De
André, quel borghese che scelse l'insofferenza
di Flavio Brighenti
Pur
appartenendo ad una delle famiglie di spicco dell'imprenditorialità
genovese, sin da adolescente Fabrizio De André mostra segni di
insofferenza verso l'ambiente della borghesia genovese che pure frequenta.
Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, senza eccellere,
si iscrive all'università senza mai riuscire a trovare la strada
giusta: passa da Medicina a Lettere e infine a Giurisprudenza, forse nel
tentativo di emulare le imprese del fratello maggiore Mauro, che presto
si affermerà come avvocato. Alla laurea non arriva mai. Perché
allo studio di codici e codicilli del diritto antepone altre letture,
divorando i classici della letteratura russa e francese, e poi i pensatori
anarchici: Bakunin, Malatesta, Stirner. E perché, soprattutto,
si accorge che la musica, cacciata dalla finestra quando da adolescente
volevano imporgli di studiare il violino, sta rientrando dall'uscio di
casa sotto forma d'una chitarra con la quale comincia a raccontare le
sue storie e i suoi personaggi nient'affatto convenzionali. Sono emarginati,
perdenti, reietti della buona società, puttane, drogati, che De
André 'nobilita' sempre con il filtro della pietà mentre
a sbirri, giudici e preti non risparmia gli strali del sarcasmo corrosivo.
Nel
suo apprendistato alla musica, sul versante del jazz, incrocia spesso
Luigi Tenco che si unisce al suo gruppo suonando il sax tenore. Poi passa
in una formazione amatoriale di country and western, decidendosi infine
a definire un proprio stile di cantautore scabro, crudo e pungente, d'ispirazione
transalpina - i suoi maestri dichiarati sono Brassens e Brel - colpendo
immediatamente per l'assoluta personalità delle liriche e per i
suoi toni vocali gravi, melodicissimi. La prima occasione professionale
arriva con il 45 giri Nuvole barocche, inciso nel 1958: ma il pezzo, scritto
da altri, passa inosservato. Intanto, all'età di 22 anni, Fabrizio
sposa Enrica Rignon, Puny per gli amici, e a meno di 23 è già
padre di Cristiano.
Il
brano che gli cambia la vita è La canzone di Marinella che, interpretata
da Mina nel 1965, diventa subito un hit. Il debutto come cantautore avviene
tre anni più tardi con l'album Fabrizio De André vol. I:
già contiene brani destinati a divenire dei classici, come Bocca
di rosa e Via del Campo e, tra le altre, Preghiera in gennaio, scritta
di getto poche ore dopo la morte di Tenco e a lui dedicata (ma Fabrizio
lo confesserà solo molti anni più tardi), due cover di Brassens
e l'irriverente Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers scritta
con Paolo Villaggio, il suo migliore amico degli anni giovanili. Il '69
è l'anno della consacrazione del Gotha della canzone d'autore:
a ruota escono Tutti morimmo a stento e Fabrizio De André vol.II
che balza al primo posto delle classifiche di vendita. Insieme a Marinella,
vi figurano altri inni epocali: La guerra di Piero, Il testamento, La
ballata dell'eroe e altre due riletture di Brassens, tra cui la superlativa
Il gorilla.
L'album
successivo, Non al denaro né all'amore né al cielo, liberamente
ispirato dall'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, lo scrive
insieme a Giuseppe Bentivoglio (liriche) e Nicola Piovani (musiche), mentre
Fernanda Pivano gli dedica una preziosa prefazione. Con gli stessi collaboratori,
De André realizza nel 1973 il suo disco più apertamente
politicizzato, Storia di un impiegato, dove racconta l'odissea di un travet
che, infervorato dal maggio francese, sogna di abbattere il sistema con
esiti viceversa autodistruttivi. Sulla strada del rinnovamento e del confronto,
che lo porterà a svariate collaborazioni eccellenti nella sua carriera,
Fabrizio incontra Francesco De Gregori nel successivo Canzoni, dove traduce
ancora l'amato Brassens ma anche Leonard Cohen e Bob Dylan. Il sodalizio
con il cantautore romano si cementerà compiutamente in Volume VIII,
pubblicato nel 1975. Nello stesso anno Fabrizio, da sempre refrattario
ad apparire sul palco, di cui ha il timor panico, effettua il suo primo
tour (a 35 anni) partendo dalla più impensabile delle sedi, la
Bussola di Sergio Bernardini.
"Da
allora, per anni, non riuscii a salire sul palco se prima non avevo ingoiato
un litro di whisky, per darmi coraggio", confesserà. Nel '77
diventa padre per la seconda volta: la bimba, cui viene imposto il nome
di Luisa Vittoria, figlia della sua nuova compagna, la cantante Dori Ghezzi.
Nell'anno successivo pubblica Rimini. Fa seguito un lungo tour con la
Premiata Forneria Marconi, che riaggiorna in chiave rock il suo repertorio.
Il giro di date incontra i favori del grande pubblico e finirà
in un doppio album dal vivo, il primo in Italia realizzato da un cantautore
insieme ad una rockband.
In
quello stesso anno De André acquista un'azienda agricola a L'Agnata,
a trenta chilometri da Tempio Pausania, in Sardegna. Ed lì che,
il 28 agosto del 1979, viene sequestrato insieme a Dori. Nascosti tra
le montagne sarde, incappucciati o incatenati a un albero, resteranno
prigionieri per quattro mesi. Pure Fabrizio troverà, con il tempo,
anche la forza di perdonare i suoi sequestratori (non i mandanti), dedicando
alla traumatica esperienza una canzone cruda e dolente come Hotel Supramonte,
che compare nell'album pubblicato nel 1981, Fabrizio De André,
scritto ancora in coppia con Bubola: un disco dove l'autore costruisce
un possibile parallelismo tra la cultura degli indiani d'America e quella
autoctona del popolo sardo.
Tre
anni più tardi, nel 1984, esce Creuza de mà, un album destinato
alla storia: realizzato insieme a Mauro Pagani, è un viaggio appassionato
nella musica mediterranea dove gli strumenti della tradizione nordafricana,
greca, occitana, convivono con quelli elettrici in un universo poetico
di rara intensità. Il disco, interamente cantato in genovese, segna
una pietra miliare per l'allora nascente world music. Nell'album successivo,
Le nuvole, De André si ispira strategicamente ad Aristofane. E
in un brano, l'apocalittico La domenica delle salme, esprime il pericolo
della Normalizzazione d'una società senza più rabbia e ideali.
L'ultimo disco inedito l'intenso Anime salve, interamente concepito "a
due teste e quattro mani", come amava raccontare, con il collega
(e amico) genovese Ivano Fossati. Seguono un doppio live e l'antologia
Mi innamoravo di tutto, mentre, due anni fa, De André esordisce
come scrittore in coppia con Alessandro Gennari: il romanzo si intitola
Un destino ridicolo e contiene molti spunti autobiografici, rivelando
il retroterra culturale di Fabrizio nella Genova degli anni Sessanta.
Il racconto era destinato a diventare un film, con la regia di Claudio
Bonivento e la supervisione dello stesso cantautore. Il destino gli ha
negato quest'ultima soddisfazione artistica.
