De André, l'amico poeta
di Marco Neirotti

"Che diavolo fate qui? Perché non andate a divertirvi?"
Nel 1981 Fabrizio De André entrò da una porticina di servizio in una maxidiscoteca dell'astigiano in cui doveva esibirsi e si trovò in mezzo a trentenni e giovanissimi che si aspettavano di vederlo sul palco e se lo ritrovavano davanti così. Sul palco arrivò in ritardo, perché rimase a finire la chiacchierata.
Il De André pubblico è lo specchio del De André privato, conscio delle proprie contraddizioni. Standogli accanto prima della serata, quante volte gli si è sentito dire: "Sono cose che dovrebbero fare le nuove leve". Poi, appena sotto i riflettori, imbracciata la chitarra ecco la modificazione: il rapporto fra la musica e le parole da una parte, l'attenzione assorta e lo scroscio d'applausi dall'altra, si trasformava nel dialogo che mette tutti a proprio agio. Proprio come le due chiacchiere di Asti accanto alla porticina.
Alla fine del concerto una piccola, legittima delusione gli rimane sempre: il successo delle vecchie canzoni trasforma in boato il già grande applauso per le nuove, un po' come se lo si volesse amare, a patto che non si stacchi troppo dal passato.
A Rimini, all'inizio della tournée dell'82, presentò un album che accomunava il mondo della Sardegna (dov'era maturato col sequestro suo e di Dori) con quello dei pellirosse massacrati e offesi. Il pubblico fu affettuoso con i brani mai ascoltati prima, si sbracciò con Bocca di rosa, La guerra di Piero, Via del campo. Poi, mentre la platea reclamava i bis, in camerino ripeteva: "Non vado, non hanno capito". Alla fine lo si convinse. Uscì. E Hotel Supramonte e Sand Creek fecero esplodere il tendone di entusiasmi che neppure Il pescatore aveva raccolto poco prima.
Senza perdere la professionalità, De André non si è mai impedito di portare sul palco i suoi momenti di uomo. Nel 1976, a Siena, non si accorse che per darsi coraggio (erano le prime uscite in pubblico dopo vent'anni di dischi venduti a milioni senza esibizioni) aveva chiesto un aiuto di troppo al whisky. D'un tratto, chinandosi per prendere la bottiglia della minerale, cadde dalla sedia. Il pubblico, superata l'incertezza applaudì. Lui si rialzò: "Lo faccio tutte le sere, pare che diverta molto". Fu un successo. Ma, alla fine, Gianni Belleno, batterista dei New Trollls, lo prese per la giacca: "Queste cose non le devi fare. Noi siamo professionisti seri". Fabrizio lo guardò e non parlò ("Non avevo neanche voglia di pensare"). Due giorni dopo andò a dirgli che aveva ragione.
Chi altro è De André fuori del palco? E' un patriarca: gli piace avere intorno amici con cui condividere allegrie ed emozioni. E' un intellettuale che non rinnega la strada che ha scelto: "Mi hanno messo in un'antologia, ma ha senso senza la musica?"; e, parlando di Non al denaro, non all'amore né al cielo, tratto dall'Antologia di Spoon River, che aveva rilanciato le poesie di Masters nelle classifiche: "Al massimo ho fatto fare un ripasso".
E' talora scontroso, ma capace di commozione limpida. In un'intervista gli chiesero che cosa avrebbe voluto tra le cose impossibili. E lui, con semplicità: "Reincontrare mio padre che è morto e parlare con lui di molte cose"
E' un pigro: rimanda tutto quello che si può rimandare. Ma la pigrizia si arrende di fronte alla generosità: gli fu chiesto di partecipare, a Milano, alla presentazione di un libro; rispose di usare pure il suo nome, ma preferiva non esserci: "Il mio mestiere è cantare, non parlare". Poi si arrese: "Vengo, ma sto zitto". Fu quello il patto. Durante il dibattito prevalse l'amicizia. E cominciò a parlare: vennero fuori commozione, cultura e slancio.
Ecco stralci del De André fuori del palco, il ragazzino che andava a raccogliere bossoli nelle campagne di Asti, dopo i bombardamenti; che a Genova, con gli amici, adottava gatti e, quando non ci furono randagi, andò a recuperare quello del droghiere che in drogheria stava tanto bene. E' lo stesso che sul palco canta Amico fragile e osserva le nuvole e, mentre loro vanno e vengono, dilata e osserva le ferite e le emozioni della nostra vita di oggi.

