Fabrizio De André secondo la Pfm


FRANZ - A mio avviso, tra tutti i cantautori, Fabrizio De André è quello che più di ogni altro è riuscito a infondere poeticità nelle sue canzoni. Noi lo conoscevamo da tempo - avevamo già lavorato con lui alcuni anni prima - e così, quando un giorno d'estate lo incontrammo a un concerto in Sardegna gli buttai lì l'idea di fare qualcosa insieme. La collaborazione tra un cantautore e un gruppo era comune in America e a noi sembrava che con Fabrizio si sarebbe potuto svolgere un buon lavoro, offrendo al pubblico italiano qualcosa di nuovo. De André aveva avuto un'esperienza simile solo con i New Trolls, che per certi versi era stata positiva e per altri no, perché erano rimasti due gruppi di lavoro abbastanza divisi. Non c'era stata una fusione vera e propria. Diciamo che loro avevano suonato le cose di De André e De André aveva avuto un gruppo che lo accompagnava, tutto qua. Noi invece avevamo in mente qualcosa di molto diverso, un vero e proprio progetto di collaborazione artistica, dove ognuna delle due componenti, il cantautore e il gruppo, avrebbe influenzato l'altra. Glielo spiegammo, ma lì per lì non la prese molto bene.
"Eh belin!" disse, "suonate troppo forte!"
"Ma no, ci adattiamo a te!"
"Arrivate con tutti vostri watt e mi uccidete!"
"Ascolta" disse Franco prendendo la chitarra, "io 'Il pescatore' la vedo così. Un po' più funky, un po' più allegra..." e si mette a fare un giro di accordi.
Fabrizio ascolta e sorride. "E la batteria? Questo qui picchia forte, non so...."
Ci volle un po', ma riuscimmo a convincerlo, forse anche perché riuscimmo a comunicargli il senso del gruppo. Fare una tournée però lo spaventava un po'. In generale Fabrizio è una persona un po' schiva e l'idea di affrontare il pubblico tutte le sere, di viaggiare con noi e con tutto l'annesso, non gli garbava molto. Ma riuscimmo a trasmettergli la carica giusta. Gli garantimmo comprensione e collaborazione e alla fine, stringendoci la mano, suggellammo l'accordo.
Scegliemmo un trentina di pezzi e ci suddividemmo il lavoro. Era una strategia che serviva a non tradire lo stile dei pezzi. Per esempio le canzoni più franceseggianti sono state affidate a Patrick, perché essendo vissuto in Francia poteva arrangiarle in linea con il loro sound. Franco invece prese i pezzi dove poteva fare valere la sua dimestichezza con la musicalità della chitarra. A Flavio vennero affidate le cose che ci sembravano richiedere un'elaborazione più complessa, perché dal punto di vista degli arrangiamenti era il più preparato di tutti. Mettemmo su un bel gruppo di lavoro e dopo qualche mese il materiale fu pronto. Ne era uscita una cosa nuova e un po' strana, dove la poeticità dei testi di Fabrizio e le sue belle e pulite linee melodiche si sposavano con una musicalità sognante, piena di immagini, invenzioni e colpi di scena. La cosa funzionò a meraviglia: i pezzi, completamente rivisti e rielaborati, assumevano un sapore nuovo e più pieno, mentre il dialogo tra testi e impasti sonori risultava continuo ed equilibrato. In questo contesto, la voce calda e affascinante di Fabrizio non veniva per nulla sacrificata, anzi. Tutto infatti era stato studiato nei minimi particolari affinché noi non lo coprissimo mai. Gli arrangiamenti erano stemperati: quando lui cantava, sembrava di vedere un acquerello, un dipinto molto bello dai colori tenui. C'erano però anche momenti in cui si partiva forte in modo da far esplodere la carica musicale della PFM. Ne fummo tutti molto soddisfatti. Anche il pubblico dimostrò di apprezzare quello strano connubio, tra due realtà che allora, in Italia, erano considerate assolutamente incompatibili. Invece la nostra idea funzionò, dimostrando che anche un cantautore può avere da guadagnare dalla collaborazione con un gruppo. E viceversa.
FRANZ - La grande lezione che imparammo dall'esperienza con De André fu constatare che, quando si attaccava un pezzo, il pubblico si alzava in piedi a braccia levate. Lui cantava: "Questa di Marinella..", e la gente: "Uaaaaa!!!", perché riconosceva subito il brano. Così abbiamo capito che il testo, se racconta una storia, soprattutto una storia vera, personale o poetica, fa vivere le canzoni molto più a lungo, in una dimensione più dilatata. Per dirla brutalmente, io avrò fatto nella mia vita 2000 assolo di batteria, ma non credo che la gente se li possa ricordare. Si ricorderà l'energia, si ricorderà l'entusiasmo, la forza, il vigore... ma nessuno potrà mai cantarti un assolo di batteria e se vuole riviverlo deve riascoltarselo sul disco. Tutti invece sono in grado di cantare la Canzone di Marinella, magari sotto la doccia, senza strumenti o impianti hi-fi.
Tutto questo ci spinse a riflettere sul senso del canto all'interno del gruppo. Non si trattava più del problema di avere un cantante di ruolo, ma di trovare un veicolo più diretto nel contatto con il pubblico. Forse un front man, pensammo, una persona che possa traghettare il gruppo verso il pubblico e viceversa. Soprattutto avevamo bisogno di canzoni a presa rapida, che potessero lasciare un segno.

 

