Perché ho deciso di non bere più
di Carlo Silvestro

Fabrizio De André sembra andare e venire e poi tornare... come le nuvole.
Sembra sparito, inghiottito, dissolto tra i crepacci della Gallura, mentre segue le orme di una mucca o l'odore di un cespuglio.
Una presenza che per anni è rimasta soltanto nell'immaginario collettivo e poi è ricomparso. E ogni volta vien voglia di chiedergli: "Perché l'hai fatto? Perché sei riuscito dal crepaccio a cantare speranze e maledizioni che sembravano sopite per sempre?"
E c'è un senso di rassegnazione, di cosmica ineluttabilità nel suo risponderti: "Non faccio nulla. Sono come una nuvola che si riempie di pioggia e quando è gonfia deve scoppiare e spandere la sua acqua ai quattro venti..."
Quasi sessant'anni ormai, una chitarra, una città come Genova, di poeti e navigatori, una bottiglia di whisky, anzi una fila, un sentiero per amico. Poi, come in tutte le storie, un grande padre che muore. Gli chiese solo, in punto di morte: "Figliolo, buon figliolo, fammi una promessa. Non ti ho mai chiesto nulla"
"Certo, padre mio, cosa vuoi dal tuo figliolo?"
"Promettimi che smetterai di bere, bambino mio, promettilo."
"Ma padre, o belin, non mi puoi fare uno scherzo del genere proprio sul punto di morte, e con che cosa brinderò a questa tua dipartita?"
Ma le promesse sono promesse, almeno nel regno degli uomini e così Fabrizio ha smesso di bere. Altre ombre si agitano nei suoi occhi di mare in tempesta, nomi di gente come si trovano solo nei racconti di Pavese, un eterno giaccone blu, una barba come sempre lunga, un letto sempre sfatto ma cosparso di poesia e frammenti di vita e sapere come una biblioteca alessandrina. I capelli sempre spettinati, un volto che molta gente nemmeno conosce, ma un volto sempre incazzato, un sorriso sempre nascosto da cose impossibili a dire, perché tutto è già stato cantato. Un'anarchia portata sempre a bandiera, un rapimento e tre mesi vissuti all'addiaccio con gli occhi bendati..."Ti chiudono gli occhi e sei costretto a guardare dentro di te. Ah gli occhi... se non mi fossi messo a cantare , sarei stato un pittore. Anche perché mi piace considerare una canzone simile a un dipinto, dove alcuni elementi stanno in primo piano, altri in secondo piano, altri svolgono la funzione di fondale. Così la voce, il tema e la melodia potrebbero assumere le sembianze figurative della donna con il bambino in La Tempesta di Giorgione. Laddove l'arrangiamento, nei suoi piani strumentali, potrebbe rappresentare i vari elementi del paesaggio...
Rigore e ambiguità, mani lunghe e affusolate da nobile, con vene da contadino, voce da portuale con espressioni da nouveau philosophe, tenerezza e insofferenza, da Porta a Penna alcuni dei versi più belli di questa generazione, una generazione di amanti e di sfigati, di ribelli e di pantofolai, di artisti col desiderio di anonimato e di anonimi col desiderio di essere segno e simbolo, di idealisti pronti a rinunciare a tutto e di rivoluzionari non disposti a rinunciare a niente...
"Io passo la maggior parte della mia vita in solitudine. Non mi capita spesso di essere coinvolto da questo tipo di sentimenti. Mi capita più sovente di essere emozionato, o di provare meraviglia e stupore come un bambino. Oppure, quando scende la notte dell'anima cado in uno stato di atarassia, di totale assenza di partecipazione emotiva".
Poche amicizie, ma come si suol dire sincere, voglia di avventura e nido di famiglia, grande vecchio ed eterno bambino, passare dalle favole all'analisi e ritorno senza soluzione di continuità. Passare dal futuro attraverso il tempo perduto, quando le cose avevano un nome, nascevano e morivano con te e nessuno poteva portartele via. Il pudore estremo dei propri sentimenti, un amore per Dori che va oltre la parola e che nessuna parola d'amore potrebbe mai descrivere o contenere.
"Sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore. Ma Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività e confronto con la vita. L'ho sposata, sì, dopo quasi vent'anni, per motivi giuridici, perché la legge italiana non equipara ancora completamente i diritti della convivente a quelli delle mogli. Ma c'eravamo già sposati sull'addiaccio del Supramonte. Una comunione ad occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per ventiquattro ore al giorno. Che stupenda metafora! Nessuno conosce l'altro come ci conosciamo noi."
Parole strappate. Parole monche, trattenute. "La mia risposta a qualsiasi domanda sarebbe in ogni caso il frutto di un interesse simulato." Però abbiamo continuato a parlare, con lunghe parole inutili, davanti a un fuoco e a una bottiglia di vino rosso di Sardegna fatto a quattro mani con Filippo, molto più di un nome tutelare, un fratello di pietra, di sangue, carne e coscienza. Fare il vino per lui, per gli amici, per la gioia di vederli bere e schioccare le labbra, che lui Fabrizio non schiocca più. Ricordando la promessa. Abbiamo parlato davanti al mare e alla nostra impotenza , davanti a contadini con occhi trasparenti che ridevano di noi, davanti alla pioggia e davanti al camino, seduti sull'erba, sulla sabbia e sulle nostre sterili convinzioni. Abbiamo parlato fingendo di non conoscerci, perché non c'era niente da dire e, se avessimo potuto dirlo, la deontologia professionale ci avrebbe costretto a darci del lei. Ma ve lo immaginate? Signor De André, perché lei ora canta in dialetto?
"Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea".
Ed eccomi qui a pungolarlo, a provocarlo, a estorcergli il "frutto di un interesse dissimulato". Ma è finalmente vero che quanto più un artista si esprime, meno gli resta da dire, o almeno a parole. O, detto altrimenti, se uno ha dato tutto nella sua opera, non gli rimane più energia per parlare, spiegare, commentare o giustificare. Diffido di coloro che parlano abbondantemente delle loro opere, che spiegano, che ti aiutano a trovare gli (imprecisi) significati, e infatti oltre al bicchiere di vino rosso e alle barbe lunghe non c'era niente da dire, e così ecco la provocazione per rompere il guscio di silenzio.
"Io intendo più semplicemente la musica, il canto, come espressione dei propri sentimenti: della propria gioia, del proprio dolore...A volte può essere addirittura un tentativo di autoanalisi. Siccome tutti gli individui in fondo sono fatti delle stesse cose, analizzando te stesso offri anche una via agli altri per conoscersi, per scoprirsi."
Ma mi dica ancora, signor De André, mi parli di questa sua scelta di solitudine, e come soli compagni il vento e le pietre, la mano rugosa di Filippo. Mi dica cosa cerca tra gli astri e tra i segreti della sua fascinazione per l'astrologia; "ah, scienza metafisica", lei dice, "o metascienza", e anche che "parlarne è involgarirla, perché tutto ciò che è intimo nel tuo cuore non deve diventare argomento di conversazione..." Come la capisco, signor mio, e guardi che professione mi sono scelto! Pertanto le farò un'ultima domanda:
"Di che cosa ha paura?"
"La cosa che mi spaventa di più è rincoglionire. Il fatto di non essere più cosciente di me stesso, degli accadimenti che mi circondano. Ma anche di impoverirmi sentimentalmente, nelle emozioni. Mi spaventa questa disidratazione del cuore, di cui tutti sono vittima. Da questo punto di vista mi spaventa anche una vecchiaia lucida, cinica, priva di sentimenti... perché ho notato che in molte persone, con l'andare degli anni, si sviluppa una tendenza ad affezionarsi alle cose, e a disaffezionarsi alle persone"
Ma, come dice l'adagio, finché c'è Dori, c'è speranza. Di più: Dori è il massimo dell'immaginario possibile per un uomo mediterraneo: una madre col volto da bambina, non solo, una bambina con un corpo di donna, e una donna con un corpo da odalisca... Credo proprio che ci sia almeno una speranza.