 

La voce misteriosa che arriva dall'inferno

"La voce misteriosa che arriva dall'Inferno", cosi la chiamavano i rari ammiratori del "cantante satanasso" senza volto,coloro che avevano avuto la ventura di ascoltare le sue prime canzoni che parlavano di puttane,drogati,impiccati; quella voce caldissima,senza inflessioni dialettali,con una dizione scandita, perfetta,che nei bassi fa accapponare la pelle,una voce che diventa sempre più bella col passare del tempo,che e` da considerarsi la più bella d' Europa.
Colui che ascolta le canzoni di De André non sa più se e` per la musica,per i versi o per quella voce incredibile.Il "satanasso" intelligente,introverso , difficile, ostinatamente contrario ad ogni forma di pubblicità ,aveva incominciato a scrivere canzoni al' età di 14 anni (1954) sotto l' influenza degli chansonniers francesi.Adesso, nel panorama della musica leggera italiana,De André e` l' unico cantante-autore verso il quale il rispetto nasce spontaneo,anche da quelle frange che vedono nel rock le loro uniche possibilità espressive. Fabrizio de André ,uno dei pochi, pochissimi autori e cantanti di rilievo espressi dall' avaro mondo della musica leggera italiana degli ultimi trent'anni.Una canzone "controcorrente", una canzone "per adulti o per diventare adulti", una canzone "alla rovescia", nel senso che vi si esprimono le convinzioni più intime,le esortazioni per niente retoriche di "uno" che malgrado le apparenze crede nell'uomo e nel suo futuro.Il merito di De André ,al pari di ogni vero artista, e` quello di farci cogliere le sgradevoli verità,quelle che non abbiamo la forza o il coraggio di affrontare da soli, pensando "ma chi ce lo fa fare.." Il rischio di De André e` quello di aver troppo successo,proprio per aver evitato a lungo il successo. diavolo fate qui? Perché non andate a divertirvi?" Nel 1981 Fabrizio De André entrò da una porticina di servizio in una maxidiscoteca dell'astigiano in cui doveva esibirsi e si trovò in mezzo a trentenni e giovanissimi che si aspettavano di vederlo sul palco e se lo ritrovavano davanti così. Sul palco arrivò in ritardo, perché rimase a finire la chiacchierata. Il De André pubblico è lo specchio del De André privato, conscio delle proprie contraddizioni. Standogli accanto prima della serata, quante volte gli si è sentito dire: "Sono cose che dovrebbero fare le nuove leve". Poi, appena sotto i riflettori, imbracciata la chitarra ecco la modificazione: il rapporto fra la musica e le parole da una parte, l'attenzione assorta e lo scroscio d'applausi dall'altra, si trasformava nel dialogo che mette tutti a proprio agio. Proprio come le due chiacchiere di Asti accanto alla porticina. Alla fine del concerto una piccola, legittima delusione gli rimane sempre: il successo delle vecchie canzoni trasforma in boato il già grande applauso per le nuove, un po' come se lo si volesse amare, a patto che non si stacchi troppo dal passato. A Rimini, all'inizio della tournée dell'82, presentò un album che accomunava il mondo della Sardegna (dov'era maturato col sequestro suo e di Dori) con quello dei pellirosse massacrati e offesi. Il pubblico fu affettuoso con i brani mai ascoltati prima, si sbracciò con Bocca di rosa, La guerra di Piero, Via del campo. Poi, mentre la platea reclamava i bis, in camerino ripeteva: "Non vado, non hanno capito". Alla fine lo si convinse. Uscì. E Hotel Supramonte e Sand Creek fecero esplodere il tendone di entusiasmi che neppure Il pescatore aveva raccolto poco prima. Senza perdere la professionalità, De André non si è mai impedito di portare sul palco i suoi momenti di uomo. Nel 1976, a Siena, non si accorse che per darsi coraggio (erano le prime uscite in pubblico dopo vent'anni di dischi venduti a milioni senza esibizioni) aveva chiesto un aiuto di troppo al whisky. D'un tratto, chinandosi per prendere la bottiglia della minerale, cadde dalla sedia. Il pubblico, superata l'incertezza applaudì. Lui si rialzò: "Lo faccio tutte le sere, pare che diverta molto". Fu un successo. Ma, alla fine, Gianni Belleno, batterista dei New Trollls, lo prese per la giacca: "Queste cose non le devi fare. Noi siamo professionisti seri". Fabrizio lo guardò e non parlò ("Non avevo neanche voglia di pensare"). Due giorni dopo andò a dirgli che aveva ragione. Chi altro è De André fuori del palco? E' un patriarca: gli piace avere intorno amici con cui condividere allegrie ed emozioni. E' un intellettuale che non rinnega la strada che ha scelto: "Mi hanno messo in un'antologia, ma ha senso senza la musica?"; e, parlando di Non al denaro, non all'amore né al cielo, tratto dall'Antologia di Spoon River, che aveva rilanciato le poesie di Masters nelle classifiche: "Al massimo ho fatto fare un ripasso". E' talora scontroso, ma capace di commozione limpida. In un'intervista gli chiesero che cosa avrebbe voluto tra le cose impossibili. E lui, con semplicità: "Reincontrare mio padre che è morto e parlare con lui di molte cose" E' un pigro: rimanda tutto quello che si può rimandare. Ma la pigrizia si arrende di fronte alla generosità: gli fu chiesto di partecipare, a Milano, alla presentazione di un libro; rispose di usare pure il suo nome, ma preferiva non esserci: "Il mio mestiere è cantare, non parlare". Poi si arrese: "Vengo, ma sto zitto". Fu quello il patto. Durante il dibattito prevalse l'amicizia. E cominciò a parlare: vennero fuori commozione, cultura e slancio. Ecco stralci del De André fuori del palco, il ragazzino che andava a raccogliere bossoli nelle campagne di Asti, dopo i bombardamenti; che a Genova, con gli amici, adottava gatti e, quando non ci furono randagi, andò a recuperare quello del droghiere che in drogheria stava tanto bene. E' lo stesso che sul palco canta Amico fragile e osserva le nuvole e, mentre loro vanno e vengono, dilata e osserva le ferite e le emozioni della nostra vita di oggi.

