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BiELLE INTERVISTE
 

Maurizio Camardi: un sassofono da viaggio"
di Leon Ravasi

Maurizio Camardi è un fior di musicista; sassofonista di talento che da 20 anni calca le scene italiane, prima come membro di diverse formazioni, ultimamente come front-leader. In questa veste ha realizzato due dischi per "Il Manifesto cd" nell'arco degli ultimi 3 anni: "Nostra patria è il mondo intero" nel 1998 e "La frontiera scomparsa", uscito l'autunno 2001. Dischi difficili da definire, ma coinvolgenti in misura tale che, una volta inseriti nel lettore, fanno "resistenza attiva" prima di poter essere tolti. E la resistenza la fornisce la musica, ammaliante, fascinatrice, ricca di cadenze e di suoni provenienti da un altrove che, molto spesso è soprattutto un altrove dell'anima. ".

Note distillate sotto altri cieli e altre stelle, note speziate di aromi differenti, che si avvolgono al palato e si fanno digerire con sorsi di ottimo vino a degustare. Camardi è un musicista viaggiatore. Per 10 anni nella sua vita ha suonato, un po’ per caso e un po’ per sorte, ai quattro angoli del mondo: Dal Nicaragua, al Sahara, alla Bosnia post-bellica e di tutti questi posti ha imparato a conoscere ritmi e climi per riproporli tra i solchi sabbiosi e caldi dei suoi dischi.

Ti si attaglia la definizione di musicista che viaggia?

“Soprattutto per quanto concerne il primo disco. "Nostra patria è il mondo intero", infatti è come se fosse un diario di viaggio. È veramente partito come idea di fare un riassunto di 10 anni di viaggi. Mi era capitato, negli anni precedenti, di suonare in situazioni particolari. I viaggi dei musicisti a volte sono canonici. Tournee, albergo, palco e via, si ricomincia. Altre volte capita di finire in Nicaragua o nel deserto o in Bosnia a guerra appena finita ed è tutto un altro conto.Sono situazioni emotivamente forti, da cui fatichi a staccarti. Quel disco era un po’ un riassunto di anni di viaggi, di voler lasciare qualcosa che mi restasse e che restasse a chi, potenzialmente, volesse ascoltarmi”.

Ma cosa resta di più di questi viaggi, in fin dei conti eccentrici, no? Anche un musicista non è un viaggiatore normale. Viaggia per lavoro. E il bagaglio che si porta a casa sono sensazioni, emozioni, a volte musiche e suoni. Cosa hai portato a casa tu?

“La sensazione, bellissima, di un intreccio di culture. Dopo, quando cerchi di trasformarle in musica o in canzoni, ci metti dentro tutte le cose che ti è capitato di sentire nel corso degli anni o dei viaggi che hai fatto. Ma, almeno nel mio caso, senza presunzioni filologiche. Mi piace filtrare queste esperienze attraverso la mia sensibilità, il mio modo di percepire la vita e di reagire agli stimoli. Voglio dire: si può cercare di rifare pari pari quei suoni. Registrarli e copiarli, Riproporli com'erano, utilizzando gli strumenti locali, le regole di composizione … ma non sarebbe la stessa cosa. La musica del Sahara suona così anche perché è filtrata attraverso le loro esperienze, che sono diverse dalle nostre. Io voglio portare soprattutto un suggestione: quella prodotta dal contatto, dalla frizione tra la mia cultura e la loro”.

Dieci anni di viaggi in musica sono tanti. Ma ti è capitato di viaggiare o sei stato viaggiatore per scelta? Saresti andato comunque se avessi fatto altri lavori?

“Mi è capitato di viaggiare. Trovarmi in situazioni di viaggio. Il capitare è, in realtà, sempre relativo: finisci lì, in una determinata situazione perché comunque di ti interessa finire lì. Non tutti sono disponibili ad andare in situazioni di frontiera: non sono posti semplici dove lavorare. Ma ti danno tantissimo. E questa sensazione è impagabile”.

Anche il disco più recente, "La frontiera scomparsa", è un disco che a suo modo parla di viaggi.

“Questo disco è più stanziale; ho avuto bisogno di viaggiare di meno perché ora è il mondo ti arriva direttamente a casa, sia attraverso Internet, che l'informazione, che i flussi migratori. Io vivo a Padova che è una città che da sempre ha una tendenza ad ospitare flussi migratori. È una città piccola-media ma con l'università che movimenta molto. Una città che, negli ultimi anni tra trame nere, autonomia, teorema Calogero, fenomeno Liga Veneta ha vissuto di contraddizioni forti e questo contribuisce a sviluppare meccanismi che sono comunque dei meccanismi forti ed eclatanti. È una città ricca, con molta immigrazione. È chiaro che se ci può essere una speranza di lavoro è in questa zona che c'è”.

Ma la frontiera scomparsa qual 'è? Le frontiere dell'Unione europea dopo il trattato di Schengen? Le frontiere tra i singoli Stati? O frontiere mentali?”

“La frontiera scomparsa, che è poi un titolo che ho "preso in prestito" da Sepulveda è un gioco da un punto di vista culturale: riguarda la nostra vita di tutti i giorni. In questa situazione tu non puoi che dedicarti a due scopi: o scegli di dedicarti di abbatterle o a rafforzarle culturalmente. Io scelgo di abbatterle. È anche un gioco che ha una sua simmetria in campo musicale: andare al di la di precisi generi musicali. Non è jazz, non è rock, forse può avere in parte un impianto cantautorale. E ' fondamentalmente un disco di musica. Segue la linea di abbattimento delle frontiere musicali”.