Storie di uomini di nuvole e di cicale

TV Sorrisi & Canzoni - 1990
Amato, amatissimo De André. Oppure detestato. Amato dal suo pubblico, che lo segue da 25 anni, e dai critici. Detestato da coloro che odiano quelle persone che non si tirano indietro quando si tratta di giocare duro con le parole. A sei anni all'uscita del precedente LP ecco "Le nuvole", un disco che ti accarezza e, subito dopo, ti prende a schiaffi. Di lui si è scritto tanto: della sua pigrizia, della sua rabbia e della sua indiscussa genialità. Ecco cosa ci ha raccontato il cantautore più poetico e "feroce" dei nostri anni.
"Le nuvole" arriva a sei anni di distanza dal precedente. Come sono cambiati i tuoi ritmi di lavoro e di vita?
"I ritmi di lavoro non si sono dilatati se è vero che "Le nuvole" le abbiamo pensate, scritte e registrate nel giro di due anni. Sono stati piuttosto gli accadimenti della vita a lasciarmi poco spazio per le canzoni. D'altra parte non mi è mai successo di produrre ai ritmi di una gallina ovaiola e farò di tutto perché ciò continui a non accadere".
Hanno scritto che "la nuvole" è il più bel disco mai pubblicato in Italia, che è un capolavoro... Non ti imbarazzano questi giudizi?
"Non mi sono mai ribellato al parere dei critici e tantomeno intendo farlo nel momento in cui la maggioranza di loro afferma che il mio nuovo album è un capolavoro. Che poi io ne sia altrettanto convinto è un altro paio di mie particolarissime maniche".
Lo hanno anche definito un disco coraggioso. Sei d'accordo?
"Il coraggio è un'altra faccenda e ognuno di noi spera di non dover essere mai costretto a esibirlo. Il mio è soltanto un contributo minimo, quello che noi tutti dovremmo dare, nel segnalare, per quanto ci è possibile e nelle forme che ci sono usuali, tutti i pericoli grandi e piccoli che minacciano la nostra convivenza civile".
Alcune fra le tue canzoni prendono spunto dalla cronaca, e "Don Raffaé" e "la domenica delle salme" ne sono un esempio. Immagini e parole per raccontare delle vicende, come facevano i cantastorie. Ti riconosci nella definizione di cantastorie?
"Nel caso di alcune mie canzoni direi di sì, non dimenticando che i cantastorie, pur svisando la realtà, supplivano con la loro cronaca alla penuria di informazioni o alla loro totale mancanza. Di certi episodi del passato non avremmo neppure una memoria fantasiosa se non fossero stati fissati nelle loro note e nei loro versi. Oggi certamente non si tratta più di supplire, oggi la stampa esiste e in molti casi ci è suggeritrice: si tratta semplicemente di darle una mano".
Quel è il tuo rapporto con i mass media? Guardi la TV? Quali giornali leggi?
"Dal 1985 non mi perdo una telenovela, "Solo i ricchi ruttano", ho dovuto abbandonarla alla trentacinquesima puntata per esaurimento delle lacrime. Scherzi a parte, continuo a preferire la lettura e anche per quanto riguarda l'informazione sono costretto a integrare le scarne notizie dei telegiornali con un paio di quotidiani e settimanali".
Rabbia e malinconia sono due sentimenti che si sentono nelle tue composizioni. La cosiddetta ispirazione nasce per rabbia o malinconia?
"Non mi sembra di aver scritto soltanto canzoni rabbiose o malinconiche; agisco sul materiale che ho sottomano e mi pare che nell'ultimo decennio il repertorio di cronaca non sia stato tra i più felici. Ma appena il "tourbillon" di avvenimenti drammatici di cui viviamo quotidianamente al centro dovesse darci un attimo di tregua, sono convinto che riuscirei a ritrovare attenzione ed emozione per i problemi minimali di "Bocca di rosa" e di "Carlo Martello".
Nelle tue canzoni ci sono molte rime. Da cosa nasce questa passione per le rime?
"L'uso della rima o dell'assonanza, per quanto mi riguarda, nasce dal bisogno spontaneo di creare già nei versi un'unità armonica, un effetto sonoro autonomo e indipendente dalla melodia cantata. Ciò è particolarmente utile nel caso in cui di una canzone si voglia privilegiare il contenuto: le parole le cui sillabe siano assonanti o rimate contribuiscono a far rimanere i versi più impressi. Anche da questo punto di vista non faccio che seguire la tradizione dei cantastorie".
"Voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo", dici in "La domenica delle salme". Quali sono i luoghi dove vivi bene?
"Dovunque si facciano prima di tutto dei doverosi "distinguo" fra gli spargimenti di sangue e quelli di detersivo".
"Le nuvole" non è un disco da ballare o da cantare, ma da ascoltare. Puoi dare qualche consiglio sull'ascolto? Come, quando e con chi?
"Sul fatto che non siano canzoni da cantare ho i miei dubbi, soprattutto per alcune. Sul come, quando e con chi ascoltare il disco non ho nulla da suggerire; ognuno è libero di ascoltare e di non ascoltare e se ascolta lo faccia come e con chi gli pare".
Secondo la tua esperienza, il pubblico che compra i tuoi dischi oggi è lo stesso che apprezzava "La canzone di Marinella" e "La guerra di Piero"? E i ragazzi, quelli che forse non conoscono le tue vecchie composizioni, che cosa amano del De André di oggi?
"Leggevo l'altro giorno una recente intervista a Octavio Paz, premio Nobel 1990 per la letteratura. Diceva che "la nostra società ha elevato i numeri al ruolo di idoli". Non ritengo di primaria importanza il numero delle copie vendute o quello degli ascoltatori, anche se non dimentico di vivere con questo mestiere. Ritengo di primaria importanza che coloro che lo ascolteranno siano stimolati da una maggiore attenzione ai problemi sociali del momento in cui viviamo, perché l'eventuale soluzione di quei problemi riguarda anche me. Per quanto concerne il tipo di pubblico, penso che l'interesse raccolto dalla "Guerra di Piero" negli Anni Sessanta non dovrebbe discostarsi molto da quello che susciterà "La domenica delle salme" negli Anni Novanta. Si tratta pur sempre di critica sociale e non esistono stagioni che ti consentano di astenerti, di disinteressarti della società in cui vivi. Da un punto di vista formale, può darsi che larga parte dei giovani non sia attratta da questo tipo di musica, da questo tipo di confezione canzonettistica. D'altra parte io ho 50 anni e, pur apprezzandolo, non riesco a fare dell'heavy metal".
C'è un filo che unisce le canzoni di questo disco? Che cosa sono "Le nuvole" che danno il titolo all'album?
"Queste nuvole non sono da intendersi come fenomeni atmosferici: queste nuvole sono quei personaggi ingombranti e dannosi della nostra vita civile, politica ed economica che io cerco di descrivere, insieme ad alcune delle loro vittime, nella prima parte dell'album: sono i personaggi che detengono il potere con tutta la loro arroganza e i loro cattivi esempi. I protagonisti della seconda parte sono invece i figli del popolo i quali, nella misura in cui è loro consentito dai potenti descritti nella prima parte, continuano tranquillamente a farsi i fatti loro, rinunciando a quella protesta, a quella indignazione collettiva di fronte al malgoverno, indignazione e protesta che io ritengo le condizioni irrinunciabili per non rischiarci la democrazia. Il coro di cicale che chiude la prima parte del disco, e al quale io stesso mi unisco, sta appunto a significare come tali nostre proteste e indignazioni stiano sempre più assumendo il sapore di un vago e rassegnato cicaleccio".

 

La tensione morale nell'opera di Fabrizio De André
di Mario Luzzatto Fegiz
Prefazione a "Fabrizio De André". Raccolta di testi e musiche delle canzoni di FDA edito da Ricordi nel 1991.

Raccogliere testi e musiche di Fabrizio De André in un volume ha un senso preciso: offrire non solo una testimonianza della poesia per canzone (e dell'evoluzione della stessa nel corso di vent'anni) di uno dei più grandi cantautori italiani e internazionali, ma anche un valido strumento di consultazione per chi suona, da dilettante o da professionista. Il secondo potrà ovviare a quelle interpolazioni che canzoni così famose da essere affidate alla memoria e/o alla tradizione orale possono generare passando da esecutore a esecutore; il primo troverà una stimolante palestra di versi e accordi su cui esercitarsi, soprattutto alla chitarra. Più generazioni infatti hanno mosso i loro primi passi alla chitarra su canzoni di De André come La guerra di Piero, La ballata del Michè, Marinella, il testamento.
Scorrendo la vasta (ma non immensa né sterminata, come lui stesso ama sottolineare) produzione di questo "poeta per canzone" raccolta nel volume, ci si può rendere conto come ad una estrema varietà di ispirazioni corrisponda una totale unità di stile e soprattutto una tensione morale che rimane intatta nel tempo. Che si tratti della fine di Piero, spedito ad una assurda guerra e ucciso da un poveraccio mandato come lui a morire su "un campo di grano in un bel giorno di primavera", o che si tratti dell'indiano truffato, beffato e alla fine sterminato dalla violenza dell'uomo bianco, De André recepisce e suscita emozioni intense.
L'amore per l'uomo in De André travolge, con sincero spirito anarchico, ogni legge o convenzione umana: la tragedia di Michè condannato a vent'anni per un delitto d'onore che si uccide in cella assume un valore assoluto ne più ne meno della singolare missione di "Bocca di rosa" (espulsa dalla comunità perché le donne, quelle perbene, giudicano le sue arti erotiche troppo destabilizzanti). Né esiste contrasto con l'approccio che De André ha con argomenti "seri" quali le Sacre Scritture(La buona novella), la storia degli Indiani d'America analizzata in parallelo a quella dei Sardi di oggi o a quella della sua gente (la repubblica marinara di Genova) in Creuza de ma.
Nella storia, nel sacro, nel mistico De André riesce sempre a individuare anche i lati comici paradossali, talora boccacceschi (da Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters a Jamina) senza mai dimenticare la morale che da certi fatti scaturisce e la propria totale simpatia per l'uomo, il suo libero arbitrio, la sua capacità di salvare l'individualità (e anche la pelle) dal labirinto delle convenzioni, dal cinismo dei potenti, o dell'avversa sorte.
Per anni la critica ha insistito soprattutto sui riferimenti classici e colti della poetica di De André, nonché sulla carica provocatoria verso istituzioni e borghesia dei suoi versi. Elementi, intendiamoci certamente presenti nella produzione del cantautore, ma tuttavia forse meno importanti della tensione morale, dell'amore per la gente e per il prossimo, dell'odio per le prevaricazioni (siano quelle del potere o dei rituali della borghesia) fusi in un misticismo profondo che lo porta a guardare, ammirato, il santo e l'amorale, intesi entrambi come supreme espressioni del libero arbitrio. A proposito di amoralità: fu forse proprio una canzone come La cattiva strada ad accreditare una sua immagine di "maledetto", fra Bukovski, Prevert e via Pré. Ma il fascino discreto della trasgressione, è, tutto sommato, poca cosa nella personalità artistica di De André: domina invece una capacità di riferimento ai classici senza la minima sfumatura cattedratica, un impegno civile e politico che non è mai paludato e tanto meno "parrocchiale", una scrittura musicale e poetica sempre chiara, comprensibile, alla portata di tutti, fortemente funzionale al testo (e, da un certo punta in poi, in fusione totale col medesimo).
La poesia per canzone, si sa, non sempre ha una vita, autonoma rispetto alla partitura. E comunque la lettura dei testi soli viene scoraggiata da molti autori. De André è, in questo senso, l'eccezione che conferma la regola: come non godere della capacità di sintesi di testi, anche non notissimi, come Parlando del naufragio della London Valour dove "la radio di bordo è una sfera di cristallo: dice che il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo ", mentre sulla riva un grande zoo umano si gode l'agonia del rottame che si fracassa sugli scogli.