 

De André, quella volta ho copiato Prévert
di Mario Luzzatto Fegiz
Corriere della sera 28/7/97

AULLA. Sì è vero, confessa Fabrizio De André: quando sostenni l'esame d'ammissione come autore alla SIAE di Roma scrissi una poesia che per metà rubacchiava dalle "Foglie morte" di Prevert. I commissari non ci fecero caso. Gli altri candidati non conoscevano Prevert e avevano grossi problemi con l'ortografia".
La rivelazione di un testo inedito di De André, scritto per l'ammissione alla SIAE nel '64, è arrivata l'altra sera ad Aulla durante la seconda edizione del "Premio Lunezia", che viene assegnato ogni anno al miglior testo di canzone.
La serata si era già riscaldata: De André è personaggio schivo che odia, da sempre, premi e festeggiamenti. L'altra sera, contro ogni aspettativa, aveva accettato di partecipare anche per la presenza di una sua vecchia amica, Fernanda Pivano. Si erano conosciuti ai tempi dell'Antologia di Spoon River" e la scrittrice era riuscita a strappargli un'intervista, poi usata per la copertina del disco, nascondendo un registratore sotto il suo letto. Nel reggere la motivazione del "Premio Lunezia" per il testo del brano "Smisurata preghiera" la Pivano aveva così concluso: "Non voglio che De André venga definito il Bob Dylan italiano. Preferirei dire piuttosto che Bob Dylan è il De André americano". E De André si era commosso.
Ma la commozione si è ben presto mutata in stupore quando la conduttrice della serata, Luciana Damiano, ha annunciato una sorpresa. Latore della stessa un dirigente della SIAE di Roma, che dopo aver premiato De André con una statuetta raffigurante un albero, ha annunciato di aver ritrovato negli archivi l'originale della canzone poesia scritta da De André nel 1964 come "prova d'esame" d'ammissione. Il manoscritto viene consegnato a Ugo Pagliai e Paola Gassman che, per tutto lo spettacolo, hanno letto i testi premiati. Quando Pagliai, con voce impostata, enuncia il ,titolo, "Spiaggia d'autunno", De André si impossessa del microfono e precisa: "Il titolo non è mio, l'avevano deciso i commissari". Dopo la lettura, fra le risate di Dori Ghezzi e il divertito imbarazzo di De André, il cantautore confessa: "E' una pagliacciata da non prendere sul serio, l'ho fatta solo per passare l'esame. Almeno la metà è una furba scopiazzatura delle "Foglie morte" di Prevert".
A luci spente, De André dà libero sfogo alla memoria: "Ricordo quell'esame come se fosse ieri: avevo già scritto canzoni importanti come "La ballata del Michè", 'La ballata dell'eroe", "Il testamento" però non potevo depositarle alla Siae perché non ero iscritto. Mentre scrivevo la canzone tema un ragazzo seduto sul banco dietro mi batte la schiena e mi chiede con accento del sud: "Restano va con due enne, vero?".
C'erano due ore a disposizione per dimostrare di saper scrivere un testo poetico su un tema prestabilito. Io consegnai dopo mezz'ora e poi aiutai altri candidati".
"Ancora più amena fu la prova, che consisteva nel riscrivere un testo di una canzone nota rispettandone la metrica: mi capitò "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello. Risate ancora maggiori all'esame di melodista, dove un notissimo collega eseguì le 12 misure che andavano aggiunte per completare le 4 proposte fischiettando, perché non era in grado di accennarle su nessuno strumento".
Lei invece suonò? "Sì, il pianoforte. Conoscevo bene il pentagramma. A 12 anni la mamma pensò bene di mandarmi a lezione di violino. Che io rifiutavo di suonare perché mi faceva male al mento e alla clavicola e mi provocava ferite. Così corrompevo il maestro Gatti con dolci alla crema, perché mi dispensasse da ogni tentativo e suonasse invece per me brani di Tartini e Paganini. L'accordo finì quando la mamma scoprì queste "non lezioni". Per fortuna conobbi Alex Hilralodo, maestro di chitarra colombiano che mi fece amare quello strumento".
Quali erano i suoi modelli? "Amavo Paoli, Bindi, i grandi francesi e Tenco. Dicevo che la sua canzone "Quando" l'avevo scritta io. Una sera lui mi becca in una balera di Genova e mi dice minaccioso: "E vero che in giro ti vanti d'aver scritto "Quando?". E io: "Sì. Lo faccio per portami a letto le ragazze". Diventammo amici". Dylan lo scoprii più tardi. Per merito di De Gregori".

 

De André, ritorno ai vangeli
di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 16/10/97

MILANO "Certe mie vecchie canzoni oggi non fanno più scandalo, ma a11'epoca...". Fabrizio De André osserva divertito gli scherzi del tempo. Nel suo nuovo album antologico "M'innamoravo di tutto", che uscirà il 6 novembre, ha inserito la versione originale di "Bocca di Rosa", quella che dice: "Spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno/ma non quando sono in alta uniforme/e l'accompagnarono al primo treno...."
"C'era da stare attenti: per "Carlo Martello" io e Villaggio siamo finiti in tribunale, a Verona. Ma il pretore mi assolse: "Mi dica piuttosto quando uscirà il suo prossimo disco?"...".
Rilassato, con l'immancabile oxford azzurra e pullover blue marine, inforca gli occhiali e legge qualche appunto. E il suo Genoa? Alza occhi: "Ci sarebbe da mettersi a piangere. Quasi quasi, faccio finta di essere sampdoriano. La squadra non mi piace un granché. Ho paura che il Genoa vada .in controtendenza alla città, che si sta risollevando molto bene...". Pausa. Però, adesso, il Genoa è passato a Gianni Scemi... S'illumina in un sorriso: "Ecco, questo mi rende felice. Siamo amici da trent'anni...".
Ma sì, questa benedetta genovesità gli rimane nel cuore. basta pensare alle canzoni infilate nella "collection": "Dove ho recuperato "Jamina", messa in ombra da" Creuza de ma" e "Sidan Capudan Pascià"...". O al programma della nuova tournée teatrale, che partirà il 2 novembre da Parma, per sbarcare il 10 e 11 dicembre al Carlo Felice.
E che si aprirà proprio con tre brani dall'album 'Creuza de ma": "Al quale sono molto affezionato. Mi piacciono le canzoni in lingua minore, ho sempre cantato un'umanità marginale, e i personaggi anonimi di "Creuza" parlano una lingua dell'anonimato. Infatti ho anche inserito "Zirichiltaggia" e "Monti di Mola", che sono in sardo. Pasolini diceva che il dialetto è il popolo, e il popolo è autenticità. Ne deduco che il dialetto è l'autenticità...".
In concerto seguiranno nove brani dal recente "Anime Salve": "Che ha per tema la ricerca della libertà, anche attraverso la dolorosa esperienza della solitudine...". Seguiranno due canzoni firmate dal figlio Cristiano, in scena con la sorella Luvi e poi la vera novità del tour teatrale: "Cinque canzoni dall'album "La buona novella": "L'infanzia di Maria", "Il ritorno di Giuseppe", "Il sogno di Maria", "Le tre madri" e "Il testamento di Tito". Secondo me, per quei tempi, era un disco rivoluzionario, almeno per i contenuti. Avevo preso spunto dagli evangelisti apocrifi, che non erano né cristiani né giudei. E tutti i personaggi dei Vangeli erano riusciti meno sacrali e più umani. Ovviamente, non fu molto capito...".
Ha qualche rimpianto? "Ma no. Scrissi quelle canzoni nel '69. in piena rivolta studentesca: ai meno attenti apparve anacronistico. Ma cosa predicava Gesù, se non l'abolizione delle classi sociali? Ai miei coetanei che si battevano contro gli abusi delle autorità dicevo semplicemente: guardate che, prima di voi, un rivoluzionario si è battuto per ideali che vi appartengono...".
Ma lei crede ancora in qualche forma di lotta per questi valori universali? "Certamente sì, ma va combattuta individualmente giorno per giorno, e non in branco come pecore...".
Proprio le canzoni della Buona Novella ispireranno il prossimo album del cantautore: "Che sarà dal vivo...". Mentre quello inedito è previsto per il "giugno del 2000: anch'io, ormai, devo sottostare alle scadenze...". E il duetto con Mina nella "Canzone di Marinella", che appare nella "collection"? "Lei ci ha messo cinque minuti, io due giorni. Ma lei ha una marcia in più: il Dna della musica nel sangue. E poi è molto simpatica. Devo aggiungere che suo figlio Massimiliano Pani ha fatto un ottimo arrangiamento, con archi e corni nel momento più suggestivo...".
"In "Mi innamoravo di tutto" ho privilegiato quelle canzoni considerate, a torto, minori:
"Coda di lupo", "Sally", "La cattiva strada' , "Il bombarolo", "Il canto del servo pastore", "Se ti tagliassero a pezzetti", "Ave Maria sarda", "Jamina", "La canzone dell'amore perduto" e le arcinote "Bocca di Rosa", in versione originale, e "Marinella" con Mina...".
Poi indica, orgoglioso, un plastico che raffigura la nuova scenografia dello show: creata da Emilia Pignatelli Morgia, moglie dell'immancabile Pepi, raffigura due castelli di tarocchi genovesi:
"Un'allegoria della vita, con il Diavolo, la Luna e le Stelle...". E giovedì prossimo andrà a Sanremo per ritirare la targa Tenco:
"Il mio Nobelìn..." dice allegro, fiero come un patriarca dei due figli e della moglie Dori, sempre più radiosa. Un patriarca simpatico, affabile. Ma non era burbero? Che sia stata un'allucinazione? Per tutti questi anni?