"De
Andrè, amico perduto"
-In cinque mila per l'addio di Genova al suo poeta"
di Gino Castaldo
(la Repubblica del 17/01/99)
Il
dolore continua, alimentato dal grigio freddo della città, risuona
nella folla che vuole riempire il Carlo Felice (cinquemila persone: almeno
in duemila rimangono fuori a guardare gli schermi che riportano quello
che avviene all'interno) dilaga nelle parole delle canzoni lette da Elisabetta
Pozzi e Mario Sciaccaluga, ed esplode nelle superbe note dell'Eroica,
eseguite dall'Orchestra del teatro diretta da Martin Turnovski.
Ma nessuna celebrazione è più potente delle parole di Fernanda
Pivano che trabocca semplicità, un umano inestinguibile dolore
per l'amico perduto, che poco prima dell'inizio ci aveva confessato in
lacrime "Perché non me, che sono vecchia e malata, perché
proprio lui che poteva ancora regalarci tanta bellezza. Avrei dato tutto
perché toccasse a me al suo posto". Parole terribili che forse
solo una madre potrebbe pronunciare per il proprio figlio.
Tocca a lei aprire questo ricordo, qui hanno voluto essere presenti Dori
Ghezzi e i figli Cristiano e Luvi, accolti da un interminabile applauso,
oltre a Beppe Grillo, il sindaco e varie istituzioni cittadine. Genova,
che qualcuno ha definito fredda è tutta lì a piangere il
suo figlio prediletto, e lo stravagante interno del teatro, concepito
con balconi e lampioni come fosse una piazza, esalta questa sensazione
di presenza simbolica di tutta la città. La Pivano quasi non riesce
a parlare, balbetta il suo grido di dolore "Non è vero, lui
vivrà per sempre: nello spazio profumato della poesia!". Poi
ricorda alcuni momenti della sua amicizia con De Andrè. La prima
volta che ascoltò un suo pezzo fu mentre accompagnava Hemingway
che partiva per Cuba. Da un chiosco sentì La guerra di Piero e
ne rimase folgorata. Tentò di inserirla nell'antologia sulla pace
che stava curando per Feltrinelli, ma nessuno della casa discografica
le rispose. Solo dopo seppe che Fabrizio non aveva mai saputo nulla. Si
conobbero qualche anno dopo, quando De Andrè decise di realizzare
un disco liberamente tratto dall'antologia di Spoon River di Edgar Lee
Masters, pubblicato poi col titolo di Non al denaro non all'amore né
al cielo.
"Lui in realtà l'aveva capito meglio di me. Mi ha insegnato
un sacco di cose che io non sapevo" ha raccontato la Pivano "ma
io volevo che me le cantasse, invece lui diceva sempre di no, perché
non aveva la chitarra. Poi ho scoperto che l'aveva lasciata fuori della
porta perché aveva paura di disturbarmi".
Ogni tanto torna la commozione "Ci intendevamo perché tutti
e due pensavamo che dovremmo riuscire a fermare le guerre ed il conformismo.
Gli uomini non sono cattivi, ma devono credere nella vita". Il pubblico
è totalmente avvinto, commosso da questa grande signora che ha
vissuto tutta la sua vita dell'amore, della bellezza e della poesia. E
poi ascolta con rispetto i due attori che leggono alcune canzoni scelte
dall'immenso canzoniere di De Andrè. Molte sono proprio quelle
tratte da Spoon River, e poi Il canto del servo pastore, Anime Salve,
e altre ancora. Gli Applausi sono ogni volta un tributo speciale, i più
intensi sono stati per Il testamento di Tito e Preghiera in gennaio che
De Andrè scrisse in memoria del suo amico Luigi Tenco, che oggi
suona inevitabilmente diversa, come avvolta di tristi presagi. Tutte queste
canzoni ci ricordano che la forza di De Andrè era quella d'intendere
il suo lavoro come un modo di conoscersi e di conoscere il mondo. Ogni
verso rimbomba nel teatro come un distillato di coscienza, creato per
comunicare attraverso il più semplice e meraviglioso dei modi:
una canzone.
Il pubblico applaude per minuti e minuti, guarda nella direzione di Dori,
Cristiano e Luvi, forse inviando mentalmente una parola di conforto, ma
tutti rispettano il dolore, e nessuno fa pressione intorno a loro. C'è
solo la voglia di onorare un maestro.
"Insieme
a tirar al fune dei poeti"
di Massimo Bubola
la Repubblica del 13/01/99
Vicino
a Porto Pozzo in costa Smeralda c'era una piccola spiaggia deserta, quasi
una laguna. Insieme ad alcuni amici di Fabrizio di Tempio Pausania eravamo
stati invitati a passare una giornata di festa. Verso sera ci chiesero
di tirar una grande rete verso riva. Ci disponemmo una decina di uomini
per parte, aggrappati a due corde a tirare questo enorme arco sul mare,
un gruppo verso l'altro.
In questa specie di grande tiro alla fune pesante e lentissimo, Fabrizio
che era dietro di me cominciò a parlarmi del senso magico e religioso
della pesca - "Guarda, sembriamo gli apostoli sul lago di Tiberiade!"
- e della metafora della poesia come l'attesa di una pesca miracolosa.
"Si gettano le reti il più aperte possibili su un punto profondo
del tuo cuore dove arrivano segrete correnti. Dopo un po' devi tirare
e ritirare con fatica e dispendio. Non puoi sapere finché il cerchio
non s'è chiuso, finché l'acqua non ribolle, stretta di brividi
di schiuma, cosa verrà a galla. su mille piccole nuove parole dai
riflessi d'argento o un grande unico pesce con in bocca una moneta d'oro.
E devi imparare nel mezzo a distinguere veloce, prima del tatto, i pesci
velenosi che pungono, magari dentro una massa maleodorante e oscura di
alghe senza senso".
Era il 25 di aprile di un anno verso la fine degli anni ottanta. Tornavo
in Sardegna da Fabrizio alla fattoria dell'Agnata per la scrittura di
"Don Raffaé". Fabrizio s'era alzato per farmi vedere
fuori l'orgoglio di un piccolo faggio canadese da poco arrivato e piantato
in evidenza sul prato illuminato. Eppoi a seguire sui dogi di Genova e
di Venezia. Il pollaio e la carenza di calcio nel terreno. Quanto di Machado
c'era in Lorca e di Yeats dentro Dylan Thomas e di profeti biblici in
Cohen e di tutto questo in Bob Dylan. Avevamo discusso del campionato
del Genoa, del Verona e dell'Inter. Del nuovo toro limusino che aveva
acquistato. Dei Fenici in Sardegna e del progetto del laghetto da creare
bloccando il ruscello più a valle. Era così venuta mattina
e con Fabrizio salimmo in perlustrazione su verso le stalle. Trovammo
una mucca in crisi di parto, probabilmente il vitellino era messo in posizione
contraria e non riusciva ad uscire creando sofferenza a sé e alla
madre. Non si trovava un veterinario in tutta la zona. Così Fabrizio
andò sulla sua libreria a prendere uno dei libri "utili"
e cominciò a consultare le pagine in cui si descrivevano e illustravano
schematicamente tutte le possibilità di posizione dei vitelli nei
parti difficili e delle tecniche per estrarli. Con mio grande terrore
gli chiesi che intenzioni avesse e lui molto tranquillamente mi rispose
"Provare a farlo nascere!". Dopo qualche secondo la sua semplice
domanda ("Te la senti di darmi una mano?") mi spiegò
che non avevamo alternative. Tornammo su alle stalle con una lunga corda
piatta da serranda. Riuscimmo ad estrarlo tirando con calma e con forza
verso l'alto. Poi tornammo a casa a preparare un "colostro"
artificiale, che seppi era il primo latte e serviva per disinfettare lo
stomaco del vitello appena nato Il vitello e la madre si salvarono. Mi
rendo conto che può sembrare un episodio da pubblicità di
qualche amaro nazionale, ma quel subitaneo cambiamento da ore e ore di
analisi e speculazioni rilassate, a un'ora di pratica d'emergenza mi colpirono
profondamente e mi offrirono un'importante chiave di lettura per comprendere
meglio Fabrizio e l'idea della poesia popolare come di un'astrazione profondamente
concreta e di una velocità meravigliosamente lenta.