Le mie note a margine
di Alessandro Gennari
Panorama", 19/9/96; Rubrica "Idee Spettacoli" pp. 152-153

Papponi e zingari, contrabbandieri e viados. Sono i personaggi del prossimo disco di De André: "I vinti che amo" spiega a Panorama. Parlandone con un intervistatore molto speciale, assieme al quale ha appena scritto il suo primo romanzo.
Un viado brasiliano, un contadino dell'entroterra genovese, le faide, un'alluvione, una zingara sono fra gli argomenti di Anime salve, forse l'album più atteso nella lunga discografia di Fabrizio De André, che uscirà il 18 settembre. Scritto in collaborazione con Ivano Fossati, arrangiato in modo magistrale insieme a Piero Milesi, racchiude cinque anni di riflessione e di lavoro su quelli che Fabrizio chiama "spiriti liberi", relegati al ruolo di minoranze da una società sempre più omogenea e normalizzata. E ogni canzone sembra un mondo a sé, grazie anche all'inserimento di sonorità esotiche e strumenti della musica popolare mirabilmente integrati con l'orchestra.
L'attività di Fabrizio non si ferma qui: negli ultimi sei mesi abbiamo scritto a quattro mani un romanzo che uscirà in novembre per Einaudi, dal titolo Un destino ridicolo. Ecco in sintesi il metodo di lavoro: quattro mesi di preparazione della trama e quattro mesi di scrittura, io la mattina, Fabrizio la notte (abbiamo bioritmi differenti) e insieme, il pomeriggio, la revisione. L'idea era arrivata improvvisamente, un giorno dello scorso inverno, quando ci siamo ricordati di esserci già incontrati, vent'anni fa, e di due nostri amici che si conoscevano e insieme avevano tentato un grosso colpo andato male: un pappone genovese e un contrabbandiere marsigliese. Amici a loro volta della ragazza che sarebbe poi diventata Bocca di rosa nella canzone eponima. Eroi sconfitti, personaggi che inseguono invano la gloria, il sogno, o una donna. Gli stessi che popolano Anime salve.
Domanda. È come se l'individuo, il caso degno di nota, si potesse ormai trovare soltanto nelle minoranze…
Risposta. Il meglio di una cultura, se ci fai caso, viene sollecitato da persone che si trovano in minoranza e che proprio per i loro doni vengono emarginate e all'occorrenza perseguitate. Un esempio classico sono gli individui che nascono con caratteristiche esteriori appartenenti a un sesso che non corrisponde alla loro identità più profonda. Ne parlo nella canzone Princesa, che ho attinto da uno splendido, breve romanzo di Maurizio Janelli e Fernanda Farias, in effetti una biografia.
Nella musica di "Princesa" infatti ci sono improvvise, brevi variazioni che danno l'idea di un doppiofondo, di un "a parte", che viene temporaneamente recuperato con il ritorno della strofa e nel finale si risolve in un bellissimo canto festivo con una ritmica nordestina, una variazione rispetto al samba classico. In questa specie di carnevale sonoro, poi, hai inserito un elenco di parole portoghesi, una successione di scene.
È il riepilogo dei passaggi fondamentali della vita della protagonista, un elenco di gioie e sfortune incontrate nelle tappe delle sue varie metamorfosi: da bambino si trova ad assumere comportamenti femminili, poi da femmina malriuscita corre all'incanto dei desideri, tentando prima con mezzi chimici e in seguito attraverso una vertigine di anestesia chirurgica di assomigliarsi, di corrispondere a un profondo desiderio che la vuole donna. Per mantenersi esercita la professione più antica del mondo, finché per volere del destino si trasforma ancora, e per l'ultima volta, da prostituta nell'amante ufficiale di un avvocato. Questa è l'ultima metamorfosi; la musica, grazie anche e soprattutto a Ivano Fossati, accompagna questa evoluzione passando da tonalità maggiori a minori e sottolineando in quel martellare di cembali il miraggio della felicità, fino a ritornare all'infanzia brasiliana.
Anche "Smisurata preghiera", la canzone che chiude l'album e ne è la sintesi, è una specie di salmo di invocazione e di imprecazione sulle minoranze. Ed è costruita a partire da testi di Alvaro Mutis, che in una intervista televisiva ha dichiarato che occorre un talento straordinario per sintetizzare un'intera opera in una sola canzone.
Sì, me l'ha detto anche a tavola. Gli ho risposto che dai suoi scritti si possono ricavare centinaia di canzoni. E lui ha replicato: "Bene. Allora, cosa aspetti?".
Il tuo elogio delle minoranze presuppone una critica alla nostra società dei luoghi comuni. Quale aspetto di essa ti pare più inumano?
Il fatto che gli uomini valgono meno delle monete. Infatti il mercato del denaro è libero: schiacci un pulsante e trasporti patacas da Macao a Madrid, ne schiacci un altro e le obbligazioni della Repubblica ceca finiscono a New York. Gli uomini no: prima di presentarsi ai punti d'imbarco e sbarco devono attraversare oceani di folla e di carte bollate. Va già bene che non abbiano ancora istituito il marchio a fuoco. Ma chi la produce, questa ricchezza? Gli uomini, che purtroppo da questo punto di vista si dividono ancora in due categorie: quelli che del denaro approfittano, quelli che devono rimanere fermi e controllati.
Allora c'è anche la categoria di quelli che controllano.
Infatti, Pasolini si chiedeva stupito che cosa poteva spingere certe persone ad assumersi l'incarico di occuparsi dell'amministrazione dei propri simili. E si rispondeva dopo aver capito che insieme all'amministrazione queste persone elette dal consenso popolare esercitavano il potere. Assunto il quale, per quasi tutti coloro che erano assurti a tali vertiginose cariche, l'aspetto amministrativo diventava inesorabilmente un quotidiano fastidio.
Tu ne conosci?
Guarda, li incontri già a scuola. Raramente sono i primi della classe, ma del primo della classe sono untuosi amici. Hanno sempre la mano alzata, per farsi notare o per fare la spia. Si scrivono le risposte sulle mani, sono ignoranti e superficiali ma mai impacciati, dal primo giorno di scuola li vedi già seduti nei primi banchi guardare con timorosa, solerte attenzione i professori, quasi per mettere in chiaro che, se di complicità si deve trattare, ne faranno partecipi gli insegnanti, non certo i compagni.
E rispetto a loro come ti comporti?
Mi limito a osservare rendendomi testimone degli avvenimenti più felici e più drammatici, degni di essere ricordati. E da osservatore mi rendo conto che nella necessità di scegliere è meglio, malgrado tutto, essere governati da don Abbondio piuttosto che da don Rodrigo.
Nel frattempo…
La cosa che mi interessa al momento è il sogno di costruire una nuova struttura per ricevere nel mio agriturismo almeno venti persone per notte. Mi esibisco malvolentieri in pubblico, ma con l'intento di dare maggiore spazio ai miei ospiti in Sardegna farò una tournée tra gennaio e marzo. Mi impegnerò comunque al massimo, per rispetto verso il pubblico e anche perché non mi piacciono i lavori svolti in modo frettoloso e approssimativo.
Perché non ti piacciono i concerti in pubblico?
La nozione stessa di spettacolo si è deteriorata; una volta lo spettacolo era un avvenimento, un fatto eccezionale. La televisione sta spettacolarizzando qualsiasi cosa, cosicché l'eccezione, il sorprendente, si dovrà riandarlo a cercare, come del resto faccio, nei luoghi più nascosti e segreti. Nella teoria di formiche che si arrampicano sulla corteccia di una quercia, nel parto di una capra, parlando con te di romanzi e racconti o ascoltando la conversazione di due contadini che parlano del tempo.

