrecciavano alla sonorità fascinosa di dialetti inusuali. Ma De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di De André restano a brillare al sole di oggi come il primo giorno che sono nate. Era un musicista poeta che usava la sua voce incisiva e malinconica per precisare i significati emozionali di quello che aveva scritto, si esponeva ogni tanto in preziosi concerti in teatro, ma era anche un artista che amava starsene da parte: evitava di andare in televisione però non ce lo faceva pesare, cercava di far passare inosservata anche la sua assenza. Sono stato personalmente testimone di questa sua ritrosia verso quei mass media che ha sempre schivato con garbo, anche in anni in cui gli sarebbero stati utilissimi in termini di popolarità e di incassi. Mi auguro che questi nostri tempi, che hanno uno stranissimo e imbarazzante culto dei morti, lo onorino con la serietà che un tale artista merita: non certo cercando incongruamente di dedicargli un auditorium sinfonico, bensì cercando di diffondere con studi approfonditi la sua opera. E rispettandola, evitando che diventi oggetto di scempio consumistico (ci fidiamo molto della saggezza degli eredi). Come? Per esempio provando a impedire che un giorno la bellissima canzone "Il pescatore" diventi il jingle in uno spot di qualche tonno in scatola. Nelle sue poesie Fabrizio De André ha sempre espresso un grande rispetto per le puttane, ma non per le puttanate.

 

La voce dei mari
di Stefano Benni

Ogni volta che usciva un mio libro, dopo pochi giorni arrivava un telegramma di Fabrizio. Poche parole di stima e ringraziamento per ciò che aveva letto. Tengo ancora questi telegrammi, questi gesti di attenzione e vicinanza, non comuni nel nostro ambiente. Li aspettavo, ogni volta, con gioia, come qualcosa che rendeva ancor più prezioso il mio lavoro. E quando usciva un disco di Fabrizio, subito gli telefonavo, o gli scrivevo. E ogni volta gli esprimevo il mio stupore. Lo stupore di come riuscisse ancora a sorprendermi, a tirar fuori dalla sua leggendaria pigrizia qualcosa di unico. Sì, Fabrizio era unico. Lo era nella fatica, nel disagio, nell'inquietudine di creare. Lo era nel cercare sempre una strada propria, faticosa, in mezzo al divismo e alla ben calcolata produzione della musica moderna. Per me è stato un fratello artistico, un modello inimitabile di serietà e ironia.
Credo che le parole di Novecento siano il più bel pezzo di satira scritto in questi anni. E creuza de ma è uno dei dischi che mi hanno fatto più sognare e riflettere sul dono della musica. E' la "musica barata" del poeta Drummond de Andrade, la musica ascoltata per caso in strada, che sposa una complessità tecnica e una passione compositiva da musicista classico. Semplicità e varietà chiuse nel prodigio di una piccola sinfonia. Ci sono dentro i due mari di Fabrizio la poesia e la rabbia, la sua Genova e la Sardegna. Amavamo tutti e due quest'isola e i suoi abitanti, la loro fierezza e la loro difficile storia.
