FRANZ - A mio avviso, tra tutti i cantautori, Fabrizio De André
è quello che più di ogni altro è riuscito a infondere
poeticità nelle sue canzoni. Noi lo conoscevamo da tempo - avevamo
già lavorato con lui alcuni anni prima - e così, quando
un giorno d'estate lo incontrammo a un concerto in Sardegna gli buttai
lì l'idea di fare qualcosa insieme. La collaborazione tra un cantautore
e un gruppo era comune in America e a noi sembrava che con Fabrizio si
sarebbe potuto svolgere un buon lavoro, offrendo al pubblico italiano
qualcosa di nuovo. De André aveva avuto un'esperienza simile solo
con i New Trolls, che per certi versi era stata positiva e per altri no,
perché erano rimasti due gruppi di lavoro abbastanza divisi. Non
c'era stata una fusione vera e propria. Diciamo che loro avevano suonato
le cose di De André e De André aveva avuto un gruppo che
lo accompagnava, tutto qua. Noi invece avevamo in mente qualcosa di molto
diverso, un vero e proprio progetto di collaborazione artistica, dove
ognuna delle due componenti, il cantautore e il gruppo, avrebbe influenzato
l'altra. Glielo spiegammo, ma lì per lì non la prese molto
bene.
"Eh belin!" disse, "suonate troppo forte!"
"Ma no, ci adattiamo a te!"
"Arrivate con tutti vostri watt e mi uccidete!"
"Ascolta" disse Franco prendendo la chitarra, "io 'Il pescatore'
la vedo così. Un po' più funky, un po' più allegra..."
e si mette a fare un giro di accordi.
Fabrizio ascolta e sorride. "E la batteria? Questo qui picchia forte,
non so...."
Ci volle un po', ma riuscimmo a convincerlo, forse anche perché
riuscimmo a comunicargli il senso del gruppo. Fare una tournée
però lo spaventava un po'. In generale Fabrizio è una persona
un po' schiva e l'idea di affrontare il pubblico tutte le sere, di viaggiare
con noi e con tutto l'annesso, non gli garbava molto. Ma riuscimmo a trasmettergli
la carica giusta. Gli garantimmo comprensione e collaborazione e alla
fine, stringendoci la mano, suggellammo l'accordo.
Scegliemmo un trentina di pezzi e ci suddividemmo il lavoro. Era una strategia
che serviva a non tradire lo stile dei pezzi. Per esempio le canzoni più
franceseggianti sono state affidate a Patrick, perché essendo vissuto
in Francia poteva arrangiarle in linea con il loro sound. Franco invece
prese i pezzi dove poteva fare valere la sua dimestichezza con la musicalità
della chitarra. A Flavio vennero affidate le cose che ci sembravano richiedere
un'elaborazione più complessa, perché dal punto di vista
degli arrangiamenti era il più preparato di tutti. Mettemmo su
un bel gruppo di lavoro e dopo qualche mese il materiale fu pronto. Ne
era uscita una cosa nuova e un po' strana, dove la poeticità dei
testi di Fabrizio e le sue belle e pulite linee melodiche si sposavano
con una musicalità sognante, piena di immagini, invenzioni e colpi
di scena. La cosa funzionò a meraviglia: i pezzi, completamente
rivisti e rielaborati, assumevano un sapore nuovo e più pieno,
mentre il dialogo tra testi e impasti sonori risultava continuo ed equilibrato.
In questo contesto, la voce calda e affascinante di Fabrizio non veniva
per nulla sacrificata, anzi. Tutto infatti era stato studiato nei minimi
particolari affinché noi non lo coprissimo mai. Gli arrangiamenti
erano stemperati: quando lui cantava, sembrava di vedere un acquerello,
un dipinto molto bello dai colori tenui. C'erano però anche momenti
in cui si partiva forte in modo da far esplodere la carica musicale della
PFM. Ne fummo tutti molto soddisfatti. Anche il pubblico dimostrò
di apprezzare quello strano connubio, tra due realtà che allora,
in Italia, erano considerate assolutamente incompatibili. Invece la nostra
idea funzionò, dimostrando che anche un cantautore può avere
da guadagnare dalla collaborazione con un gruppo. E viceversa.
FRANZ - La grande lezione che imparammo dall'esperienza con De André
fu constatare che, quando si attaccava un pezzo, il pubblico si alzava
in piedi a braccia levate. Lui cantava: "Questa di Marinella..",
e la gente: "Uaaaaa!!!", perché riconosceva subito il
brano. Così abbiamo capito che il testo, se racconta una storia,
soprattutto una storia vera, personale o poetica, fa vivere le canzoni
molto più a lungo, in una dimensione più dilatata. Per dirla
brutalmente, io avrò fatto nella mia vita 2000 assolo di batteria,
ma non credo che la gente se li possa ricordare. Si ricorderà l'energia,
si ricorderà l'entusiasmo, la forza, il vigore... ma nessuno potrà
mai cantarti un assolo di batteria e se vuole riviverlo deve riascoltarselo
sul disco. Tutti invece sono in grado di cantare la Canzone di Marinella,
magari sotto la doccia, senza strumenti o impianti hi-fi.
Tutto questo ci spinse a riflettere sul senso del canto all'interno del
gruppo. Non si trattava più del problema di avere un cantante di
ruolo, ma di trovare un veicolo più diretto nel contatto con il
pubblico. Forse un front man, pensammo, una persona che possa traghettare
il gruppo verso il pubblico e viceversa. Soprattutto avevamo bisogno di
canzoni a presa rapida, che potessero lasciare un segno.
Storie
di uomini di nuvole e di cicale
TV
Sorrisi & Canzoni - 1990
Amato, amatissimo De André. Oppure detestato. Amato dal suo pubblico,
che lo segue da 25 anni, e dai critici. Detestato da coloro che odiano
quelle persone che non si tirano indietro quando si tratta di giocare
duro con le parole. A sei anni all'uscita del precedente LP ecco "Le
nuvole", un disco che ti accarezza e, subito dopo, ti prende a schiaffi.
Di lui si è scritto tanto: della sua pigrizia, della sua rabbia
e della sua indiscussa genialità. Ecco cosa ci ha raccontato il
cantautore più poetico e "feroce" dei nostri anni.
"Le nuvole" arriva a sei anni di distanza dal precedente. Come
sono cambiati i tuoi ritmi di lavoro e di vita?
"I ritmi di lavoro non si sono dilatati se è vero che "Le
nuvole" le abbiamo pensate, scritte e registrate nel giro di due
anni. Sono stati piuttosto gli accadimenti della vita a lasciarmi poco
spazio per le canzoni. D'altra parte non mi è mai successo di produrre
ai ritmi di una gallina ovaiola e farò di tutto perché ciò
continui a non accadere".
Hanno scritto che "la nuvole" è il più bel disco
mai pubblicato in Italia, che è un capolavoro... Non ti imbarazzano
questi giudizi?
"Non mi sono mai ribellato al parere dei critici e tantomeno intendo
farlo nel momento in cui la maggioranza di loro afferma che il mio nuovo
album è un capolavoro. Che poi io ne sia altrettanto convinto è
un altro paio di mie particolarissime maniche".
Lo hanno anche definito un disco coraggioso. Sei d'accordo?
"Il coraggio è un'altra faccenda e ognuno di noi spera di
non dover essere mai costretto a esibirlo. Il mio è soltanto un
contributo minimo, quello che noi tutti dovremmo dare, nel segnalare,
per quanto ci è possibile e nelle forme che ci sono usuali, tutti
i pericoli grandi e piccoli che minacciano la nostra convivenza civile".
Alcune fra le tue canzoni prendono spunto dalla cronaca, e "Don Raffaé"
e "la domenica delle salme" ne sono un esempio. Immagini e parole
per raccontare delle vicende, come facevano i cantastorie. Ti riconosci
nella definizione di cantastorie?
"Nel caso di alcune mie canzoni direi di sì, non dimenticando
che i cantastorie, pur svisando la realtà, supplivano con la loro
cronaca alla penuria di informazioni o alla loro totale mancanza. Di certi
episodi del passato non avremmo neppure una memoria fantasiosa se non
fossero stati fissati nelle loro note e nei loro versi. Oggi certamente
non si tratta più di supplire, oggi la stampa esiste e in molti
casi ci è suggeritrice: si tratta semplicemente di darle una mano".
