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Le BiELLE INTERVISTE
 
Giordano Sangiorgi (Mei):
caos creativo per salvare la musica
di Lucia Carenini

Nella situazione di crisi del mercato generale, sia discografico che dal vivo, del consumo di musica - dischi, tv, radio, on-line, suonerie - l’attività svolta in Italia dalle etichette discografiche indipendenti può essere considerata un’ancora di salvezza.
Ne abbiamo parlato con Giordano Sangiorgi alla vigilia dell'ottava edizione del Mei, il meeting delle etichette indipendenti, che avrà luogo a Faenza dal 26 al 28 novembre.

Quali sono i punti salienti del mei 2004?

Sicuramente è a seconda dei punti di vista. Ossia, il Mei è una grande area di caos creativo, noi vogliamo che ognuno abbia il “suo” mei. La fiera è aperta a tutti e tutti quelli che vengono devono stare al pari di chi sta allo stand, di chi fa il video, di un artista che passa. Noi vogliamo che ognuno abbia tantissimi punti nei quali soffermarsi per vedere, ascoltare, conoscersi, incontrarsi. Per cui ognuno quando esce dall’esperienza del Mei ha il suo Mei da raccontare, perché non c’è un unico punto con un palco dove tutti guardano e in senza interattività ascoltano ciò che gli piace, poi tornano a casa. Qui si può arrivare a 10 offerte contemporanee.

Si può andare a un convegno sulla nuova distribuzione della discografia musicale in Italia - quindi parlare dei nuovi modelli dell’era digitale della distribuzione - e contemporaneamente andare alla presentazione letteraria di un libro che racconta il rock degli anno 80, o sentire una band proposta da un’etichetta in una tenda, o le band emergenti che hanno vinto i festival legati al mei, o all’ufficio stampa dove viene presentato un disco o ancora girare tra gli stand e comprare dei dischi, ascoltare un dj set o qualcuno che fa un set acustico, e ancora andare a vedere le mostre, come quella di Poiesis… Insomma ognuno può costruire un suo percorso rispetto ai suoi interessi. Questo è l’elemento essenziale, il cuore del mei. E noi vogliamo allargarlo sempre più in senso orizzontale e mai verticale.

Sicuramente un momento importante per noi è l’apertura la sera del 26 novembre al teatro Masini che è un teatro splendido. Avremo una quindicina di artisti tutti insieme per una serata veramente unica e molto bella. Da Samuele Bersani a Daniele Silvestri, Roy Paci, Avion Travel, La Crus, Pacifico, Omar Pedrini, Fabrizio Bentivoglio, - Cose di musica ha sposato la causa del mei e ha portato tutti i suoi artisti. Roy Paci esce in anteprima con il progetto della mei Orchestra, poi ci sono i 2 premi nel pomeriggio di sabato e di domenica Premio italiano musica indipendente e premio italiano videoclip indipendente dove si valorizzano le produzioni discografiche e video più interessanti a low budget. E qui ci sono altri nomi che meritano: premieremo Nada come miglior album indipendente dell’anno e premieremo Elio e le Storie Tese per aver inventato l’autoproduzione istantanea dei cd dei concerti e aver creato intorno a questo un progetto on line per la vendita. Ci sembra un modo intelligente di chi è arrivato alla vittoria al Festival di Sanremo di restare coi piedi per terra e trovare delle prospettive verso i nuovi mercati invece di fossilizzarsi. Poi c’è il premio videoclip la domenica dove ci sono nomi storici come Gianna Nannini e Enrico Ruggeri per produzioni fatte 20 25 anni fa quando il video clip era agli albori ma anche nomi di oggi di videomaker sconosciuti che hanno fatto magari clip molto belli .

Gioca e vinci il Mei
L'EDIZIONE 2004 DEL M.E.I. (MEETING DELLE ETICHETTE INDIPENDENTI) DI FAENZA È:
a) LA SESTA
b) LA SETTIMA
c) L'OTTAVA


In palio 6 biglietti x 2 persone per il Mei.
Per vincerli inviate la risposta al quiz a bielle@bielle.org
specificando nome, cognome e giorno desiderato (sabato o domenica).
Il tutto entro giovedì 25 alle 16.
I vincitori saranno informati via mail e dovranno presentarsi alla cassa del Mei con un documento d'identità

Com’è il panorama attuale delle indies, Giordano?

Nel calo generale le indies mostrano una controtendenza, hanno delle quote di mercato più alte di quelle fatte in passato. Quando abbiamo incominciato il mei, nel ’97, la quota era pari al 3%; l’anno scorso il 23% del mercato era presente al mei. Questo sta a significare che di fronte alla globalizzazione della musica come quella degli altri mercati, in Italia le nostre etichette sono ben difese e hanno eroso quote di mercato facendo delle politiche intelligenti e interessanti.

