| Intervista
per una tesi di laurea*
(*Il pezzo che segue è
un'intervista a Gianfranco Manfredi su Enzo Jannacci, tratta
dalla tesi di Laurea di Sandro Paté sullo stesso
Enzo Jannacci, che è stata discussa martedì
5 aprile 2005 alla Meucci Università IULM di Milano.
Grazie e in bocca al lupo a Sandro, fedele lettore di Bielle).
Jannacci
“quello che canta i disgraziati”. Quale peso
bisogna dare alle canzoni che hanno protagonisti “scomodi”.
Jannacci continua a occuparsene. Barboni, prostitute, immigrati,
poveri ubriaconi, ecc ecc. Che ritratti vengono fuori dalle
canzoni?
Va
ricordato il clima di quegli anni. La canzone popolare conosceva
un momento di grazia e molti intellettuali ( da Franco Fortini
a Giorgio Strehler) scrivevano canzoni nuove, ma ispirate
al repertorio popolare o che narravano storie di gente comune
e di marginali. In genere queste canzoni parlavano della
malavita milanese. L’originalità di Jannacci
è stata quella di introdurre la sua stravagante ironia
in questo genere di repertorio. Per esempio L’Armando
è una canzone di malavita: si racconta di un interrogatorio
di polizia dove chi canta è accusato d’aver
ucciso un suo amico sbattendolo giù dal tram. E poi
c’è un’attenzione particolare al mondo
dei barboni , dei vagabondi, delle persone rimaste sole
e con qualche problema psichico (quelli che parlano da soli).
Al di là del racconto “sociale” Jannacci,
raccontando questi personaggi in prima persona, ne illumina
l’individualità, ci aiuta a vedere il personaggio
non come una macchietta ( tipo il Cerutti Gino di Simonetta/Gaber)
ma come una persona autentica che ci racconta la propria
vita.
Le
prime canzoni, che peraltro a settembre verranno riproposte
in un disco nuovo, sempre per l’etichetta Ala Bianca,
quanto sono captate da tipologie umane, persone probabili
e quanto invece, secondo te, sono invenzioni letterarie
(un po di maniera diciamo)? Alcune volte tirate un po’
per i capelli se pensiamo che sono scritte nei sessanta
e parlano di soldati della Prima Guerra Mondiale?
In
qualche canzone di Enzo è vero che affiora un che
di “posticcio” e un patetismo troppo sottolineato:
la voce di Enzo diventa diversa, non più gli striduli
falsetti da “squilibrato” , ma una voce “alla
francese” che cerca toni teatrali ed effetti drammatici,
studiati per far commuovere a tutti i costi. In questi testi
si assume più volentieri la descrizione oggettiva,
cioè non è il personaggio che si racconta
in prima persona, ma è il cantante che racconta i
personaggi dall’esterno. E’ per esempio il caso
della canzone “Gli Zingari” che Enzo, nell’anno
di Vengo anch’io e Ho visto un Re, cantò in
una popolare trasmissione televisiva del sabato sera che
schierava cantanti in gara tra loro. Enzo si era convinto
di poter/dover contrastare Claudio Villa con un brano un
po’ strappalacrime, e poi credo che cominciasse a
sentirsi stanco di venire associato sempre alla comicità
e al personaggio del “matto”. D’altra
parte Enzo non ha alcun senso della “retorica”
e così queste sue canzoni non diventano mai “Ladri
di biciclette” o “Umberto D.” (parlo di
cinema e di questi film, per indicare una via nobile alla
retorica). In qualche modo queste canzoni funzionano meno.