 

Fabrizio racconta Anime Salve (1)

Questo lavoro può sinteticamente definirsi come l'osservazione e la descrizione di svariate e diseguali solitudini. Quella di chi scrive, che volontariamente si apparta dal contesto sociale evitandone per quanto possibile i coinvolgimenti emotivi e gli aberranti schieramenti dettati da convenzioni o convenienze.
Un estraniamento necessario per tentare una testimonianza, il più possibile equilibrata di molte altre solitudini non vissute soltanto in funzione di una originaria libera scelta o di una originaria diversità ma, proprio a causa di quella scelta e di quella diversità, imposte da un mondo circostante e maggioritario che rifiuta di riconoscersi in quegli universi spirituali ed in quei comportamenti differenti che appartengono alle infinite minoranze, costringendole in uno status di isolamento più o meno tollerato.
Isolamenti o solitudini che vengono vissuti con dignità, con orgoglio e addirittura fierezza o con il disperato sconforto di chi si sente abbandonato.
Il titolo dell'album si rifà all'etimo delle due parole, ANIMA e SALVO, e vuole mantenerne il significato originario di SPIRITO SOLITARIO. Nel verso "mi sono visto di spalle che partivo" della canzone omonima già si accenna al rifiuto della identità anagrafica, cioè del personaggio costruito da una autorità che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo al proprio posto; la scelta della solitudine, ché in questo caso di autonoma scelta si tratta, consente di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte, uno stato di tranquillità dell'animo che permette di abbandonarsi all'assoluto, alle sue immagini ed alle sue voci, interiori ed esterne, senza marchi posticci.
Ed il primo marchio che la società imprime consiste nell'impartire un sesso unico e definitivo all'individuo senza tenere conto "del chiaroscuro dove si nasce", della complessità e del malinteso che accompagnano la vita di tante PRINCESA; nella cosiddetta diversità si cerca allora un riscatto, un modo per "correggere la fortuna" di fronte alla barriera delle classificazioni sessuali. E l'emarginazione può essere il prezzo che si paga per assomigliare al proprio desiderio. O alla cultura, laddove il potere ti impone fin dalla nascita la stigmata di una cittadinanza, dell'appartenenza ad una nazione magari in vista di un tuo eventuale futuro apporto in difesa dei suoi confini o nell'offesa di quelli altrui. Al contrario, se un giorno ci trovassimo a scrivere la storia della pace, non potremmo dimenticare gli zingari che a partire dalla citazione che ne fa Erodoto, girano il mondo da oltre venti secoli senza armi. Il nomadismo dei KHORAKHANE' e di varie altre tribù del popolo Rom comporta un'identità ridotta al nome, all'essenziale, intrisa di libertà, dove il controllo spetta soltanto alla famiglia: l'economia delle pulsioni, la riduzione delle cose ad un principio unitario ed assolutistico come lo Stato, nel movimento incessante risulta impossibile.
Può anche esistere uno status di isolamento, di autoemarginazione involontariamente vissuti o volontariamente desiderati a seconda della lettura che si vuol fare di DOLCENERA: in ognuno dei due casi, l'innamorato ed il tiranno (quando DOLCENERA voglia essere intesa come metafora del potere) escludono ogni cosa che non si accordi alla loro passione, vivono un sogno paranoico che elimina l'"altro", lo fa apparire o scomparire secondo i misteriosi percorsi della propria follia, chiunque o qualunque cosa sia: la moglie di Anselmo o l'alluvione di Genova nel 1972; quando l'"altro" è considerato come possibile ostacolo al conseguimento del proprio fine, viene rimosso. Perfino il "tumulto del cielo" o lo straripare di un torrente, "sbagliano momento" e l'amore, che non può arrivare all'appuntamento perché coinvolto nello spettacolo dei vivi che si aiutano nella difficoltà del momento, viene vissuto come presenza reale, rimuovendone l'essenza. La solitudine o meglio l'autoemarginazione del protagonista di DOLCENERA è in apparenza la più difficile da sostenere come sinonimo di libertà, eppure è opinione non solo di chi scrive che l'apice della libertà stessa sia raggiungibile proprio attraverso la follia e ciò al di là di ogni valutazione di natura etica.
Di derivazione morale, cioè di coscienza collettiva o per meglio dire di cattiva coscienza collettiva, è invece la solitudine, l'emarginazione del pescatore delle ACCIUGHE FANNO IL PALLONE, al cui desiderio fa contrasto la povertà e la povertà è a volte la conseguenza del vivere in una comunità che impone regole sbagliate, che non lascia all'individuo neppure lo spazio per poter assomigliare a chi da quelle regole trae vantaggio: perché il pescatore di acciughe le regole della società le accetta dal momento in cui il suo desiderio consiste nel portare all'altare una donna che possa così diventare sua moglie; le accetta pur conoscendole, nell'affidarsi al sogno di strappare alle fauci di un avido pesce grosso il mitico pesce d'oro pescando il quale il suo desiderio potrebbe essere appagato.
Ma non tutti gli individui conviventi in una micro o macro società sono disposti a trasformare il disagio in sogno, laddove "la corsa del tempo spariglia destini e fortune" mettendoli a continuo confronto nella condivisione di uno spazio ristretto, nasce l'invidia; la DISAMISTADE, la faida, nasce dal desiderio irrealizzabile di fermare il tempo e di eliminarlo per riportare il mondo ad una ipotetica condizione originaria in cui tutti siamo uguali. La faida consiste nel paradosso di ammazzare l'ultimo assassino e l'autorità interviene quasi sempre a sproposito, giudicando frettolosamente in base a testimonianze equivoche, penalizzando innocenti che scontata pena ingiusta diventano i nuovi luttuosi protagonisti della carneficina: in particolare quel "disarmarsi di sangue" da parte dei componenti di due famiglie è originato dalla costrizione alla convivenza all'interno di un esiguo territorio ma quella manciata di case, quel piccolo paese con relativo tempio religioso non rappresenta che il vetrino, la miniatura di più popolose società organizzate in territori di ben più vasti confini.
Ed è proprio dall'antinomica DISAMISTADE che traggono la propria origine quell'elogio della solitudine e quell'inno all'isolamento che sono il tema di tutte le altre canzoni dell'album.
Ché anzi nell'isolamento delle remote province dell'Impero dove i casolari sembrano naufragare nello sterminato concerto della natura, ci si può ancora mettere d'accordo; lì l'autorità del controllo centrale non arriva e fra gente semplice e comunque distante al punto che l'incontro viene vissuto con l'entusiasmo di un avvenimento, il contratto si può instaurare senza acrimonia seguendo la consuetudine di antichi rituali ricchi di rispetto e di grazia e quindi di poesia: la CUMBA volerà di casolare del padre a quello dello sposo quasi di nascosto, senza lasciare segni di torti o risentimenti.
Il contrasto dell'autorità, in questo caso quella paterna, ai desideri del giovane contadino protagonista di HO VISTO NINA VOLARE, determina in lui una condizione di isolamento, di totale abbandono: eppure si tratta di desideri più che normali che si esternano nel semplice tentativo di rassomigliare a se stessi, come negli attori di PRINCESA, delle acciughe o di KHORAKHANE'. In questo caso il desiderio di diventare adulto che trova ostacolo nella paura dell'autorità del padre, si risolve in un primo momento nella determinazione dell'adolescente a fuggire per recuperare da solo il proprio diritto a diventare adulto ed in seguito si sublima in quella solitudine che lo mette a contatto con l'Assoluto nel contemplare il mistero della creazione: "quale sarà la mano che illumina le stelle". Anche in questo caso la situazione di isolamento, di estraniazione dall'"altro" produce una crescita, una maturazione spirituale che si può ottenere trasformando l'apparente disagio dell'abbandono in una libera e statica contemplazione.
SMISURATA PREGHIERA è l'epitome del disco, la summa dei tracciati che lo percorrono. Ed è ancora un affresco sulle minoranze, sulla necessità di difendersi da parte di chi non accetta "le leggi del Branco", su coloro insomma che devono pagare per difendere la propria dignità: gli unici che attraversando l'emarginazione e la solitudine riescono ancora a "consegnare alla morte una goccia di splendore". La musica dell'intero CD segue il nomadismo delle parole (italiano, romanes, brasiliano e genovese) e dei personaggi attraverso l'impiego di strumenti di diversa origine organica e di varia geografia conferendo all'intero lavoro i connotati di un linguaggio sincretistico dalle sonorità etnico-classiche.