Mi sembra che la situazione attuale sia di transizione per tutti, nel senso che nessuno sa bene quale sarà il mercato musicale del futuro, quindi chi farà un investimento per produrre un brano, registrarlo e diffonderlo, non sa - a livello di autore, compositore, produttore, editore - quali saranno le fonti di reddito che lo faranno almeno rientrare in pari. Sarà il cd, sarà l’on-line, saranno le suonerie? Nessuno lo sa.

Dietro a tutto questo c’è una confusione complessiva, che non è dettata solamente da una scarsa conoscenza delle nuove tecnologie, ma proprio dal fatto che dopo il fallimento delle previsioni dei guru della finanza - che sostenevano che nel 2003 avremmo acquistato anche il pane on line, invece il pane lo andiamo ancora ad acquistare nelle bottega sotto casa, cosa che ha portato a dei disastri economici immani - tutti vanno molto più cauti. Nessuno sa bene quando avverrà il passaggio definitivo della scomparsa del cd e soprattutto quale sarà il suo sostituto. La differenza con la transizione tra Lp e Cd è che questa probabilmente non sarà un semplice cambio di supporto, ma proprio di metodo. E sta proprio qui il problema.

Un altro punto nodale è la scomparsa del mercato musicale dal vivo con l’acquisto di biglietti. Molti ritengono che anche qui si stia assistendo ad un passaggio epocale: oramai non esistono quasi più tour dove si fanno le 1000-1500 persone come un tempo, adesso ci sono o grandi tour o piccoli club da 2-300 persone. La musica dal vivo ha perso quel fascino per cui molti si sentono disposti a pagare una quota per accedere a sentire un concerto: il più delle volte ahimè è sufficiente partecipare ad una grande convention di qualche tv o radio nazionale o internazionale dove l’artista che ti piace fa solo una canzone e sentita quella sei a posto, non hai più bisogno del concerto intero. Anche perché - cosa molto grave - è sparito, questo perché l’approccio nella musica è stato molto più commerciale e meno culturale, il concept album. Quindi una volta che ha consumato il singolo di successo, tutto è finito lì e l’utente è soddisfatto.

Tutto questo è verissimo, tu quale pensi possa essere la causa?

Il fatto che sia scomparsa l’idea di concept album, che è poi quella che aveva reso grande il mercato negli anni ’70, secondo me deriva da gravi lacune e mancanze dei massimi dirigenti delle multinazionali del disco, che sono americani e che andrebbero licenziati in tronco perché a fronte di un calo di vendite impercettibile del ’96-’97, invece di attuare delle politiche che avvicinassero agli utenti e mantenessero un rapporto di coinvolgimento e di seduzione di emozione - come per altro la musica può fare molto più di un detersivo - hanno attuato una politica contraria che ha allontanato ulteriormente i consumatori.

Gli esempi sono due: un cartello sul caro-cd, quindi l’aumentare il prezzo per tenere il fatturato alto, invece di diminuirlo per aumentare i pezzi venduti, e la repressione - peraltro inutile - contro internet, invece di cercare in qualche modo di “impadronirsene” e estendere il servizio del cd anche su internet.

Penso che tutti noi saremmo stati felici nel 96-’97 se a fronte di un mercato che non c’era qualcuno investiva in canali gratuiti in cui noi avremmo potuto saggiare in anteprima alcuni brani che poi avremmo potuto comprare. La politica suicida dei grandi dirigenti ha portato all’allontanamento del consumatore, proprio perché il consumatore si è sentito trattato male, non compreso. Inoltre il segnale che ha lanciato, la richiesta della diminuzione dei prezzi non è stato colto, così ne ha lanciato un altro, il voler ascoltare la musica anche attraverso la nuova tecnologia e non è stato raccolto nemmeno quello, quindi è evidente a cosa si è arrivati e perché. Bisogna poi tener conto del fatto la musica non è più l’unico panorama dell’intrattenimento.

Oggi i un giovani hanno opportunità d’intrattenimento che sono le più diverse. Non c’è più solo la musica come elemento di aggregazione: dal vivo una quota del mercato è in mano ai comici, per i giovanissimi una quota del mercato è in mano alle play station e ai videogiochi. Se poi in più criminalizziamo i giovanissimi che scaricano un brano da internet - come noi li registravamo su cassette per poi amare la musica, andare a comprare il disco e magari pensare di diventare musicisti - questi immediatamente vanno a consumare altri prodotti.

In questo panorama sconfortante, il Mei è una realtà che non solo resiste, ma cresce. Quali sono i dati che avete registrato?