 

Io che vivo fuori dal gregge
di Cesare Fiumi

Contromano. Se Sanremo, di questi tempi, è il senso unico di ogni nota (anche la meno gloriosa e dimenticabile), beh, c'è pure chi continua a imboccare la canzone italiana nella direzione opposta, mettendole in bocca le parole e le storie mancanti, quelle che di solito non finiscono al Teatro Ariston. E a investire sulla propria storia di cantastorie solitario. Cosi anche stasera, giovedì 20 febbraio, dentro un piccolo palasport di provincia sottratto all'Auditel, che neppure se ne accorgerà.
Questa sera Fabrizio De André, 57 anni e 13 dischi, canterà a Treviglio la sua Princesa e le altre "vite diverse" dell'ultimo lavoro, Anime salve, ennesimo viaggio nei disagi d'Occidente. E pensare che trent'anni fa fu proprio il festival a ispirargli Preghiera in gennaio, la canzone dedicata ai giovani suicidi che al cielo e alla terra preferirono il coraggio: era il 1967 officiava Mike Bongiorno e Luigi Tenco se n'era appena andato, colpito da un ictus alle sue speranze. Ma Fabrizio De André a Sanremo non ha mai messo piede. "perché non si può tare a gara con le emozioni. E le sensibilità personali. specie se sollecitate su uno stesso tema. non possono avere un ordine d'arrivo. Le uniche classifiche accettabili sono quelle dei dischi venduti. E poi, oggi, Sanremo è più indecifrabile di trent'anni fa: allora rappresentava una certa Italia, era ancora uno specchio del Paese. Ora sembra avere meno radici, spesso è solo brutta imitazione. Non si accorge di Vasco Rossi o di Zucchero, che magari, la volta che decidono di passare al Festival, finiscono al ventesimo posto...".
Casa De André, verso sera: ultimo piano dell'ultima Milano, la periferia in fondo alla foschia. I libri della Pléiade scorrono lungo le pareti, quinta francese d'antan. Amati classici d'oltralpe, orfani di Villon l'ispirazione di Tutti morimmo a stento che non è stato accolto nel pantheon rilegato in papier - bible. Fabrizio De André è già in tour ma ancora a due passi da casa, ed è qui che rifà la storia della poesia in forma di canzone, partendo dalla sua Liguria, nutrita dai trovatori provenzali, per poi scivolare indietro fino a Omero e risalire ai cantastorie del secolo scorso. Un modo per ripercorrere i sentieri battuti dalla canzone d'autore, che se ne va tranquilla in contromano in controtendenza. insomma anche nei giorni gonfi di solo Sanremo. Capace comunque di farsi sentire. E farti sentire.
Sostiene De André che siamo pieni di lividi senza memoria, disegni che guardiamo fiorire sulla pelle, ma che non riusciamo a ricordare da dove vengano, da quale spigolo della vita, da quale indignazione giornalistica, da quale inquadratura di telecamera. "Ecco cosa ci sta a fare oggi in Italia la canzone d'autore: dove l'informazione è carente, per distorsione mercantile della notizia, addomesticata dalle leggi del profitto, la canzone d'autore riesce a diffondere piccole e grandi verità che altrimenti andrebbero perdute. È un ruolo che la canzone di consumo non riesce a svolgere. E un recuperare fatti memorabili, affrontati magari come cronache minimaliste. per sottrarli al ronzio indistinta di un'informazione frettolosa, che ci lascia solo tracce bluastre sulla pelle senza toccarci nel profondo. E sempre più difficile leggere piccole storie umane di diversità con un linguaggio che non sia provocatorio o ricattatorio.
Parole che sembrano uscire da un personaggio di Un destino ridicolo, il romanzo scritto a quattro mani da De André con Alessandro Gennari, e uscito lo scorso autunno per Einaudi: Che tristezza. Una volta erano i romanzi a ispirare le canzoni, non viceversa. Oggi, canzoni supplenti. Ma cosa significa cantare il mondo dell'emarginazione oggi, rispetto a quando, trent'anni fa. De André vibrava indignazione nel Corale supplicando: che la pietà non vi sia di vergogna? "Allora invocavo ingenuamente un'improponibile pietà. Differenze? Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio. E tutti quelli che attraversano i disagi dell'emarginazione e però non rinunciano ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perché muovono la Storia. E l'umanità riesce a crescere proprio quando non si omologa al gregge delle maggioranze. Ce ne renderemo conto molto presto: quando accanto all'economia di mercato ne sorgerà un'altra, fondata sul dono. sullo scambio e sul mutuo soccorso. Questione di tempo e il capitalismo andrà in pezzi. I perdenti? Gli ex ricchi che non vorranno accettare economie diverse da quella fondata sul rapporto merce - denaro. E si troveranno spiazzati".
Sembra una buona novella: l'annuncio di una rivoluzione imminente e immanente al sistema. Qualcosa che riecheggia in un verso di Disamistade. una canzone dell'ultimo disco del cantautore. dove la corsa del tempo spariglia destini e fortune. Continua De André: "Quel ripetere '"li ultimi saranno i primi" forse non voleva essere una profezia metafisica. Forse Gesù, che profeta lo era sul serio, era riuscito a individuare un futuro di moltitudini tranquille, sganciate da ideologie assolutistiche come socialismo, capitalismo e dallo Stato stesso. E soprattutto, da una morale imposta d'autorità, per sovvertire le leggi che le popolazioni si erano date in maniera spontanea. Per me, ogni regola imposta si è rivelata nefasta: dai dieci comandamenti fino alla legge sulla dissociazione". Riaffiora l'anarchico De André, passato per Bakunin e Stirner, l'individualista tenace.
"In un mio vecchio album. La buona novella, mettevo in bocca a uno dei ladroni crocefissi con Gesù, una lettura provocatoria dei dieci comandamenti, che il ladrone smontava uno per uno, smascherando l'ipocrita convenienza di chi li aveva dettati: facile dire "non desiderare la roba e la donna d'altri" quando si possiedono palazzi e concubine; oppure "non ammazzare" quando hai le mani sporche del sangue di innumerevoli crocifissioni. E ancora: se oggi fai il delatore sei un benemerito, mentre un tempo il peccato di Giuda era il peggiore. Quando Sofri parla di delazione, riguardo al pentito Marino, fa benissimo: credo che voglia dire proprio "Giuda". L'autorità, insomma, colpisce per farsi vedere, per terrorizzare: potremmo chiamarla "transustanziazione della legge". Così, non posso che definire terroristiche le tre sentenze che hanno condannato Sofri. E io stesso vale per il caso Tortora". Sembra di risentire due vecchie canzoni di De André: Il Gorilla, da George Brassens. e il giudice dall'antologia di "Spoon River". Gogne grottesche di magistrati canzonati.
"E pensare che a sinistra, negli anni Sessanta, mi criticavano. Dicevano che ero di destra. Eppure, a 25 anni, avevo già scritto La guerra di Piero, un manifesto pacifista. anteriore a Blowin 'in the Wind di Bob Dylan. E anche Bocca di Rosa e Il pescatore. Figurarsi se ero di destra. Avevo letto il Capitale e il Manifesto del Partito Comunista".
All'ombra dell'ultimo sole (dell'Avvenir...), sera schierato un cantautore. Ma la sinistra marxista - leninista lo teneva fuori dai cancelli ideologici. "Mi dicevano: "Però ti ascoltiamo lo stesso, perché sei trasgressivo". Trasgressivo. pensa tu..: E dire che avevo letto Bakunin, Malatesta, la Luxemburg. E dal '57 frequentavo i circoli anarchici genovesi. Se sono ancora l'anarchico di un tempo? Oggi ho capito che può dirsi anarchico soltanto chi non possiede un territorio. perché nel momento stesso in cui possiedi un territorio devi organizzarti in maniera verticistica. Meglio coltivare la solitudine, che ti permette di essere più attento a ciò che ti circonda, e non solo agli uomini. Anzi, sono convinto che questo mondo non sia stato creato per gli uomini, forse noi siamo solo un'occasione. Non voglio fare il panegirico dell'anacoretismo e del romitaggio. però sono impaurito dalle organizzazioni sociali, perché nel loro interno esistono i germi della violenza, dalla bocciofila valtellinese passando per i Lions club di Tempio Pausania, fino allo Stato: i capi creano regole e per farle rispettare creano le polizie. Poi, per farsi rispettare dalle altre organizzazioni. creano gli eserciti. Anarco - individualista? Forse in passato. Se non fossi così attaccato alla vita e non so come mai, forse perché ho avuto la fortuna di emergere presto e di non dover lottare contro l'anonimato, oggi mi sentirei più vicino al nichilismo".
Mi sono visto di spalle che partivo, canta De André in Spirito solitario: senza anagrafe e senza gregge appresso. Senza smettere di cantare e contare storie: si possono seminare emozioni e speranze per almeno quattro generazioni dì giovani e finirla lì, andandosene in pensione scoraggiati? "No. proprio no. Anche se la pensione per i cantanti c'è davvero: un milione e centomila lire al mese dopo il sessantesimo anno di età. Ma come si fa a smettere.., ti ritrovi sempre con una penna o una chitarra in mano. Magari resteranno solo canzoni e non diventeranno dischi, ma certi personaggi della mente, quelle commistioni che diventano storie, quelle non finiranno mai di bussare alla porta. Come la donna di Via del Campo, per metà una ragazza di Asti conosciuta a casa di amici, per metà una donna di Genova. O come la nonna delle Nuvole".
"Un tempo dentro le mie canzoni tutti ci leggevano di tutto, anche le cose che non c'erano, ma era giusto così: una volta scritta, la canzone non deve più appartenerti e vanno bene anche dieci interpretazioni diverse. Oggi che ho un pubblico che va dai 15 ai 60 anni, i contatti con le persone, in camerino, sono sempre frettolosi. E chi viene a trovarmi all'agriturismo in Sardegna, mi parla soprattutto dei concerti, dello spettacolo, delle luci, della magia. Oppure dei dischi. I testi ormai sembrano interessare solo agli addetti ai lavori. E a quelli che mi scrivono, che comunque sono sempre di meno. E poi. arrivano anche certe lettere...".
E De André ne racconta una che viene da Verona, feroce con gli zingari e con lui che li canta nel disco. "Non è anonima, per fortuna. Risponderò. Spiegherò che gli zingari sono stati raccontati persino da Erodoto, che non hanno mai fatto guerre a nessuno, che la Mercedes taroccata è tutto quello che possiedono. Che sentono l'impulso primario al saccheggio, di cui parla Campbell, ma che non hanno mai rubato milioni alle banche. E aggiungerò che non ho mai visto una zingara battere il marciapiede a differenza delle nostre donne. Dirò, educatamente, che non sono abituato a prendere le cose alla leggera e che se decido di parlare dei nomadi in una canzone, prima mi informo. Spero lo faccia anche il signore che mi ha scritto. Si sono incattiviti i vecchi benpensanti dei miei primi dischi, ora che gli hanno toccato anche la tasca. Questo signore. per esempio. ha allegato pure duemila lire per umiliarmi, per essere sicuro di ottenere risposta. Mi auguro che la prossima volta quelle duemila lire le metta nella mano di una zingara, senza storcerle il polso... Spesso si odiano le cose soltanto perché non le si conoscono".
Come le parole più difficili e rare. "Perché anche le parole sono nomadi", dice De André. Come le Nuvole del suo penultimo disco, come i Rom di Anime salve. "Le parole sono affascinanti proprio perché cambiano continuamente di significato. Specie nei dialetti: la bellezza degli idiomi locali è la loro mobilità. Basta un chilometro e la parola già se ne esce storpiata e rinnovata: a Genova, il mare si dice u' ma; a Pegli, dove sono nato io e che oggi è quasi Genova, si dice invece u' mo. Le lingue nazionali al confronto sono morte, non si rinnovano e non si modificano. È sicuro che se un bambino provasse a scrivere u' ma in un tema, prenderebbe un bel "2". Per questo uso spesso il dialetto: è una rivincita. Perché il dialetto non va a morire ma riemergerà, dal disastro del capitalismo, nelle isole spontanee dei contadini, dei pescatori, di chi lo sceglierà come codice, magari carbonato, dell'economia "del dono" che già si annuncia. Cosa farò io? Me ne starò in disparte, perché un artista, che canti o che scriva, deve trovare l'equidistanza tra chi lancia insulti e chi scaglia pietre, e mantenere l'equilibrio del giudizio. Guardando la realtà dalla cima di una montagna. Scegliendosi così una solitudine volontaria, responsabile, per quanto e possibile, soltanto di se stessi". Senza gregge. Né legge.