 

Fabrizio racconta Anime Salve (2)

Fabrizio De André entra nello spazio Gucciardini, a Milano, alla fine dell'ascolto del suo nuovo album "Anime Salve" e della proiezione del video di "Ho visto Nina volare". Un applauso fragoroso saluta il suo ritorno sulle scene dopo quasi sei anni (tanti ne sono passati dall'album "Nuvole").
"Sono qui solo per ringraziarvi" dice. Ma poi risponde alle domande dei giornalisti per oltre venti minuti. All'inizio ringrazia tutti quelli che hanno lavorato al suo album (dal percussionista Naco, morto all'inizio dell'estate all'arrangiatore Piero Milesi, fino alla compagna Dori Ghezzi e ai figli Cristiano e Luvi De André).
Ringrazia anche Fernanda Pivano ("Per avermi fatto scoprire Edgard Lee Masters") e l'amico Beppe Grillo ("Ha sostituito in questi anni l'assenza di mio fratello"), entrambi presenti.
A chi gli chiede se il disco è un elogio alla follia come esempio massimo di libertà, De André risponde: "Il massimo della libertà è il potere fuggire da ogni regola precostituita. E in questo senso il folle è libero. Ma il mio non è un elogio alla follia, l'ha già fatto un certo Erasmo. Comunque non capisco come chi esercita il potere non si renda conto di non essere anche lui libero. Chi esercita il controllo sugli altri, infatti, non è libero. Basta vedere come certe madri vanno in apprensione per i figli, perdendo così ogni libertà. Eppure ci sono ancora del matti che si divertono ad esercitare il controllo sugli altri".
Il suo è quindi un elogio alla solitudine?
"Io sono uno che sceglie la solitudine. E che come artista si fa carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello. E' il mio mestiere".
Ma questo è un disco più anarchico o più mistico?
"Non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo. L'anarchismo affonda le sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo filosofo è stato il più grande anarchico di tutti i tempi insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque, non porta all'egoismo ma diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo infatti che chi non sa aiutare se stesso non possa aiutare gli altri".
Il suo elogio delle minoranze fa venire in mente anche la Lega...
"Io credo che ogni piccola etnia abbia diritto all'autodeterminazione, ma bisogna vedere come la chiede. Bisogna che si comporti da minoranza, mentre la Lega è una minoranza che si comporta da maggioranza, assumendone tutti i difetti".
Ma lei cosa ne pensa delle posizioni della Lega?
"A me piacerebbe tornare ai liberi comuni, alle città stato".
A questo punto l'anarchico De André parla del potere.
"Mi fa paura questo sistema che considera gli uomini meno importanti dei capitali: tant'è vero che i primi sono molto meno liberi di circolare dei secondi. E' una cosa ignobile e pericolosa".
Com'è andato veramente il rapporto con Ivano Fossati?
"Benissimo. Ci conosciamo e ci stimiamo da vent'anni. Lui ad un certo punto ci ha lasciati perché doveva lavorare al suo nuovo album. Tutto qui. Stasera non c'è perché ha pensato che questa doveva essere la mia serata, così a preferito stare a casa".
Lei dice che il suo album è una testimonianza di molte altre solitudini, ma anche un inno alla solitudine. Non c'è il rischio che diventi anche un inno all'egoismo?
"No. Il mio è un inno alla solitudine come possibilità di riscatto da situazioni di disagio. Il primo grande disagio l'uomo lo prova al momento della nascita quando passa dall'acqua all'aria. Il secondo quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell'isolamento. Ebbene, secondo me, chi passa attraverso questi tre disagi matura spiritualmente. La solitudine porta a contatto con l'Assoluto".
La sua è una solitudine più anarchica o più mistica?
"In fondo non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo. L'anarchismo affonda le sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo filosofo è stato il più grande anarchico di tutti i tempi insieme a Socrate. La solitudine a cui inneggio, comunque, non porta all'egoismo ma diventa un mezzo per aiutare gli altri. Credo infatti che chi non sa aiutare se stesso non possa aiutare gli altri".
Quando partirà il tour?
"Il 20 gennaio e andrà avanti fino al 20 marzo. Con me ci saranno i miei figli, Cristiano e Luvi. Dori Ghezzi no: bisogna che qualcuno stia a casa. Comunque vorrei che mi aiutaste convincerla ad usare più spesso e non solo nei miei dischi al sua splendida voce".
Poi, De André chiama l'amico Beppe Grillo presente. E lui dal fondo della sala gli risponde: "Non vengo. Ti ho già tradito per Mina (ha appena inciso un duetto con la tigre di Cremona - ndr)". E De André di rimando: "Beppe è un grandissimo cantante di rhythm and blues". E lui: "Comunque una delle ragioni per cui non farò mai un disco è che non poteri mai fare un incontro come questo. Ma come fai?". La conferenza finisce così, tra i sorrisi.

 