Quel è il tuo rapporto con i mass media? Guardi la TV? Quali giornali
leggi?
"Dal 1985 non mi perdo una telenovela, "Solo i ricchi ruttano",
ho dovuto abbandonarla alla trentacinquesima puntata per esaurimento delle
lacrime. Scherzi a parte, continuo a preferire la lettura e anche per
quanto riguarda l'informazione sono costretto a integrare le scarne notizie
dei telegiornali con un paio di quotidiani e settimanali".
Rabbia e malinconia sono due sentimenti che si sentono nelle tue composizioni.
La cosiddetta ispirazione nasce per rabbia o malinconia?
"Non mi sembra di aver scritto soltanto canzoni rabbiose o malinconiche;
agisco sul materiale che ho sottomano e mi pare che nell'ultimo decennio
il repertorio di cronaca non sia stato tra i più felici. Ma appena
il "tourbillon" di avvenimenti drammatici di cui viviamo quotidianamente
al centro dovesse darci un attimo di tregua, sono convinto che riuscirei
a ritrovare attenzione ed emozione per i problemi minimali di "Bocca
di rosa" e di "Carlo Martello".
Nelle tue canzoni ci sono molte rime. Da cosa nasce questa passione per
le rime?
"L'uso della rima o dell'assonanza, per quanto mi riguarda, nasce
dal bisogno spontaneo di creare già nei versi un'unità armonica,
un effetto sonoro autonomo e indipendente dalla melodia cantata. Ciò
è particolarmente utile nel caso in cui di una canzone si voglia
privilegiare il contenuto: le parole le cui sillabe siano assonanti o
rimate contribuiscono a far rimanere i versi più impressi. Anche
da questo punto di vista non faccio che seguire la tradizione dei cantastorie".
"Voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non
ci siano spargimenti di sangue o di detersivo", dici in "La
domenica delle salme". Quali sono i luoghi dove vivi bene?
"Dovunque si facciano prima di tutto dei doverosi "distinguo"
fra gli spargimenti di sangue e quelli di detersivo".
"Le nuvole" non è un disco da ballare o da cantare, ma
da ascoltare. Puoi dare qualche consiglio sull'ascolto? Come, quando e
con chi?
"Sul fatto che non siano canzoni da cantare ho i miei dubbi, soprattutto
per alcune. Sul come, quando e con chi ascoltare il disco non ho nulla
da suggerire; ognuno è libero di ascoltare e di non ascoltare e
se ascolta lo faccia come e con chi gli pare".
Secondo la tua esperienza, il pubblico che compra i tuoi dischi oggi è
lo stesso che apprezzava "La canzone di Marinella" e "La
guerra di Piero"? E i ragazzi, quelli che forse non conoscono le
tue vecchie composizioni, che cosa amano del De André di oggi?
"Leggevo l'altro giorno una recente intervista a Octavio Paz, premio
Nobel 1990 per la letteratura. Diceva che "la nostra società
ha elevato i numeri al ruolo di idoli". Non ritengo di primaria importanza
il numero delle copie vendute o quello degli ascoltatori, anche se non
dimentico di vivere con questo mestiere. Ritengo di primaria importanza
che coloro che lo ascolteranno siano stimolati da una maggiore attenzione
ai problemi sociali del momento in cui viviamo, perché l'eventuale
soluzione di quei problemi riguarda anche me. Per quanto concerne il tipo
di pubblico, penso che l'interesse raccolto dalla "Guerra di Piero"
negli Anni Sessanta non dovrebbe discostarsi molto da quello che susciterà
"La domenica delle salme" negli Anni Novanta. Si tratta pur
sempre di critica sociale e non esistono stagioni che ti consentano di
astenerti, di disinteressarti della società in cui vivi. Da un
punto di vista formale, può darsi che larga parte dei giovani non
sia attratta da questo tipo di musica, da questo tipo di confezione canzonettistica.
D'altra parte io ho 50 anni e, pur apprezzandolo, non riesco a fare dell'heavy
metal".
C'è un filo che unisce le canzoni di questo disco? Che cosa sono
"Le nuvole" che danno il titolo all'album?
"Queste nuvole non sono da intendersi come fenomeni atmosferici:
queste nuvole sono quei personaggi ingombranti e dannosi della nostra
vita civile, politica ed economica che io cerco di descrivere, insieme
ad alcune delle loro vittime, nella prima parte dell'album: sono i personaggi
che detengono il potere con tutta la loro arroganza e i loro cattivi esempi.
I protagonisti della seconda parte sono invece i figli del popolo i quali,
nella misura in cui è loro consentito dai potenti descritti nella
prima parte, continuano tranquillamente a farsi i fatti loro, rinunciando
a quella protesta, a quella indignazione collettiva di fronte al malgoverno,
indignazione e protesta che io ritengo le condizioni irrinunciabili per
non rischiarci la democrazia. Il coro di cicale che chiude la prima parte
del disco, e al quale io stesso mi unisco, sta appunto a significare come
tali nostre proteste e indignazioni stiano sempre più assumendo
il sapore di un vago e rassegnato cicaleccio".
La
tensione morale nell'opera di Fabrizio De André di Mario Luzzatto Fegiz
Prefazione
a "Fabrizio De André". Raccolta di testi e musiche delle
canzoni di FDA edito da Ricordi nel 1991.
Raccogliere
testi e musiche di Fabrizio De André in un volume ha un senso preciso:
offrire non solo una testimonianza della poesia per canzone (e dell'evoluzione
della stessa nel corso di vent'anni) di uno dei più grandi cantautori
italiani e internazionali, ma anche un valido strumento di consultazione
per chi suona, da dilettante o da professionista. Il secondo potrà
ovviare a quelle interpolazioni che canzoni così famose da essere
affidate alla memoria e/o alla tradizione orale possono generare passando
da esecutore a esecutore; il primo troverà una stimolante palestra
di versi e accordi su cui esercitarsi, soprattutto alla chitarra. Più
generazioni infatti hanno mosso i loro primi passi alla chitarra su canzoni
di De André come La guerra di Piero, La ballata del Michè,
Marinella, il testamento.
Scorrendo la vasta (ma non immensa né sterminata, come lui stesso
ama sottolineare) produzione di questo "poeta per canzone" raccolta
nel volume, ci si può rendere conto come ad una estrema varietà
di ispirazioni corrisponda una totale unità di stile e soprattutto
una tensione morale che rimane intatta nel tempo. Che si tratti della
fine di Piero, spedito ad una assurda guerra e ucciso da un poveraccio
mandato come lui a morire su "un campo di grano in un bel giorno
di primavera", o che si tratti dell'indiano truffato, beffato e alla
fine sterminato dalla violenza dell'uomo bianco, De André recepisce
e suscita emozioni intense.
L'amore per l'uomo in De André travolge, con sincero spirito anarchico,
ogni legge o convenzione umana: la tragedia di Michè condannato
a vent'anni per un delitto d'onore che si uccide in cella assume un valore
assoluto ne più ne meno della singolare missione di "Bocca
di rosa" (espulsa dalla comunità perché le donne, quelle
perbene, giudicano le sue arti erotiche troppo destabilizzanti). Né
esiste contrasto con l'approccio che De André ha con argomenti
"seri" quali le Sacre Scritture(La buona novella), la storia
degli Indiani d'America analizzata in parallelo a quella dei Sardi di
oggi o a quella della sua gente (la repubblica marinara di Genova) in
Creuza de ma.
Nella storia, nel sacro, nel mistico De André riesce sempre a individuare
anche i lati comici paradossali, talora boccacceschi (da Carlo Martello
ritorna dalla battaglia di Poiters a Jamina) senza mai dimenticare la
morale che da certi fatti scaturisce e la propria totale simpatia per
l'uomo, il suo libero arbitrio, la sua capacità di salvare l'individualità
(e anche la pelle) dal labirinto delle convenzioni, dal cinismo dei potenti,
o dell'avversa sorte.