 

Io, Mina e Marinella
di Cinzia Marongiu
Da TV sorrisi&canzoni

Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1968 "La canzone di Marinella", con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all'avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti". Firmato Fabrizio De André. Il ringraziamento è sulla copertina di "Mi innamoravo di tutto", raccolta antologica del cantautore genovese, in uscita il 6 novembre. All'interno, 11 pezzi scelti con un insolito criterio:
"Ho voluto rivalutare", spiega De André, "quei brani che hanno pagato lo scotto di essere inseriti nello stesso disco con altri pezzi più fortunati". Accanto a illustri "dimenticati" come "Coda di lupo", "La cattiva strada" e "Il bombarolo", c'è anche il duetto con Mina della "Canzone di Marinella", lentissimo e arrangiato jazz da Massimiliano Pani.
Antologia e duetto a parte, in questo periodo parlare di De André è quasi d'obbligo. Da novembre a febbraio l'autore di "Bocca di rosa", con band e figli musicisti al seguito, sarà in tournée nei maggiori teatri italiani per riproporre il meglio del suo repertorio, con brani tratti da "La buona novella", "Creuza de mà", "Le nuvole" e "Anime salve".
E proprio il suo ultimo e bellissimo disco gli ha consentito qualche giorno fa di stabilire un piccolo record: nei 22 anni di storia del premio Tenco, prestigiosa rassegna della canzone d'autore, De André è l'unico ad aver vinto per il miglior album dell'anno ("Anime salve", appunto) e per la migliore canzone ("Princesa"). E non basta. Ora perfino la cultura cosiddetta "alta" si occupa di lui. E appena uscito per le edizioni Euresis "Fabrizio De André - Accordi eretici" (25.000 lire), dotta raccolta di saggi sulla sua poetica musicale. Un riconoscimento importante, tanto più che l'introduzione al libro porta la firma del poeta Mario Luzi. Fra l'altro, si legge: "Lei conscio della natura simbolica dell'arte demanda il senso dei suoi canti. che è anche un senso generale della vita e della società, a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa". E scusate se è poco.