Fabrizio racconta anime salve (3)
Di Cinzia Marongiu

Fabrizio de Andrè ha accettato di parlare del suo ultimo disco uscito a sei anni di distanza da "Le Nuvole". Fra un tiro all' ennesima MS blu, una battuta in gallurese ed un gesto impaziente a tirarsi indietro i capelli fini e castani, da eterno ragazzo:
Ha definito il suo disco come la descrizione di svariate solitudini. La sua è una solitudine cercata. Di cosa la nutre ?
"Di letture, di meditazione e di confronto con la memoria. Il ricordo del passato si distorce nella misura del tempo ed è interessante cercare di capirne il motivo, anche con l' aiuto di fotografie o di vecchie lettere. Coltivando la solitudine non sei ricattabile, non sei coinvolto dalle pulsioni di gruppo, di chi ti ronza intorno dandoti e chiedendoti consigli o proponendoti affari."
E gli svantaggi? Ce ne sono ?
"Sono soprattutto di natura economica .Non puoi approfittare della benevolenza e dell' appoggio del clan,del partito politico,della parrocchia. Ma non sei obbligato ai compromessi, alla regole. In arte, al contrario, da tempo mi sento gravato da notevoli responsabilità, anche morali, nei confronti di chi mi ascolta .
Tendo quindi a dividere questo peso collaborando con chi sento a me affine, sia spiritualmente, sia artisticamente, avvalendomi cosi di un'ulteriore censura."
I protagonisti di "Ho visto Nina volare ","Princesa",Khorakhanè", "Le acciughe fanno il pallone" cercano semplicemente di rassomigliare a se stessi. Lei nel corso della sua vita ci e` riuscito ? E com'è Fabrizio de André ?
"Ci sto appena riuscendo, anche perché da poco tempo comincio a conoscermi. E` un ritorno all' infanzia , il sentirsi protetto dal circostante,l' abbandonarsi alle infinite voci della natura, verso cui ti accorgi di essere stato sempre , in competizione, se non in conflitto. Vivo con una donna di cui rispetto, e che rispetta il comune desiderio di estraniazione e che mai mi verrebbe a parlare di mare mentre io sto pensando alle nuvole. Vivo in un paradiso di acqua e di aria pulita, circondato da foreste, da essenze vegetali e da animali di cui osservo le abitudini senza chiedermi il motivo.
Il motivo è semplicemente la vita."
In "Khorakhane`" parla di una tribù Rom. Cosa l' affascina negli zingari ?
"I dizionari di psicologia definiscono il continuo spostarsi senza altra meta che non sia lo stesso movimento, "dromomania", attribuendole il significato di fuga dall'angoscia. Posso accettare la definizione se per angoscia si intende il timore della morte, ma ben venga questo popolo che la esorcizza con il suo eterno viaggio intorno al mondo. Senza armi."
Un giudizio che tiene conto del fatto che alcuni di loro rubino per vivere ?
"Certo, vero, gli zingari rubano. Neanche loro possono sottrarsi a quell'impulso al saccheggio che è nel DNA della razza umana. Però non mi è mai capitato di leggere o sentire di uno zingaro che abbia rubato tramite banca."
I suoni di questo disco arrivano e guardano in ogni direzione. Da dove è partita la ricerca ?
"È una ricerca di cui non ho l'intero merito. Anzi ne ho una modesta parte. Arriva da molto lontano, dall'attenzione che ho prestato nel volgere degli anni alle esperienze altrui, da tutti i musicisti e i gruppi con cui ho collaborato. A partire da Reverberi e dai New Trolls per arrivare a Fossati e Milesi, attraverso il confronto con Piovani, Pagani e la PFM. Ognuno ha portato il suo contributo, facendo sì che in questo disco si riunissero diverse tendenze e svariati generi."
Lo si può definire in disco etnico?
"Non lo si può definire etnico perché emergono troppi elementi classici, non lo si può etichettare come classico per il motivo opposto. Ma non mi sento neanche di classificarlo come un disco pop, perché nel pop difficilmente convergono in misura cosi definita elementi della musica etnica e di quella classica. Non mi resta che non definirlo, a meno che non mi si voglia far passare questa definizione: è un disco fuori genere."
Portoghese, genovese, romanes: in che modo le lingue utilizzate nel disco seguono il contenuto dei brani ?
"In modo estremamente naturale .Cosi come nel ricordo dell' alluvione che sommerse Genova nel '72 mi e` sembrato quasi doveroso inserire il genovese,alla stessa maniera ho voluto sottolineare la storia di un viado brasiliano che recitasse in portoghese una serie di vocaboli emblematici del percorso della vita di "Princesa".E sempre per la stessa ragione ho affiancato alla voce del vecchio zingaro che narra le proprie esperienze il canto di una donna in romanes, la lingua di origine sanscrita con cui si esprimono i Rom"
La letteratura come fonte primaria di ispirazione. Si riconosce ?
" No.Solitamente traggo ispirazione dalla vita ,mia o degli altri.Anche se in qualche occasione i sono ispirato direttamente a fonti letterarie: e` il caso dell' album tratto dallo 'Spoon River' di Masters e di pochi altri episodi, tra i quali 'Smisurata Preghiera' , l' ultima canzone di Anime Salve, il cui testo èuna sintesi del pensiero letterario di Alvaro Mutis. "
So che ha appena finito di scrivere il suo primo romanzo. Di cosa si tratta?
" Non èil mio romanzo, o almeno lo èsoltanto per metà. Lo abbiamo scritto Alessandro Gennari ed io. Il nostro romanzo si chiama 'Un destino ridicolo', è la storia di tre uomini che il caso fa incontrare a Genova. Tentano un colpo che andrà male dal cui esito negativo nasceranno occasioni di fortuna per altri personaggi, tra i quali gli stessi narratori, Alessandro ed io."
Quando uscirà in libreria ?
" Credo il 22 novembre. Sara` pubblicato da Einaudi."
Secondo lei, la canzone è un genere letterario?
" Io intendo per letteratura l'arte di raccontare. Da questo punto di vista la canzone è sicuramente un genere letterario che aggiunge alla narrazione la suggestione del canto. È bene non dimenticare che l'intera opera poetica di Omero era cantata e cosi si può dire di quasi tutta la poesia trovadorica."
Quali sono gli scrittori a cui è più affezionato ?
"Sarebbe un elenco troppo lungo. Preferisco quei romanzieri che da giovani hanno scritto poesie, come Bufalino, Samarago e lo stesso Mutis."
Che cosa pensa dell' idea di assegnare a Dylan un Nobel?
"Bob Dylan è un grande artista e come tale merita un riconoscimento di livello mondiale. Che glielo si voglia dare come poeta o come cantautore non fa molta differenza dal momento che non esistono arti maggiori e arti minori. Esistono invece artisti maggiori e artisti minori."
A quando la tourneé ?
"Dovrebbe essere tra la fine di Gennaio e i primi di Aprile del '97. Ci saranno anche i miei figli Luvi e Cristiano."
A proposit , tutti e due e sua moglie hanno collaborato al disco. Com' è nata l' idea ?
"Niente di straordinario. Siamo evidentemente una famiglia di artisti e trovo logico che ci si dia una mano."
Che cosa pensa delle lusinghiere critiche rivolte a Dori Ghezzi su alcuni quotidiani ?
"Curiose vicissitudini e imbarazzi di natura emotiva l'hanno portata ad abbandonare il canto. Ogni volta che ci riprova dimostra di possedere doti interpretative eccelse sulle quali non ho mai avuto dubbi. Rispetto totalmente le sue scelte ma continuo a sperare che ci ripensi"
Cosa la lega alla Sardegna?
L'aver ritrovato l'ambiente naturale della Liguria cosi com'era nell'immediato dopoguerra. Inoltre, pare che il più antico insediamento in Sardegna sia stato operato da uomini dell'era neolitica provenienti da Finale Ligure: i reperti sono stati portati alla luce nell'isola di Santo Stefano, nell'arcipelago di La Maddalena. Un motivo in più per sentirmi a casa."
L' azienda agricola ricoprirà sempre più importanza nella sua vita ?

"Si, credo proprio che finirò per fermarmi qui, cercando di creare le condizioni ideali ad un lentissimo passare del tempo".