Credo che Fabrizio fosse, da solo, un'intera isola sospesa tra i mari della dolcezza e della rabbia. Un porto di navi e lingue diverse, di marinai e donne misteriose, dove sbarcavano le sonorità di terre lontane e le parole degli chansonnier francesi che tanto amava, un'isola percorsa da burrasche irose e da grandi calme. E dall'isola lui sapeva ascoltare il rumore del mare profondo e delle sue creature, dalle più dolci alle più feroci, dalle più umili alle più grandi, vittime e avventurieri, nani e gorilla, prostitute e fate.
Era anche unico nel suo essere dalla parte di chi soffre e perde, Fabrizio. Un amico generoso del gruppo Lupo e delle sue iniziative di solidarietà. Un artista che non ha mai dimenticato che c'è nella musica un misterioso prezioso, una sfida, una ribellione che non deve arretrare davanti ai tempi e alle mode. Nella sua voce di sciamano suadente sono passate le canzoni politiche più indignate, insieme a versi d'amore, a splendide traduzioni, a versi beffardi, a capolavori in lingue magiche distillate dai dialetti di terre da lui amate e immaginate. La musica di Fabrizio per me è questo: ascoltare a occhi chiusi il rumore del mare, le voci, i dialetti del porto, le grida, la grande varietà delle lingue e dei racconti di viaggio. Le sue canzoni sono un vaccino contro ogni razzismo, hanno il coraggio e la passione di incontrare le diverse culture nel momento in cui cantano e raccontano, non soltanto quando sono piegate dal dolore e dalla necessità.
So che Fabrizio non verrà dimenticato. Vorrei dire a Dori, a Cristiano, ai suoi amici musicisti e a chi lo amava, che la sua lezione non andrà persa, che ogni sua canzone è un dono misterioso che conserveremo. Che non lo celebreremo soltanto, ma continueremo a sentirlo vicino, a occhi chiusi, come una voce che ci chiama dalla spiaggia. Una voce che dice: tieni duro, Stefano. Quelle parole, che mi ha ripetuto ogni volta che ci siamo incontrati, restano nel mio ricordo vicino alle sue canzoni. proverò a ripeterle a chi ne ha bisogno.
Una volta, a un concerto bolognese, uno spettatore entusiasta gridò: "Fabrizio, nudo, nudo. "No" rispose Fabrizio al microfono. "Se mi vedete nudo non posso più essere un mito". In quella risposta, c'era tutta la divertita fierezza di Fabrizio. Diventerà senz'altro un mito, ma non da magliette e poster, conventicole depresse e celebrazioni televisive. Un mito fertile, che ci spinge a seguire la nostra rabbia, il nostro stupore, a non rinunciare al nostro talento, a seguire la nostra rabbia, il nostro stupore, a non rinunciare al nostro talento, a seguire i maestri migliori. Fabrizio era uno degli ultimi lupi rimasti.
Accettiamo la sua sfida, adesso che non c'è più. E' ancora possibile essere artisti liberi, seri, creativi, senza compromessi e paure. Non c'è complessità, non c'è bufera, non c'è galeone spagnolo, che possa impedirlo. E' stato un bel viaggio, Fabrizio. Stasera, in riva al mare di Oristano, i pescatori sardi mi hanno detto che banchetteranno e canteranno in tuo onore. So che ti farà piacere. Arrivederci, amico Fabrizio, capitano dei due mari.

