Intervista alla Gazzetta di Parma
di Cesare Pastarini
Intervista rilasciata da Fabrizio De André alla Gazzetta di Parma e pubblicata il 4 marzo 1997.

Lei canta le minoranze, il rispetto: si considera trasgressivo?
Trasgressivo a ogni regola consuetudinaria, basti pensare alla sacralità dell'ospite in ogni civiltà arcaica, sono semmai le maggioranze con la loro pessima abitudine di contarsi, di rilevarsi numerose e potenti e quindi con il consenso peloso delle autorità di sentirsi in diritto di vessare e umiliare chi abbia comportamenti divergenti dai loro.
Cantando, cosa risolve?
Risolvo soprattutto due necessità comuni a tutti gli uomini: quella di potermi esprimere, e la canzone me lo permette attraverso un genere letterario e musicale a me congeniali; e di guadagnarmi da vivere con un'attività anche divertente e gratificante.
All'archivio del nostro giornale si è aggiunta recentemente una fotografia: Adriano Sofri seduto sul divano di casa assieme ai giornalisti, alcuni istanti prima di entrare in carcere. In mano tiene "Anime salve". Un caso?
Sofri molti anni fa dichiarò a un quotidiano che qualche mia canzone dei primi anni '60 aveva anticipato alcuni degli argomenti che sarebbero diventati in seguito temi fondamentali della rivolta del '68. Può quindi trattarsi di un caso il fatto che sia stato fotografato con Anime salve, ma non è affatto un caso che era nella lista delle persone che io desideravo ricevessero il disco".
Con Alessandro Gennari ha scritto "Un destino ridicolo", sancendo il suo debutto nell'editoria. Non dev'essere stato facile, per un cantante abituato a scrivere testi di quattro minuti, lavorare con uno psicoanalista, dai tempi decisamente diversi.
Il testo di una canzone si muove negli spazi stretti che gli vengono lasciati dalla musica: è quindi necessario raccontare in modo coinciso, adoperando un linguaggio simbolico, quasi da ideogramma. La prosa ti concede tutto lo spazio che vuoi, ma quello che può sembrare un vantaggio rischia di diventare una trappola, tanto più in una forma letteraria come il romanzo, dove, se non sei più che abile, nello spazio di una decina di pagine ti puoi mettere con le spalle al muro , come Shultz fa dire all' improvvisato romanziere Snoopy. Non a caso accanto a me c'era Alessandro, che nel la vita avrà fatto lo psicoanalista una decina di volte. Il nostro è stato un incontro tra un romanziere con disposizioni analitiche e un cantautore necessariamente dotato di capacità di sintesi. Due orribili e marginali personaggi del romanzo descrivono, anche se frettolosamente, il senso di una collaborazione tra differenti attitudini: ….dicevano di lavorare bene in coppia perché uno di loro, quello che portava luna cravatta da colori vivaci, sapeva inventare e l'altro sapeva mettere in ordine. Poi, scrivendo insieme, i ruoli si sono sovrapposti, si sono incrociati fino a invertirsi. Anche per questo è stata una splendida esperienza, decisamente evolutiva
Torniamo alle sue origini: il prossimo album uscirà nel terzo millennio?
Non guardo mai l'orologio quando scrivo: purtroppo lo guarda la casa discografica e ci punta sopra gli occhi come se tosse un tassametro. E' probabile, quindi, che entro il Duemila uscirà un mio nuovo album.
Come immagina la società del Duemila?
Una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell'economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall' altra un'economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale.
Sempre più spesso leggiamo che lei salpa per la Sardegna: una fuga da Genova?
Tutt'altro; è proprio il ritorno a una Liguria più antica, come me la ricordavo alla fine degli anni '40, quando c'erano ancora più alberi che case, più animali che uomini. La natura sarda è molto simile a quella ligure, o per meglio dire la ripropone come era una volta con il vantaggio di essere un piccolo continente di 24.000 kmq, abitato da poco più di un milione e mezzo di persone. Un paradiso quasi disabitato dove non si riesce semmai a capire come possa esistere un 16% di disoccupazione.
Con "Anime salve" prosegue il discorso della musica etnica. Ma i dialetti secondo lei, separano o uniscono?
Devo dire che solitamente sono le imposizioni autoritarie a disunire, anche all'interno di una nazione: così, per via di un editto di molti secoli fa che obbligò tutti i francesi ad adottare nelle scuole la sola lingua d'oil buttando a mare il provenzale, ancora oggi i cittadini del sud della Francia, che per strada parlano la lingua d'oc, hanno atteggiamenti politici contrastanti con il resto della nazione: votano per Le Pen, molti sono inspiegabilmente accesi monarchici; tutto ciò, probabilmente, per esibire un'identità differente, un'identità perduta molti secoli prima con il tentativo di sopprimere la loro lingua, la loro madre lingua.
Pensa che stiamo perdendo gli idiomi locali?
Esiste soprattutto il pericolo di perdere un enorme patrimonio linguistico con la soppressione o la repressione degli idiomi locali, un patrimonio da cui la lingua italiana si nutre costantemente per non scadere a linguaggio esclusivamente mercantile o giudiziario. Il discorso sarebbe interessante, ma non credo possa essere argomento per una breve intervista.
Federalismo, secessionismo, Lega Nord: c'e' chi prosegue con la sua opera di sgretolamento….
Non necessariamente la richiesta di autodeterminazione di un popolo, di un'etnia, porta allo sgretolamento. E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non e' che il pesantissimo involucro burocratico di una nazione, ne e' l'organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C'e' chi Io vorrebbe più grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla razza umana. Per il resto, facciano pure loro. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre: perché sa, non sono mica i popoli, come vogliono farci credere che si dichiarano guerra, sono proprio gli Stati. E d' altra parte una nazione europea, a ben vedere esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni; pure con la. gente padana ho consuetudini pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarli come entità nazionale a se stante. Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia perché questa opera di sgretolamento, o quell'altra di megastatalizzazione, seguono soltanto il ritmo convulso delle pulsioni economiche.
Permetta un'ultima battuta. Tutta la famiglia De André sul palco: siete un po' come i Maldini...
Anche come i fratelli Marx, o magari gli Strauss o i Mozart. Voglio dire che mi sembra normale che se i componenti di una famiglia svolgono la stessa attività si ritrovino insieme sul posto di lavoro. Forse per la prima volta, grazie a un calendario che ci obbliga a, un percorso comune, riesco a parlare' di più con entrambi i miei figli. E anche questa è una grande fortuna.