 

Nel mirino di Dori
di Cinzia Marongiu
TV sorrisi&canzoni

"Sono contento che mi fotografi Dori. Nessuno mi conosce meglio di lei. La sua interpretazione della realtà esprime un gusto simile al mio".
De André parla lentamente e soppesa le parole. Non si concede troppo volentieri al rito di un'intervista. ma quando decide di farlo, lo fa alla sua maniera: con generosità, autoironia e rigore. Questo è il suo momento d'oro. Premi. libri, film, una antologia di vecchi successi ("Mi innamoravo di tutto") e la tournée teatrale, ancora in corso, accolta trionfalmente.
Che effetto fa essere al centro dell'attenzione?
"Sono abbastanza spaventato dall'eccesso di lodi, perché dal colmo della grazia si può prevedere di scivolare in disgrazia. Comunque. non me lo so spiegare neanch'io. Forse è un periodo di combinazioni astrali favorevoli".
Durante i concerti presenta le canzoni di 'Anime salve. con un discorso sulla solitudine e lo conclude sostenendo che forse non esiste. In che senso?
"Per solitudine non intendo il fatto di essere fisicamente da soli, ma quello di non sapersi tenere compagnia. Se lino si impegna a tenersi compagnia, non è mai solo".
Lei se ne tiene, e come?
"Costantemente. Leggendo molto, suonando e, più raramente, pensando. Quando sono in Sardegna, poi, mi occupo del giardino e dell'orto. Ma queste sono situazioni da miracolati. In effetti, è la chitarra a tenermi molta compagnia Esercito la mobilità delle mani eseguendo le scale cromatiche. Ogni tanto viene una sequenza di accordi interessante e la scrivo su un foglietto".
Mai avuto problemi con l'ispirazione?
"E' un fluire improvviso di energia. Come quando a 15 o 16 anni, in occasione di un esame, si ricorreva a sostanze anfetaminiche. Di colpo ti ricordavi tutto quello che avevi anche soltanto letto. L'ispirazione è qualcosa di simile, che ti permette di attingere al serbatoio della memoria. Questi momenti non arrivano a comando, bisogna saperli aspettare. A volte è un emozione intensa a dare lo stimolo. Ma deve essere diretta. Non mi giunge attraverso i media: la Tv, per esempio, spettacolarizzando un fatto, allontana le emozioni".
Nelle sue canzoni nasce prima il testo o la musica?
"Alcune volte ho vissuto quei momenti miracolosi in cui testo e musica nascono contemporaneamente. Negli altri casi ti ingegni nel mettere insieme gli appunti che hai buttato giù su determinati avvenimenti degni di memoria e quelle famose sequenze di accordi, di cui parlavo. E' quasi un lavoro di assemblaggio".
Un'altra componente delle canzoni è la voce. Sulla sua si scrivono perfino dei saggi. Vedi il caso del libro "Accordi eretici" . Come la coltiva?
"Non la coltivo affatto: fumo 40 sigarette al giorno. ho diminuito grazie ai concerti, durante i quali non fumo, e poi perché dormo molto per recuperare il dispendio di energia. Ho la fortuna di avere molti armonici in ogni nota che emetto".
Come definisce la sua voce?

"Evocativa".
Perché preferisce lavorare la notte?
"Mi succede da sempre, fin da quando studiavo. La notte è più facile concentrarsi, ci sono meno rumori, le persone dormono, nessuno ti distrae".
Il disco "Anime salve" è dedicato agli emarginati. Però in tutta la sua opera sono sempre stati loro i protagonisti.
"E' vero. D'altronde, la caratteristica degli artisti è di avere poche idee ma fisse".
Dal bombarolo ai transessuali, dalle prostitute agli zingari: nei suoi brani appaiono diversi da come i vengono rappresentati di solito. Perché?
"E' la società che, emarginandoli. ne dà un'idea diversa da quella reale . Nella mia vita ho avuto la fortuna di i viverci insieme. Quella che ne do è un'immagine molto più vicina alla realtà di quanto non la dia la generalità delle persone che spesso parlano di cose che non conoscono".
Lei ha smesso di averci a che fare?
"No. Anche quando mi sono trasferito in Sardegna non ho preso una villa in Costa Smeralda, ma sono andato a vivere nel centro della Gallura, in mezzo ai pastori. Ho cercato di mettere su un'azienda agricola e non un allevamento di aragoste".
Ha parlato dell'amore in modi differenti. Come lo definisce?

"E' l'equivoco della ragione. Un momento di grande ubriacatura che con l'andare del tempo si trasforma e ci rende coscienti che in effetti è solo un equivoco. Contemporaneamente. sorgono altri sentimenti meno nebulosi ed entusiastici, come l'affetto e il desiderio di confidenza. Questo porta inevitabilmente a costruire una sorta di piccola società omertosa, come è in fin dei conti la famiglia. Che offre molti vantaggi sul piano personale, ma che è comunque un'istituzione antisociale, una sorta di rifugio antiatomico contro la società. Questo per ben che vada. Se poi non ci sono affinità di carattere e finalità comuni si finisce per dividersi".
Come mai, da qualche tempo, si concede con maggiore disponibilità?
"Con l'andare del tempo si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi che agiscono tante volte in modo indipendente dalla loro volontà. Allora finisci per trovare poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Se estendi questo tipo di indulgenza anche a te stesso, riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il tuo prossimo. La cosa curiosa è che questo l'avevo capito quando avevo 20 anni e scrivevo frasi come "Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo" . Evidentemente, malgrado qualche eccesso alcolico, non l'avevo dimenticato".

 