La Ballata di Fabrizio
di Michele Serra
Aveva
un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi
lividi dell'alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima
voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata
negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore
dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano,
ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano.
"Ma
come, non conosci Fabrizio?". Era il compagno di banco, lo stesso
che ti aveva fatto leggere Masters o Majakowski, a imprestarti i suoi
dischi. Erano canzoni sconosciute alle hit-parade, alla televisione, alla
radio. Canzoni carsiche, liriche da ricopiare sui fogli di quaderno, melodie
di contrabbando ripetute dalle chitarre scordate degli chansonniers di
liceo. Parlavano di prostitute, di disertori, di guerra, di sesso, di
morte. Le si ascoltava per pomeriggi interi, in quelle cerchie fervide
e infatuate di adolescenti che s'infiammano alle prime poesie, come nell'Attimo
fuggente di Peter Weir.
Noi
ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti,
risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re
sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella
stessa potente, preziosa materia - la percezione che il mondo è
ingiusto e ottuso - che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato
come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole,
la mite e durevole luce dell'arte. E la ferita emotiva che quelle parole,
quelle ballate aprivano nell'animo, corrispondeva all'intuizione che l'arte
e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.
Quell'intuizione,
purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci
si passa poi sopra, crescendo, quando l'attimo fuggente svanisce. Ma malamente,
così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire
che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di
De André (e per li rami a Brel, Brassens, Vian) piuttosto che a
certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato...
Come ci commuoveva, nella Guerra di Piero, la quartina nella quale il
soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: "E se gli sparo
in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il
tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che
muore". Ma quanto poco durò, ahimè, il mito adolescenziale
della diserzione, incalzato dal mito virile della militanza...
Non
che Fabrizio e le sue canzoni fossero, nel raccontare le cose del mondo,
incruente. Il suo pensiero era animoso, duro fino all'acredine nella rappresentazione
del potere, fortemente incline all'invettiva, proprio come i suoi primi
ispiratori, l'antico Villon e il moderno Brassens. E certamente nessuno
dei cantautori italiani ha saputo cantare così civilmente l'odio
per l'inciviltà dei tempi. Anarchicamente, detestava le maggioranze
e la loro capacità di fagocitare i comportamenti, di anestetizzare
i sentimenti. Ma questa lucida cognizione della ferocia dei vincitori,
piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza, accendeva la sua potenza
narrativa, e dilatava la sua naturale dolcezza.
Dalle
puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue
prime ballate, passò agli indiani d'America, agli umili morti di
provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli
anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig,
ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta.
Perfino del suo rapimento, patito insieme alla moglie Dori Ghezzi, seppe
cantare (in Hotel Supramonte) a partire dalla percezione della debolezza
dei suoi aguzzini. Con una sensibilità che qualcuno, grossolanamente,
giudicò ideologica, mentre era, allora come sempre, solo e soltanto
poetica.
Nato
ricco, e da una famiglia importante, fin da ragazzo aveva scelto la Genova
d'angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi. E dei cantautori.
Conoscendolo, era facile intuire che la frattura giovanile con le sue
origini familiari fosse di natura prima esistenziale che politica. La
sua pigrizia (Oblomov era uno dei suoi eroi letterari), l'intelligenza
sorniona, il dispregio per l'efficienza, per l'iperproduttività,
per il mito della "professionalità", lo allontanavano
da ogni responsabilità di censo, e lo spingevano a praticare la
sua arte secondo i tipici umori del dilettante (amateur, dicono i francesi).
Uno dei più autentici, spontanei traditori di classe che si sia
mai visto sotto il sole.
Detestava
la sala d'incisione e ancora più i concerti, ai quali si sottoponeva
come a un'interrogazione scolastica sgradita, e solo dopo essersi circondato
di musicisti d'eccellenza, come per condividere una pena con amici fidati.
Televisione neanche a parlarne, e chissà come potranno organizzare
la celebrazione, sulle varie reti, con le poche reliquie disponibili.
Si
sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, e nel suo
capolavoro (Creuza de ma', in lingua genovese) era finalmente riuscito
ad approdare, insieme a Mauro Pagani, a un mondo sonoro gravido di spazio,
di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del
nostro tempo. Per difendersene viveva sei mesi all' anno in Sardegna,
e gli altri sei confinato all'ultimo piano di un palazzone milanese, in
una casa bella e quasi lunare, a distanza di sicurezza dal traffico e
dalla confusione.
Ha
scritto poco relativamente ai ritmi discografici. Tantissimo in rapporto
alla propria indole. La qualità, rarefatta nel tempo (un disco
ogni lustro, ultimamente), è sempre rimasta altissima, e forse,
cosa rara in ogni genere d'artista, ha raggiunto i suoi vertici proprio
con le ultime opere, il già citato Creuza de ma, Le nuvole e Anime
salve. L'ascolto di quelle ballate, di quei versi, soprattutto di quella
voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci
ha lasciato. È pochissimo se raffrontato al vuoto che resta laddove
fino a ieri si sedeva, ragionava, parlava e cantava questo nostro grande,
meraviglioso fratello maggiore. E tantissimo se pensiamo a quanto lontano
potrà arrivare la sua voce di lunga durata, lenta, veritiera, che
ci darà conforto e vacanza quando non riusciremo più a sopportare
il suono frenetico del tempo.
Che
la sua anima riposi in Supramonte, o in via del Campo, o a Spoon River,
o nel letto del Sand Creek, dovunque una sua canzone abbia restituito
bellezza e dignità agli uomini.
Addio
Fabrizio, poeta anarchico di fine millennio
di Giacomo Pellicciotti
Cosa
ha detto, cosa ci ha voluto dire Fabrizio De André in tutti questi
trent'anni? E cosa continuano a dire, cosa diranno, forse ancora per molto,
i suoi dischi? E' una domanda che ci dobbiamo fare, perché De André
non è mai stato, come altri cantautori di talento o meno, un cacciatore
di successi miliardari o un facile consolatore di cuori solitari. Di tutti
i disomogenei cantautori della scuola genovese, Fabrizio ha trattato sì
di sentimenti, ma senza mai indulgere al sentimentalismo o all'intimismo
più crepuscolare. All'inizio di carriera, per un miracoloso incrocio
di circostanze che ancora fanno riflettere, De André ha sbaragliato
per mesi i Morandi, Mina, Battisti e perfino i Beatles in vetta alle classifiche.