Non sono “false” perché esprimono comunque
un lato del carattere e della poetica di Enzo, (che è
un medico chirurgo, non dimentichiamolo, e quasi mai i chirurghi
sono degli allegroni, specie quando sono persone sensibili),
ma sembrano “di maniera” perché troppo
“di testa”, troppo volute (anche se invece sono
molto sentite e portano alla luce un disagio interiore espresso
per segnali). Enzo dà il massimo quando si affida
all’improvvisazione. E’ un jazzista anche nei
testi. Quando cerca di diventare “classico”
e strutturato perde molta della sua carica espressiva. La
sua cifra surreale si esprime non solo nella composizione
del brano, ma nell’interpretazione: basti pensare
alla sua versione di “Messico e Nuvole” di Paolo
Conte. Se la si confronta a quella dell’autore, sembra
di trovarsi all’ascolto di due canzoni diverse. Quella
di Enzo è stralunata e astratta, quello di Conte
è climatica e realistica (anche se si tratta di un
realismo onirico). La grande capacità di Enzo è
stata sempre quella di stravolgere i tracciati del previsto
e del prevedibile. Come stile di interprete, Enzo non ha
paragoni neppure sulla scena internazionale. O forse solo
uno, anche se questo accostamento potrà apparire
bizzarro: Sid Vicious quando interpreta “My Way”.
Nel
tuo saggio descrivi il concerto di Gaber-Jannacci del ’74
in una cornice politica ben precisa. Al di là di
quel fatto datato. Secondo te ci sono canzoni veramente
politiche nel repertorio di Enzo Jannacci? Se si secondo
te ci sono degli elementi ricorrenti nelle canzoni storicamente
più scomode (ho visto un re, ecc)?
Al
di là dell’aspetto esteriore, Ho visto un Re,
non è una canzone politica, o almeno non veniva vissuta
così da chi la ascoltava, ma come un pezzo divertente
e comico. Piaceva, per esempio, quel riff “ah,beh,
sì beh” . C’era in quella canzone molto
del repertorio popolare ironico milanese, quello per esempio
che si ritrova ne “La Balilla” cantata da Gaber
e Maria Monti. E ci sono gli stessi stravolgimenti surreali.
Per esempio che il contadino medievale oppresso dall’Impero
e dalla Chiesa, si veda defraudato ed espropriato anche
dei dischi di Little Tony ( o Little Dodich , come canta
Enzo). Una delle canzoni più politiche di Enzo è
uscita a metà degli anni 80 ed è stata reincisa
e indurita nel suo Cd di un paio d’anni fa “Come
gli Aeroplani”. Si chiama “Brutta gente.”
E’ una canzone molto amara e cui va riconosciuto un
grande merito: non se la prende con Berlusconi ( che è
un esercizio un po’ facile) ma con la gente che ha
assunto certi comportamenti e che poi magari (di conseguenza)
vota Forza Italia o Lega. Enzo non hai mai voluto fare canzoni
contro Fanfani (per esempio) o che parlassero esplicitamente
di fatti politici (il testo originale di Vengo Anch’io,
scritto da Fo, parlava del Congo e di Lumumba, riferimenti
che Enzo cambiò) , preferisce parlare dei comportamenti,
anche ignobili, della gente comune . Questo è un
fatto importante e costituisce una sua caratteristica ben
precisa. Quando riesce a centrare il clima del momento,
Enzo è davvero unico. Se si pensa alla “Canzone
Intelligente” è una satira davvero anticonformista
della Canzone d’Autore su cui in quegli anni si cominciava
a battere la grancassa, se si pensa a “L’importante
è esagerare” scritta negli 80 con Gino e Michele,
anche lì si mette in satira un costume sociale emergente.
Anche Gaber le sue cose migliori le ha scritte quando si
è concentrato sulla vita quotidiana e i costumi sociali,
piuttosto che su una sorta di metafisica esistenziale non
sempre stringente, oppure su una satira un po’ troppo
facile e da luogo comune ( ad esempio “Destra e Sinistra”
canzone tutto sommato abbastanza qualunquista e dunque apprezzata
da chi non è mai stato né di destra, né
di sinistra. Per far ridere sui luoghi comuni, si elencano
solo delle stupidaggini in cui nessuno ha mai creduto: la
doccia è di destra o di sinistra? E’ una cazzata,
nessuno si è mai posto un problema del genere, se
non per un giochino cretino da salotto borghese).
La
mia tesi di laurea non vuole certo affrontare questo argomento.
Tuttavia: uno degli interrogativi più ricorrenti
nei testi che si occupano di musica leggera è “la
canzone dei cantautori si può considerare poesia?”.