Odio il brutto e l'inutile
di Laura Putti
La repubblica 16/10/97

MILANO. Fabrizio De André. E il suo momento. Ha vinto due Targhe Tenco, ha fatto un duetto con Mina, sta per uscire un disco antologico, al quale seguirà un libro molto serio, su di lui. E il 2 novembre inizierà un tour teatrale completamente nuovo. Volendo stabilire un ordine cronologico, il Tenco, storica rassegna sanremese dedicata alla canzone d'autore, è il primo appuntamento. De André parteciperà alla serata inaugurale, quella del 23 ottobre, con un piccolo record personale: stato il primo nei 22 anni di storia del Tenco ad aggiudicarsi la targa per il disco dell'anno ("Anime salve", scritto con Ivano Fossati) e per la canzone dell'anno: la straordinaria "Princesa", che ha vinto dopo un serrato testa a testa con "La cura" dl Franco Battiato. Dopo Sanremo, De André inizierà il suo tour, il 2 novembre dal Regio dl Parma, che andrà avanti fino a febbraio '98 percorrendo l'Italia intera. Il 4 novembre sarà presentato "Fabrizio De André Accordi eretici", un libro (per la Euresis Edizioni) che raccoglie scritti su De André (Romano Giuffrida, Bruno Bigoni, Luigi Pestalozza, Liana Nissim, Franco Fabbri e altri), suoi manoscritti e una preziosa introduzione di Mario Luzi su musica e poesia: "Per quanto il suo dono dl affabulazione crei una certa magia" scrive il poeta, "non sarebbe in grado di soggiogare l'uditorio senza il foco di quella concrezione e sintesi". Il 6 novembre uscirà "Mi innamoravo di tutto", raccolta antologica del primo De André. Undici canzoni (un titolo, che è anche quello del tour, è tratto da "Coda di lupo", brano dell'album "Rimini") tra le quali il duetto con Mina su "La canzone di Marinella", arrangiata, lentissima e intensa, da Piero Millesi. Un capolavoro.
Insomma, c'erano motivi a sufficienza per chiedere un incontro a De André. Richiesta candida, quasi ingenua: perché è noto che i riflettori non si addicono al musicista. Invece di godere del suo momento magico, De André è nel panico assoluto, immerso nelle prove del concerto, già ansioso per tutto quello ti che sta per scatenarsi attorno a lui. Ha quindi chiesto di poter rispondere per iscritto alle nostre domande. E martedì i cinque fogli, in leggibile stampatello sono arrivati in redazione. Ecco cosa ci ha risposto.
DEVE essere terribile, avendo scelto una vita appartata, trovarsi improvvisamente coinvolto in così tante situazioni. Con quale spirito affronta concerti, premi e premiazioni?
"Non vedo contraddizione: se ho scelto una vita a margine è proprio perché non mi è quasi mai riuscito di conciliare l'immaginario con il reale, i miei desideri con quelli di chi vorrebbe impormene altri. Mi chiedo sempre se sia giusto andare contro i miei impulsi: poi cedo ai ricatti della ragione che mi consentono di sopravvivere, sia pure nel disagio della contraddizione.
Così mi chiedo se sia opportuno ritirare un premio, mi interrogo se sia giusto darlo a chi, in fondo, è già stato abbastanza premiato dalla vita. Mi rispondo di no, ma poi vado a ritirarlo. Forse perché razionalmente comprendo che la vita è anche fatta di rituali leggendari a cui molti di noi, me compreso, attingono per riconoscere una parte di se stessi in un nostro simile di successo, in un vincente. Ecco il problema: io non mi considero affatto un vincente, perciò mi vergogno a sostenere un ruolo che non mi è naturalmente proprio. D'altra parte mi rendo conto che questi riconoscimenti mi sono utili, come mi è assolutamente utile fare concerti".
Che importanza ha nella sua vita il concetto del tempo? Non crede che parlare soltanto quando si hanno cose importanti da dire, a un certo punto, possa ridurre l'uomo a1 silenzio?
"E molto probabile che finisca così. Nell'attesa continuo a pensare che l'unico tempo veramente sprecato sia quello utilizzato in cose inutili o brutte. Un giovane sioux di undici armi che aveva passato l'estate dai nonni, in riserva, interrogato, al suo ritorno a scuola, su come avesse trascorso le vacanze, rispose: "Benissimo. Il tempo era ritornato a essere intero". Appunto. Noi siamo troppo abituati a segmentarlo, a dividerlo in ore e minuti, in ansie e angosce, dimenticandoci che da piccoli giocavamo intere giornate con un pezzo di legno in cortile, avvertendo il passare del tempo solo al sopraggiungere della notte, allo scroscio improvviso della pioggia: avevamo una pura nozione atmosferica del tempo".
Ha pensato che fosse tempo per un'antologia?
"No, sono i discografici che ogni tanto decidono di essenzializzarti. Se poi lasciano a te la scelta dei brani non resta che baciar loro la mano".
Nella raccolta c'è il duetto con Mina. Perché la scelta è caduta proprio su La canzone di Marinella?
"L'idea è stata di mia moglie Dori. Ho scelto Marinella per un mucchio di motivi, ma soprattutto perché Mina l'aveva già cantata. Furono proprio i proventi Siae derivati dalla sua interpretazione che mi orientarono nella scelta di continuare a scrivere canzoni. Ci sono anche motivazioni meno venali e più complesse che mi legano a La canzone di Marinella, ma non basterebbe una pagina a raccontarle".
Perché nella sua vita professionale, sempre di più, si circonda di familiari?
"Se fosse capace di usarlo, metterei al mixer anche la mia prima moglie. I miei familiari sono le persone che meglio conosco e di cui meglio conosco le capacità. So che mia figlia sa cantare, e Cristiano lo considero tra i più grandi polistrumentisti europei".
Saranno con lei anche nel nuovo tour? Quali le novità rispetto al precedente?
"Ho scelto canzoni mai troppo frequentate. Ne farò cinque, riarrangiate, da La buona novella (1970, il disco ispirato ai Vangeli apocrifi1 N.d.R.); due o tre mai cantate in pubblico, come Geordie e La città vecchia; quattro da Creuza de mà'. Canterò per intero Anime Salve, il disco scritto con Fossati. E antichi ronzini da battaglia, gli "everbrown", come li chiama Mark Harris. Che sarà alle tastiere e alla direzione musicale. Ci saranno inoltre Mario Arcari ad ance e flauti, mio figlio Cristiano sommerso da bouzouki, oud, violino, chitarre e tastiere aggiunte, Michele Ascolese e Giorgio Cordini ai plettri, Rosario Jermano alle percussioni, Stefano Ceni al basso, Ellade Bandini alla batteria, mia figlia Luvi ai cori con Laura De Luca e Danila Satragno, entrambe anche musiciste".
In Italia lei è stato il primo a utilizzare nelle canzoni un linguaggio crudo, realistico. Simile a quello di molti giovani scrittori di oggi. Come giudica Brizzi e compagni?
"E' vero, conosco quel linguaggio. Anche se penso che le eventuali esagerazioni di questi giovani scrittori, che oggi chiamano cannibali, abbiano una valenza diversa da quella apparente. Un parallelo con le mie canzoni: erano diversi i tempi? Forse sì. Era diverso l'uomo? Assolutamente no. Era semmai diverso l'approccio dell'autorità con i sudditi. Soprattutto quelli che esprimevano il loro disagio attraverso le cosiddette opere dell'ingegno. Nel mio piccolo fui processato per un testo innocuo e goliardico che avevo scritto con Paolo Villaggio: "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers". Oggi, che tutto è assorbito e giustificato in nome del dio dei mercati, gli artisti, a maggior ragione, continuano a dissentire da chi organizza e controlla la società per i vantaggi propri e di una minoranza elitaria. E continuano a farlo con gli strumenti dell'arte. Indipendentemente dalle singole qualità letterarie, che non sta a me giudicare non mi dispiace affatto la rappresentazione che del mondo ci danno Brizzi e compagni: la leggo come un'allegoria del predominante pensiero "turbocapitalista" che tutto può comprare e vendere, anche un pezzo alla volta; che tutto può barattare, umiliare e ferire, non importa se si tratti di oggetti, di corpi o di anime".

 