Nel ’97 avevamo 30 espositori, quest’anno ne abbiamo 270. Il primo anno le presenze sono state circa 2000, l’anno scorso ne abbiamo avute 20000. Se nel ’97 hanno suonato una quindicina di gruppi, l’anno scorso hanno suonato più di 300. Nel primo anno proiettammo alcuni videoclip, quest’anno ne sono arrivati più di 200. Avevamo il 3% del mercato nazionale, l’anno scorso era il 32%. In più dall’anno scorso abbiamo avuto inviti dal Midem di Cannes, dal PopKomm di Berlino e Colonia, dal Music Works di Glasgow, dal meeting delle etichette indipendenti di Manchester e tanti altri inviti a partecipare in rappresentanza della nuova scena indie come fiera o come Audiocoop, che è l’associazione che abbiamo realizzato per rappresentare il terzo settore dei discografici (oltre la Fimi che rappresenta in gran parte le major e l’Afi che rappresenta le etichette storiche degli anni 50-60 della musica italiana), per cui devo dire che i dati sono buoni. Resta il fatto che ci sentiamo come un punto di resistenza. E non a caso il Mei sarà dedicato al sessantesimo della Resistenza…

Mi chiedevo appunto se in questa scelta ci fosse una qualche metafora…

Chissà, inconsciamente può darsi… E’ chiaro che quello che speriamo è di poter fornire dei dati in controtendenza e quindi in qualche modo mantenere questa crescita. Siamo in un anno che dal punto di vista del mercato musicale ha segnato il basso. La musica non sta vivendo un bel momento e la cosa che secondo noi si dovrebbe capire è che in una situazione del genere è necessario “fare squadra e sistema” altrimenti tutto il settore affonda. Bisogna che le singole etichette, i singoli produttori, i singoli promoter, i singoli operatori di questo settore, si mettano assieme, facciano un progetto che valorizzi tutto il settore. Il mei vorrebbe essere questo. Con mille difficoltà devo dire, difficoltà che sono dettate purtroppo anche dalla presenza di una parte di operatori che pensano invece che il modo migliore sia quello di farcela da soli. A noi piacerebbe che si pensasse in questo modo, quindi che i festival e chi lavora in questo settore al di là dei generi, al di là anche della bontà di alcuni prodotti, non sta a noi.

Ho sentito parlare del progetto Volare. Cos'è esattamente?

"Volare" è stata l’ultima canzone che ci ha fatto conoscere in tutto in mondo e fu un momento di innovazione della musica italiana, così abbiamo presentato al ministero dei Beni culturali un progetto che abbiamo chiamato “Volare” in cui abbiamo proposto che tutti i produttori di musica indipendenti in Italia non legati a major si uniscano si faccia un lavoro di valorizzazione della musica italiana in Italia e all’estero. La globalizzazione musicale arriva anche da noi, oggi è molto facile trovare un 18enne di Siracusa che ha gli stessi gusti musicali di un 18 enne di Copenhagen, di new York o di Toronto o di Sydney, perché i prodotti sono gli stessi. Anastacia, Eminem ecc. Secondo noi c’è bisogno di valorizzare tutto questo settore come si fa con alcuni prodotti importanti del made in Italy. Qui a Faenza, la capitale mondiale della ceramica, c’è un progetto molto interessante di valorizzazione della ceramica artigianal-artistica. Si faccia così, come se fosse lo slow food della musica. Noi speriamo che qualcosa si raccolga. Lo segnaliamo non tanto per noi, ma perché il nostro paese non può perdere la sua tradizione musicale. E credo che se non si fa qualcosa in tempo rischiamo realmente di perderla.

Quant’è la presenza estera al mei?

Minimale, nel senso che noi abbiamo ogni ano una dozzina di esponenti di associazioni che vengono ad incontrare quello che è il nostro panorama. Abbiamo uno stretto rapporto con la Francia dal 2001 e quindi il Bureau de la musique Francaise viene tutti gli anni. Da un paio d’anni, attraverso il Consolato britannico abbiamo anche rapporti con l’associazione degli indipendenti inglesi che rappresenta una grande parte di Impala, l’associazione degli indipendenti europei. Queste sono le realtà che da alcuni anni ci seguono e con le quali siamo anche riusciti a far attivare dei rapporti tra le etichette. Devo dire però che il mercato italiano purtroppo non è molto appetibile, nel senso che è ristretto e si può conquistare con una pianificazione europea, non c’è bisogno di venire in Italia per farlo. L’altro problema è che non c’è molta musica italiana che possa essere esportata all’estero. Il deficit della lingua , pur di fronte a prodotti interessanti fa sì che un grande interprete di rock italiano all’estero fatica a vendere. Può farsi conoscere, può fare dei tour, ci può essere un lavoro di agenzia di promoter ma dal punto di vista discografico le potenzialità non sono molto forti.

Intervista effettuata il 17 novembre 2004

   
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