 

Sulla cattiva strada
di Doriano Fasoli

Le sue canzoni ci facevano sentire apparentati all'umanità derelitta che usciva dalla sua penna riscattati dalla voglia di rompere i legacci di una società che pareva soffocare
Stava prendendo appunti, Fabrizio De André, per un nuovo album. Chissà quando sarebbe apparso. "E' l'unica maschera che in fondo so indossare, quella del cantautore", mi disse l'estate scorsa, quando c'incontrammo a Viterbo, nel corso delle prove che precedettero di qualche giorno il suo concerto romano. Decidemmo allora che era tempo di rimetter mano al "nostro" libro, La cattiva strada. Stabilimmo di vederci in autunno, a Milano o in Sardegna. "Intanto pensa al titolo". Più curioso, meno stanco, meno ubriaco di voi - suggerii io. E lui: "no, sa troppo di autoincensamento. Trovane un altro". Passaggi di tempo? "Sì, d'accordo, questo suona meglio".
Negli anni Sessanta il mondo delle canzoni "altre" aveva conquistato un pubblico fatto di intellettuali e studenti: un pubblico che, al pari di quelle canzoni, si voleva diverso; tanto da confonderli, cantautori e fruitori, in un solo universo vagamente esoterico. Chi, per ragioni anche soltanto anagrafiche, si fosse trovato fuori di questo ambiente avrebbe rischiato di mancare del tutto l'incontro con le voci "diverse".
Le vere rose
Ancora a metà degli anni '60 il recinto Scuola-Famiglia era impermeabile alla contaminazione di testi che non fossero in linea con le direttive del Ministero o del Buon Senso Comune: e le parole provocatoriamente poetiche di un De André faticavano a ottenere l'ascolto di orecchie adolescenti, ingabbiate dentro una tela di melodie rassicuranti o soporifere o svegliate dalle rituali aggressioni dell'autoritarismo parentale. Quando il caso o la predisposizione riuscivano a fare breccia nelle singole prigioni, allora poteva avvenire che i personaggi di questo nuovo mondo cantato acquistassero una forza tale da promuovere aperture a volte definitive.
De André in particolare: ci si sentiva apparentati all'umanità derelitta che usciva dalla sua penna; legittimati e insieme riscattati dalla voglia di rompere i legacci di una società che pareva soffocare. De André ci appariva scorporato dallo scemenzaio edulcorato (già allora così strabordante) dell'universo radio-tele-discografico: custode di un'isola intelligente, ove non fosse necessario, per sopravvivere, di sbellicarsi nel trionfalismo consumistico. Nelle sue canzoni quando si diceva di rose erano rose davvero, con tutte le conseguenze che implica il loro esserlo; e maggio era un mese senza smancerie; e la vita vita, la morte morte ("Paura della morte ce l'abbiamo naturalmente tutti. Per evitarla bisognerebbe non pensarci, ma è assolutamente impossibile evitare di farlo. A un certo punto ci si comincia a pensare. Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà probabilmente che sono prossimo a morire. Per adesso non mi sfiora il pensiero. Mi sento abbastanza abile, sano, ho molte cose di cui occuparmi e tutto sommato riesco ancora a divertirmi"). In sostanza, dicevamo, si trattava di una singolare iniziazione laica in grado di suscitare, negli anni a venire, altri interessi e altre ricerche, musicali e non, "ascolti" differenti della realtà.
Tra onde e passioni
Avendo sempre fuggito una maniacale attualità, De André si trovava oggi a esprimere (quasi solitario) una crudezza di tematiche e di argomenti che toccano l'intimo di molte aberrazioni, la parte più profonda, affettiva, delle degenerazioni. Nelle sue storie apparentemente senza tempo, tra fiorite e però "essenziali" metafore, si possono cogliere le inquietudini di almeno un paio di generazioni. Il paesaggio, il dolore, la voluttà, la morte, la solitudine...; e insieme il piacere commosso dell'attimo che si manifesta in un'onda che si frange, in una bella passante che ci sfiora, in una barca all'orizzonte, in un pescatore assopito.
Nel canto, nello sviluppo della sua ricerca e della sua poesia De André ha continuato a darci la sensazione di non prendersi troppo sul serio, di saper ironizzare su se stesso, che forse il migliore dei modi per esprimere tutto l'impegno ("Io sono stato educato in una maniera per cui ho sempre pensato di dover essere socialmente utile per contare qualcosa, soprattutto di fronte a me stesso. Non per demagogia o per poter dire 'io sono socialmente utile' ma proprio per soddisfare delle mie esigenze private. In tutti i miei lavori mi sembra che l'impegno sociale ci sia sempre. Può anche risultare maldestro, certe volte moralistico e quindi forse diventa addirittura bieco, però sempre fatto, penso, con estrema coerenza rispetto alle mie capacità espressive e sempre coll'intento di rendermi utile alla collettività. Questo sicuramente sì e non sarebbe mica male se ognuno di noi si sforzasse di esserlo almeno un po'").
Omaggio di un poeta
Mario Luzi, uno dei maggiori poeti del Novecento, incontrato di recente a Firenze, mi ha ribadito il suo entusiasmo per l'opera di De André che egli ha recentemente (ri)scoperto: "Non conoscevo Fabrizio De André, o, più precisamente, non avevo mai seguito la coerenza del suo lavoro. Quando mi è stata chiesta l'introduzione - sotto forma di lettera aperta - a una raccolta di saggi su di lui (pubblicata poco tempo fa), mi sono fatto mandare tutti i suoi album, li ho ascoltati con attenzione e posso dire che De André mi piace molto, perché è veramente lo chansonnier per eccellenza. Cioè un artista che si realizza proprio nell'intertestualità tra testo letterario e testo musicale.
Mi sono dunque reso conto che era una lacuna che io non lo conoscessi, perché ha una storia e perché morde davvero. Spero anche di avere presto l'occasione d'incontrarlo personalmente".

 

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