 

Anime da salvare
di Gino Castaldo

"Sto maneggiando la chitarra, perché prima di un tour devo sempre recuperare un po' di esercizio. Anche con la voce ci sono dei problemi, in concerto devo cambiare tre modi di cantare". Il tour è imminente, quando scoviamo Fabrizio De André nella sua casa in Sardegna, ma a lui interessa parlare di tutt'altre cose, di fatti che lo preoccupano, come il caso Sofri: "Mi è tornato alla memoria un libro scritto vent'anni fa da Leonardo Sciascia, Todo Modo, in cui si parlava di transustanziazione della legge. Perfino la Chiesa oggi ritiene che non sia fondamentale credere alla transustanziazione, cioè nella trasformazione dell'Ostia e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Invece lo Stato ci erede ancora. Il caso Sofri mi sembra proprio un caso di transustanziazione della legge. La legge si trasforma in una esibizione del potere dello Stato. Non è importante che colpisca il colpevole o l'innocente, che nella sentenza si trasferisca la giustizia, ma solo che colpisca e che i cittadini ne siano terrorizzati. Non è più un atto di giustizia, ma semplicemente un'esibizione di forza. Non riesco a definire le tre sentenze Sofri se non come terroristiche, ma del resto questo fenomeno dello Stato che deve mostrare i muscoli è ricorrente. Pensiamo al caso Tortora, ma anche a molti innocenti che non hanno un nome noto".
Però è curioso dover ricucire queste considerazioni per fatti accaduti tanti anni fa. Molti, i giovani, ne hanno perso la memoria…
"Ma anche oggi c'è uno status di disagio, con molta disoccupazione, che fa presumere a chi metta fuori un po' di antenne che ci possano essere di nuovo fenomeni di terrorismo. Non riesco a pensarla diversamente...".
Eppure la giustizia non è sempre e solo questo...
"Ma certo. Eppure anche un magistrato come D'Ambrosio, che comunica molta fiducia e serenità, lui stesso ha detto che non bisognerebbe fidarsi di un pentito su un fatto di sedici anni fa, come minimo bisognerebbe chiedergli perché ha aspettato tutti questi anni, o almeno confrontarlo con un altro testimone".
Girare in tour è anche un modo per conoscere, per vedere l'Italia attraversando le sue diversità. In questi casi cosa le viene da pensare, che l'unità nazionale sia un mito o una cosa reale?
"Il concetto di nazione è semplice: un popolo che parla la stessa lingua, su uno stesso territorio. In questo senso credo che gli italiani abbiano dimostrato di esistere. Quantomeno lo si nota all'estero quando gli italiani cercano di ricreare una piccola nazione in territorio straniero. Purtroppo sopra di questo esiste una realtà molto più astratta concettua1mente, ma molto più concreta e penalizzante nella sua presunta efficienza, e questa realtà si chiama Stato, e cresce, si rafforza attraverso gli assiomi della filosofia idealistica, diciamo pure da Platone fino a Hegel. Attraverso il concetto di Stato gli appartenenti a una nazione vengono divisi in classi sociali, organizzati non solo per combattere contro altri stati, ma anche per combattere tra di loro".
Come si inserisce il dialetto in questa logica?
"La lingua nazionale è imposta ai sudditi dall'alto. I dialetti sono il frutto della tradizione e della invenzione costante dei popoli che li parlano, delle etnie che li hanno creati e continuano a inventarli. I dialetti sono ricchi di figure retoriche, di proverbi, di aforismi ingegnosi e anche memorabili. Se la lingua italiana non fosse continuamente nutrita dalla enorme varietà di frasi idiomatiche rubate ai dialetti sarebbe da tempo una lingua adatta a vendere patate o per litigare nei tribunali".
Qual è la lingua che parlano le "anime salve" del suo ultimo album?
"Quando ho dato questo titolo, consenziente Ivano Fossati, ho pensato all'etimo delle parole, vuol dire spiriti solitari, ma detto così suona male; la voce di queste anime salve, solitarie, è quella di chi cerca di trasformare il disagio in qualcosa di bello e di utile, non fosse altro il fatto dì rassomigliare a se stessi. Quindi è proprio attraverso le difficoltà che le minoranze emarginate, o autoemarginate, come molti artisti che vivono in solitudine, rendono palese la differenza tra la razza umana e le altre specie animali. Sono convinto che sono i comportamenti diversi dalla regola comune che sono evolutivi e questi comportamenti sono esecrati dalle maggioranze, ma sono quelli che riscattano l'intera umanità dal rischio di addormentarsi, di fermarsi".
E allo stesso modo possiamo immaginare qual è la voce del dolore?
"E quella di chi non riesce a scrollarsi di dosso regole e comportamenti uniformi, omologanti, quella di chi non ha il coraggio di opporsi, di chi ha paura di rassomigliare a se stesso, è la voce delle maggioranze normalizzate e vigliacche".
I dischi di oggi, le canzoni, portano ancora coscienza? La canzone è ancora viva?