 

Introduzione a "Il viaggio"
di Mario Luzzatto Fegiz

"Un cantautore in anticipo sul suo tempo Verso la fine degli anni '60 vendeva cinquantamila 33 giri all'anno e praticamente nessun 45 giri. Un fenomeno anomalo in una situazione discografica ancora dominata dal Festival di Sanremo. Dieci anni dopo sarebbe diventata la regola per tutti i cantautori. Per anni i suoi dischi sono stati una "finezza da liceali", roba da circuito clandestino, qualcosa di strano e di affascinante, dove convivevano riferimenti dotti, musica antica, protesta, demistificazione e parole come "puttana". A dodici anni parlava francese in casa col babbo, a 18 aveva letto tutti i poeti francesi (bum! Ndr). Ma decide di iscriversi alla facolta' di lettere "solo perche' a Genova era la facolta' con il maggior numero di ragazze". Un'origine borghese? "Di piu', di piu'. Addirittura mezza nobile, con infiltrazioni sabaude". Non e' convinto di essere un poeta, ma rifiuta il ruolo di cantante. "E non perche' mi facciano schifo i soldi, ma perche' cantare in certi contesti mi riesce impossibile". E poi c'e' il problema che la Tv e la radio gli vietano gran parte delle canzoni. In questo album ci sono brani che hanno fatto impazzire generazioni di burocrati radiotelevisivi. "Carlo Martello" perche' non si puo' cantare un sovrano che crede di aver fatto una conquista e invece e' semplicemente andato a puttane, "Il testamento" perche' scherza con la morte in maniera poco formale. "La guerra di Piero", canzone antimilitarista e pacifista per eccellenza, rientrava tra quelle che alla Rai si potevano trasmettere solo con un'accurata presentazione predisposta dalla Direzione Generale. Non parliamo poi del "Valzer per un amore", una canzone che sembra una ripicca di classe contro una che non si e' concessa, ovvero non ha corrisposto alla passione del poeta. C'e' una perfidia incredibile in quell'immaginarsi lei con forte anticipo, "carica di anni e di castita'"- E' il de Andre' degli inizi, capace di diffondere temi di ampio impegno - e che per quel tempo suonavano molto "guachiste" - senza bisogno di comizi, solo con la sua poesia, "rubacchiando - come dice lui - versi qua e la' dai grandi". Ecco dunque i classici degli anni '60 di Fabrizio De Andre'. Scandalizzavano i borghesi, la Radio Vaticana invitava sovente il cantautore ai sui microfoni. nella segreta speranza che sotto la chitarra di Lucifero si nascondesse il flauto di oggi.