Per anni la critica ha insistito soprattutto sui riferimenti classici
e colti della poetica di De André, nonché sulla carica provocatoria
verso istituzioni e borghesia dei suoi versi. Elementi, intendiamoci certamente
presenti nella produzione del cantautore, ma tuttavia forse meno importanti
della tensione morale, dell'amore per la gente e per il prossimo, dell'odio
per le prevaricazioni (siano quelle del potere o dei rituali della borghesia)
fusi in un misticismo profondo che lo porta a guardare, ammirato, il santo
e l'amorale, intesi entrambi come supreme espressioni del libero arbitrio.
A proposito di amoralità: fu forse proprio una canzone come La
cattiva strada ad accreditare una sua immagine di "maledetto",
fra Bukovski, Prevert e via Pré. Ma il fascino discreto della trasgressione,
è, tutto sommato, poca cosa nella personalità artistica
di De André: domina invece una capacità di riferimento ai
classici senza la minima sfumatura cattedratica, un impegno civile e politico
che non è mai paludato e tanto meno "parrocchiale", una
scrittura musicale e poetica sempre chiara, comprensibile, alla portata
di tutti, fortemente funzionale al testo (e, da un certo punta in poi,
in fusione totale col medesimo).
La poesia per canzone, si sa, non sempre ha una vita, autonoma rispetto
alla partitura. E comunque la lettura dei testi soli viene scoraggiata
da molti autori. De André è, in questo senso, l'eccezione
che conferma la regola: come non godere della capacità di sintesi
di testi, anche non notissimi, come Parlando del naufragio della London
Valour dove "la radio di bordo è una sfera di cristallo: dice
che il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo ",
mentre sulla riva un grande zoo umano si gode l'agonia del rottame che
si fracassa sugli scogli.
Le
mie note a margine
di Alessandro Gennari
Panorama", 19/9/96; Rubrica "Idee Spettacoli" pp. 152-153
Papponi
e zingari, contrabbandieri e viados. Sono i personaggi del prossimo disco
di De André: "I vinti che amo" spiega a Panorama. Parlandone
con un intervistatore molto speciale, assieme al quale ha appena scritto
il suo primo romanzo.
Un viado brasiliano, un contadino dell'entroterra genovese, le faide,
un'alluvione, una zingara sono fra gli argomenti di Anime salve, forse
l'album più atteso nella lunga discografia di Fabrizio De André,
che uscirà il 18 settembre. Scritto in collaborazione con Ivano
Fossati, arrangiato in modo magistrale insieme a Piero Milesi, racchiude
cinque anni di riflessione e di lavoro su quelli che Fabrizio chiama "spiriti
liberi", relegati al ruolo di minoranze da una società sempre
più omogenea e normalizzata. E ogni canzone sembra un mondo a sé,
grazie anche all'inserimento di sonorità esotiche e strumenti della
musica popolare mirabilmente integrati con l'orchestra.
L'attività di Fabrizio non si ferma qui: negli ultimi sei mesi
abbiamo scritto a quattro mani un romanzo che uscirà in novembre
per Einaudi, dal titolo Un destino ridicolo. Ecco in sintesi il metodo
di lavoro: quattro mesi di preparazione della trama e quattro mesi di
scrittura, io la mattina, Fabrizio la notte (abbiamo bioritmi differenti)
e insieme, il pomeriggio, la revisione. L'idea era arrivata improvvisamente,
un giorno dello scorso inverno, quando ci siamo ricordati di esserci già
incontrati, vent'anni fa, e di due nostri amici che si conoscevano e insieme
avevano tentato un grosso colpo andato male: un pappone genovese e un
contrabbandiere marsigliese. Amici a loro volta della ragazza che sarebbe
poi diventata Bocca di rosa nella canzone eponima. Eroi sconfitti, personaggi
che inseguono invano la gloria, il sogno, o una donna. Gli stessi che
popolano Anime salve.
Domanda. È come se l'individuo, il caso degno di nota, si potesse
ormai trovare soltanto nelle minoranze
Risposta. Il meglio di una cultura, se ci fai caso, viene sollecitato
da persone che si trovano in minoranza e che proprio per i loro doni vengono
emarginate e all'occorrenza perseguitate. Un esempio classico sono gli
individui che nascono con caratteristiche esteriori appartenenti a un
sesso che non corrisponde alla loro identità più profonda.
Ne parlo nella canzone Princesa, che ho attinto da uno splendido, breve
romanzo di Maurizio Janelli e Fernanda Farias, in effetti una biografia.
Nella musica di "Princesa" infatti ci sono improvvise, brevi
variazioni che danno l'idea di un doppiofondo, di un "a parte",
che viene temporaneamente recuperato con il ritorno della strofa e nel
finale si risolve in un bellissimo canto festivo con una ritmica nordestina,
una variazione rispetto al samba classico. In questa specie di carnevale
sonoro, poi, hai inserito un elenco di parole portoghesi, una successione
di scene.
È il riepilogo dei passaggi fondamentali della vita della protagonista,
un elenco di gioie e sfortune incontrate nelle tappe delle sue varie metamorfosi:
da bambino si trova ad assumere comportamenti femminili, poi da femmina
malriuscita corre all'incanto dei desideri, tentando prima con mezzi chimici
e in seguito attraverso una vertigine di anestesia chirurgica di assomigliarsi,
di corrispondere a un profondo desiderio che la vuole donna. Per mantenersi
esercita la professione più antica del mondo, finché per
volere del destino si trasforma ancora, e per l'ultima volta, da prostituta
nell'amante ufficiale di un avvocato. Questa è l'ultima metamorfosi;
la musica, grazie anche e soprattutto a Ivano Fossati, accompagna questa
evoluzione passando da tonalità maggiori a minori e sottolineando
in quel martellare di cembali il miraggio della felicità, fino
a ritornare all'infanzia brasiliana.
Anche "Smisurata preghiera", la canzone che chiude l'album e
ne è la sintesi, è una specie di salmo di invocazione e
di imprecazione sulle minoranze. Ed è costruita a partire da testi
di Alvaro Mutis, che in una intervista televisiva ha dichiarato che occorre
un talento straordinario per sintetizzare un'intera opera in una sola
canzone.
Sì, me l'ha detto anche a tavola. Gli ho risposto che dai suoi
scritti si possono ricavare centinaia di canzoni. E lui ha replicato:
"Bene. Allora, cosa aspetti?".
Il tuo elogio delle minoranze presuppone una critica alla nostra società
dei luoghi comuni. Quale aspetto di essa ti pare più inumano?
Il fatto che gli uomini valgono meno delle monete. Infatti il mercato
del denaro è libero: schiacci un pulsante e trasporti patacas da
Macao a Madrid, ne schiacci un altro e le obbligazioni della Repubblica
ceca finiscono a New York. Gli uomini no: prima di presentarsi ai punti
d'imbarco e sbarco devono attraversare oceani di folla e di carte bollate.
Va già bene che non abbiano ancora istituito il marchio a fuoco.
Ma chi la produce, questa ricchezza? Gli uomini, che purtroppo da questo
punto di vista si dividono ancora in due categorie: quelli che del denaro
approfittano, quelli che devono rimanere fermi e controllati.
Allora c'è anche la categoria di quelli che controllano.
Infatti, Pasolini si chiedeva stupito che cosa poteva spingere certe persone
ad assumersi l'incarico di occuparsi dell'amministrazione dei propri simili.
E si rispondeva dopo aver capito che insieme all'amministrazione queste
persone elette dal consenso popolare esercitavano il potere. Assunto il
quale, per quasi tutti coloro che erano assurti a tali vertiginose cariche,
l'aspetto amministrativo diventava inesorabilmente un quotidiano fastidio.
Tu ne conosci?
Guarda, li incontri già a scuola. Raramente sono i primi della
classe, ma del primo della classe sono untuosi amici. Hanno sempre la
mano alzata, per farsi notare o per fare la spia. Si scrivono le risposte
sulle mani, sono ignoranti e superficiali ma mai impacciati, dal primo
giorno di scuola li vedi già seduti nei primi banchi guardare con
timorosa, solerte attenzione i professori, quasi per mettere in chiaro
che, se di complicità si deve trattare, ne faranno partecipi gli
insegnanti, non certo i compagni.