"La canzone ha una sua considerevole parte letteraria, anche se con l'aiuto della magia della musica, di quella che chiamiamo suggestione del canto, e può esprimere diversi punti di vista, differenti dalle verità che si spacciano come assolute. Se per letteratura intendiamo arte del raccontare non vedo perché il testo di una canzone non possa essere un genere letterario. Una canzone può riuscire a far comprendere che di verità assolute non ce ne sono. Ogni autorità costituita pretende di dare a ogni individuo una precisa identità anagrafica che non tiene conto di chi nasce in una condizione di chiaroscuro, quando il suo corpo non corrisponde alle sue aspirazioni. Di fronte a queste verità il potere ha sempre usato la persecuzione la violenza. La canzone può continuare a fiorire per evidenziare queste minime differenti realtà contro cui si scatenano smisurati soprusi".
Ma in fin dei conti il mondo sta migliorando o peggiorando? Cage una volta ha detto sì, ma così lentamente che non ce ne accorgiamo...
"Ma penso anche io che le cose non possano fare altro che migliorare. In occidente la gioia del denaro, del consumo facile è già finita. Già in molti stanno vivendo il dolore della povertà. Ma credo che riemergeranno impulsi non cancellati, come quello della compassione".

 

De André cambiò Bocca di rosa per non offendere i carabinieri
di Mario Luzzatto Fegiz

Pochi lo sapevano, ma "Bocca di rosa" di Fabrizio De André, venne censurata dallo stesso autore. E non per le prestazioni sessuali della protagonista, bensì su cortesi pressioni dell'Arma, per un verso che riguardava i carabinieri. Il testo cassato diceva: "Spesso gli sbirri e i Carabinieri al loro dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e l'accompagnarono al primo treno" e diventò: "Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i Carabinieri, ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri".
Lo ha rivelato ieri De André nel presentare il suo nuovo tour nei teatri che partirà il 2 novembre ("roba da toccare ferro: visto che è il giorno dei morti vorrà dire che anziché "Anime salve" canteremo "salve Anime ") e un'antologia di brani trascurati di alcuni LP ("La città vecchia", "Se ti tagliassero a pezzetti", "Bocca di rosa" versione originaria, "La canzone dell'amore perduto", "Il bombarolo") e, chicca, una "Canzone di Marinella" completamente riarrangiata a jazz eseguita in duetto con Mina ("Lei ha cantato in cinque minuti la sua parte, io ci ho messo due giorni. Cantiamo un verso a testa, lei in 4/4 io in 3/4 finché poi ci uniamo"). L'album s'intitolerà "Mi innamoro di tutto" da un verso di una canzone dell'album "Storia di un impiegato".
E sempre ieri, De André ha presentato un saggio colto intitolato "Accordi eretici" (Euresis ed.) dove Mario Luzi, Bruno Bigoni, Franco Fabbri, Luigi Pestalozza, Liana Nissin, Roano Giuffrida e altri dissertano sulla poetica del cantautore.
"In realtà non esiste una gran connessione tra il tour teatrale e il disco -spiega De André -. Nel tour la novità è costituita da una rilettura e un rilancio della "Buona novella" un disco ispirato ai vangeli apocrifi pubblicato nel '69. Canterò, uniti in una suite realizzata da Mark Harris, "L'infanzia di Maria", "Il ritorno di Giuseppe", "Il sogno di Maria", "Le tre madri" e "Il testamento di Tito". Sono canzoni molto attuali che però avevano bisogno di un po' di ritmica. Io scelsi i Vangeli apocrifi scritti da autori armeni, bizantini, greci perché era una versione laica della storia di quell'eroe rivoluzionario che era Cristo che predicava la fratellanza universale. Solo che Marco e gli altri erano un po' l'ufficio stampa, gli apocrifi, invece, vanno a ruota libera. I sinottici risentono dell'influenza del Vecchio Testamento. Negli altri c'è più umanità. "L'opera, pubblicata in piena contestazione studentesca - spiega ancora De André -non fu capita. Perché fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c'era una bella differenza: lui combatteva per una libertà integrale piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere".
Fabrizio De André ha presentato la band, di primissimo ordine, che lo accompagnerà nell'avventura nei teatri che durerà fino al febbraio: fra gli altri Ellade Bandini alla batteria, Mark Harris alle tastiere, Mario Arcari ai fiati, Stefano Cerri al basso, i due figli Cristiano e Luvi De André (rispettivamente polistrumentista e corista) per un totale di undici elementi. Scenografia suggestiva con un castello di tarocchi genovesi con le carte più significative (le stelle, la morte, la carrozza, il diavolo, il sole).