 

Interno copertina di "In concerto con PFM vol 1"

Noi siamo qui che aspettiamo che cominci, ragazza.
Noi siamo qui che aspettiamo che incominci.
le vedi tutte queste teste ragazza?
Le vedi tutte queste palle da biliardo?
Loro sono qui ad aspettare qualcosa, ragazza.
Loro sono qui ad aspettare che "qualsiasi cosa" cominci.
Ma tu chiudi il tuo balcone, ragazza.
Questa sera voleranno bombe molotov.
Mi hai capito, ragazza?
Questa sera voleranno bombe molotov e lacrimogeni.
Chiuditi ragazza, dentro agli occhi e al balcone
se non vuoi piangere senza disperazione.
Noi siamo qui stasera, ragazza.
Noi siamo qui ed aspettiamo che qualcosa cominci"

 

Sono un guru per caso
di Flavio Brighenti
La repubblica 15/2/98

ROMA - Fabrizio De André sarà stasera al Teatro Brancaccio per il quarto e ultimo concerto a Roma. Il suo tour invernale, iniziato il 2 novembre al Regio di Parma, si chiuderà a Padova il 28 febbraio. Ovunque è stato accolto trionfalmente. E in autunno inizieranno le riprese del film di Claudio Bonivento ispirato a "Un destino ridicolo", Il primo romanzo di De André, scritto con Alessandro Gennari. In questa intervista l'artista genovese fa il punto su questo straordinario momento della sua carriera.
Cantautore storico, adesso addirittura "guru", maestro di pensiero, per molti dei suoi fedelissimi fan e nelle definizioni dei giornalisti che hanno scritto di questo suo ultimo tour. Si sente preparato a questo inarrestabile 'processo dl beatificazione"?
"Con l'aiuto di innumerevoli miei simili vivi e morti ho fatto qualche buona canzone, un discreto romanzo e numerosi concerti godibili. Se bastasse per essere beatificati credo che Padre Pio si sia fatto un lunghissimo quanto nobilissimo culo per ottenere un riconoscimento".
"Disgraziato quel popolo che ha bisogno di eroi", sosteneva Brecht. Ma lei come si sente nel ruolo di eroe che il pubblico le attribuisce?
"Se l'eroe di cui si parla dovesse per avventura coincidere con la mia persona, quel popolo sarebbe non soltanto disgraziato, ma anche turlupinato. Comunque con me nessuno corre rischi: sono gaudente, inaffidabile e vigliacco come la maggior parte dei miei simili, titoli che non ritengo idonei a beatificazioni o statue equestri".
Cantautore, poi scrittore, Infine ispiratore di un film. Per spiegare l'allargamento dei suo ruolo, lei ha spesso parlato di "casualità". Invece, nella coerenza della sua carriera, nulla sembra affidato ai caso...
"Eppure a me sembra che tutto ciò che ho fatto nella vita sia in larga parte da attribuire al caso, ad una lunga e imprevedibile teoria di incidenti della felicità o della sfortuna. E' soltanto dopo che si tende a concettualizzare. E' nel voler tirare a tutti i costi le somme di un'esistenza o di una semplice
carriera che ci si imbarca nella sicurezza che sembra voler concedere ogni rapporto di casualità tra presunte scelte e accadimenti".
Lei ha sempre scritto e cantato scegliendo di schierarsi dalla parte delle minoranze. Persone e popoli sconfitti, ma "anime salve", dunque intimamente vittoriose. Guardandosi attorno, quante "anime salve" crede di poter riconoscere?