Ma scrivendo canzoni, anche le prime, fortunatissime La canzone di Marinella
e Bocca di rosa, non ha mai pensato alle cifre di vendita. Non è
stato mai capace di tanto. Il suo individualismo anarchico, inguaribilmente
solitario, malinconico, un po' esistenzialista di borghese a disagio si
è sempre preoccupato soprattutto del sociale, del politico, in
poche parole più degli altri che di se stesso. Ecco il punto. Fabrizio
De André moralista? In certo modo sì, un moralista civile,
pubblico, che ha vissuto da solo, ma insieme a noi, i cambiamenti degli
ultimi trent'anni fino all'involuzione dei rapporti, alla perdita dell'utopia
e all'attuale prevalenza delle 'leggi del branco'. Sempre fuori dal coro,
nella sua solitudine di non integrato, De André ci ha parlato anzitutto
di libertà, ci ha invitato a pensare con la nostra testa rifiutando
dogmi, parole d'ordine e slogan da combattimento.
Per
descrivere le sue reazioni nel tempo, ha scelto un linguaggio da non allineato,
di borghese antiborghese che non rifiuta la cultura di appartenenza, ma
s'inventa un proprio stile disarticolato che, partendo dal primo maestro
Georges Brassens, cita i poeti maledetti incontrati solo in fretta al
liceo, i trasgressivi Cecco Angiolieri e Francois Villon, a suon di gighe,
giave, ballate, madrigali e metafore narrative da falsi poemi cavallereschi.
La verità è un'altra e non è sempre scritta sui libri
di scuola. La guerra di Piero è un inno contro la guerra, ma non
per la pace, dove vince la natura. Si traveste da cantastorie epico e,
con la mediazione buffonesca di Paolo Villaggio, traccia la dissacrante
e ironica storia di Carlo Martello.
Preferisce
occuparsi di prostitute, magnaccia, suicidi, drogati e perdenti perché,
senza eccessi populistici, secondo lui meglio rappresentano la realtà
che viviamo. Meglio certo degli arroganti vincenti. Ecco perciò
un bel campionario umano di 'perle recuperate dalla spazzatura', da Via
del Campo e Bocca di rosa a Princesa e Khorakhanè (a forza di essere
vento), che affronta il tema dei nomadismo Rom, ma potrebbe estendersi
all'esodo migrante di oggi con tutti i suoi problemi.
Fin
dall'inizio Fabrizio contamina i generi, come si dice oggi, passando dall'alto
al basso e fregandosene dell'unità di stile. Lo stile lo fa lui,
con la sua voce ammaliatrice senza retorica e gli arrangiamenti di musica
dosati per creare ogni volta il clima adatto a smuovere le reazioni dell'ascoltatore.
Non importa chi collabora con lui, Francesco De Gregori, Massimo Bubola
o Ivano Fossati per i testi, i fratelli Reverberi, Nicola Piovani, Mauro
Pagani o Piero Milesi per i suoni. De André si confronta con loro,
discute, ci litiga, ma poi avoca a sè la responsabilità
della scelta e piazza la sua denuncia o il suo tocco d'invenzione.
Col passare del tempo, i buoni libri passano più intensamente da
casa sua, diventano fonte d'ispirazione, ma evita come la peste gli sfoggi
elevati e inaccessibili dell'intellettuale borghese. De André riscrive
la religione cattolica con umiltà e senza spocchia dissacratoria,
ispirandosi ai vangeli apocrifi con La buona novella, dove Gesù
e Maria sono laicamente più umani che divini. Non può evitare
l'America stimolante degli anni Sessanta-Settanta, ma reinventa l'Antologia
di Spoon River di Edgar Lee Masters a modo suo, trasportando i personaggi
nella nostra realtà. Come aveva già fatto riscrivendo con
mano sua Georges Brassens, Leonard Cohen o, a quattro mani con De Gregori,
l'immancabile Bob Dylan. E come azzarda in Hotel Supramonte o in Fiume
Sand Creek, dove i pastori-rapitori sardi si confondono cogli indiani
Sioux. Non esita a passare al dialetto genovese di Creuza de mà,
quasi pasolinianamente e prima che la 'world' diventi merce e moda, per
un bisogno intimo di riappropriazione culturale, oltre che sonoro-espressivo
da bahiano dei caruggi genovesi.
Negli
ultimi due album Le nuvole e Anime salve, c'è forse l'insegnamento
più attuale di Fabrizio De André, uomo ormai colto di buone
letture e saggio disincantato, uomo di fine millennio senza più
utopie come tutti, ma con ancora salda una responsabilità civile
che è sempre più l'imperativo etico. Confessa di volersi
estraniare il più possibile da ogni coinvolgimento emotivo o di
schieramento, per portare una testimonianza libera.
Il
suono di una vita - De André
di Andrea Silenzi
Dai
banchi di scuola agli esordi musicali con un gruppo jazz di cui faceva
parte anche un sassofonista di nome Luigi Tenco. La passione per la musica
maturata nelle serata trascorse con gli amici genovesi, Gino Paoli, Remo
Borzini e Paolo Villaggio. Il primo 45 giri del 1958, "Nuvole barocche",
il successo di "La canzone di Marinella", interpretata sette
anni più tardi da Mina e i primi album a tema. Fino ai trionfi
della maturità, "Creuza de mä" e "Le nuvole"
Per
De André, le domande sul futuro sono sempre state un'inutile esercizio.
Quando ha chiuso l'ultima pagina del suo libro, non sapeva ancora cosa
avrebbe fatto da grande. Genovese, classe 1940, Fabrizio De André
scopre a sedici anni la sua vocazione di musicista. Dopo la maturità
si iscrive all'università, ma le sue scelte confermano la scarsa
propensione agli studi: frequenta inizialmente medicina, poi passa a lettere,
infine approda a giurisprudenza. Non si laurea, compra una chitarra e
un amplificatore e si mette a suonare jazz con un gruppo di cui fa parte
anche un sassofonista che qualche anno più tardi si farà
un nome come cantante e autore: Luigi Tenco. Le sue giornate trascorrono
dunque tra poco studio, tanta musica e serate in compagnia di Tenco, Gino
Paoli, del poeta Remo Borzini e dell'allora giovane e sconosciuto Paolo
Villaggio. Nel 1958 esce il primo disco, un 45 giri dal titolo Nuvole
barocche, ma il successo e la notorietà sono rimandati di qualche
anno. Anche perché poco dopo De André si sposa con Enrica
Rignon, detta Puni, e diventa subito padre: il 29 dicembre del 1962 nasce
Cristiano; Fabrizio ha solo ventidue anni, una famiglia, un hobby che
non gli dà ancora da vivere e un lavoro poco amato nell'istituto
scolastico del padre. La svolta nella carriera di De André avviene
nel 1965, quando Mina interpreta una sua composizione, La canzone di Marinella,
che diventa immediatamente un best seller e che lo impone all'attenzione
generale come autore più che come cantante. Ci vuole però
ancora un anno perché il suo album d'esordio veda la luce: si chiama
Tutto Fabrizio De André e contiene i migliori brani scritti fino
a quel momento; il 33 giri è seguito nel 1967 da Fabrizio De André
Volume I. È questa la stagione più prolifica della sua carriera;
escono infatti a breve distanza uno dall'altro gli LP più amati
della prima fase della sua vita artistica, Tutti morimmo a stento, Fabrizio
De André Volume II (1968), La buona novella (1970), Non al denaro,
né all'amore, né al cielo (1971). Le composizioni del cantautore
genovese diventano dei classici: un pubblico formato soprattutto da giovani,
da sognatori, da poeti in erba, da studenti lo elegge a suo profeta. E
si aspetta di vederlo suonare in concerto, ma le attese rimangono deluse.