Un poeta contemporaneo
di Gisella Castellina

News ITALIA PRESS

"Appartarsi il più possibile. Solo attraverso la solitudine possiamo leggere in noi stessi e riprendere contatto con ciò che ci circonda. Risolte le nostre situazioni interiori saremo forse in grado di risolvere grane più grandi". Dialoga con il pubblico Fabrizio De André durante i suoi spettacoli (limitativo parlare di concerti), regala perle di saggezza semplici, immediate, non solo tramite la forza delle sue canzoni. Un inno alla solitudine, "Anime Salve", l'ultimo lavoro, dedicato a tutti i diversi e approdato sul palco del Palastampa martedì 25 marzo. Grande cura per la scenografia ispirata a un paesaggio marittimo con scogli e vele mosse dal vento, due ballerini che incantano con la loro mimica, giochi di luci con il rosso sempre predominante, i musicisti tutti in nero. Due ragazzi pieni di talento, Cristiano e Luvi che, che "...per puro caso portano il mio stesso cognome". E le sue canzoni. Quelle recenti di "Anime Salve", e le sue vecchie poesie in musica. Il commento prima di ognuna di loro: "Quando l'uomo si aggrega e inizia a guardarsi attorno nasce il sentimento dell'invidia che porta alle faide, in sardo disamicizia, DISAMISTADE.." Il commento alle canzoni di creuza de mà, album in dialetto genovese uscito 14 anni fa: "In quel periodo uscirono dei pezzi stranieri terribili, ho pensato: incomprensibile per incomprensibile, tanto vale far rivivere il dialetto, devo dire con grandi lacrime dei discografici. Invece il disco andò bene..". E il commento finale alle canzoni dei suoi 20 anni, La canzone di Marinella, Andrea, La guerra di Piero, Via del Campo: "Di allora rimpiango l'ingenuità e l'entusiasmo. Dall'entusiasmo nascono piccoli miracoli o grandi stronzate..". Nel caso di De André, nessuna piccola stronzata, solo grandi miracoli....


Quattro mani per nove ballate
di Roberto Gatti

L'espresso 19/9/96

SUL MURO DI FRONTE ALLA casa milanese di Fabrizio De André un bel manifesto a colori, sicuramente affisso ai primi di maggio, annuncia ai passanti distratti l'uscita del nuovo album di Ivano Fossati, "Macramè": e forte è il sospetto che quel poster non sia stato collocato lì a caso. Forse vuol ricordare che i due cantautori hanno lavorato gomito a gomito alla stesura di quasi tutte le canzoni dell'ultimo ellepì di Fabrizio: in uscita il 18 settembre, a sei anni esatti di distanza da "Le nuvole". Il nuovo album s'intitola "Anime salve" e contiene nove canzoni, per un totale di 46 minuti abbondanti. I testi sono redatti con il cipiglio consueto, noto fin dal tempi lontani della "Ballata di un impiegato", e le musiche continuano a svolazzare sopra quella terra di nessuno che sta fra Genova e Parigi, il Mediterraneo e il lago Balaton: come accadeva anche a "Creuza de ma", l'album della svolta etnica.
Il primo brano si chiama "Princesa", una canzone in forma di ballata che racconta la sconvolgente vita di un transessuale brasiliano. Una storia vera liberamente tratta dal romanzo-intervista raccolto nel carcere di Rebibbia dal brigatista Maurizio Jannelli dalla voce di Fernanda Farias, la "Princesa" della canzone (edizioni Sensibili alle Foglie). Il pezzo ricorda una storica ballata del primo De André, come "Bocca di Rosa". Allora la protagonista era una puttana. Adesso un travestito. I tempi sono cambiati. L'ultima canzone ha un titolo alquanto ineffabile, "Smisurata preghiera", e versi in splendida sintonia: "Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco". E anche per questo il regista Sergio Cabrera l'ha voluta inserire nel suo film "Ilona arriva con la pioggia", appena proiettato a Venezia. Però in lingua spagnola, "Desmedida plegaria": dal momento che sia il film che la canzone trovano il loro terreno di coltura nelle opere di Alvaro Mutis, il grande scrittore colombiano.
Partiamo proprio da Mutis. Come è arrivato a conoscerlo?
"Per una di quelle gradevoli coincidenze che il destino, ogni tanto, si diverte a mettere in scena. Nel 1991 il mio amico Vittorio Bo mi regalò un suo romanzo, "La neve dell'ammiraglio", che trovai semplicemente straordinario. Allora cominciai a divorare tutti i altri suoi scritti, e quando arrivai alla raccolta di poesie "Summa di Maqroll-il gabbiere" presi il coraggio a quattro mani: gli domandai se avesse nulla in contrario a che mi appropriassi di qualche pezzo pregiato della sua sterminata gioielleria, per incastonarlo in una canzone che avevo in mente. In questo modo è nata "Smisurata preghiera", e devo confessare che mai parto fu tanto soddisfacente".
Anche l'incontro con Cabrera può essere ricondotto a una "semplice danza del destino", come direbbe Bob Dylan?
"Naturalmente. Lui stava già lavorando a "Ilona arriva con la pioggia", quando, un bel giorno, gli capita sotto gli occhi la notiziola riportata da un quotidiano: dalla quale apprende che abbiamo in comune la medesima ispirazione letteraria. Ci troviamo, chiacchieriamo un bel po', e alla fine mi chiede se può utilizzare la canzone che sto scrivendo per i titoli di coda del suo film. Gli dico di sì, ci mancherebbe altro. E così comincia anche il secondo atto della danza".
Il terzo dovrebbe riguardare li suo incontro con Ivano Fossati...
"Infatti. Ci conosciamo da vent'anni, ci annusavamo già da tempo. Forse perché amiamo gli stessi autori, per esempio Gesualdo Bufalino, o forse perché siamo due solitari: anzi, creature della notte: ed è veramente piacevole collaborare con chi, come me, fatica a svegliarsi prima delle due del pomeriggio. A questo, ovviamente, occorre aggiungere la mia stima incondizionata nei suoi confronti. Ivano possiede una capacità stupefacente di cucire fra loro musica e parole. Di fare musica cantata, insomma...".
Non c'è dubbio. Ma i giornali hanno anche parlato di notevoli screzi fra di voi. Di un feeling non sempre armonioso.
"Niente di più falso. L'avranno scritto perché, forse, hanno male interpretato le nostre discussioni di carattere musicale: non è un mistero per nessuno che Ivano ami soprattutto il jazz, mentre io prediligo la classica. Ma litigare con lui è assolutamente impossibile. Dirò di più: questo è l'unico punto su cui, entrambi, siamo in totale disaccordo con quel che afferma Bufalino: "Non si può diventare amici se non si è coetanei". Non è così. Io ho una decina d'anni più di lui, ma riusciamo ugualmente a stimarci e apprezzarci. Lui sopporta di buon grado le mie geremiadi sui disastri della prostatite, e io tutte le sue disquisizioni a proposito di nuovi amori e nuovi viaggi. A un'amicizia disinteressata, non si può davvero chiedere molto di più".
Questo, insomma, è lo zoccolo duro su cui avete edificato l'album senza nome...
"Sì. E' stato un gioco di botta e risposta, Ivano al pianoforte e io alla chitarra Certo, in alcune canzoni si sente la mia prevalenza, in altre la sua. Ma, nel complesso, il lavoro è stato pensato, architettato e realizzato a quattro mani. Senza alcun ammiccamento, al contrario di quanto era avvenuto in passato".
A che cosa si riferisce, in particolare?
"A un paio di episodi del mio album precedente, "Le nuvole". Lì, senza magari esserne del tutto cosciente, qualche piccola astuzia me l'ero concessa. Per esempio la poesiola iniziale, che è piaciuta tanto al bambini: e che mi ha permesso di vendere più dimezzo milione di copie del disco, una quantità per me straordinaria. O la stessa "Don Raffaé", che tutti hanno immediatamente interpretato, con piena ragione, come una canzone essenzialmente politica. In questo disco, invece, la politica è sempre presente, ma molto metaforizzata. Sta rigorosamente dietro le quinte, insomma, e cede il ruolo di protagonista ad altri attori ben più dignitosi. Come è giusto che sia".
In parole povere, il destino ritorna di nuovo in scena...
"Certo. E devo dire che non trovo alcuna contraddizione di rilievo tra questo senso dell'immanenza e i postulati fondamentali della mia fede anarchica. Se, come diceva quel tale, la vita è una lunga fuga dalla nascita, più che una corsa verso la morte, allora tanto vale trasformare questa angoscia perenne in un sentimento positivo: per sé e per gli altri. Detto in termini brutali, la merda è sempre merda. Ma se la smettiamo di tirarcela in faccia, e cominciamo invece a utilizzarla per coltivare fiori, allora diventa infinitamente più utile. Addirittura gradevole".
Mi par di capire che, in questi ultimi anni, il destino le ha riservato altre sorprese...
"Certo. La prima, assolutamente positiva, riguarda il libro che sto scrivendo a quattro mani con Alessandro Gennari, l'autore di "Le ragioni del sangue". Si tratta di un romanzo apparentemente leggero, che parla di tre balordi - un sardo, un genovese e un mantovano - che tentano un colpo che poi andrà a finire male. Un romanzo nato per caso, diciamo così: in seguito a un'amicizia vecchia di vent'anni - avevo conosciuto Gennari a Mantova, nel 1975, perché la sua faccia era identica a quella di mio figlio Cristiano - e ravvivatasi negli ultimi mesi. Dopo la sua vittoria al Premio Bagutta nella sezione Opera prima".
E la sorpresa negativa?
"Quella riguarda il fatto che, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di darmi delle scadenze. Vede, il mio contratto con la Bmg-Ricordi prevede altri due dischi, oltre a questo in uscita: e in un momento di grande entusiasmo ho accettato di pubblicare il primo nel 2000 e il secondo nel 2003 Non so se ho fatto bene, visto che i tempi mi sono sempre andati un po' di traverso. Ma, d'altra parte, ormai è troppo tardi per piangere sui latte versato. Qualcosa accadrà".