 

De André riscopre il Gesù guerriero di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 3-11-97

PARMA - "Fabrizio, sei grande!" tuona una voce nel buio. Una voce allegra, tenorile. Quasi golosa. E lui: "Vado per i 58, certo che sono grande...". E tutti ridono, e-una lama di luce sfarfalla sugli stucchi degli ori del Teatro Regio. Ma dov'è l'imbronciato Fabrizio che incuteva timore? Venerato dagli studenti, insopportabile a certi benpensanti: con il ciuffo ribelle, e la faccia di traverso? Gli anni sono scivolati via, e l'artista di oggi è pacato, solido come una roccia, fra le sue canzoni, la sua musica.
Domenica, al Teatro Regio è cominciato il nuovo tour teatrale: approderà all'Ariston di Sanremo il 28 novembre, e al Carlo Felice il 10 e 11 dicembre. La prima cosa che vedi sono giganteschi tarocchi genovesi, che sembrano merli di una cittadella fortificata: una bella idea di Emilia Pignatelli Morgia.
Ma è De André lo specchio che riflette una concentrazione assoluta: con il suo golf blu, il mandolino del '700, la voce dalla sinuosa bellezza delle onde. "Vi canterò la solitudine e l'emarginazione. Quelle delle minoranze, come gli zingari di cui ci parla già Erodoto che difendono la propria libertà. C'è gente che non riesce a tenersi compagnia. Ma il silenzio non è un orrore. In una notte come questa, possiamo ascoltare mille voci dell'universo. E scoprire che il silenzio è meraviglioso...".
E il pubblico applaude. E capisce che De André li sta prendendo per mano, per portarli in un viaggio nella coscienza degli uomini, ai margini frastagliati del deserto arido del potere: "Che fa le leggi, ma non le rispetta mai...". In questo senso, la prima parte affidata alle canzoni di "Creuza de ma" e del recente "Anime salve", il cantautore affronta "La Buona Novella": "Nel '69, cercai di spiegare agli studenti che anche Gesù di Nazareth aveva lottato contro i soprusi del potere...".
E quando dà voce a Tito, uno dei ladroni crocifissi sul Golgota, De André assicura uno dei momenti più alti dello spettacolo: "io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore, nella pietà che non cede al rancore, madre, io ho imparato l'amore...".
Più tardi, rilassato e in forma (" Ho perso sette chili...") dice: "Gesù rimane un esempio da imitare. Ama il prossimo tuo come te stesso è un principio bellissimo...". E la Chiesa cosa dirà di questo recupero dei Vangeli Apocrifi? "A suo tempo, l'album fu accettato...". Cosa pensa dell'incontro fra il Papa e Bob Dylan? "Una bella sponsorizzazione... reciproca".
Dopo le quattro ballate della "Buona Novella", De André affronta "... una carrellata di vecchi ronzini da battaglia. Canzoni che peccavano d'ingenuità ed entusiasmo, decidete voi...". E vengono "La canzone di Marinella", "Amico Fragile", "Via del campo". "Bocca di Rosa". Uno show ricco di "genovesità", con la bella "Invincibili" interpretata da Cristiano De André che, alle spalle del padre, intreccia melodie suggestive. Bravissima anche la figlia Luvi che, dopo "Khorakhané", duetta col padre in "Geordie": "Una ballata del '700 che m'insegnò la professoressa d'inglese di uno degli istituti privati di mio padre...".
Il pubblico va in delirio, e lui, più tardi, dirà: "Troppi riconoscimenti: non vorrei finire in un museo o in. una piazza, come una statua, alla mercé dei piccioni...". Può sempre continuare a scrivere canzoni... "E invece, noi cantautori ci troviamo un po' alle strette. Giornali e televisione ci rubano il mestiere. I tempi dei cantastorie sono finiti. E non vorrei cantare di me, odio l'autobiografismo...".
Il Teatro Regio lo richiama in scena, lo coccola pieno di gratitudine: "E pensare che mi accusano di non essere un musicista. D'accordo, un esimio collega come Paolo Conte gira con la carta da musica in tasca: io non sarei capace...". E allora? Allora ci rimane questo genovese corsaro, che canta: "Che bell'inganno sei, anima mia, e che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia...". E noi con lui.

 

De André, ciak su Bocca di rosa
di Mario Luzzatto Fegiz
Corriere della sera 1/11/97

PARMA. Il re dei cantautori "storici" Fabrizio De André, per la prima volta nella sua carriera, approda al cinema. Il suo romanzo "Un destino ridicolo", scritto insieme con Alessandro Gennari e pubblicato da Einaudi nel '96, diventa un film con la regia di Claudio Bonivento e la colonna sonora in parte scritta dallo stesso De André. La storia parte dalle esperienze autobiografiche del De André giovane e scapestrato: fra ambizioni musicali, bettole e tante donne. Tra queste una timida prostituta d'angiporto e la mitica Mariza, una istriana disinibita, l'ispiratrice di "Bocca di rosa". Poi la trama si snoda in un giallo che ha per protagonisti un intellettuale marsigliese passato dalla resistenza al mondo della malavita, un "pappone" sognatore e un pastore sardo scampato per un soffio a una pesante condanna, che cercano di fare il colpo che li metterà a posto per tutta la vita.
"Questo romanzo - spiega De André, impegnato nelle ultime prove del nuovo tour al via domani dal Regio di Parma - mi sta molto a cuore: c'è dentro un pezzo della mia vita. Ciascuno dei tre protagonisti maschili accetta di entrare nel colpo, un furto di pellicce, perché è convinto che da quel momento la sua vita cambierà. Il pastore sardo sogna di aprire una grande fattoria e sposare la prostituta di cui si è innamorato, il protettore di prostitute che sogna di girare per il mondo insieme a Mariza, la prima donna che non riesce a dominare (esiste veramente e gode di ottima salute anche se non è più giovanissima). Il contrabbandiere ambisce ad aprire un centro internazionale di studi anarchici. Il colpo fallisce e uno dei tre ci lascia le penne. Questo e il seguito fanno capire che la vita è un chiaroscuro, che non esistono colpi risolutivi e nessuna svolta è definitiva. Il difficile sarà rendere l'incrocio fra realtà e finzione letteraria nel momento in cui entrano in scena Alessandro e Fabrizio, cioè Gennari e io. Il libro è già di per sé una sceneggiatura, molto ricco di descrizioni e dialoghi. Scriverò senz'altro qualche musica o canzone originale per il film, non certamente tutta la colonna sonora che dovrà attingere, a mio avviso, al repertorio degli Anni '50, con dovizia di guarrache e mambi".
Se potesse scegliere a chi affiderebbe la parte di Mariza - Bocca di rosa? "In linea puramente teorica e se riuscisse a mostrare con qualche espediente parecchi anni di meno, vedrei Brigitte Bardot". E per la parte del contrabbandiere - anarchico? "Per lui vorrei far resuscitare Jean Gabin". "Sarebbe fantastico anche Lino Ventura" interviene Gennari. E il regista Claudio Bonivento, 47 anni, comasco, 57 film all'attivo di genere vario, da "Ecceziunale veramente" a "Pasolini", sottolinea: "L'idea mi è piaciuta subito. Non è usuale, è ricca di tensione e atmosfere. Una di quelle che hanno bisogno di protagonisti importanti e magari una voce narrante. E che si presta ad ambientazioni stimolanti come Genova (una città assai poco usata fino ad oggi come set cinematografico), Marsiglia, Nizza e la Sardegna".
Intanto, il 6 novembre, arriva nei negozi "M'innamoravo di tutto", nuova raccolta di Fabrizio De André con il duetto con Mina nella "Canzone di Marinella". E ieri è uscito "Accordi eretici", il primo studio comparato sulla poetica musicale di Fabrizio De André, introdotto da un omaggio del poeta Mario Luzi.