De André infatti per anni rifiuta il faccia a faccia umano che
il contatto col pubblico comporta. A tal proposito nel 1974 dichiarò:
"Non faccio spettacoli perché non sono un uomo di spettacolo,
perché non considero lo spettacolo un mestiere adatto a me e io
desidero innanzitutto non vergognarmi mai di quello che faccio. E poi
credo che piacere o non piacere al pubblico non sia una questione di muscoli
facciali. Per quanto riguarda i miei dischi, essi vengono immessi sul
mercato come i formaggini, con la differenza che i formaggini non è
che prima li assaggi e poi, se ti piacciono, li compri; i miei dischi
uno li può ascoltare liberamente e poi decidere se è il
caso di portarseli a casa o meno". In quegli anni escono Storia di
un impiegato (1973), Canzoni (1974) e Fabrizio De André Volume
VIII (1975). All'improvviso la svolta: l'artista decide di affrontare
finalmente una platea ed esordisce dal vivo nel locale simbolo della Versilia,
La Bussola. "Alla mia carriera mancava una cosa: una verifica diretta
con il pubblico, così ho voluto provare. E' stato un grosso rischio,
ma dovevo decidermi ad affrontarlo" ammette nel marzo del 1975. Chi
era presente all'esordio, quel 18 marzo, ricorda un De André così
teso e nervoso da nascondersi nel camerino e rifiutarsi di uscire, convinto
solo dalle minacce affettuose dell'amico regista Marco Ferreri. Invece
va tutto bene; il cantautore, accompagnato da alcuni componenti dei New
Trolls e altri amici genovesi, riscuote un grosso successo. Esplodono
però le polemiche per i compensi ricevuti, si parla di trecento
milioni per cento serate, una cifra oggi più che normale, ma all'epoca
eclatante, e De André si lascia sfuggire che il suo desiderio,
una volta incassato l'assegno, è quello di comprarsi un'isoletta
delle Maldive dove avrebbe intenzione di rifugiarsi, lontano dal caos
e dalla mondanità: "Ho sempre sognato, sin da ragazzo, di
avere un luogo tutto per me, e che c'è di meglio di un'isola sperduta
senza telefono, rumore, lontana diecimila chilometri dall'Italia, per
starmene tranquillo?" Le Maldive resteranno un sogno, mentre diventa
realtà l'acquisto di una azienda agricola nelle vicinanze di Tempio
Pausania, in Sardegna. In questa nuova impresa lo accompagna Dori Ghezzi,
la cantante milanese alla quale, dopo la separazione dalla moglie, De
André si lega sentimentalmente e che nel 1977 gli dà una
figlia, Luisa Vittoria, detta Luvi. Escono nel frattempo gli album Rimini
(1978) e In concerto con la Premiata Forneria Marconi (1980), resoconto
della lunga e fortunata tournée che Fabrizio intraprende nel 1979
insieme alla rock band. Il 28 agosto del 1979 Dori Ghezzi e Fabrizio De
André vengono sequestrati, proprio nella loro nuova dimora sarda.
Rimangono prigionieri dell'anonima per quattro mesi, durante i quali vivono
esperienze traumatiche, incatenati a un albero, nascosti sotto teli di
plastica. I ricordi di quella drammatica prigionia sono molto nitidi:
"I primi giorni non ci facevano togliere la maschera neppure per
mangiare, e così ci tagliavano il cibo a pezzettini e ci imboccavano.
È stata un'esperienza tremenda che tuttavia ha lasciato anche segni
positivi, come la riscoperta di certi affetti nascosti. Nei confronti
di mio fratello Mauro, ad esempio. È stato lui a trattare coi rapitori
e non dimenticherò mai il nostro abbraccio appena tornati a casa".
Ma il sequestro non cancella l'amore per la sua terra di adozione. "No,
anche perché quelli del Gallurese, dove stiamo noi, sono molto
più continentalizzati del resto dei sardi. Quelli che ci hanno
rapito invece venivano dal centro della Sardegna, da quell'isola che si
chiama Barbagia dove si continua a credere che il privilegio sia togliere
qualcosa agli altri, per esempio la libertà. Dove si tramanda di
padre in figlio un'abitudine vecchia di duemila anni, come quella di sequestrare
animali o persone. E dove non cambierà niente fino a che non ci
faranno un'autostrada che li collegherà col resto del mondo".
Eppure non c'è rancore, nelle parole di De André. "I
rapitori erano gentilissimi, quasi materni. Sia io che Dori avevamo un
angelo custode a testa che ci curava, ci raccontava le barzellette. Ricordo
che uno di loro una sera aveva bevuto un po' di grappa di troppo e si
lasciò andare fino a dirci che non godeva certo della nostra situazione.
Anzi, arrivò a sostenere che gli dispiaceva soprattutto per Dori".
Dopo un periodo di riposo, il cantante genovese torna all'attività
con un album, Fabrizio De André (1981), che contiene un brano,
Hotel Supramonte, in cui rievoca i traumi e le incertezze di quel dramma
vissuto in prima persona. Nel 1984 esce il suo capolavoro Creuza de mä:.
L'LP gli vale premi e riconoscimenti a non finire e viene presentato al
pubblico nel corso di una memorabile tournée con lo stesso Pagani
e il figlio Cristiano, che ha intanto intrapreso la sua attività
come solista. Da un successivo viaggio in Grecia, sempre in compagnia
di Mauro Pagani, scaturisce l'idea di un nuovo disco di suoni marini e
mediterranei, ma non se ne fa nulla, perché "questo lavoro
rischiava di trasformarsi in un serial, mentre io sentivo l'esigenza assoluta,
impellente, di ritornare a quelle valenze sociali che avevo un pochino
abbandonato; così, d'accordo con Pagani, ho deciso di mettere una
pietra sopra alle ricerche etnico-musicali in terra greca: ci siamo detti
che, in fin dei conti, quella era stata una bellissima vacanza".
Il 7 dicembre del 1989 De André sposa, dopo quindici anni di convivenza,
Dori Ghezzi. Sei anni di silenzio, poi, nel 1990, esce Le nuvole, una
nuova pietra miliare nella produzione di De André. Ispirandosi
all'omonima commedia di Aristofane, il cantautore mette alla berlina gli
uomini di potere del nostro tempo. A sette anni di distanza dal suo ultimo
tour, De André torna nel 1991 a calcare i palcoscenici italiani
con rinnovato, costante successo, e da questa serie di spettacoli viene
tratto l'LP dal vivo Fabrizio De André 1991 - Concerti. Alla fine
dello stesso anno il giornalista Cesare Romana gli dedica un libro, Amico
fragile, scritto con la sua fattiva collaborazione, che rievoca non solo
gli anni fortunati della carriera musicale, ma anche i giorni lontani
e i ricordi sbiaditi della giovinezza. "È un po' la storia
della mia vita da quando, durante la guerra, la mia famiglia era rifugiata
nelle campagne di Asti e mio padre, alla macchia, era ricercato dai fascisti.