E rispetto a loro come ti comporti?
Mi limito a osservare rendendomi testimone degli avvenimenti più
felici e più drammatici, degni di essere ricordati. E da osservatore
mi rendo conto che nella necessità di scegliere è meglio,
malgrado tutto, essere governati da don Abbondio piuttosto che da don
Rodrigo.
Nel frattempo
La cosa che mi interessa al momento è il sogno di costruire una
nuova struttura per ricevere nel mio agriturismo almeno venti persone
per notte. Mi esibisco malvolentieri in pubblico, ma con l'intento di
dare maggiore spazio ai miei ospiti in Sardegna farò una tournée
tra gennaio e marzo. Mi impegnerò comunque al massimo, per rispetto
verso il pubblico e anche perché non mi piacciono i lavori svolti
in modo frettoloso e approssimativo.
Perché non ti piacciono i concerti in pubblico?
La nozione stessa di spettacolo si è deteriorata; una volta lo
spettacolo era un avvenimento, un fatto eccezionale. La televisione sta
spettacolarizzando qualsiasi cosa, cosicché l'eccezione, il sorprendente,
si dovrà riandarlo a cercare, come del resto faccio, nei luoghi
più nascosti e segreti. Nella teoria di formiche che si arrampicano
sulla corteccia di una quercia, nel parto di una capra, parlando con te
di romanzi e racconti o ascoltando la conversazione di due contadini che
parlano del tempo.
Fabrizio
racconta Anime Salve (1)
Questo lavoro può sinteticamente definirsi come l'osservazione
e la descrizione di svariate e diseguali solitudini. Quella di chi scrive,
che volontariamente si apparta dal contesto sociale evitandone per quanto
possibile i coinvolgimenti emotivi e gli aberranti schieramenti dettati
da convenzioni o convenienze.
Un estraniamento necessario per tentare una testimonianza, il più
possibile equilibrata di molte altre solitudini non vissute soltanto in
funzione di una originaria libera scelta o di una originaria diversità
ma, proprio a causa di quella scelta e di quella diversità, imposte
da un mondo circostante e maggioritario che rifiuta di riconoscersi in
quegli universi spirituali ed in quei comportamenti differenti che appartengono
alle infinite minoranze, costringendole in uno status di isolamento più
o meno tollerato.
Isolamenti o solitudini che vengono vissuti con dignità, con orgoglio
e addirittura fierezza o con il disperato sconforto di chi si sente abbandonato.
Il titolo dell'album si rifà all'etimo delle due parole, ANIMA
e SALVO, e vuole mantenerne il significato originario di SPIRITO SOLITARIO.
Nel verso "mi sono visto di spalle che partivo" della canzone
omonima già si accenna al rifiuto della identità anagrafica,
cioè del personaggio costruito da una autorità che vuole
imporre a ciascuno di stare al mondo al proprio posto; la scelta della
solitudine, ché in questo caso di autonoma scelta si tratta, consente
di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati
da passioni di parte, uno stato di tranquillità dell'animo che
permette di abbandonarsi all'assoluto, alle sue immagini ed alle sue voci,
interiori ed esterne, senza marchi posticci.
Ed il primo marchio che la società imprime consiste nell'impartire
un sesso unico e definitivo all'individuo senza tenere conto "del
chiaroscuro dove si nasce", della complessità e del malinteso
che accompagnano la vita di tante PRINCESA; nella cosiddetta diversità
si cerca allora un riscatto, un modo per "correggere la fortuna"
di fronte alla barriera delle classificazioni sessuali. E l'emarginazione
può essere il prezzo che si paga per assomigliare al proprio desiderio.
O alla cultura, laddove il potere ti impone fin dalla nascita la stigmata
di una cittadinanza, dell'appartenenza ad una nazione magari in vista
di un tuo eventuale futuro apporto in difesa dei suoi confini o nell'offesa
di quelli altrui. Al contrario, se un giorno ci trovassimo a scrivere
la storia della pace, non potremmo dimenticare gli zingari che a partire
dalla citazione che ne fa Erodoto, girano il mondo da oltre venti secoli
senza armi. Il nomadismo dei KHORAKHANE' e di varie altre tribù
del popolo Rom comporta un'identità ridotta al nome, all'essenziale,
intrisa di libertà, dove il controllo spetta soltanto alla famiglia:
l'economia delle pulsioni, la riduzione delle cose ad un principio unitario
ed assolutistico come lo Stato, nel movimento incessante risulta impossibile.
Può anche esistere uno status di isolamento, di autoemarginazione
involontariamente vissuti o volontariamente desiderati a seconda della
lettura che si vuol fare di DOLCENERA: in ognuno dei due casi, l'innamorato
ed il tiranno (quando DOLCENERA voglia essere intesa come metafora del
potere) escludono ogni cosa che non si accordi alla loro passione, vivono
un sogno paranoico che elimina l'"altro", lo fa apparire o scomparire
secondo i misteriosi percorsi della propria follia, chiunque o qualunque
cosa sia: la moglie di Anselmo o l'alluvione di Genova nel 1972; quando
l'"altro" è considerato come possibile ostacolo al conseguimento
del proprio fine, viene rimosso. Perfino il "tumulto del cielo"
o lo straripare di un torrente, "sbagliano momento" e l'amore,
che non può arrivare all'appuntamento perché coinvolto nello
spettacolo dei vivi che si aiutano nella difficoltà del momento,
viene vissuto come presenza reale, rimuovendone l'essenza. La solitudine
o meglio l'autoemarginazione del protagonista di DOLCENERA è in
apparenza la più difficile da sostenere come sinonimo di libertà,
eppure è opinione non solo di chi scrive che l'apice della libertà
stessa sia raggiungibile proprio attraverso la follia e ciò al
di là di ogni valutazione di natura etica.
Di derivazione morale, cioè di coscienza collettiva o per meglio
dire di cattiva coscienza collettiva, è invece la solitudine, l'emarginazione
del pescatore delle ACCIUGHE FANNO IL PALLONE, al cui desiderio fa contrasto
la povertà e la povertà è a volte la conseguenza
del vivere in una comunità che impone regole sbagliate, che non
lascia all'individuo neppure lo spazio per poter assomigliare a chi da
quelle regole trae vantaggio: perché il pescatore di acciughe le
regole della società le accetta dal momento in cui il suo desiderio
consiste nel portare all'altare una donna che possa così diventare
sua moglie; le accetta pur conoscendole, nell'affidarsi al sogno di strappare
alle fauci di un avido pesce grosso il mitico pesce d'oro pescando il
quale il suo desiderio potrebbe essere appagato.
Ma non tutti gli individui conviventi in una micro o macro società
sono disposti a trasformare il disagio in sogno, laddove "la corsa
del tempo spariglia destini e fortune" mettendoli a continuo confronto
nella condivisione di uno spazio ristretto, nasce l'invidia; la DISAMISTADE,
la faida, nasce dal desiderio irrealizzabile di fermare il tempo e di
eliminarlo per riportare il mondo ad una ipotetica condizione originaria
in cui tutti siamo uguali. La faida consiste nel paradosso di ammazzare
l'ultimo assassino e l'autorità interviene quasi sempre a sproposito,
giudicando frettolosamente in base a testimonianze equivoche, penalizzando
innocenti che scontata pena ingiusta diventano i nuovi luttuosi protagonisti
della carneficina: in particolare quel "disarmarsi di sangue"
da parte dei componenti di due famiglie è originato dalla costrizione
alla convivenza all'interno di un esiguo territorio ma quella manciata
di case, quel piccolo paese con relativo tempio religioso non rappresenta
che il vetrino, la miniatura di più popolose società organizzate
in territori di ben più vasti confini.
Ed è proprio dall'antinomica DISAMISTADE che traggono la propria
origine quell'elogio della solitudine e quell'inno all'isolamento che
sono il tema di tutte le altre canzoni dell'album.