 

De André, due figli e cento canzoni
di Elia Perboni
Corriere della sera 7/12/97

Il botteghino ha già esposto il cartello del "tutto esaurito" per i due concerti, in locandina lunedì e martedì, che Fabrizio De André terrà allo Smeraldo alle ore 21. Per i suoi estimatori milanesi, evidentemente numerosi, altra replica il 2 febbraio, sempre allo Smeraldo. Il cantautore è già da qualche giorno a Milano dove, mercoledì scorso, ha partecipato, presso la libreria Utopia, alla presentazione del libro "Accordi eretici" (Euresis edizioni), una raccolta dl piccoli saggi, elaborati dai diversi autori (tra questi Franco Fabbri, Umberto Fiori e Romano Giuffrida) dedicati alla sua opera. Ma veniamo al recital di De André. Intitolato "Mi innamoravo dl tutto", come la recente raccolta, lo show teatrale ripercorre alcune tappe della sua storia partendo dalla città natale, Genova: si navigava tra le onde di "Creuza de Ma" guardando a "Le Nuvole", due album nei quali si attinge ai colori, ai suoni del dialetto e della tradizione genovese. L'ossatura del concerto è costituita da "Anime salve", disco che mette anch'esso in luce il gusto per le radici popolari, un intreccio di sonorità etniche che fondono la vena acustica con la melodia e il canto. Poi si torna ancora al passato, viene rivisitato un album importante come la "Buona novella", realizzato nel 1970, che il cantautore scrisse ispirandosi al vangeli apocrifi, un progetto realizzato sotto forma di suite con ballate quali L'infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe, e le Tre Madri.
Il viaggio di De André mira a periodi precisi per costruire uno spettacolo nel quale emergono i personaggi che danno vita e ispirano, da sempre, la sua canzone, quel mondo costituito dalla solitudine dei diversi, emarginati, maledetti immorali che De André rende protagonisti della vita. Infine alcune tappe essenziali della sua discografia, le canzoni famose come "Bocca di rosa", "Canzone di Marinella" (reinterpretata recentemente assieme a Mina nella raccolta che dà il titolo allo spettacolo), "Il Pescatore" e "Amico fragile". La band che accompagna De André è composta da Mark Harris (tastiere), Ellade Bandini (batteria), Stefano Ceni (basso), Rosario Jermano (percussioni), Michele Ascolese e Giorgio Cordini (chitarre). Si aggiungono il figlio Cristiano, che si divide tra canto, violino e strumenti etnici e la figlia Luvi, nel ruolo di corista. E mamma Dori? Applaudirà la sua famiglia dalla platea.

 

