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BiELLE
INTERVISTE |
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“Vorrei morire in Piazza Grande (e non in guerra!)" Lucio Dalla e la luna della Speranza di Stefano Natoli |
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Beh si, “Kamikaze” ad esempio l’ho scritta questa estate e parla di una storia d’amore, di due amanti che vanno a fare un week-end e si amano per tutto il fine settimana. “Adesso come i Kamikaze mi butto addosso a te – dice lui - e se non funziona la cloche tirami su tu”. E’ insomma una metafora tipica dell’erotismo e del sentimento e con l’attacco alle Torri Gemelle non c’entra niente. E’ corretto a tuo avviso leggere Luna Matàna come un disco sulla speranza? "Assolutamente, si. Meno male che qualcuno me l’ha chiesto". Secondo te c’è ancora posto per la speranza in un mondo che tende sempre più a risolvere i problemi ricorrendo alla guerra? "Secondo me si, anche se il fenomeno di ricorrere alla guerra si ripete sempre più spesso. Probabilmente perché è un fenomeno connaturato con la nostra storia ed è stato ormai “istituzionalizzato”. Comunque la guerra ci riporta indietro di mille anni, fino alle invasioni barbariche, che fra l’altro sono state meno cruente di come ce le hanno raccontate. Per tornare alla domanda, spero - come tutti gli uomini di buon senso - che la guerra non si allarghi e che resti il più possibile limitata. Un uomo che vive senza speranza vuol dire che è talmente soddisfatto che non ha bisogno di sperare". In ''Se io fossi un angelo'' cantavi: ''Andrei in Afghanistan a parlare con l'America e se non mi abbattono anche con i russi parlerei...''. Eri da prendere alla lettera? "Beh, vorrei anche minimizzare. Ma se tu leggi il testo di Ciao è ancora peggio: si parla di un lampo in mezzo al cielo, una catastrofe urbana. E l’inciso dice “Colpa di non so chi”, come sembra anche adesso, perché siamo davanti a una guerra contro un nemico invisibile. Ma pensa anche a canzoni come “Futura” o “Telefona fra vent’anni” o “Il motore del 2000”. Non me la tiro per niente, anzi mi dà un po’ fastidio. Comunque la realtà è lì. Bisogna viverla e cercare di anticiparla".
"Sono convinto che la povertà è una forma di gestione. Tu scrivi per un giornale economico e colto se vai a fare un’analisi sulla condizione della gente nel mondo dell’Islam o nei paesi arabi o nei paesi come l’Afghanistan ti rendi conto che ci sono monarchie economiche talmente sproporzionate che contrastano con la povertà diffusa fra la gente. Capisci allora che questa non è una guerra di religione. Questo nessuno lo dice, ma questa è la guerra di un’economia che si vuol impadronire di un’altra economia. Anche le crociate, più che guerre di religione, erano guerre fra grandi economie". In questo momento sembra più facile sparare che sperare. In che modo una canzone può contribuire a rilanciare la speranza che le cose vadano meglio? "Facendo leva sulla commozione e l’epos, che sono le cose di cui non possiamo fare a meno. Ho sempre amato la canzone “d’avviso”, dai contenuti civili non sbandierati ma sotterranei, con quell’ambiguità significativa di cui ogni vera comunicazione ha bisogno". Noi speriamo che ce la caviamo, per parafrasare il titolo di un famoso libro sulla scuola elementare napoletana. Quante possibilità abbiamo di farcela? "Io sono assolutamente ottimista". A proposito di attualità, ma questa volta piacevole, nel disco c’è anche “Baggio Baggio'', dedicato all'attaccante del Brescia. Un inno alla forza della volontà contrapposto alla forza delle armi? "Più che un inno è un riferimento preciso alla forza dello spirito. E che sia poi lo spirito o la volontà di Dio, Buddha, Maometto, questo viene dopo. Io credo che non ci sia un dio migliore di un altro per uno che lo prega. Cioè l’intensità della preghiera o comunque l’intensità dell’ordine spirituale che uno si da a seconda del dio che ha è la sua forza. Baggio rappresenta l’anomalia in un mondo che è quello del calcio che non l’accetta. Cioè un alieno, un diverso. Il suo vero momento di grandezza è stato quando ha fallito il rigore ai mondiali. Se un uomo importante non sbaglia almeno un rigore nella vita, è un pezzo di merda". Spero di poterti sentire per i prossimi 100 anni. Anch'io
Intervista effettuata il 12-10-2001 |
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