Ché anzi nell'isolamento delle remote province dell'Impero dove
i casolari sembrano naufragare nello sterminato concerto della natura,
ci si può ancora mettere d'accordo; lì l'autorità
del controllo centrale non arriva e fra gente semplice e comunque distante
al punto che l'incontro viene vissuto con l'entusiasmo di un avvenimento,
il contratto si può instaurare senza acrimonia seguendo la consuetudine
di antichi rituali ricchi di rispetto e di grazia e quindi di poesia:
la CUMBA volerà di casolare del padre a quello dello sposo quasi
di nascosto, senza lasciare segni di torti o risentimenti.
Il contrasto dell'autorità, in questo caso quella paterna, ai desideri
del giovane contadino protagonista di HO VISTO NINA VOLARE, determina
in lui una condizione di isolamento, di totale abbandono: eppure si tratta
di desideri più che normali che si esternano nel semplice tentativo
di rassomigliare a se stessi, come negli attori di PRINCESA, delle acciughe
o di KHORAKHANE'. In questo caso il desiderio di diventare adulto che
trova ostacolo nella paura dell'autorità del padre, si risolve
in un primo momento nella determinazione dell'adolescente a fuggire per
recuperare da solo il proprio diritto a diventare adulto ed in seguito
si sublima in quella solitudine che lo mette a contatto con l'Assoluto
nel contemplare il mistero della creazione: "quale sarà la
mano che illumina le stelle". Anche in questo caso la situazione
di isolamento, di estraniazione dall'"altro" produce una crescita,
una maturazione spirituale che si può ottenere trasformando l'apparente
disagio dell'abbandono in una libera e statica contemplazione.
SMISURATA PREGHIERA è l'epitome del disco, la summa dei tracciati
che lo percorrono. Ed è ancora un affresco sulle minoranze, sulla
necessità di difendersi da parte di chi non accetta "le leggi
del Branco", su coloro insomma che devono pagare per difendere la
propria dignità: gli unici che attraversando l'emarginazione e
la solitudine riescono ancora a "consegnare alla morte una goccia
di splendore". La musica dell'intero CD segue il nomadismo delle
parole (italiano, romanes, brasiliano e genovese) e dei personaggi attraverso
l'impiego di strumenti di diversa origine organica e di varia geografia
conferendo all'intero lavoro i connotati di un linguaggio sincretistico
dalle sonorità etnico-classiche.
Fabrizio
racconta Anime Salve (2)
Fabrizio De André entra nello spazio Gucciardini, a Milano, alla
fine dell'ascolto del suo nuovo album "Anime Salve" e della
proiezione del video di "Ho visto Nina volare". Un applauso
fragoroso saluta il suo ritorno sulle scene dopo quasi sei anni (tanti
ne sono passati dall'album "Nuvole").
"Sono qui solo per ringraziarvi" dice. Ma poi risponde alle
domande dei giornalisti per oltre venti minuti. All'inizio ringrazia tutti
quelli che hanno lavorato al suo album (dal percussionista Naco, morto
all'inizio dell'estate all'arrangiatore Piero Milesi, fino alla compagna
Dori Ghezzi e ai figli Cristiano e Luvi De André).
Ringrazia anche Fernanda Pivano ("Per avermi fatto scoprire Edgard
Lee Masters") e l'amico Beppe Grillo ("Ha sostituito in questi
anni l'assenza di mio fratello"), entrambi presenti.
A chi gli chiede se il disco è un elogio alla follia come esempio
massimo di libertà, De André risponde: "Il massimo
della libertà è il potere fuggire da ogni regola precostituita.
E in questo senso il folle è libero. Ma il mio non è un
elogio alla follia, l'ha già fatto un certo Erasmo. Comunque non
capisco come chi esercita il potere non si renda conto di non essere anche
lui libero. Chi esercita il controllo sugli altri, infatti, non è
libero. Basta vedere come certe madri vanno in apprensione per i figli,
perdendo così ogni libertà. Eppure ci sono ancora del matti
che si divertono ad esercitare il controllo sugli altri".
Il suo è quindi un elogio alla solitudine?
"Io sono uno che sceglie la solitudine. E che come artista si fa
carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello.
E' il mio mestiere".
Ma questo è un disco più anarchico o più mistico?
"Non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo.
L'anarchismo affonda le sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo
filosofo è stato il più grande anarchico di tutti i tempi
insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque, non porta all'egoismo
ma diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo infatti che chi non sa
aiutare se stesso non possa aiutare gli altri".
Il suo elogio delle minoranze fa venire in mente anche la Lega...
"Io credo che ogni piccola etnia abbia diritto all'autodeterminazione,
ma bisogna vedere come la chiede. Bisogna che si comporti da minoranza,
mentre la Lega è una minoranza che si comporta da maggioranza,
assumendone tutti i difetti".
Ma lei cosa ne pensa delle posizioni della Lega?
"A me piacerebbe tornare ai liberi comuni, alle città stato".
A questo punto l'anarchico De André parla del potere.
"Mi fa paura questo sistema che considera gli uomini meno importanti
dei capitali: tant'è vero che i primi sono molto meno liberi di
circolare dei secondi. E' una cosa ignobile e pericolosa".
Com'è andato veramente il rapporto con Ivano Fossati?
"Benissimo. Ci conosciamo e ci stimiamo da vent'anni. Lui ad un certo
punto ci ha lasciati perché doveva lavorare al suo nuovo album.
Tutto qui. Stasera non c'è perché ha pensato che questa
doveva essere la mia serata, così a preferito stare a casa".
Lei dice che il suo album è una testimonianza di molte altre solitudini,
ma anche un inno alla solitudine. Non c'è il rischio che diventi
anche un inno all'egoismo?
"No. Il mio è un inno alla solitudine come possibilità
di riscatto da situazioni di disagio. Il primo grande disagio l'uomo lo
prova al momento della nascita quando passa dall'acqua all'aria. Il secondo
quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi,
ne vivono un terzo: il disagio dell'isolamento. Ebbene, secondo me, chi
passa attraverso questi tre disagi matura spiritualmente. La solitudine
porta a contatto con l'Assoluto".
La sua è una solitudine più anarchica o più mistica?
"In fondo non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo
misticismo. L'anarchismo affonda le sue radici nel cristianesimo, visto
che il Cristo filosofo è stato il più grande anarchico di
tutti i tempi insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque,
non porta all'egoismo ma diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo
infatti che chi non sa aiutare se stesso non possa aiutare gli altri".
Quando partirà il tour?
"Il 20 gennaio e andrà avanti fino al 20 marzo. Con me ci
saranno i miei figli, Cristiano e Luvi. Dori Ghezzi no: bisogna che qualcuno
stia a casa. Comunque vorrei che mi aiutaste convincerla ad usare più
spesso e non solo nei miei dischi al sua splendida voce".
Poi, De André chiama l'amico Beppe Grillo presente. E lui dal fondo
della sala gli risponde: "Non vengo. Ti ho già tradito per
Mina (ha appena inciso un duetto con la tigre di Cremona - ndr)".
E De André di rimando: "Beppe è un grandissimo cantante
di rhythm and blues". E lui: "Comunque una delle ragioni per
cui non farò mai un disco è che non poteri mai fare un incontro
come questo. Ma come fai?". La conferenza finisce così, tra
i sorrisi.
Fabrizio
racconta anime salve (3) Di Cinzia Marongiu
Fabrizio
de Andrè ha accettato di parlare del suo ultimo disco uscito a
sei anni di distanza da "Le Nuvole". Fra un tiro all' ennesima
MS blu, una battuta in gallurese ed un gesto impaziente a tirarsi indietro
i capelli fini e castani, da eterno ragazzo:
Ha definito il suo disco come la descrizione di svariate solitudini. La
sua è una solitudine cercata. Di cosa la nutre ?
"Di letture, di meditazione e di confronto con la memoria. Il ricordo
del passato si distorce nella misura del tempo ed è interessante
cercare di capirne il motivo, anche con l' aiuto di fotografie o di vecchie
lettere. Coltivando la solitudine non sei ricattabile, non sei coinvolto
dalle pulsioni di gruppo, di chi ti ronza intorno dandoti e chiedendoti
consigli o proponendoti affari."
E gli svantaggi? Ce ne sono ?
"Sono soprattutto di natura economica .Non puoi approfittare della
benevolenza e dell' appoggio del clan,del partito politico,della parrocchia.