De André, Genova per lui
di Renato Tortarolo
Il secolo XIX 11/12/97

GENOVA - Fabrizio De André, ieri sera, ha fatto due belle sorprese ai genovesi. Ha tenuto uno splendido concerto al Carlo Felice, applaudito da una folla commossa ed entusiasta. E al Secolo XIX ha rivelato che tornerà a vivere a Genova. E che ha già trovato casa al Porto Antico: "Al Molo Morosini dove, quand'ero ragazzo, andavo a pescare i cefali...".
Per la prima volta di De André al Teatro dell'Opera, sono venuti i suoi grandi amici Beppe Grillo e Renzo Piano: "Col tempo, la voce di Fabrizio è sempre più bella...". E c'era anche Giorgio Forattini: "Sono turbato, è uno spettacolo straordinario...".
E sono venuti i vecchi fans, studenti all'epoca di "Tutti morimmo a stento" e "La Buona Novella". Con i loden perfetti, e le mogli eleganti. E c'erano molti giovani, che hanno scoperto un De André divertente:
"Pasolini diceva che il dialetto è il popolo, e che il popolo è autenticità. Ora, Pasolini ha detto anche delle "bélinate", ma in questo caso aveva ragione...".
De André ha ricordato ai genovesi una stagione indimenticabile, quando si entrava al liceo con le sue canzoni in testa: e la nostalgia ha cominciato a volteggiare, come nuvole ostinate sopra una mare increspato.
In due ore di concerto, assieme ai figli Luvi (molto brava in "Khorakhané" e "Geordie") e Cristiano (che interpreta le sue "Nel bene e nel male" e "Invincibili") e con una band di grande livello, Fabrizio De André canta il suo impegno morale, in favore degli emarginati di ogni latitudine e confessione. Facile dire che i brani più applauditi sono "Bocca di Rosa", "Via del Campo" o "La città vecchia": ci sono momenti durante il concerto (che replicherà stasera, tutto esaurito, e il 20 dicembre) di grande tensione drammatica. E' il caso di "Anime salve", splendido manifesto sulla solitudine. O, ancora, di "Dolcenera": storia d'amore e di follia sommersa dalla grande alluvione del 1972; o di "Disamistade" dove si ascolta il miglior De André di sempre: solo a raccontare le ferite dell'odio del rancore. L'unica volta che De André non ha raccolto l'ovazione spontanea è stato quando parlando del rispetto che i musulmani hanno per Gesù Cristo ha detto: "a differenza del mondo cattolico che continua considerare Maometto poco più che un cialtrone. E questo è un punto a favore del mondo islamico. .". E l'applauso ha dovute essere incoraggiato.
Un fascino particolare per le cinque ballate tratte dalla "Buona Novella", con "Il testamento di Tito" che rimane un grido forte di libertà contro qualsiasi istituzione, in nome dell'amore e della tolleranza. Così come "Fiume Sand Creek", dove la crudeltà delle "giubbe blu" è resa ancora più vana dall'ultimo, dolente messaggio dell'indiano. Anche quando una freccia spezza la vita, dice De André, i sogni rimangono per le prossime generazioni. Il Secolo XIX, prima del concerto, ha intervistato il grande cantautore.
De André è emozionato, per il suo esordio al Carlo Felice?
"Mi fa piacere: soprattutto di essere a Genova. E sono contento perché la mia città finalmente può vantare un Carlo Felice ristrutturato in maniera così sontuosa. E' il più bel teatro lirico d'Europa...".
Che ormai apre le porte alla grande canzone d'autore: lei, Fossati, Springsteen...?
"Credo che la musica sia un fiume, che si nutre di tanti affluenti, di tanti rigagnoli: pop, classico, jazz, rock, musica etnica. Nessuno è ancora riuscito ad imbrigliare questo fiume, però è giusto che qualsiasi musica abbia la possibilità di esprimersi negli spazi idonei...".
E il Carlo Felice, per vocazione operistica, lo è...?
"Sicuramente sì, perché c'è un'acustica perfetta: si sentono benissimo pregi e difetti di quello che si va a fare sul palco...".
Nel corso del tour, ha cambiato la scaletta...
"All'inizio del concerto, ho eliminato "Megu Megun" perché quattro canzoni in dialetto erano un po' troppe da portare in giro per le province italiane. Il genovese non lo si capisce da nessuna parte, già a Savona stentano, figuriamoci a Palermo..".
A Savona stentano...?
"Potrebbe anche succedere...".
Nello show ci molte canzoni su Genova e la genovesità...
"Io mi considero a tutti gli effetti ancora genovese, tanto è vero che ho cominciato a rimetterci un piede...".
Dove?
"A Ponte Morosini, mi sto organizzando per tornare ad abitare a Genova: ho trovato casa nel Porto antico dove andavo a pescare i cefali quando avevo 18 anni...".
Cosa l'è successo...?
"Ho sempre provato una forte nostalgia, ma per vari motivi non riuscivo mai a tornare. Un po' perché ho sposato una milanese, e perché mia figlia ha messo radici a Milano. Un po' perché c'eravamo spostati in Sardegna. Ma io sono sempre stato addolorato dalla difficoltà di ritornare...".
Ma non era lei a preferire la natura selvaggia della Sardegna...?
"Sì, ma di porti belli come quello di Genova non ce ne sono. E nemmeno di ambienti portuali così suggestivi.. .".
A proposito di angiporto, dal suo libro "Un destino ridicolo" si girerà un film...
"Claudio Bonivento mi ha portato Io "story board" del film, praticamente sarà girato.; per tre quarti a Genova...".
Lei parteciperà alla sceneggiatura...?
"Più che metterci una mano, darò dei consigli. Aiuterò gli sceneggiatori ad inquadrare meglio le situazioni....".
Farà anche dei sopralluoghi...
"E' molto probabile che li. faccia...".
Come definirebbe il suo nuovo show?
"Un concerto difficile, perché si passa dal canto gregoriano dell'Infanzia di Maria, nella "Buona Novella", al rock di "Amico Fragile", passando per molti specifici generi del pop…".
E i suoi temi preferiti?
"Vede, gli artisti hanno una strana caratteristica: e me ne sono reso conto parlando anche con i pittori, osservando le loro opere. Gli artisti hanno poche idee, ma fisse: nel mio caso è sempre quella dell'emarginazione...".