Anche libri recenti (è uscita una collana diretta
da Aldo Nove in parte dedicata all’argomento) cercano
di sviscerare la questione? Mi dici cosa ne pensi? Secondo
te come andrebbe affrontata la questione?
Secondo
me hanno ragione tutti. Ha ragione De Gregori quando respinge
l’etichetta di “poeta” e si capisce neppure
tanto tra le righe che vuol significare che la canzone rappresenta,
oggi, molto di più della poesia. Hanno ragione anche
coloro che sottolineano la natura strettamente poetica dei
testi di Dylan, di Cohen, di De André o dello stesso
De Gregori. Resta il fatto che in canzone, il testo “suona”,
e cioè le parole non vengono scelte sulla base del
loro significato o della loro forma espressiva nel contesto
di altre parole, ma come “parole che suonano”,
cioè spesso una parola “sbagliata” si
sposa meglio alla musica e al canto di una parola “giusta”
. Le esigenze espressive sono molto differenti. Forse bisogna
risalire alle radici della poesia , la poesia antica che
veniva accompagnata da strumenti oppure declamata e quindi
manteneva il legame con la sonorità, ma la poesia
moderna è fondamentalmente poesia da leggere: i rumori
( vedi i futuristi) vengono riprodotti graficamente. Solo
pochi poeti (Ungaretti per esempio) hanno mostrato con le
loro letture ad alta voce che nella costruzione delle loro
poesie c’erano elementi sonori di primaria importanza.
Queste letture (di Ungaretti) all’epoca fecero sensazione
: era come se portassero allo scoperto un aspetto che il
lettore delle stesse poesie non aveva percepito. Allo stesso
tempo va riconosciuto alla canzone d’autore di aver
dato un’importanza ai testi che nella normale canzone
pop non si ritrovava, ospitando nelle canzoni anche parole
che “suonavano male” ( mi pare sia stato Lucio
Dalla, ad esempio, il primo a usare in un testo la parola
“masturbazione” che al di là del contenuto,
è molto difficile ed aspra da cantare. Nel mio piccolo,
io ho usato persino la parola “proletarizzazione”!)
. Insomma i due diversi approcci si sono incrociati più
di quanto si pensi e più di quanto ne siano consapevoli
i cantautori e i poeti. Per quanto riguarda Enzo, potrei
limitarmi a citare il verso di una sua canzone: “Il
Duomo di Milano è pieno d’acqua piovana”.
Più lingua poetica di così…
Io ho conosciuto Enzo Jannacci in questo modo. Selezioni
per partecipare ad un corso di cabaret. Acqua della madonna!
Enzo sotto una pensilina insieme a tanti ragazzi in attesa
di parlare con lui. fasciato in un cappottane nero esclama:
“Fa un freddo cane! Sembra di essere in Alabama. Non
so che cazzo vuol dire ma rende bene l’idea...”
Geniale!! Qual è il marchio di fabbrica della comicità
jannacci? Il nonsense, il paradosso, o il gesto (cioè
la maschera Jannacci con le sue caratteristiche precise),
quello skizzo che hai posto alla base della Schizo Music?
Anche alla luce della carriera che è venuta dopo
il tuo saggio.
Il
linguaggio di Enzo resta una cosa misteriosa anche per i
suoi amici più intimi. Ci sono momenti in cui non
si capisce proprio quello che sta dicendo. Il discorso sembra
alla ricerca più che di un concetto da esprimere,
di un’uscita clamorosa, come quella che tu riferisci,
oppure come quest’altra che disse a me quando gli
chiesi come aveva trovato Chicago , dov’era stato
per un convegno medico. Risposta: “E’ come Cusano
Milanino, ma grande come tutta la Lombardia”. Il linguaggio
surreale ha bisogno di simbolizzarsi e insieme di negarsi,
come nel famoso quadro di Magritte che sotto una pipa portava
scritto: “Questa non è una pipa”. Ci
sono stagioni, lunghe purtroppo, in cui il linguaggio surreale
non viene compreso. A me e ai miei giovani amici, una canzone
come
La Gallina di Cochi e Renato, faceva sbellicare dalle risa.