Passando attraverso l'infanzia, l'adolescenza, la scoperta del sesso,
dell'amore, della musica, della politica e dei suoi spassosi e qualche
volta tragici equilibrismi. Il titolo è anche quello di una delle
mie canzoni nelle quali mi riconosco di più". Nel 1996 pubblica
Anime salve, scritto a quattro mani con Ivano Fossati: la critica, ancora
una volta, lo saluta come un capolavoro. Nel 1997 viene pubblicato Mi
innamoravo di tutto, raccolta di vecchi brani scelti dall'autore fra quelli
meno noti dove spiccano la versione originale di Bocca di rosa e La canzone
di Marinella cantata in duetto con Mina. Poi il libro si chiude. E Fabrizio
non ha ancora deciso cosa farà da grande.
Quella
travolgente corsa verso il mare delle novità
di Ernesto Assante
Raccontava
storie di disprezzati. Aveva la fede misteriosa del laico sensibile alla
trascendenza. Amava la musica di chi, come lui, aveva scelto di scrivere
e cantare per combattere alienazioni e ipocrisie. E per difendere le "grandi
minoranze", gli sterminati eserciti di "anime salve" che
il mondo spesso nasconde. Fabrizio De André è morto a 58
anni. E il suo "testamento" non saranno solo parole
Con
la scomparsa di Fabrizio De André si chiude un'epoca, una lunghissima
e straordinaria stagione della musica italiana, quella della canzone d'autore.
No, non stiamo esagerando, perché se c'è qualcuno in Italia
che con il suo lavoro ha dato un senso alla definizione di "canzone
d'autore", questo è stato Fabrizio De André. Non tanto
e non solo perché De André ha saputo creare uno stile personalissimo,
che ha influenzato profondamente intere generazioni di musicisti e di
cantanti del nostro paese, quanto perché grazie a una straordinaria
coerenza De André ha affrontato la propria vicenda artistica senza
mai scendere a compromessi con il mercato, le classifiche, le mode, cambiando
sempre se stesso e la propria musica in completa libertà. Schivo
e silenzioso per natura, De André non è mai stato un personaggio
"pubblico" nel pieno senso del termine, ha sempre accuratamente
evitato la mondanità, nell'era del trionfo della comunicazione
televisiva ha brillato per la sua assenza, persino nel proporsi in concerto
è stato parco, limitando i propri tour all'essenziale. Non ha mai
fatto la vita della star, anche se questo non gli ha evitato la terribile
esperienza del rapimento del '79, evento questo che ha profondamente segnato
la sua storia personale. Ma non si è mai isolato, non è
mai stato un solitario, anzi ha saputo, a differenza di altri, collaborare
spesso e volentieri con altri musicisti e cantautori (Fossati, De Gregori,
Bubola, Pagani, la Pfm), si è circondato del suo pubblico, con
il quale ha instaurato un rapporto particolarissimo, fatto di fedeltà
e passione, e della sua famiglia, Dori, Cristiano e Luvi, con la quale
ha fatto musica fino alla fine. Non è mai stato possibile utilizzare
le classiche etichette (pop, rock, world) per definire il suo modo di
far musica: persino agli esordi, quando le sue canzoni richiamavano in
maniera evidente l'arte degli chansonnier francesi, De André riusciva
con il suo modo di cantare, con i suoi testi, con la sagacia delle sue
prime semplici prove musicali, ad essere altrove, a non lasciarsi incasellare
nelle definizioni, nelle stanze dei generi. Di certo è stato un
rivoluzionario della canzone, capace prima e meglio di altri di liberare
la musica italiana dai pesi della tradizione per affrontare con coraggio
il mare delle novità. Allo stesso tempo non ha mai dimenticato
la tradizione, ma ha saputo innovarla, recuperarne le parti più
vive ed importanti, farla diventare materiale vivo e pulsante. Non è
stato mai un beat, non ha mai praticato, nel senso pieno del termine,
il rock, eppure gli anni Sessanta nel nostro paese portano il segno delle
sue canzoni ancor più delle troppo celebrate "rotonde sul
mare". E nel decennio successivo ha travolto con le sue canzoni qualsiasi
ovvietà e preconcetto musicale, muovendosi con ineffabile leggerezza
in scenari diversi e sempre originalissimi. Non era un poeta ma un cantautore
che ha cercato di scoprire quale fosse il rapporto fra musica e poesia,
ha scandagliato la straordinaria ricchezza della nostra tradizione popolare,
ha saputo integrare nella sua musica le sensazioni, le idee, gli umori
della musica internazionale, il folk, il rock, la musica americana e quella
francese, senza tradire mai la tradizione del nostro paese. E da ogni
cosa che ha conosciuto, da ogni cosa che ha scoperto e imparato, ha ricavato
una canzone, qualcosa da dividere con gli altri. Insomma, Fabrizio De
André ha scritto canzoni meravigliose e uniche, canzoni in grado
di accompagnare la nostra vita e di farcene vivere qualcun'altra. Canzoni
grandi e piccoline, che possono stare nel palmo di una mano o nella biblioteca
di casa, da conservare con cura o da cantare con una chitarra insieme
agli amici. Canzoni scritte dal più colto e popolare dei nostri
cantautori. Canzoni da non dimenticare.
Portiamolo
nelle scuole
di Nicola Piovani
Il
ricordo di Nicola Piovani, compositore e autore di grandi colonne sonore,
che negli anni Settanta ha più volte collaborato con De André.
"A scuola comparvero, quasi clandestini, i primi dischi di Fabrizio.
Noi studenti ce li passavamo l'un l'altro, fra la vitale meraviglia di
chi fino ad allora era cresciuto con "Tintarella di luna". La
proposta di Piovani è chiara: "Ora insegniamo la sua arte
partendo dai banchi di scuola
Quando
se ne va un poeta la terra piange" dice un proverbio africano. Fabrizio
De André era un grande poeta della canzone, cioè un tipo
particolare di poeta, un artista che sposa insieme versi e musica praticando
un'arte antica e nobile, tutt'altro che minore: l'arte di Georges Brassens,
Bob Dylan, Bertolt Brecht, Kurt Weill, John Lennon-Paul McCartney, Hadgidakis,
Paolo Conte nonché, fra i tanti altri, Franz Schubert e Hugo Wolf.