De André, genovesità e orgoglio
di Francesco La Spina
Il secolo XIX

L'ipocrisia al potere. Sfacciata e beffarda , la borghesia genovese applaudiva, mercoledì sera, Fabrizio De André che le aveva appena lanciato un messaggio di sfida niente male: la cultura Rom è millenaria, uguale a se stessa nel suo pregio di rinnovarsi nei secoli e nel nomadismo, ben più importante del meschino concetto di "ladri" che facilmente viene oggi appiccicato ai suoi rappresentanti, tenuti a distanza, disprezzati, cacciati. "Lode" agli emarginati che, dice De André, rubano sì l'oro e i denari (ma non l'argento) ma rischiano in prima persona e non accumulano malloppi tramite banca o saccheggiando a man bassa come hanno fatto le ultime amministrazioni. Il guanto di sfida non viene raccolto. O. meglio, è subito trasformato in assenso, fastidioso ma dovuto nel "tempio" della musica cittadina. O, forse, quasi per reazione naturale del "Dna" cultural-sociologico della platea della "prima", finisce immediatamente assimilato.
Chissà che, metabolizzandosi, i concetti del ribelle De André (figlio degenere, trent'anni fa, della Genova-bene, capace di scendere dalla collina di Albaro ai vico dell'angiporto, di preferire alla tranquillità della tradizione dello "scragno" l'avventura dell'emarginazione e, poi, imparata l'arte, di diventare alfiere, con lo strumento canzone, dei diritti degli ultimi, ladroni biblici o transessuali di fine millennio che siano) non colpiscano nel segno. Risvegliando qualche coscienza addormentata sul cuscino del benessere che ignora quanto accade al di là della parete del proprio appartamento o che preleva dal Bancomat e neppure mille lire concede al barbone seduto, quasi ascetico, sullo scalino lì accanto.
Potrebbe avvenire, forse è già avvenuto. De André, che dalla via dell'artista sregolato ma fedele alla "non linea" mai ha deviato, pagando in prima persona e comprendendo anche gli ultimi che della sua vita si sono persino impossessati, ha colpito al cuore (o speriamo che sia così) la Genova che, quasi al 50% del suo elettorato attivo, non più tardi di 12 giorni fa, ha votato quel Castellaneta che "gli zingari proprio no, con loro è partita persa, non vogliono capire" che ha scelto la logica dell'ordine sociale più importante delle persone singole, della dignità umana (di qualunque origine, con qualunque realtà alle spalle) subordinata alla società delle regole assolute.
Quella Genova, però, sempre profondamente amata sottilmente rimpianta da quando De André ha scelto la Sardegna o Milano come residenze stabili, lungamente inseguita con il sogno di reimpossessarsene che presto potrebbe diventare realtà (con una casa sulla Darsena, finestre sul bacino d'attracco delle piccole dolci navi viniere, destinata a diventare "buon retiro", sublimazione della nostalgia del sangue). La Genova che persone come De André ha saputo solo espellerle, chiusa, infastidita, renitente a qualunque scelta che andasse un po' più oltre l'orizzonte. Cristoforo Colombo ricevette credito in Portogallo, mica al Molo Vecchio... La storia insegna. In qualunque campo. E sempre più nell'ultimo mezzo secolo. Con i bastimenti, nel dopoguerra, per le Americhe partivano i senza lavoro di un'Italia diseredata; con i treni e gli aerei, negli anni Sessanta, hanno lasciato Genova tanti, troppi "cervelli". Dell'arte, della cultura, dell'ingegno e persino della politica. Per Milano, per Roma, per Parigi... Per diventare l'architetto Renzo Piano, creatore di meravigliose costruzioni di poetico e coraggioso equilibrio. Per diventare il comico Beppe Grillo, fustigatore di una classe politica puntualmente dissoltasi nel gorgo perverso del potere per il potere da lei stessa creata... Due esempi qui citati solo perché presenti mercoledì sera, al concerto del Carlo Felice, numeri uno in un "parterre de roi" che ospitava anche Giorgio Forattini, matita "antiregimi" (di qualunque colore) per antonomasia. Ma nomi che capeggiano una lunga lista di "cervelli" esportati per ricolma sopportazione da una città troppo miope, oppure "rubati" da chi, nei campi dell'arte, dello spettacolo, del1a creatività più in generale (basti pensare alla nostra città fucina inesauribile di capitani di mare), ha capito come il clima di Genova, la centralità di Genova, la multietnicità di Genova, garantissero freschezza di idee e genialità superiori. Un fenomeno spesso chiamato "fuga dei cervelli". Una fuga però provocata, quasi pilotata, sotto sotto accettata con soddisfazione dietro coccodrillesche espressioni di rimpianto.
E così la "genovesità" tanto decantata è spesso caduta nel macchiettismo, nell'ironico rilievo dei difetti, considerato che i pregi erano diventati ormai preda di altre città, di altre società pronte ad assimilarle. O a tentare di farlo.
"Ma io mi riconosco sempre in questa etnia genovese - ha detto De André - e ho scritto un disco come "Creuza de ma" per inserirla in un universo più vasto, quello del bacino del mediterraneo. Perché il nostro è un dialetto particolare, che ho estremizzato cercando col lanternino termini dalle evidenti radici arab-oturche. Perché come diceva, a ragione, Pier Paolo Pasolini, il dialetto è il popolo. E il popolo è l'autenticità. Di qui il sillogismo che vuole il dialetto sinonimo dl autenticità
Un'autenticità di cui solo da poco, ma finalmente, la classe dirigente genovese sembra abbia capito la sostanzialità. "Se l'italiano non avesse sempre attinto ai dialetti - ha sottolineato De André - sarebbe un linguaggio decaduto da tempo". Genova, nobile decaduta (espressione classica dello sport, ma fateci caso, anche nel calcio la nostra città sta conoscendo una svolta grazie a scelte coraggiose ma che trovano linfa nelle forze imprenditoriali del territorio), rialza la testa proprio nel momento in cui non si guarda dietro le spalle, timorosa e inconcludente, ma alza i piedi, scava il terreno, lo trova ricco di humus ideale. E fa rinascere un teatro dell'Opera di livello architettonico -qualitativo mondiale; e riapre un Palazzo Ducale che solo l'insipienza aveva mandato in malora; e si riprogetta polo tecnologico avanzato di pieno affidamento; e si scopre centro di ricerca scientifica di avanguardia. Sventola, con orgoglio, la propria bandiera. E la propria lingua. De André docet; i Sensasciou e i Blindosbarra (tanto per fare l'esempio di complessi sulla cresta dell'onda musicale fondandosi sulla parlata e la tradizione genovese) imparano la lezione e la applicano alla grande. E se dopo Villaggio e Grillo salgono alla ribalta, nel cabaret "I Cavalli marci", non è certo per caso. E se si chiama Fabio Fazio, laurea a Balbi, l'intrattenitore televisivo del futuro, non è combinazione. E se la Finmeccanica chiama alla sua guida Sergio Maria Carbone non è per alchimie politiche, quanto per acquisita esperienza su un territorio tanto ricco di scontri ma anche di idee forti in campo industriale. E se ancora una delle teste pensasti della Chiesa italiana è Dionigi Tettamanzi, non genovese di nascita ma che proprio dall'esperienza di nostro Arcivescovo trae spunti e insegnamenti per la linea pastorale nazionale, non è solo per imperscrutabile disegno.
"Il tempo spariglia destini e fortuna" cantava ancora l'altra sera De André. Specie quelli degli ultimi, degli emarginati, dei dimenticati, dei non considerati. Il tempo, troppo a lungo, ha sparigliato i destini e la fortuna anche della nostra città. Che ora, con forza, rivendica (portavoce i suoi figli più "grandi") un proprio indiscutibile valore: la "genovesità" più forte di vedute troppo a lungo meschinamente limitate, a una "genovesità" che ha ancora bisogno di cantori. A tutti i livelli, in tutti i campi. Alla sfida che Fabrizio De André lancia con la propria arte e che, senza timori, ripropone dal palco di un teatro, occorrono nuovi testimoni. In quali forme? Con che strumenti? Con quali dimostrazioni può diventare stabilmente viva e vitale? Il dibattito è aperto.