Ho provato a cantarla alle mie figlie. Mi guardano come
se cantassi una pura assurdità, una cosa senza senso.
Quando ci si esprime in termini surreali, la “rivelazione”
pare scaturire dal vaniloquio, da una serie di libere associazioni
apparentemente insensate (non-sense). Oggi viviamo un periodo
di comunicazione didascalica, sloganistica, piattissima,
simili sfumature paradossali non vengono colte. Me ne sono
reso conto personalmente anni fa quando uscii con una canzone
“In Paradiso fa troppo caldo” che era il racconto
di un sogno e dunque intrecciava immagini e sensazioni “libere”.
Se l’avessi cantata in arabo sarebbe stato meglio.
I pochi dee-jay che la trasmettevano, apprezzavano il ritmo
pimpante ma sbiancavano nell’udire il testo, chiaramente
si chiedevano come mai una dance-song avesse un testo così
astruso. In realtà i testi, per esempio, di Eminem
hanno altissimi valori poetici e fonetici e sono di rara
complessità, ma siccome canta in inglese e in gergo
e non li capiamo, per noi risultano “facili”
o di puro appoggio, e ben pochi commentatori si sono resi
conto della loro stravagante bellezza. Tornando a Enzo,
con gli anni il suo aspetto fisico si è modificato:
gli è ormai fisicamente impossibile tornare a quella
sua maschera da Buster Keaton ( come si diceva allora, ma
Enzo era molto più candido e disperso di Keaton),
a certe movenze da burattino senza fili, e al suo falsetto
di testa. L’età si avverte soprattutto in chi
usa il fisico per un effetto comico. Tutti i comici, con
gli anni, devono cambiare ruolo, perché se si ripropongono
identici non fanno più ridere. Gli ultimi film di
Totò, gli ultimi di Sordi, fanno un po’ pena,
non perché loro non restino dei grandi attori, ma
perché la loro maschera è cambiata, l’età
ha appannato la loro fisicità e la loro maschera.
Nei dischi di Enzo posteriori agli anni 80 si avverte un
mutamento notevole: Enzo pare affidarsi ad arrangiamenti
all’apparenza più ricchi e jazzistici, ma in
realtà del tutto divaganti rispetto alla canzone
interpretata o re-interpretata. Non si può proprio
sentire “Vengo anch’io” rifatta dal vivo
in stile Stevie Wonder, anche perché Enzo non è
Stevie Wonder. Il pezzo, così, non arriva più.
Credo che Enzo stia scavando molto, alla ricerca di una
nuova cifra espressiva che tenga conto della sua maturità.
Immagino si senta anche un po’ solo, in quanto gli
manca il contesto creativo dei suoi colleghi d’un
tempo: si può mostrare appieno la propria diversità
se si lavora insieme ad altri che su temi simili e analoghe
eredità musicali offrono un ventaglio di interpretazioni
possibili molto ampio. Ma quando si può fare affidamento
solo su se stessi, è paradossalmente più difficile
mostrare la propria unicità. Se si prende il CD “Come
gli aeroplani”, lì si vede benissimo che i
brani comici (come “Libelà”, con la complicità
di Cochi e Renato) sono di fatto dei ripescaggi da un repertorio
passato, si vede d’altro canto che il patetismo è
quasi scomparso a favore di una più matura e sconsolata
amarezza. Però, chi ha amato l’Enzo delle origini
e quello dei primi anni ottanta, sente la mancanza di quella
vitalità schizoide, di quel suo saper andare oltre
a qualsiasi parametro di “composizione armonica”
e di testo “ben regolato” che erano la sua principale
caratteristica. Ma i cicli creativi di un artista sono ben
poco prevedibili e a volte le nuove fioriture sono frutto
di anni di esperimenti e di lavoro sotterraneo, in attesa
di qualcosa che non sta soltanto nell’animo e nella
mente dell’artista, ma di un nuovo clima sociale e
culturale, cioè del raggio di sole che ne favorisca
lo sboccio.
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