Disco peraltro di rara suggestione e con un "parterre de roi", se guardiamo il versante ospiti. Nomi che vanno da Ricky Gianco a Lella Costa, da Massimo Carlotto a Gio dei La Crus e, sul disco precedente, un grande nome come Robert Wyatt, oltre al Kammerensamble che è il gruppo con cui ti esibisci di solito.

“Sono molto soddisfatto del disco e i pareri sono tutti molto positivi. L'avevamo annusato anche noi in studio che stava venendo fuori bene. Alcune volte la situazione ce l'hai in mano e capisci che sta funzionando. Abbiamo suonato motivati e con voglia, tutti quanti, in un clima di partenza positivo. E anche gli ospiti non sono state comparsate da struscio. Ma persone coinvolte nel progetto, convinte di quanto si stava facendo. Questo capitolo ospiti si inserisce un po’ nel ragionamento del clima generale: quando fai un disco per un etichetta "povera" non ci sono budget pazzeschi e gli ospiti devono venire perché sono coinvolti nel progetto da un punto di vista emotivo: infatti hanno partecipato tutti gratuitamente”.

“Con Ricky Gianco sono 10 anni che suono e da 4-5 anni anche lui collabora con me. E dal punto di vista musicale si producono cose positive. Non è la questione di chiamare un ospite: qui c'è proprio una condivisione di obiettivi musicali”.

“La presenza di Lella Costa è nata a fine disco. Mi ha chiamato Massimo (Carlotto) che era andato a fare una lettura a Monfalcone; lì aveva sentito il racconto delle morti per amianto, ne era rimasto sconvolto e aveva scritto questo racconto breve: "Polvere". Mi fa: "Ho scritto questa cosa, perché i racconti che ho sentito mi hanno sconvolto. Non riesci a metterlo nel disco?"

“Me l'ha mandato l'ho letto e ho deciso di dargli uno spazio nel disco: uno spazio apposito, staccato di 10 secondi da tutto il resto. Infatti il mio è un disco con 11 canzoni e un racconto.
A quel punto abbiamo pensato a una voce: meglio di Lella Costa non ci può essere nessuno. Ha una voce caratteristica ed è una persona che sul versante dell’impegno civile ha sempre dato una grandissima disponibilità. In 20 minuti in studio a Milano abbiamo registrato: buona la prima! Ne abbiamo fatta anche una seconda, per ogni sfiga eventuale, ma non l'abbiamo neanche toccata”.

Un racconto che sembra profetico, visto l’esito del processo per Marghera

“Durante un'intervista con Radio Rai Tre mi hanno fatto notare come ci siano alcune cose nei testi di Massimo di carattere assolutamente profetico. Il problema dell'amianto che sta venendo fuori, i collegamenti con Marghera e i processi infiniti e inutili . Per altro anche il testo di “Terre” contiene riferimenti a virus sparsi nell'immaginario, terre viste dall'alto e bombe che cadono. È un testo di un anno fa, non fatto adesso a uso e consumo”.

“Ne parlavo con Massimo delle sue doti profetiche e lui mi ha detto: "Eh sì, sembra che ne abbiamo indovinate di cose..:" Ma lui ha fatto i testi, io solo le musiche. E le musiche non sono profetiche”.

Massimo Carlotto, Maurizio Camardi, Lella Costa, tematiche sociali, il cd del Manifesto … insomma una scelta musicale che guarda decisamente a sinistra?

“Si respira musicalmente la sinistra anche come scelta di apertura alle culture altre; forse il brano più caratterizzato in questo senso e "Pajaro pajarito". Mi arriva direttamente dalla frequentazione di una decina di anni fa del Nicaragua sandinista. Tutto il Nicaragua,. Esperienza molto forte. Come d'altra parte Radio Sahara”.

"Continuiamo ad attraversare frontiere per cercare parole e note. Storie da raccontare e da suonare. Per non dimenticare. E per essere presenti. Nei luoghi e tra la gente. noi lavoriamo così. I nostri progetti coinvolgono i cuori e le intelligenze degli artisti che non hanno mai smesso di credere nella necessità di essere protagonisti del nostro tempo. E nel piacere di lavorare insieme".

“Una frase a cui tengo moltissimo è questa; la frase che accompagna la mia foto con il sassofono messo come fosse un cannocchiale e che abbiamo co-firmato con la squadra che mi accompagna in questi due dischi. A me piace lavorare con un gruppo di persone che mi porto dietro da un disco all'altro. Lo studio fotografico, Ricky Gianco, Carlotto. Mi piace molto lavorare all'interno di un disco dove trovi anche parole e immagini. Puoi leggere questo lavoro su tre piani diversi”.

Una scelta questa delle immagini che riproponi anche dal vivo? Nei tuoi spettacoli?

“Immagini dal vivo? Lo abbiamo fatto , in passato, per la tournee di Nostra patria è il mondo intero. Ora no. Il nuovo spettacolo è sostenuto da sette persone che suonano dal vivo, senza altri sostegni. In precedenza c'erano anche brani recitati da un attore, ora no. Angela, la cantante è stata una scoperta. È l'ultima arrivata: da un anno e mezzo. Era da un po’ che sentivo l'esigenza di proporre brani non solo strumentali: “Nostra patria” è un disco a metà dove c'è ancora grossa influenza di jazz ma si sente che sto cercando di “evadere” da quella dimensione. “La frontiera scomparsa” è sicuramente il completamento di quel percorso. Anche dal vivo era da un po’ che sentivo il bisogno di girare con una cantante. Angela è di Venezia. Ha una predisposizione naturale per le lingue; pensa che nel disco canta in 8 lingue diverse. E anche questo ricorso a tante lingue diverse, in fondo, è un altro modo per riproporre il tema del viaggio, della deriva delle culture, dei contatti e degli scontri, anche sonori, anche verbali in un cammino per il mondo”.

Intervista effettuata il 28-03-2002

   
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