Ma non sei obbligato ai compromessi, alla regole. In arte, al contrario,
da tempo mi sento gravato da notevoli responsabilità, anche morali,
nei confronti di chi mi ascolta .
Tendo quindi a dividere questo peso collaborando con chi sento a me affine,
sia spiritualmente, sia artisticamente, avvalendomi cosi di un'ulteriore
censura."
I protagonisti di "Ho visto Nina volare ","Princesa",Khorakhanè",
"Le acciughe fanno il pallone" cercano semplicemente di rassomigliare
a se stessi. Lei nel corso della sua vita ci e` riuscito ? E com'è
Fabrizio de André ?
"Ci sto appena riuscendo, anche perché da poco tempo comincio
a conoscermi. E` un ritorno all' infanzia , il sentirsi protetto dal circostante,l'
abbandonarsi alle infinite voci della natura, verso cui ti accorgi di
essere stato sempre , in competizione, se non in conflitto. Vivo con una
donna di cui rispetto, e che rispetta il comune desiderio di estraniazione
e che mai mi verrebbe a parlare di mare mentre io sto pensando alle nuvole.
Vivo in un paradiso di acqua e di aria pulita, circondato da foreste,
da essenze vegetali e da animali di cui osservo le abitudini senza chiedermi
il motivo.
Il motivo è semplicemente la vita."
In "Khorakhane`" parla di una tribù Rom. Cosa l' affascina
negli zingari ?
"I dizionari di psicologia definiscono il continuo spostarsi senza
altra meta che non sia lo stesso movimento, "dromomania", attribuendole
il significato di fuga dall'angoscia. Posso accettare la definizione se
per angoscia si intende il timore della morte, ma ben venga questo popolo
che la esorcizza con il suo eterno viaggio intorno al mondo. Senza armi."
Un giudizio che tiene conto del fatto che alcuni di loro rubino per vivere
?
"Certo, vero, gli zingari rubano. Neanche loro possono sottrarsi
a quell'impulso al saccheggio che è nel DNA della razza umana.
Però non mi è mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro
che abbia rubato tramite banca."
I suoni di questo disco arrivano e guardano in ogni direzione. Da dove
è partita la ricerca ?
"È una ricerca di cui non ho l'intero merito. Anzi ne ho una
modesta parte. Arriva da molto lontano, dall'attenzione che ho prestato
nel volgere degli anni alle esperienze altrui, da tutti i musicisti e
i gruppi con cui ho collaborato. A partire da Reverberi e dai New Trolls
per arrivare a Fossati e Milesi, attraverso il confronto con Piovani,
Pagani e la PFM. Ognuno ha portato il suo contributo, facendo sì
che in questo disco si riunissero diverse tendenze e svariati generi."
Lo si può definire in disco etnico?
"Non lo si può definire etnico perché emergono troppi
elementi classici, non lo si può etichettare come classico per
il motivo opposto. Ma non mi sento neanche di classificarlo come un disco
pop, perché nel pop difficilmente convergono in misura cosi definita
elementi della musica etnica e di quella classica. Non mi resta che non
definirlo, a meno che non mi si voglia far passare questa definizione:
è un disco fuori genere." Portoghese, genovese, romanes: in che modo le lingue utilizzate nel
disco seguono il contenuto dei brani ?
"In modo estremamente naturale .Cosi come nel ricordo dell' alluvione
che sommerse Genova nel '72 mi e` sembrato quasi doveroso inserire il
genovese,alla stessa maniera ho voluto sottolineare la storia di un viado
brasiliano che recitasse in portoghese una serie di vocaboli emblematici
del percorso della vita di "Princesa".E sempre per la stessa
ragione ho affiancato alla voce del vecchio zingaro che narra le proprie
esperienze il canto di una donna in romanes, la lingua di origine sanscrita
con cui si esprimono i Rom" La letteratura come fonte primaria di ispirazione. Si riconosce ?
" No.Solitamente traggo ispirazione dalla vita ,mia o degli altri.Anche
se in qualche occasione i sono ispirato direttamente a fonti letterarie:
e` il caso dell' album tratto dallo 'Spoon River' di Masters e di pochi
altri episodi, tra i quali 'Smisurata Preghiera' , l' ultima canzone di
Anime Salve, il cui testo èuna sintesi del pensiero letterario
di Alvaro Mutis. " So che ha appena finito di scrivere il suo primo romanzo. Di cosa si
tratta?
" Non èil mio romanzo, o almeno lo èsoltanto per metà.
Lo abbiamo scritto Alessandro Gennari ed io. Il nostro romanzo si chiama
'Un destino ridicolo', è la storia di tre uomini che il caso fa
incontrare a Genova. Tentano un colpo che andrà male dal cui esito
negativo nasceranno occasioni di fortuna per altri personaggi, tra i quali
gli stessi narratori, Alessandro ed io." Quando uscirà in libreria ?
" Credo il 22 novembre. Sara` pubblicato da Einaudi." Secondo lei, la canzone è un genere letterario?
" Io intendo per letteratura l'arte di raccontare. Da questo punto
di vista la canzone è sicuramente un genere letterario che aggiunge
alla narrazione la suggestione del canto. È bene non dimenticare
che l'intera opera poetica di Omero era cantata e cosi si può dire
di quasi tutta la poesia trovadorica." Quali sono gli scrittori a cui è più affezionato ?
"Sarebbe un elenco troppo lungo. Preferisco quei romanzieri che da
giovani hanno scritto poesie, come Bufalino, Samarago e lo stesso Mutis." Che cosa pensa dell' idea di assegnare a Dylan un Nobel?
"Bob Dylan è un grande artista e come tale merita un riconoscimento
di livello mondiale. Che glielo si voglia dare come poeta o come cantautore
non fa molta differenza dal momento che non esistono arti maggiori e arti
minori. Esistono invece artisti maggiori e artisti minori." A quando la tourneé ?
"Dovrebbe essere tra la fine di Gennaio e i primi di Aprile del '97.
Ci saranno anche i miei figli Luvi e Cristiano." A proposit , tutti e due e sua moglie hanno collaborato al disco. Com'
è nata l' idea ?
"Niente di straordinario. Siamo evidentemente una famiglia di artisti
e trovo logico che ci si dia una mano." Che cosa pensa delle lusinghiere critiche rivolte a Dori Ghezzi su
alcuni quotidiani ?
"Curiose vicissitudini e imbarazzi di natura emotiva l'hanno portata
ad abbandonare il canto. Ogni volta che ci riprova dimostra di possedere
doti interpretative eccelse sulle quali non ho mai avuto dubbi. Rispetto
totalmente le sue scelte ma continuo a sperare che ci ripensi" Cosa la lega alla Sardegna?
L'aver ritrovato l'ambiente naturale della Liguria cosi com'era nell'immediato
dopoguerra. Inoltre, pare che il più antico insediamento in Sardegna
sia stato operato da uomini dell'era neolitica provenienti da Finale Ligure:
i reperti sono stati portati alla luce nell'isola di Santo Stefano, nell'arcipelago
di La Maddalena. Un motivo in più per sentirmi a casa."
L' azienda agricola ricoprirà sempre più importanza nella
sua vita ?
"Si, credo proprio che finirò per fermarmi qui, cercando di
creare le condizioni ideali ad un lentissimo passare del tempo".