Ho trovato una canzone tra le nuvole
di Pietro Acquafredda

Specchio 30/11/96

Sei anni di silenzio e dl lavoro. Qualche rarissima apparizione in pubblico. Una lunga stagione di isolamento, di creazione e di avventura. Ma ora, sul finire di questo 1996, Fabrizio De André come per un incanto ha rotto gli indugi: prima un disco, Anime salve, tante volte annunciato e tanto sospirato dai suoi fans. Poi anche un libro, Un destino ridicolo, scritto a quattro mani con un amico psicoanalista e scrittore, Alessandro Gennari. E non è finita qui: per il '97 è prevista anche la tournée che porterà De André in giro per l'Italia. Ma anche se cambia il ritmo della vita, il suo sguardo pacato, il suo modo di soppesare le parole restano invece quelli di sempre. E se gli domandi cosa c'è di speciale, di straordinario nel suo mondo ti risponde così:
"Al di fuori dei miei sogni. del mio contatto con qualcosa che altri hanno voluto definire "assoluto", vivo normalmente come credo la maggior parte dei miei simili. Delle mie canzoni non mi ritengo neppure totalmente responsabile: vengono con le idee, forse sono idee, forse qualche altra cosa che non so definire".
Ma come nasce, come si diventa cantautore? Ad esempio, come nacque il De André cantautore?
"La mia famiglia, dal lato paterno, è di origine francese: provenzale perla precisione. Mio padre, durante l'intero arco della vita, non perse mai i contatti con i luoghi d'origine. Ritornando dai suoi viaggi portava a me e a mio fratello Mauro qualche regalo, in particolare dischi di musica popolare. Fra questi, a 14 anni, scoprii le canzoni di Brassens. A scuola, al contrario di mio fratello, non primeggiavo. Così in famiglia avvertivo un clima di competizione, che mi metteva ansia".
E la sua vocazione musicale scaturisce da quest'ansia?
"Da un certo senso sì. Lo specchio in cui riflettevo le mie angosce era rappresentato da mia madre. La quale nel 1954 pensò di regalarmi una chitarra e trovò anche un maestro colombiano che mi insegnasse a suonarla. Posso dire che i doni di mia madre e di mio padre si sommarono miracolosamente per indirizzarmi a quello che gli altri riconoscono come mio mestiere".
La sua scelta di diventare cantante venne accettata senza problemi in famiglia?
"All'uscita del mio primo disco mia madre si dimostrò subito entusiasta. Mio padre lo fu solo qualche anno dopo, quando, stando già fuori casa, avevo dimostrato di sopravvivere più che dignitosamente con un'attività che ai tempi veniva considerata più un espediente che un vero lavoro".
Lei parla di suo padre con una sorta di venerazione. Quanto è stato importante per lei questo rapporto?
"E' una persona di cui parlo molto volentieri. Si laureò in Lettere a Torino studiando di notte e lavorando di giorno per pagarsi gli studi. Dove riuscisse a trovare il tempo per dormire non me lo ha mai raccontato. Tra i frammenti dei tanti ricordi che mi confidò quando negli Anni Settanta diventammo intimi amici, ce n'è uno che ricordo nitidamente. Quando le leggi razziali vennero estese anche in Italia, mio padre ricevette la visita di due gentiluomini che lo pregavano di stilare l'elenco degli studenti di origine ebraica che frequentavano la sua scuola a Sampierdarena. Mio padre li rassicurò. Poi il mattino seguente fece il giro delle classi raccomandando a tutti i ragazzi che avevano ascendenti ebrei di rifugiarsi da qualche parente in campagna fino alla fine della guerra. Un paio di giorni dopo i due compari si fecero di nuovo vivi, intimandogli di seguirli, perché il questore desiderava parlargli. Lui li tranquillizzò. Chiese solo di poter avvertire la segretaria. Naturalmente li ingannò e uscì da una porta secondaria. E i fascisti devono ancora trovarlo adesso...".
Poi, dopo la guerra, entrò in politica...
"Sì, divenne vicesindaco di Genova nelle file del partito repubblicano. I comunisti tappezzarono la città con un fotomontaggio in cui appariva vestito da prete. Per lui fu uno choc, ma confesso che io e mio fratello ci facemmo - naturalmente di nascosto - un sacco di risate. Poi si schierò con il presidenzialismo di Pacciardi e venne espulso dal partito. La motivazione suona ancora al mio orecchio come la nota di un corno stonato: "Indegnità politica". A proposito, signor La Malfa junior, dal momento che avete riabilitato Pacciardi, perché non fate lo stesso per mio padre?".
Torniamo a lei. Cosa resta del contestatore di un tempo?
"La politica in questo momento e in questo Occidente che ha scelto il capitalismo non solo come sistema economico ma anche come teorema filosofico e morale, non esiste più. Chi guida il Paese, chi muove le leve dell'informazione è il grande capitale. I numeri sono diventati più importanti degli uomini. Chi paga le conseguenze
più dure sono le minoranze politiche, religiose, culturali o anche solo comportamentali: proprio quelle da cui si potrebbero attingere nuove idee".
Questo influisce anche sulla musica. Si scorge una certa stanchezza e una povertà di ispirazione...
"La poesia e la canzone non hanno mai goduto di tangibili privilegi. Non è quindi una genetica mancanza di ispirazione quanto la scarsa considerazione da parte dei contemporanei ad ingenerare in molti artisti una profonda sfiducia nel proprio lavoro. Gli uomini sono tutti potenziali artisti, ma devono fare i conti con esigenze di vita che con il tempo si sono moltiplicate, trasformando semplici orpelli in insopprimibili necessità. Per gli artisti troppo ricchi vale il discorso contrario. E, nel nostro tempo, cantanti e autori ne sono un innegabile esempio: avendo troppo coltivato il gusto per il superfluo e dato eccessivo riscontro alla parte più rozza della loro esistenza hanno perduto, insieme al rispetto per la propria arte, il gusto e la capacità di esercitarla".
Dopo Anime salve l'attende una faticosa e lunga tournée. Con che spirito l'affronterà?
"Cercherò di impegnarmi al massimo per difendere il rispetto che devo al pubblico e che intendo mantenere anche nei confronti di me stesso, anche se le esibizioni non sono mai state al vertice dei miei desideri. Sarò confortato, oltreché dalla presenza di ottimi musicisti con cui ho una lunga consuetudine di lavoro e di amicizia, dall'intervento di entrambi i miei figli: Cristiano con il compito tutt'altro che facile di sostituire in grande polistrumentista come Mauro Pagani e Luvi, mia figlia, come corista. Cristiano non ha ormai bisogno di affettuosi encomi paterni, mentre Luvi penso rappresenterà una piacevole sorpresa per tutti".


 

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