De André ha fatto scoprire a molti italiani cosa può essere
una canzone e quali spazi di ricerca ancora le si possano aprire. Lo ha
fatto non in teoria ma in un lungo percorso creativo di quasi quarant'anni,
dove disparati contributi si sono incorporati nel viaggio: da Telemann
a Vivaldi, da Brassens a Leonard Cohen, dagli evangelisti apocrifi a Edgar
Lee Masters, da Giampiero Reverberi a Ivano Fossati e da Gino Marinuzzi
a Francesco De Gregori, ma tutti metabolizzati in una poetica personalissima
e unica. Ogni sua compo-sizione è scandita da una invenzione metrica
rigorosissima, da una musica semplice e quasi mai banale, musica da canzone
con identità molto radicale. Una musica che ha sempre tenuto lontano
da sé la tentazione di adeguamento mercantile colonialistico. Fabrizio
De André ha venduto negli anni fortunatamente molti dischi, ma
era anche il contrario di un artista di mercato. Qualche volta le hit
parade sono andate da lui, mai lui è andato da loro: era sì
un artista molto venduto, però nel senso buono del termine. Ricordo
che frequentavo il liceo Mamiani quando comparvero quasi clandestini i
primi dischi di Fabrizio (così si chiamava all'inizio). Noi studenti
ce li passavamo l'un l'altro, fra la vitale meraviglia di chi fino allora
era cresciuto con "L'edera", "Il pericolo numero uno"
o "Tintarella di luna". In un panorama di musica leggera caratterizzato
da una patetica querelle fra melodici e urlatori: ("conservatori"
i primi e "rivoluzionari" i secondi: questo era il livello!).
Una di quelle sue magiche ballate cominciava così: "Nei quartieri
dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi / È troppo
impegnato a scaldare la gente d'altri paraggi". Poteva bastare quest'inizio
per fulminare ragazzi bisognosi di poesia. De André ha poi sempre
mantenuto quella tensione iniziale nel suo lungo cammino d'artista. Ha
continuato a fornirci stupori e spiazzamenti fino all'ultimo bellissimo
disco Anime salve. Ha sempre provato a restituirci attraverso la poesia
musicale il nostro presente, a farci sentire sonorità inedite,
a contaminare generi con l'impiego di strumenti popolari che s'intrecciavano
alla sonorità fascinosa di dialetti inusuali. Ma De André
non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione,
passa. Le canzoni di De André restano a brillare al sole di oggi
come il primo giorno che sono nate. Era un musicista poeta che usava la
sua voce incisiva e malinconica per precisare i significati emozionali
di quello che aveva scritto, si esponeva ogni tanto in preziosi concerti
in teatro, ma era anche un artista che amava starsene da parte: evitava
di andare in televisione però non ce lo faceva pesare, cercava
di far passare inosservata anche la sua assenza. Sono stato personalmente
testimone di questa sua ritrosia verso quei mass media che ha sempre schivato
con garbo, anche in anni in cui gli sarebbero stati utilissimi in termini
di popolarità e di incassi. Mi auguro che questi nostri tempi,
che hanno uno stranissimo e imbarazzante culto dei morti, lo onorino con
la serietà che un tale artista merita: non certo cercando incongruamente
di dedicargli un auditorium sinfonico, bensì cercando di diffondere
con studi approfonditi la sua opera. E rispettandola, evitando che diventi
oggetto di scempio consumistico (ci fidiamo molto della saggezza degli
eredi). Come? Per esempio provando a impedire che un giorno la bellissima
canzone "Il pescatore" diventi il jingle in uno spot di qualche
tonno in scatola. Nelle sue poesie Fabrizio De André ha sempre
espresso un grande rispetto per le puttane, ma non per le puttanate.
La
voce dei mari
di Stefano Benni
Ogni volta che usciva un mio libro, dopo pochi giorni arrivava un telegramma
di Fabrizio. Poche parole di stima e ringraziamento per ciò che
aveva letto. Tengo ancora questi telegrammi, questi gesti di attenzione
e vicinanza, non comuni nel nostro ambiente. Li aspettavo, ogni volta,
con gioia, come qualcosa che rendeva ancor più prezioso il mio
lavoro. E quando usciva un disco di Fabrizio, subito gli telefonavo, o
gli scrivevo. E ogni volta gli esprimevo il mio stupore. Lo stupore di
come riuscisse ancora a sorprendermi, a tirar fuori dalla sua leggendaria
pigrizia qualcosa di unico. Sì, Fabrizio era unico. Lo era nella
fatica, nel disagio, nell'inquietudine di creare. Lo era nel cercare sempre
una strada propria, faticosa, in mezzo al divismo e alla ben calcolata
produzione della musica moderna. Per me è stato un fratello artistico,
un modello inimitabile di serietà e ironia.
Credo che le parole di Novecento siano il più bel pezzo di satira
scritto in questi anni. E creuza de ma è uno dei dischi che mi
hanno fatto più sognare e riflettere sul dono della musica. E'
la "musica barata" del poeta Drummond de Andrade, la musica
ascoltata per caso in strada, che sposa una complessità tecnica
e una passione compositiva da musicista classico. Semplicità e
varietà chiuse nel prodigio di una piccola sinfonia. Ci sono dentro
i due mari di Fabrizio la poesia e la rabbia, la sua Genova e la Sardegna.
Amavamo tutti e due quest'isola e i suoi abitanti, la loro fierezza e
la loro difficile storia.
Credo che Fabrizio fosse, da solo, un'intera isola sospesa tra i mari
della dolcezza e della rabbia. Un porto di navi e lingue diverse, di marinai
e donne misteriose, dove sbarcavano le sonorità di terre lontane
e le parole degli chansonnier francesi che tanto amava, un'isola percorsa
da burrasche irose e da grandi calme. E dall'isola lui sapeva ascoltare
il rumore del mare profondo e delle sue creature, dalle più dolci
alle più feroci, dalle più umili alle più grandi,
vittime e avventurieri, nani e gorilla, prostitute e fate.
Era anche unico nel suo essere dalla parte di chi soffre e perde, Fabrizio.
Un amico generoso del gruppo Lupo e delle sue iniziative di solidarietà.
Un artista che non ha mai dimenticato che c'è nella musica un misterioso
prezioso, una sfida, una ribellione che non deve arretrare davanti ai
tempi e alle mode. Nella sua voce di sciamano suadente sono passate le
canzoni politiche più indignate, insieme a versi d'amore, a splendide
traduzioni, a versi beffardi, a capolavori in lingue magiche distillate
dai dialetti di terre da lui amate e immaginate. La musica di Fabrizio
per me è questo: ascoltare a occhi chiusi il rumore del mare, le
voci, i dialetti del porto, le grida, la grande varietà delle lingue
e dei racconti di viaggio. Le sue canzoni sono un vaccino contro ogni
razzismo, hanno il coraggio e la passione di incontrare le diverse culture
nel momento in cui cantano e raccontano, non soltanto quando sono piegate
dal dolore e dalla necessità.
So che Fabrizio non verrà dimenticato. Vorrei dire a Dori, a Cristiano,
ai suoi amici musicisti e a chi lo amava, che la sua lezione non andrà
persa, che ogni sua canzone è un dono misterioso che conserveremo.
Che non lo celebreremo soltanto, ma continueremo a sentirlo vicino, a
occhi chiusi, come una voce che ci chiama dalla spiaggia. Una voce che
dice: tieni duro, Stefano. Quelle parole, che mi ha ripetuto ogni volta
che ci siamo incontrati, restano nel mio ricordo vicino alle sue canzoni.
proverò a ripeterle a chi ne ha bisogno.
Una volta, a un concerto bolognese, uno spettatore entusiasta gridò:
"Fabrizio, nudo, nudo. "No" rispose Fabrizio al microfono.