Un
poeta contemporaneo
di Gisella Castellina
News ITALIA PRESS
"Appartarsi il più possibile. Solo attraverso la solitudine
possiamo leggere in noi stessi e riprendere contatto con ciò che
ci circonda. Risolte le nostre situazioni interiori saremo forse in grado
di risolvere grane più grandi". Dialoga con il pubblico Fabrizio
De André durante i suoi spettacoli (limitativo parlare di concerti),
regala perle di saggezza semplici, immediate, non solo tramite la forza
delle sue canzoni. Un inno alla solitudine, "Anime Salve", l'ultimo
lavoro, dedicato a tutti i diversi e approdato sul palco del Palastampa
martedì 25 marzo. Grande cura per la scenografia ispirata a un
paesaggio marittimo con scogli e vele mosse dal vento, due ballerini che
incantano con la loro mimica, giochi di luci con il rosso sempre predominante,
i musicisti tutti in nero. Due ragazzi pieni di talento, Cristiano e Luvi
che, che "...per puro caso portano il mio stesso cognome". E
le sue canzoni. Quelle recenti di "Anime Salve", e le sue vecchie
poesie in musica. Il commento prima di ognuna di loro: "Quando l'uomo
si aggrega e inizia a guardarsi attorno nasce il sentimento dell'invidia
che porta alle faide, in sardo disamicizia, DISAMISTADE.." Il commento
alle canzoni di creuza de mà, album in dialetto genovese uscito
14 anni fa: "In quel periodo uscirono dei pezzi stranieri terribili,
ho pensato: incomprensibile per incomprensibile, tanto vale far rivivere
il dialetto, devo dire con grandi lacrime dei discografici. Invece il
disco andò bene..". E il commento finale alle canzoni dei
suoi 20 anni, La canzone di Marinella, Andrea, La guerra di Piero, Via
del Campo: "Di allora rimpiango l'ingenuità e l'entusiasmo.
Dall'entusiasmo nascono piccoli miracoli o grandi stronzate..". Nel
caso di De André, nessuna piccola stronzata, solo grandi miracoli....
Quattro mani
per nove ballate
di Roberto Gatti
L'espresso 19/9/96
SUL MURO DI FRONTE ALLA casa milanese di Fabrizio De André un bel
manifesto a colori, sicuramente affisso ai primi di maggio, annuncia ai
passanti distratti l'uscita del nuovo album di Ivano Fossati, "Macramè":
e forte è il sospetto che quel poster non sia stato collocato lì
a caso. Forse vuol ricordare che i due cantautori hanno lavorato gomito
a gomito alla stesura di quasi tutte le canzoni dell'ultimo ellepì
di Fabrizio: in uscita il 18 settembre, a sei anni esatti di distanza
da "Le nuvole". Il nuovo album s'intitola "Anime salve"
e contiene nove canzoni, per un totale di 46 minuti abbondanti. I testi
sono redatti con il cipiglio consueto, noto fin dal tempi lontani della
"Ballata di un impiegato", e le musiche continuano a svolazzare
sopra quella terra di nessuno che sta fra Genova e Parigi, il Mediterraneo
e il lago Balaton: come accadeva anche a "Creuza de ma", l'album
della svolta etnica.
Il primo brano si chiama "Princesa", una canzone in forma di
ballata che racconta la sconvolgente vita di un transessuale brasiliano.
Una storia vera liberamente tratta dal romanzo-intervista raccolto nel
carcere di Rebibbia dal brigatista Maurizio Jannelli dalla voce di Fernanda
Farias, la "Princesa" della canzone (edizioni Sensibili alle
Foglie). Il pezzo ricorda una storica ballata del primo De André,
come "Bocca di Rosa". Allora la protagonista era una puttana.
Adesso un travestito. I tempi sono cambiati. L'ultima canzone ha un titolo
alquanto ineffabile, "Smisurata preghiera", e versi in splendida
sintonia: "Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi
del branco". E anche per questo il regista Sergio Cabrera l'ha voluta
inserire nel suo film "Ilona arriva con la pioggia", appena
proiettato a Venezia. Però in lingua spagnola, "Desmedida
plegaria": dal momento che sia il film che la canzone trovano il
loro terreno di coltura nelle opere di Alvaro Mutis, il grande scrittore
colombiano.
Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?
"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto,
si diverte a mettere in scena. Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò
un suo romanzo, "La neve dell'ammiraglio", che trovai semplicemente
straordinario. Allora cominciai a divorare tutti i altri suoi scritti,
e quando arrivai alla raccolta di poesie "Summa di Maqroll-il gabbiere"
presi il coraggio a quattro mani: gli domandai se avesse nulla in contrario
a che mi appropriassi di qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria,
per incastonarlo in una canzone che avevo in mente. In questo modo è
nata "Smisurata preghiera", e devo confessare che mai parto
fu tanto soddisfacente".
Anche l'incontro con Cabrera può essere ricondotto a una "semplice
danza del destino", come direbbe Bob Dylan?
"Naturalmente. Lui stava già lavorando a "Ilona arriva
con la pioggia", quando, un bel giorno, gli capita sotto gli occhi
la notiziola riportata da un quotidiano: dalla quale apprende che abbiamo
in comune la medesima ispirazione letteraria. Ci troviamo, chiacchieriamo
un bel po', e alla fine mi chiede se può utilizzare la canzone
che sto scrivendo per i titoli di coda del suo film. Gli dico di sì,
ci mancherebbe altro. E così comincia anche il secondo atto della
danza".
Il terzo dovrebbe riguardare li suo incontro con Ivano Fossati...
"Infatti. Ci conosciamo da vent'anni, ci annusavamo già da
tempo. Forse perché amiamo gli stessi autori, per esempio Gesualdo
Bufalino, o forse perché siamo due solitari: anzi, creature della
notte: ed è veramente piacevole collaborare con chi, come me, fatica
a svegliarsi prima delle due del pomeriggio. A questo, ovviamente, occorre
aggiungere la mia stima incondizionata nei suoi confronti. Ivano possiede
una capacità stupefacente di cucire fra loro musica e parole. Di
fare musica cantata, insomma...".
Non c'è dubbio. Ma i giornali hanno anche parlato di notevoli screzi
fra di voi. Di un feeling non sempre armonioso.
"Niente di più falso. L'avranno scritto perché, forse,
hanno male interpretato le nostre discussioni di carattere musicale: non
è un mistero per nessuno che Ivano ami soprattutto il jazz, mentre
io prediligo la classica. Ma litigare con lui è assolutamente impossibile.
Dirò di più: questo è l'unico punto su cui, entrambi,
siamo in totale disaccordo con quel che afferma Bufalino: "Non si
può diventare amici se non si è coetanei". Non è
così. Io ho una decina d'anni più di lui, ma riusciamo ugualmente
a stimarci e apprezzarci. Lui sopporta di buon grado le mie geremiadi
sui disastri della prostatite, e io tutte le sue disquisizioni a proposito
di nuovi amori e nuovi viaggi. A un'amicizia disinteressata, non si può
davvero chiedere molto di più".
Questo, insomma, è lo zoccolo duro su cui avete edificato l'album
senza nome...
"Sì. E' stato un gioco di botta e risposta, Ivano al pianoforte
e io alla chitarra Certo, in alcune canzoni si sente la mia prevalenza,
in altre la sua. Ma, nel complesso, il lavoro è stato pensato,
architettato e realizzato a quattro mani. Senza alcun ammiccamento, al
contrario di quanto era avvenuto in passato".
A che cosa si riferisce, in particolare?
"A un paio di episodi del mio album precedente, "Le nuvole".
Lì, senza magari esserne del tutto cosciente, qualche piccola astuzia
me l'ero concessa. Per esempio la poesiola iniziale, che è piaciuta
tanto al bambini: e che mi ha permesso di vendere più dimezzo milione
di copie del disco, una quantità per me straordinaria. O la stessa
"Don Raffaé", che tutti hanno immediatamente interpretato,
con piena ragione, come una canzone essenzialmente politica. In questo
disco, invece, la politica è sempre presente, ma molto metaforizzata.
Sta rigorosamente dietro le quinte, insomma, e cede il ruolo di protagonista
ad altri attori ben più dignitosi. Come è giusto che sia".
In parole povere, il destino ritorna di nuovo in scena...
"Certo. E devo dire che non trovo alcuna contraddizione di rilievo
tra questo senso dell'immanenza e i postulati fondamentali della mia fede
anarchica. Se, come diceva quel tale, la vita è una lunga fuga
dalla nascita, più che una corsa verso la morte, allora tanto vale
trasformare questa angoscia perenne in un sentimento positivo: per sé
e per gli altri. Detto in termini brutali, la merda è sempre merda.
Ma se la smettiamo di tirarcela in faccia, e cominciamo invece a utilizzarla
per coltivare fiori, allora diventa infinitamente più utile. Addirittura
gradevole".
Mi par di capire che, in questi ultimi anni, il destino le ha riservato
altre sorprese...
