Se
vogliamo ridurre Nymph( )maniac alla sua essenza, il film si
riduce alla storia di “Lei”. Provocatoria e interessante
nella prima parte, inutilmente disturbante, fin banale, nella
seconda. Una summa erotico-delirante sulla sessualità
femminile, in prospettiva fisiologico-anatomica costruita attraverso
un’ossessivo sguardo maschile in bilico fra il voyeurismo
e la guerra al politicamente corretto. Un’occasione sprecata
e troppa furbizia sul piatto. Non
bastano però le perle filosofiche e teologiche che il
regista spruzza qua e là a riscattare un film che ha
più difetti che qualità. La sua parte migliore
è probabilmente il manifesto in cui tutti gli attori
mimano l’espressione dell’orgasmo (sebbene Meg Ryan
in Harry ti presento Sally resti insuperabile).
Prendete
la simpatia guascona dei truffatori da casino di Ocean’s Eleven,
mescolatela con lo spirito avventuroso di La grande fuga, conditelo
con la sincera onestà di George Clooney che esprime il meglio
dell’America progressista e potete farvi un’idea di tutti
gli ingredienti di Monuments men. Senza dimenticare un'altra spezia:
quello spirito tutto maschile che parla di giochi da eterni bambini,
sport, pacche sulle spalle, sana competitività e un’abbondante
dose di lealtà e spirito di abnegazione.
Mc
Queen è un regista materico, carnale. Il suo cinema parla di
corpi e questi mette in scena. I corpi come unica realtà attraverso
la quale passa tutto il resto, che sia lotta politica, piacere o semplice
vita, i corpi esibiti, amati, violati. I corpi, l’immanenza
dell’esistere e la forza di gravità del pensiero e dell’agire.
Per un cinema manifesto, per un cinema filosofia.
Prendete
la simpatia guascona dei truffatori da casino di Ocean’s Eleven,
mescolatela con lo spirito avventuroso di La grande fuga, conditelo
con la sincera onestà di George Clooney che esprime il meglio
dell’America progressista e potete farvi un’idea di tutti
gli ingredienti di Monuments men. Senza dimenticare un'altra spezia:
quello spirito tutto maschile che parla di giochi da eterni bambini,
sport, pacche sulle spalle, sana competitività e un’abbondante
dose di lealtà e spirito di abnegazione.
Il
Greenwich Village dei fratelli Coen è triste, sporco, con cassonetti
della spazzatura dovunque, pozzanghere e buio pesto. Un postaccio
adatto a homeless e gente senza il becco di un dollaro, che pensa
a tutto fuorché a diventare famosa. Il film dei Coen è
a colori, ma chissà perché quando ci ripensi vedi a
colori solo il bel gattone rosso che lui si porta in braccio.
Ritmo
perfetto, attori da urlo, dialoghi taglienti più di una lama.
Grandissimo cinema. Il Midwest di Tracy Letts autore della pièce
da cui è tratto il film assomiglia molto al sud di Tennessee
Williams e con quello assieme al clima torrido divide le atmosfere
torbide, il gusto del melodramma e i segreti sepolti nel cuore nero
delle grandi e piccole dinastie.
Un
problema di consapevolezza: se una va a vedere un film (americano)
che si intitola Pompei e sa che il regista è lo stesso di Mortal
Kombat e Resident Evil non è che poi possa lamentarsi. Sono
uscita dalla sala con una gran voglia di rileggermi… che so?
Tacito? Catullo? Guarda, persino quel noiosone di Cicerone. E forse
questo è un buon risultato.
Walter
Vale, professore universitario di Economia, vedovo da cinque anni,
vive una vita monotona in una cittadina del Connecticut. Quando
Walter di malavoglia accetta di sostituire un collega a una conferenza
a New York City, scopre con sorpresa che il suo appartamento, da
tempo disabitato, è stato affittato con un imbroglio a una
giovane coppia, il siriano Tarek e l’africana Zainab. Dopo
un primo momento di sconcerto Walter decide di farli restare finché
non si siano trovati un altro posto. Anche attraverso una comune
passione per la musica, in breve, tra Walter e Tarek prende forma
un’amicizia che la più guardinga Zainab disapprova.
Quando però un contatto accidentale con la polizia fa finire
Tarek, immigrato irregolare, in un centro di detenzione dell’I.C.E.
(Immigration and Customs Enforcement), Walter risulta essere l’unica
persona che gli può far visita. L’impegno di Walter
nei confronti del suo giovane amico si rafforza ancor di più
con la comparsa di Mouna, la madre di Tarek venuta in cerca del
figlio.
Domenica
20 marzo - ore 21,00- Sky Cinema Cult
Terzo
singolo estratto dalla "Repubblica del Sole", terzo
disco di Ettore Giuradei. "Sbatton le finestre", una
sarabanda travolgente in cui il ritmo delle immagini segue e anzi
sembra alimenti l'incedere incalzante della musica. Fino al brusco
stop.
Fabrizio
De André e Ropberto Murolo eseguono assieme "Don Raffaé"
(e il napoletano di De André non corre a nascondersi). Un concerto
dal vivo al quale è stato un peccato non essere presenti. Ecco
due icone della musica, purtroppo di ieri, che duettano al concerto
del primo maggio 1993 in piazza San Giovanni a Roma. Un video indubbiamente
storico.
E’
la quinta edizione del Festival "Dallo Sciamano allo Showman"
ovvero il Festival della Canzone Umoristica d'autore. Quest’anno
ci abbiamo trovato i Blue Bop, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti,
Gianni Mura, Pierluigi Colantoni, Giovanni Maria Block e i Masnada,
Alberto Patrucco, Sergio Staino, i Loungerie, Bobo Rondelli, Maurizio
Crozza, Jimmy Villotti, Cecco, gli Avion Travel...
(Vai alle foto)
Un
suono lancinante.
E poi dolce. Poi sinuoso. Poi ancora lancinante. E poi introspettivo.
E poi pieno. E poi freddo. E poi sussurrato. E poi colpito. E poi
colpente.
E poi ancora lancinante. E poi un suono che è solo puro suono.
Semplice. Diretto.
È
partito dalla magnifica sala Petrassi dell’Auditorium di Roma
l’AvanTour dei Têtes de Bois, che nei mesi a venire toccherà
lo Stivale in lungo e il largo. Il progetto è quello di raccontare
al pubblico la vita di fabbrica; l’occasione i 100 anni dalla
nascita della CGIL.
A
Ricaldone, merito della sorte che gli ha assegnato di essere il paese
di un capostipite del peso di Luigi Tenco, l’evento
dell'anno
non è una sagra, non è una fiera, non è una vendemmia,
ma, caso più unico che raro, una rassegna di canzone d’autore.