"Penso che in qualsiasi periodo storico si voglia prendere in esame possano definirsi salvi quegli uomini che con tenacia abbiano voluto, come dice Coelho, e non solo lui, perseguire il fine della propria leggenda, il che vuol dire con parole più semplici non lasciarsi deviare dallo scopo di rassomigliare a se stessi o, se si preferisce, dallo scopo a cui ci sentiamo essere stati destinati. Così oggi come mille anni fa è sicuramente più salva l'anima di un individuo che ruba perché sente la necessità di farlo e non quella di chi desiderando rubare se ne astiene perché ha paura di finire in galera. Questo non è che un esempio e non vuole essere certo un incitamento al furto, ma semplicemente un invito a rappresentarsi chiaramente agli occhi degli altri anche e soprattutto con il limite dei propri impulsi e, non a caso, quello al saccheggio è proprio uno degli impulsi primari dell'uomo. Stiamo parlando di riscatto individuale, ma penso che anche nel sociale abbia sempre fatto più danni la menzogna del furto. Il problema è che pochi esseri umani si conoscono e quei pochi ne sono talmente spaventati o delusi da ritenere opportuno acquattarsi nella dissimulazione".
"Un destino ridicolo", il suo primo romanzo, verrà trasferito sullo schermo. Quanto incide su di lei questa nuova esperienza, e quanto potrà influire sulle sue scelte future?
"Ecco che parliamo di scelte: Dori ed io vent'anni fa avevamo scelto di andare a fare gli agricoltori in Gallura. Io continuo a cantare e se Dori non lo fa più non certo grazie ai proventi dell'agricoltura: Inshallah".
Il debutto come scrittore è di considerare un episodio estemporaneo nella sua carriera artistica o significa piuttosto che la forma canzone non è più sufficiente contenere la sua creatività?
"E' più probabile che sia la canzone a recalcitrare di fronte ad una creatività che sempre più chiede aiuto alla memoria e alla razionalità e sempre dimeno riesce a servirsi della fantasia dell'intuizione. Insomma, io preferirei continuare a scrivere canzoni, non so se loro siano dello stesso parere".
Non la spaventa la prospettiva che un personaggio come Bocca di rosa, così ben evocato nella sua canzone, e fantasticato liberamente da ciascun ascoltatore per decenni, trovi nel film una faccia in qualche modo "definitiva", sottraendo cioè al pubblico una quota dl partecipazione emotiva?
"Succede sempre ai personaggi dei romanzi che vengano interpretati da attori di assumere sembianze non troppo precise e talvolta discordanti dall'immaginazione del lettore. Mi ricordo di essere stato estremamente deluso dalle fattezze del Sandokan televisivo che mi venne spontaneo chiamare Zia Pina. In altri casi, pur avendo letto il romanzo a cui il film faceva riferimento, l'interprete mi ha meglio precisato caratteristiche soprattutto somatiche ma anche psicologiche del protagonista che forse nel romanzo rimanevano nebulose per volontà stessa dell'autore. E' il caso per esempio de "Il nome della rosa" interpretato da Sean Connery".
Che caratteristiche avrà la colonna sonora del film?
"La colonna sonora è mia opinione che debba attingere soprattutto al repertorio dell'epoca, a quello vastissimo della musica latino americana che le orchestrine suonavano nei night club intervallandole con sporadici boogie woogie. Un tema vorrei comunque svilupparlo. Spero di trovare attraverso un'idea musicale l'atmosfera che la Genova della fine degli anni '50 mi comunicava, anche se necessariamente si tratterà di una descrizione parziale e soprattutto personale a meno che le immagini non mi svelino qualcosa di nascosto, di non visto oppure dimenticato. D'altra parte il centro storico di Genova è tra i più grandi d'Europa ed è rimasto nel bene e nel male identico a se stesso dalla fine della guerra ad oggi".
Per concludere: chi è oggi Fabrizio De André?
"Un poveraccio come tanti altri che sta ancora chiedendosi a distanza di ormai dieci anni come ci si possa trovare in un unico orribile mattino ad essere il maschio adulto più anziano della famiglia".

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