Parole d'amore e d'anarchia
di Fernanda Pivano
Corriere della sera 3/9/97

TEMPIO PAUSANIA. A un'ora di macchina dall'Agnata, dove gli ospiti affollano la tenuta agrituristica di Tempio Pausania cara a Fabrizio De André, si apre una baia più bella e più tenera di quelle che ho visto nelle Isole Felici dei Mari del Sud.
Sul pendio di quella baia il poeta ha acquistato la casa di un'amica e lì si riposa con la moglie Dori dalla fatica delle tournée. La mattina esce tardi dalla sua camera dove legge, scrive, lavora; poi sie4de alla tavola patriarcale dove si alternano adolescenti ansiosi, figli di complicate parentele e parenti complicati, tutti raccolti con un po' di soggezione intorno al dolce menestrello della nostra giovinezza che ha osato denunciare morti innocenti tra i mortali "papaveri rossi" e conformismi crudeli accaniti contro il sorriso dell'amore.
Si diverte agli scherzi dei ragazzi, ride con un amico che gli trucca i punti di una partita di scopa, risponde col telefonino di Dori agli impresari del suo prossimo concerto. Quando cala il sole va a nuotare o in pattino nell'acqua limpida come un cristallo, in un fondale basso con lunghi, lenti frangenti che accolgono ragazzi felici immersi nell'acqua fino alle spalle senza toccare il fondo, davanti a due isole, la Municca (che vuoi dire scimmia) e la Municchedda (che vuoi dire scimmietta).
Parla volentieri della sua fazenda famosa di Tempio Pausania, che in realtà si chiama l'Agnata, comperata una ventina d'anni fa quando era soltanto uno stazzu, un appezzamento quasi abbandonato con un palazzotto tipico gallurese di blocchetti di granito fine Ottocento affondato in una foresta di querce sempreverdi, senza fondamenta costruito com'era sulle rocce, naturalmente con una sua leggenda di un enorme tesoro sepolto fra gli alberi cercato invano per decenni.
L'appezzamento era nella vallata di Baldu: glie ne aveva parlato Giovanni Mureddu, un autista di Tempio Pausania, e Fabrizio ne ha comperato 150 ettari, tre corpi di terreno con nomi che sembrano usciti dalle sue canzoni, Tanca Longa, Donna Maria, l'Agnata. Tanca Longa è un sughereto che ogni dieci anni produce il suo sughero in un piccolo pascolo irriguo, che si può innaffiare; Donna Maria è un pascolo asciutto, che non si può irrigare, si può usare solo a primavera e ha un suo rustico e un laghetto, resi maestosi da magnifiche rocce di granito di fronte al monte Limbara, il secondo monte sardo più alto dopo il Gennargentu.
Fabrizio ha scelto l'Agnata per realizzare il suo sogno di bambino cominciato quando aveva cinque anni e la famiglia (la sua "grande" famiglia) lo aveva rifugiato dalla guerra nella tenuta della nonna a Revignano d'Asti e lì aveva imparato ad amare la terra e le piante e le erbe, fino a decidere che "da grande" avrebbe avuto una tenuta come quella tutta per se.
Così una ventina di anni fa è entrato a vivere con Dori nel palazzotto dell'Agnata, a lume di candela perché non c'era la luce, senza telefono, in un terreno abbandonato, completamente incolto, in un'asprezza da western americano, con una tenacia da pioniere sardo, e quando è riuscito a ristrutturare la stalla ha cominciato ad allevare i vitellini da carne, e poi maialini, e poi a seminare gli orti, e poi a produrre uova, e poi a coltivare ulivo e vite e tutto quello che poteva alimentare un ristorante agrituristico, e intanto ha alzato il solaio e ne ha ricavato una mansarda, e ha restaurato un'altra stalla diroccata attrezzandola come dispensa e cella frigorifera.
Dopo tre anni il palazzotto è diventato quasi abitabile e Fabrizio caparbiamente è andato a viverci con Dori tra una tournée e l'altra. In un altro piccolo rudere ha sistemato una cucina e ne ha anche ricavato una camera per i custodi cuochi Agostino e Tonina. Così ha potuto fondare il ristorante subito diventato famoso.
Fabrizio si divertiva a giocare con quella terra, e ha giocato anche col rio Caprineddu che attraversa la tenuta, lo ha sbarrato e ne ha ricavato un lago per l'irrigazione ma anche per accogliere una decina di trote trovate in una pozza d'acqua, che hanno attirato anatre e gallinelle d'acqua e uccelli acquatici.
Ora sta costruendo con Dori sulla costa della collina un edificio di otto stanze e una piscina ricavata nella roccia, e un campo per le bocce, e un campo da tennis. Dice Dori: "Finiremo per cercare le palline da tennis nel bosco", e ride; ma c'è poco da ridere se si pensa che senza interventi pubblicitari, senza telefono, solo attraverso il tam tam degli ospiti la storia di questa fazenda è finita sul Financial Times.
Non ho capito se Fabrizio ha voglia di essere considerato un contadino, come faceva Faulkner quando aveva una campagna a una trentina di chilometri da Oxford, Mississippi, coltivata in realtà da un fratello e da quattro braccianti negri, che lo scrittore andava a trovare nella loro baracca di tronchi per ubriacarsi con loro e farsi raccontare storie di caccia o schiavitù. In realtà con Fabrizio si parla più di poesia che di agricoltura, nonostante le centinaia di volumi che ha studiato per far coltivare la sua tetra, e non sempre i suoi ospiti illustri sanno la storia di quella Agnata che lo ha ammaliato; ma per lo più quando è in Sardegna i suoi ospiti sono legati alla storia sarda, come Salvatore Sechi di Tempio Pausania, alto funzionario di Stato molto vicino alla presidenza della Repubblica, per Fabrizio soprattutto musicista concentrato sullo studio del fagotto per ricreare con uno strumento "colto" il suono etnico pastorale delle "lanneddas", le zampogne sarde senza mantice. Per giocare a scopa si è scelto Alberto Santini, un amico che vive a Viterbo ma da una quindicina d'anni lo aiuta nei lavori dell'Agnata, con abbastanza fanatismo da costruire a Soriano nel Cimino, vicino a Viterbo, una villa sua chiamandola Agnatina. Le loro partite a scopa sono molto serie: guai a chi li disturba. Ma se Fabrizio sì allontana un momento Alberto gli trucca l'elenco dei punti e quando ritorna e non se se accorge ridono tutti come ragazzi.
Si ride davvero, non soltanto come ragazzi, quando arriva Beppe Brillo amico d'infanzia e di famiglia, caro a Fabrizio come un fratello. Con lui è come se uscisse dallo spesso involucro di autodifesa che si è costruito addosso per schivare difficoltà fastidiose create dall'invadenza dei curiosi: i suoi problemi somigliano a quelli di Beppe e fra loro si capiscono anche soltanto con uno sguardo.
Ma a volte, quando il rosso mandala del sole cala nel mare, e nel crepuscolo dorato il miracolo della baia si prepara alla notte, Fabrizio cede ai suoi fan e parla della sua voce incantatora, di quel timbro ricco di armonici, dice: "Se faccio un do, lo faccio con la terza e la sua quinta, e questo è un dono naturale"; ma, dice: "Da giovane non ero intonatissimo e solo col tempo e l'educazione sono riuscito a intornarmi. Quando dicono che ho creato la mia voce non posso negarlo".
L'ha educata cantando, quella voce maliarda, con l'aiuto di Alexandro Jiraldo, un maestro di chitarra colombiano che gli aveva trovato la madre dopo il disastro delle lezioni di violino, quando Fabrizio invece di suonare il violino mangiava i famosi "Cavolini alla panna genovesi e pagava il maestro perché suonasse al suo posto": un trucco durato fino a che la mamma, sentendo suonare il difficilissimo Trillo del diavolo di Tartini si era insospettita, aveva spalancato la porta dello studio e aveva scoperto il tranello.
Con Alexandro Jiraldo con c'erano più stati tranelli. Fabrizio aveva quattordici anni e il maestro gli faceva cantare canzoni sudamericane, senza dirgli niente di didattico: da sé il giovane allievo, che sapeva cos'era l'intonazione ma non sapeva ancora usare la voce, ha imparato a dominarla, o se si vuole a domarla.
Il punto di partenza di Fabrizio è dunque sudamericano: l'influenza francese è venuta dopo, quando il padre gli ha portato i dischi di Brassens. Brassens a quattordici anni è diventato un suo maestro di vita, che confermava scelte già maturate: era anarchico, viveva su un barcone della Senna; ma non ha mai voluto incontrarlo per paura di restarne deluso.
Così, quattordicenne, aveva cominciato a cantare le canzoni di Brassens, ma anche quelle di Aznavour, di Gilbert Bécaud, di Moulodji: solo a diciotto ne ha cantato una sua. Cantava tutte le sere in un locale in piazza De Ferrari e gli davano settantamila lire la settimana, il quadruplo di quello che prendeva un operaio. Già da adolescente era turbato dai problemi sociali suggeriti da Brassens, ma anche da quelli morali che contrastavano con quelli sociali. Ancora otto anni e Fabrizio, poco più che un ragazzo, avrebbe affrontato quello che sarebbe rimasto il suo problema fondamentale, la morale come complesso di leggi istituito dalla classe al potere: già allora ha fatto una critica dei dieci comandamenti della morale corrente contrari a qualsiasi senso sociale.
Ancora adesso Fabrizio si accende quando spiega: "E' comodo dire "non rubare" o "non desiderare la donna d'altri" quando si hanno soldi e concubine". I suoi interlocutori, a diciassette anni, erano i compagni genovesi della Federazione Anarchica Italiana di Carrara, senza nessuno che si comportasse da leader.
Brassens è stato per lui la conferma delle sue idee anarchiche, ma anche un esempio musicale che gli ha dato aperture tecniche sull'uso della chitarra. Si è ritrovato a inventare tarantelle non prendendo spunto dalla musica napoletana ma dalle canzoni di Brassens, scoprendo solo più tardi, dieci anni fa, che lo stesso Brassens aveva avuto una nonna e la mamma napoletane: cioè, imitando Brassens, imitava un italiano.
Quando, osservando la realtà, si è staccato da lui e dalla famiglia, ha inventato il suo stile: ha inventato De André. Forse senza rendersene conto ha inventato il cantore delle più belle, struggenti, sofisticate poesie - non soltanto canzoni - del nostro tempo.
Ha inventato un De André che ha dovuto fare i conti con la sua anarchia poetica che precedeva il Comunismo e i movimenti operaio e sindacale: perché dal momento in cui negli anni Cinquanta aveva preso piede il marxismo, chi non faceva coincidere la Sinistra col marxismo era considerato di Destra alla maniera sovietica; mentre, dice Fabrizio, la differenza tra comunisti e anarchici era che i comunisti si basavano soltanto su Marx e gli anarchici si basavano su Bakunin e Stirner e la critica a Hegel.
I comunisti, dice Fabrizio, non sapevano che la guerra civile spagnola era stata perduta dai Repubblicani perché nelle trincee gli anarchici (che costituivano il maggior numero di combattenti) si trovavano a combattere due guerre: quella fuori delle trincee contro i franchisti e quella dentro le trincee coi compagni delle Brigate Internazionali che seguivano Stalin: questo, commenta Fabrizio, un anno e mezzo prima che Stalin, chissà perché, firmasse attraverso Molotov e Ribbentrop il patto di non aggressione con la Germania.
Così nei primi mesi del 1936 le armi sovietiche avevano smesso di arrivare al fronte, il che voleva dire che Stalin malgrado tutti i suoi proclami, aveva maggior convenienza a veder instaurato in Spagna l'ordine di Francisco Franco. Le torve, orribili immagini della guerra, le perverse, funeste immagini della politica avevano invaso la dolce baia col sole ormai tramontato. I papaveri rossi della canzone di Piero erano ingigantiti nella mia memoria e forse anche in quella di Fabrizio.
Mentre si alzava per rispondere al richiamo della dolcissima Dori, ha detto: "Quando è morto Stalin nelle strade della Foce dove abitavo allora c'erano mazzi di fiori con la sua fotografia. E' la prima volta che ho visto il lutto vestito di rosso".