 

Fabrizio De André tra canzoni e poesia

GENOVA. Un nuovo disco, un nuovo tour, un nuovo libro. Persino una ritrovata amicizia con Mina, complice quel capolavoro della Canzone di Marinella e gli anni di Bocca di rosa e di tanti altri successi.
Un anno davvero prolifico di impegni, di eventi, di grandi soddisfazioni per Fabrizio De André, dallo splendido album "Anime salve", premiato recentemente al "Tenco" al bel libro "Un destino ridicolo", scritto a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicato da Einaudi.
Ma non è finita. In attesa di vederlo tornare in tour (ai primi di dicembre terrà anche un doppio, attesissimo concerto al Teatro Carlo Felice), il cantautore genovese torna in libreria. Lo fa con la raccolta di saggi ("Accordi eretici" dedicata alla sua figura e alla sua opera scritta da Romano Giuffrida, Bruno Bigoni e Fulvio De Giorgi.
Un libro che scava in profondità sul De André autore e poeta, attraverso diverse chiavi di Lettura, da quella sociologica a quella culturale e storica.
Nel volume, pubblicato dalla casa editrice Euresis, Fabrizio De André viene studiato e analizzato come cantautore e come in moderno pensatore.
Responsabilità, per quanto riguarda questo secondo ruolo, che Fabrizio De André non vorrà sicuramente accollarsi, ma che, tracciando un bilancio della sua lunga carriera artistica, non sarebbe poi così lontana da una realtà artistica impossibile da confinare nella cittadella della musica e della canzone d'autore.
Sta di fatto che oggi Fabrizio De André è un grande anche in libreria, come dimostra la premiazione del libro "Accordi eretici" firmata dal poeta Mario Luzi.
Luzi, con la simpatia che da sempre lo contraddistingue e con la quale ha accolto sull'uscio di casa quei matti di "Striscia la notizia", andati a Firenze a consegnarli il Tapiro d'oro per il mancato Premio Nobel per la Letteratura, dopo l'incoronazione di Dario Fo, nell'introduzione si rivolge direttamente al cantautore genovese. Un affettuoso saluto in cui il grande poeta ammette di non aver mai ascoltato le canzoni di Fabrizio prima di accettare l'invito degli autori del saggio. "Non mi è stato facile scrive Mario Luzi risalire come avrei voluto il filo delle sue canzoni e, tanto meno farlo ordinatamente".
Poi, dopo una riflessione sul suo ruolo di fruitore dell'opera dell'artista, si complimenta con De André per non aver mai soverchiato l'ascoltatore con il pathos. "La soccorrono argomenti migliori", afferma il poeta.
Un grande riconoscimento, quello di Mario Luzi, un poeta legatissimo a Genova, fra i protagonisti del Festival Internazionale di Poesia organizzato dal Circolo Viaggiatori nel Tempo, che sicuramente finirà per invogliare Fabrizio De André a non fermarsi in questa nuova fase artistica che, complice la sua amicizia con Beppe Grillo, si è così riavvicinato alla sua città.
Non ancora al punto di trascurare l'amata Sardegna, la sua fattoria di Tempio Pausania, per tornare a vivere al "Paradisetto" di Albaro, ma i segnali di un possibile ritorno a casa più assiduo che in passato sono evidenti.

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