"Se mi vedete nudo non posso più essere un mito". In
quella risposta, c'era tutta la divertita fierezza di Fabrizio. Diventerà
senz'altro un mito, ma non da magliette e poster, conventicole depresse
e celebrazioni televisive. Un mito fertile, che ci spinge a seguire la
nostra rabbia, il nostro stupore, a non rinunciare al nostro talento,
a seguire la nostra rabbia, il nostro stupore, a non rinunciare al nostro
talento, a seguire i maestri migliori. Fabrizio era uno degli ultimi lupi
rimasti.
Accettiamo la sua sfida, adesso che non c'è più. E' ancora
possibile essere artisti liberi, seri, creativi, senza compromessi e paure.
Non c'è complessità, non c'è bufera, non c'è
galeone spagnolo, che possa impedirlo. E' stato un bel viaggio, Fabrizio.
Stasera, in riva al mare di Oristano, i pescatori sardi mi hanno detto
che banchetteranno e canteranno in tuo onore. So che ti farà piacere.
Arrivederci, amico Fabrizio, capitano dei due mari.
Sulla
cattiva strada di
Doriano Fasoli
Le
sue canzoni ci facevano sentire apparentati all'umanità derelitta
che usciva dalla sua penna riscattati dalla voglia di rompere i legacci
di una società che pareva soffocare
Stava prendendo appunti, Fabrizio De André, per un nuovo album.
Chissà quando sarebbe apparso. "E' l'unica maschera che in
fondo so indossare, quella del cantautore", mi disse l'estate scorsa,
quando c'incontrammo a Viterbo, nel corso delle prove che precedettero
di qualche giorno il suo concerto romano. Decidemmo allora che era tempo
di rimetter mano al "nostro" libro, La cattiva strada. Stabilimmo
di vederci in autunno, a Milano o in Sardegna. "Intanto pensa al
titolo". Più curioso, meno stanco, meno ubriaco di voi - suggerii
io. E lui: "no, sa troppo di autoincensamento. Trovane un altro".
Passaggi di tempo? "Sì, d'accordo, questo suona meglio".
Negli anni Sessanta il mondo delle canzoni "altre" aveva conquistato
un pubblico fatto di intellettuali e studenti: un pubblico che, al pari
di quelle canzoni, si voleva diverso; tanto da confonderli, cantautori
e fruitori, in un solo universo vagamente esoterico. Chi, per ragioni
anche soltanto anagrafiche, si fosse trovato fuori di questo ambiente
avrebbe rischiato di mancare del tutto l'incontro con le voci "diverse".
Le vere rose
Ancora a metà degli anni '60 il recinto Scuola-Famiglia era impermeabile
alla contaminazione di testi che non fossero in linea con le direttive
del Ministero o del Buon Senso Comune: e le parole provocatoriamente poetiche
di un De André faticavano a ottenere l'ascolto di orecchie adolescenti,
ingabbiate dentro una tela di melodie rassicuranti o soporifere o svegliate
dalle rituali aggressioni dell'autoritarismo parentale. Quando il caso
o la predisposizione riuscivano a fare breccia nelle singole prigioni,
allora poteva avvenire che i personaggi di questo nuovo mondo cantato
acquistassero una forza tale da promuovere aperture a volte definitive.
De André in particolare: ci si sentiva apparentati all'umanità
derelitta che usciva dalla sua penna; legittimati e insieme riscattati
dalla voglia di rompere i legacci di una società che pareva soffocare.
De André ci appariva scorporato dallo scemenzaio edulcorato (già
allora così strabordante) dell'universo radio-tele-discografico:
custode di un'isola intelligente, ove non fosse necessario, per sopravvivere,
di sbellicarsi nel trionfalismo consumistico. Nelle sue canzoni quando
si diceva di rose erano rose davvero, con tutte le conseguenze che implica
il loro esserlo; e maggio era un mese senza smancerie; e la vita vita,
la morte morte ("Paura della morte ce l'abbiamo naturalmente tutti.
Per evitarla bisognerebbe non pensarci, ma è assolutamente impossibile
evitare di farlo. A un certo punto ci si comincia a pensare. Io credo
che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire
che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente
adulto e allora questo significherà probabilmente che sono prossimo
a morire. Per adesso non mi sfiora il pensiero. Mi sento abbastanza abile,
sano, ho molte cose di cui occuparmi e tutto sommato riesco ancora a divertirmi").
In sostanza, dicevamo, si trattava di una singolare iniziazione laica
in grado di suscitare, negli anni a venire, altri interessi e altre ricerche,
musicali e non, "ascolti" differenti della realtà.
Tra onde e passioni
Avendo sempre fuggito una maniacale attualità, De André
si trovava oggi a esprimere (quasi solitario) una crudezza di tematiche
e di argomenti che toccano l'intimo di molte aberrazioni, la parte più
profonda, affettiva, delle degenerazioni. Nelle sue storie apparentemente
senza tempo, tra fiorite e però "essenziali" metafore,
si possono cogliere le inquietudini di almeno un paio di generazioni.
Il paesaggio, il dolore, la voluttà, la morte, la solitudine...;
e insieme il piacere commosso dell'attimo che si manifesta in un'onda
che si frange, in una bella passante che ci sfiora, in una barca all'orizzonte,
in un pescatore assopito.
Nel canto, nello sviluppo della sua ricerca e della sua poesia De André
ha continuato a darci la sensazione di non prendersi troppo sul serio,
di saper ironizzare su se stesso, che forse il migliore dei modi per esprimere
tutto l'impegno ("Io sono stato educato in una maniera per cui ho
sempre pensato di dover essere socialmente utile per contare qualcosa,
soprattutto di fronte a me stesso. Non per demagogia o per poter dire
'io sono socialmente utile' ma proprio per soddisfare delle mie esigenze
private. In tutti i miei lavori mi sembra che l'impegno sociale ci sia
sempre. Può anche risultare maldestro, certe volte moralistico
e quindi forse diventa addirittura bieco, però sempre fatto, penso,
con estrema coerenza rispetto alle mie capacità espressive e sempre
coll'intento di rendermi utile alla collettività. Questo sicuramente
sì e non sarebbe mica male se ognuno di noi si sforzasse di esserlo
almeno un po'").
Omaggio di un poeta
Mario Luzi, uno dei maggiori poeti del Novecento, incontrato di recente
a Firenze, mi ha ribadito il suo entusiasmo per l'opera di De André
che egli ha recentemente (ri)scoperto: "Non conoscevo Fabrizio De
André, o, più precisamente, non avevo mai seguito la coerenza
del suo lavoro. Quando mi è stata chiesta l'introduzione - sotto
forma di lettera aperta - a una raccolta di saggi su di lui (pubblicata
poco tempo fa), mi sono fatto mandare tutti i suoi album, li ho ascoltati
con attenzione e posso dire che De André mi piace molto, perché
è veramente lo chansonnier per eccellenza. Cioè un artista
che si realizza proprio nell'intertestualità tra testo letterario
e testo musicale.
Mi sono dunque reso conto che era una lacuna che io non lo conoscessi,
perché ha una storia e perché morde davvero. Spero anche
di avere presto l'occasione d'incontrarlo personalmente".