"Certo. La prima, assolutamente positiva, riguarda il libro che sto
scrivendo a quattro mani con Alessandro Gennari, l'autore di "Le
ragioni del sangue". Si tratta di un romanzo apparentemente leggero,
che parla di tre balordi - un sardo, un genovese e un mantovano - che
tentano un colpo che poi andrà a finire male. Un romanzo nato per
caso, diciamo così: in seguito a un'amicizia vecchia di vent'anni
- avevo conosciuto Gennari a Mantova, nel 1975, perché la sua faccia
era identica a quella di mio figlio Cristiano - e ravvivatasi negli ultimi
mesi. Dopo la sua vittoria al Premio Bagutta nella sezione Opera prima".
E la sorpresa negativa?
"Quella riguarda il fatto che, per la prima volta nella mia vita,
ho deciso di darmi delle scadenze. Vede, il mio contratto con la Bmg-Ricordi
prevede altri due dischi, oltre a questo in uscita: e in un momento di
grande entusiasmo ho accettato di pubblicare il primo nel 2000 e il secondo
nel 2003 Non so se ho fatto bene, visto che i tempi mi sono sempre andati
un po' di traverso. Ma, d'altra parte, ormai è troppo tardi per
piangere sui latte versato. Qualcosa accadrà".
Ho trovato una
canzone tra le nuvole
di Pietro Acquafredda
Specchio
30/11/96
Sei anni di silenzio e dl lavoro. Qualche rarissima apparizione in pubblico.
Una lunga stagione di isolamento, di creazione e di avventura. Ma ora,
sul finire di questo 1996, Fabrizio De André come per un incanto
ha rotto gli indugi: prima un disco, Anime salve, tante volte annunciato
e tanto sospirato dai suoi fans. Poi anche un libro, Un destino ridicolo,
scritto a quattro mani con un amico psicoanalista e scrittore, Alessandro
Gennari. E non è finita qui: per il '97 è prevista anche
la tournée che porterà De André in giro per l'Italia.
Ma anche se cambia il ritmo della vita, il suo sguardo pacato, il suo
modo di soppesare le parole restano invece quelli di sempre. E se gli
domandi cosa c'è di speciale, di straordinario nel suo mondo ti
risponde così:
"Al di fuori dei miei sogni. del mio contatto con qualcosa che altri
hanno voluto definire "assoluto", vivo normalmente come credo
la maggior parte dei miei simili. Delle mie canzoni non mi ritengo neppure
totalmente responsabile: vengono con le idee, forse sono idee, forse qualche
altra cosa che non so definire".
Ma come nasce, come si diventa cantautore? Ad esempio, come nacque il
De André cantautore?
"La mia famiglia, dal lato paterno, è di origine francese:
provenzale perla precisione. Mio padre, durante l'intero arco della vita,
non perse mai i contatti con i luoghi d'origine. Ritornando dai suoi viaggi
portava a me e a mio fratello Mauro qualche regalo, in particolare dischi
di musica popolare. Fra questi, a 14 anni, scoprii le canzoni di Brassens.
A scuola, al contrario di mio fratello, non primeggiavo. Così in
famiglia avvertivo un clima di competizione, che mi metteva ansia".
E la sua vocazione musicale scaturisce da quest'ansia?
"Da un certo senso sì. Lo specchio in cui riflettevo le mie
angosce era rappresentato da mia madre. La quale nel 1954 pensò
di regalarmi una chitarra e trovò anche un maestro colombiano che
mi insegnasse a suonarla. Posso dire che i doni di mia madre e di mio
padre si sommarono miracolosamente per indirizzarmi a quello che gli altri
riconoscono come mio mestiere".
La sua scelta di diventare cantante venne accettata senza problemi in
famiglia?
"All'uscita del mio primo disco mia madre si dimostrò subito
entusiasta. Mio padre lo fu solo qualche anno dopo, quando, stando già
fuori casa, avevo dimostrato di sopravvivere più che dignitosamente
con un'attività che ai tempi veniva considerata più un espediente
che un vero lavoro".
Lei parla di suo padre con una sorta di venerazione. Quanto è stato
importante per lei questo rapporto?
"E' una persona di cui parlo molto volentieri. Si laureò in
Lettere a Torino studiando di notte e lavorando di giorno per pagarsi
gli studi. Dove riuscisse a trovare il tempo per dormire non me lo ha
mai raccontato. Tra i frammenti dei tanti ricordi che mi confidò
quando negli Anni Settanta diventammo intimi amici, ce n'è uno
che ricordo nitidamente. Quando le leggi razziali vennero estese anche
in Italia, mio padre ricevette la visita di due gentiluomini che lo pregavano
di stilare l'elenco degli studenti di origine ebraica che frequentavano
la sua scuola a Sampierdarena. Mio padre li rassicurò. Poi il mattino
seguente fece il giro delle classi raccomandando a tutti i ragazzi che
avevano ascendenti ebrei di rifugiarsi da qualche parente in campagna
fino alla fine della guerra. Un paio di giorni dopo i due compari si fecero
di nuovo vivi, intimandogli di seguirli, perché il questore desiderava
parlargli. Lui li tranquillizzò. Chiese solo di poter avvertire
la segretaria. Naturalmente li ingannò e uscì da una porta
secondaria. E i fascisti devono ancora trovarlo adesso...".
Poi, dopo la guerra, entrò in politica...
"Sì, divenne vicesindaco di Genova nelle file del partito
repubblicano. I comunisti tappezzarono la città con un fotomontaggio
in cui appariva vestito da prete. Per lui fu uno choc, ma confesso che
io e mio fratello ci facemmo - naturalmente di nascosto - un sacco di
risate. Poi si schierò con il presidenzialismo di Pacciardi e venne
espulso dal partito. La motivazione suona ancora al mio orecchio come
la nota di un corno stonato: "Indegnità politica". A
proposito, signor La Malfa junior, dal momento che avete riabilitato Pacciardi,
perché non fate lo stesso per mio padre?".
Torniamo a lei. Cosa resta del contestatore di un tempo?
"La politica in questo momento e in questo Occidente che ha scelto
il capitalismo non solo come sistema economico ma anche come teorema filosofico
e morale, non esiste più. Chi guida il Paese, chi muove le leve
dell'informazione è il grande capitale. I numeri sono diventati
più importanti degli uomini. Chi paga le conseguenze
più dure sono le minoranze politiche, religiose, culturali o anche
solo comportamentali: proprio quelle da cui si potrebbero attingere nuove
idee".
Questo influisce anche sulla musica. Si scorge una certa stanchezza e
una povertà di ispirazione...
"La poesia e la canzone non hanno mai goduto di tangibili privilegi.
Non è quindi una genetica mancanza di ispirazione quanto la scarsa
considerazione da parte dei contemporanei ad ingenerare in molti artisti
una profonda sfiducia nel proprio lavoro. Gli uomini sono tutti potenziali
artisti, ma devono fare i conti con esigenze di vita che con il tempo
si sono moltiplicate, trasformando semplici orpelli in insopprimibili
necessità. Per gli artisti troppo ricchi vale il discorso contrario.
E, nel nostro tempo, cantanti e autori ne sono un innegabile esempio:
avendo troppo coltivato il gusto per il superfluo e dato eccessivo riscontro
alla parte più rozza della loro esistenza hanno perduto, insieme
al rispetto per la propria arte, il gusto e la capacità di esercitarla".
Dopo Anime salve l'attende una faticosa e lunga tournée. Con che
spirito l'affronterà?
"Cercherò di impegnarmi al massimo per difendere il rispetto
che devo al pubblico e che intendo mantenere anche nei confronti di me
stesso, anche se le esibizioni non sono mai state al vertice dei miei
desideri. Sarò confortato, oltreché dalla presenza di ottimi
musicisti con cui ho una lunga consuetudine di lavoro e di amicizia, dall'intervento
di entrambi i miei figli: Cristiano con il compito tutt'altro che facile
di sostituire in grande polistrumentista come Mauro Pagani e Luvi, mia
figlia, come corista. Cristiano non ha ormai bisogno di affettuosi encomi
paterni, mentre Luvi penso rappresenterà una piacevole sorpresa
per tutti".