 


Poesia in musica, canzoni corsare dell'altro mondo

CI SONO ZONE di mondo e di società dove "il sole del buon dio non dà i suoi raggi". Mai. Ed è li che potete trovarci, sempre, Fabrizio De André, perennemente attento a cogliere ogni lampo di luce interiore che comunque anima chi quelle zone abita. Viaggiatore irriducibile, De André, tra i dannati della terra: ladri, suicidi, puttane, vagabondi, venditori di sogni, recalcitranti a qualunque forma di conformismo. Schiva il vento di poppa e gira le vele. E avanti così, "in direzione ostinata e contraria" attraverso quattro decenni ormai: gli anni 60 dei fermenti, i 70 della rivolta, gli 80 della restaurazione, i 90 della grande omologazione. Cambiano i tempi e le geografie, ma l'esercito dei respinti non assottiglia le fila, anche se mutano gli idiomi e i colori della pelle. E c'è sempre qualcuno che "tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità", con accordi che inseguono sempre nuove sonorità e una voce profonda, calda, solenne, che scrive Umberto Fiori "ridisegna lo spazio della musica leggera e lo sottrae alla platealità, agli urli e ai sospiri, per portarlo a una concentrazione, a un raccoglimento e a un'interiorizzazione estrema".
De André l'intellettuale, De André il poeta, De André il musicista, indagato al microscopio in Fabrizio De André. Accordi eretici (Euresis Edizioni, pp. 222, L. . 25.000), curato da Bruno Bigoni e Romano Giuffrida, con scritti di oltre il già citato Fiori Ezio Alberione, Fulvio De Giorgi, Franco Fabbri, Liana Nissim, Luigi Pestalozza.
Saranno anche solo canzonette, ma sono canzoni dell'altro mondo, e già questo vale un'indagine approfondita. E poi non é sempre vero che il contenitore determina il contenuto. Certo non nel caso di De André, le cui canzoni Mario Luzi scopre con incantato stupore, e nell'introduzione al libro gli scrive sotto forma di lettera aperta: "Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c'è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c'è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti. Per quanto il suo dono di affabulazione crei una certa magia, non sarebbe in grado di soggiogare l'uditorio senza il foco di quella concrezione e sintesi".
E con quel foco di concrezione e sintesi, De André illumina i sentieri che incrociano la sua "cattiva strada", dove incontra Piero e Bocca di Rosa, don Raffaé e il Pescatore, Princesa e il suonatore Jones, Teresa e Michè e quant'altri vivono e si muovono fuori dalle convenzioni comunemente accettate per le quali ogni impulso e azione hanno per finalità il denaro, o l'amore, o il cielo. Nell'ostinato rifiuto di ogni conformismo, qualunque sfumatura esso abbia, sempre alla ricerca di quel che non galleggia, astuto e lieto, sulla schiuma dell'onda. Sempre dalla parte dei non vincenti, che non vuoi dire perdenti. Per dare flato a un "altro mondo", appunto, che non é meno reale ma è certo meno rappresentato di quello vociante che si impone come "maggioritario". Per dare identità e dignità a un mondo dove si parla sottovoce per farsi ascoltare, anziché urlare per farsi sentire. "La canzone si legge in Accordi eretici è un oggetto ibrido e complesso". Quelle di De André sono "canzoni corsare", poesia in musica e musica in poesia, che definiscono e descrivono un universo. E che qualcuno chiama ancora "canzonette".

 

Quella voce che scolpisce le parole
di Gino Castaldo

Nella penombra del teatro gremito, la voce di Fabrizio De André risalta come un solido blocco d'alabastro. E netta, forte, intransigente. Soprattutto bella, pulita, senza scorie, priva di trucchi e virtuosismi d'impostazione. In fondo si è detto molto del De André autore, dell'anarchico aristocratico che canta la voce delle minoranze culturali (siano esse indiane, zingare, genovesi) e che invoca irriducibilmente il senso di libertà, ovunque esso si nasconda. Molto meno si è detto della voce che è al servizio di questo progetto di poesia libertaria. Pensare a un cantautore come a un grande cantante è un esercizio a cui siamo poco abituati. Ma è così. Se l'effetto dei testi di De André è così penetrante, così forte, lo si deve anche alla bellezza della sua voce. Non usa il vibrato, non ha bisogno di eccessi di slancio sentimentale, pronuncia le parole in modo perfetto, con una nitidezza che le fa percepire vere. La stessa accuratezza posta nello scriverle, De André la applica al canto. Fateci caso, nelle sue canzoni una sillaba è sempre una sillaba, non viene mai storpiata, deformata, rimane se stessa, dura quanto deve durare, termina in modo netto, assoluto, senza tutti quegli strascicamenti che sono tipici della gran parte dei cantanti. Il timbro è autorevole, appassionato ma controllato, esprime l'emozione dì un uomo che pesa attentamente e con profonde meditazioni tutto quello che dice, anzi canta.
Il suo pubblico vive il concerto come una sorta di "reading" poetico. Assorbe silenzioso e concentrato ogni sfumatura dei brani proposti. Non c'è una enorme differenza dalle versioni che conosciamo sui dischi, ma il magnetismo fisico, la sensazione quasi di materia che riesce a dare la sua voce, rende il concerto in ogni caso un incontro speciale.
Tutto questo è funzionale al mondo che De André racconta. Sono testi sofferti, spesso violentemente iconoclasti, irridenti, talvolta perfino difficili, e da bravo autore De André preferisce interpretare se stesso. Raramente ha cantato di altri, ma se pensiamo solo alla sua versione dell'antica canzone. napoletana "Fenesta nova" ci rendiamo conto che se volesse potrebbe essere anche un bravissimo interprete di canzoni altrui.
Non accade perché ha tante cose da dire in prima persona. E sono cose che molti farebbero bene ad ascoltare, con attenzione.

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