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BiELLE INTERVISTE
 

Pacifico: tutto cominciò
da un pianoforte
in casa di operai
di Alfredo Ranavolo

(Pseudo)nomen est omen. Pacifico ha un sorriso largo e sereno nella sua giacca di velluto sopra la maglietta scura. Gino De Crescenzo (così risulta all'anagrafe) ti accoglie come un amico di vecchia data. Cosa che rende più difficile pronunciare quella prima domanda, ma tocca farla: cosa è successo la prima sera a Sanremo? Emozione? Problemi a cantare con l’orchestra?

È stato un insieme di queste cose. I problemi su quel palco sono tradizionali. Ci sono 81 musicisti vuol dire 81 microfoni aperti. Ci sono esigenze televisive, quindi l’ascolto non è mai buono. Però l’ascolto non è mai buono per tutti. Quindi il fatto che ci sono dei cantanti più fragili, non solo emotivamente, ma come capacità interpretative. È un mix strano. Magari hai tanta voce e poca canzone…o tanta canzone e poca voce.
Io lì non sono riuscito a mettere già nelle prove a punto una situazione tecnica dignitosa. Questo è stato il mio errore più grande. Ne ho parlato poi con altri colleghi che mi hanno consigliato come avrei potuto salvar la pelle. Anche quello dell’orchestra è stato un falso problema. Avrei potuto scegliere di non usarla tutta, di usarne un ridotto. Però quando ti ricapita? Poi magari, come è successo a me, non sei in grado di reggerla. Però l’ho scoperto sul palco.
Il pomeriggio ho fatto le prove con la sala piena di giornalisti e tutto è andato bene. Questo mi ha anche un po’ salvato. Ho pensato “più o meno me la dovrei cavare”. Non ho considerato l’emozione che quelle due certezze che avevo le ha sbriciolate. Quando è partita la musica ho avuto una sensazione stranissima. Non capivo niente di quello che succedeva. Tanto è vero che ho lasciato il palco senza capire che era andata male. L’ho capito un metro dopo quando mi hanno messo in collegamento con la Gialappa’s band.

Poi l’esibizione da Vespa, breve ma intensa, ha lasciato la sensazione che “spogliata” fosse una canzone bellissima. Un pezzo che, se non ti sembra una parolaccia, si direbbe molto raffinato.

Molto dipende dall’arrangiamento. Questo connubio del mondo così melodrammatico degli archi con l’elettronica. Lo trovo un complimento. Io ho realizzato che c’erano dei problemi nello stesso momento in cui la hai sentita tu. Ho realizzato quanto avrebbe sofferto il pezzo per la mia interpretazione e per questo poco equilibrio che c’era tra me e l’orchestra. Ma il pezzo per fortuna avrà una sua vita al di là di Sanremo.

Ti ha dato fastidio che questo è stato etichettato come il “Festival degli sconosciuti”?

No, perché in parte è vero. Essere sconosciuti non è un titolo di infamia. Capita alla stragrande maggioranza dell’umanità. Poi si parla di Sanremo. È stato sorprendente per tanti vedere che la serata più seguita è stata quella con le vecchie glorie, ma quello è diventato il linguaggio di Sanremo. Quei personaggi sono attesi in strada come la manna che arriva dal cielo. Il fatto che necessariamente, perché non c’era la Fimi, non c’erano i superospiti, c’era una serie di nomi che hanno una notorietà relativa. Su una grande comunicazione che vuol dire paginone del Corriere capisco che se non hai Milva o Cutugno devi dire “Festival degli sconosciuti”, mi sembra una comunicazione anche corretta.

Tu ti senti uno sconosciuto?

Dopo Sanremo mi sento un po’ meno sconosciuto. Però ci sono dei numeri. Masini ha venduto 7 milioni di copie. Morris Albert ha venduto qualcosa come 200 milioni di copie di “Feelings”. Tra me, Neffa e Venuti…sono curioso di vedere a quante copie arriveremo, ma se arriviamo a 200.000 è già un record. Allora se parliamo di andare in festival per addetti ai lavori, tutti conoscono questi nomi. Ma se parliamo di andare al Festival di Sanremo, dove il pubblico è quello del Bagaglino, che segue Maria De Filippi…il pubblico che segue i varietà di prima serata. Be'…per questi sono assolutamente uno sconosciuto.

Cosa ti porti via da questa esperienza?

Sto mettendo adesso giù le idee. Ho dovuto fare i conti con l’inesperienza. Un conto è arrivarci a vent’anni...tutto quello che succede è sempre una festa. Alla mia età sei molto più consapevole. Questo da un lato ti aiuta a prendere le cose con più filosofia, ma sei anche più professionale, più attento e puoi soffrire di certe cose. Però c’è dell’altro, quella popolarità improvvisa che nel mio caso si manifesta attraverso quelli che mi vengono a dire “che bello vederti così emozionato”. Dato che non sono così noto da essere inseguito fin sotto casa la cosa è molto bella.
Poi ho fatto un corso accelerato di una serie di cose, dalla promozione al rapporto col palco, con quel palco perché non si tratta di un concerto. È un’altra cosa, un’esperienza fortificante.

Anche idee per il futuro?

Come tutte le esperienze credo di sì. Il fatto che ora ci sia tanta gente che associa questa faccia alle cose che canto sia il risultato che bisognava ottenere. Io il pezzo non lo avevo scritto per Sanremo, mi ha stupito anzi che sia stato scelto. Io avrei scelto probabilmente qualcosa che mi avrebbe lasciato più tranquillo.

I paragoni coi cantautori storici si sono già sprecati, anche Renis ti ha definito “il De Gregori del 2000”.

I complimenti fanno piacere, solo che De Gregori c’è ed è uno di quelli anche molto attivi. Quindi ritengo non ci sia bisogno del De Gregori del 2000, spero ci sia bisogno del Pacifico del 2000. Di gente in grado di continuare questa tradizione cantautoriale così preziosa che abbiamo avuto. Io il dubbio che qualcuno di noi sia bravo come quelli lì ce l’ho ancora. Però la nuova generazione ormai si sta consolidando. Bersani, la Consoli, Silvestri, Capossela…ce ne sono tanti ormai di cui c’è attesa per il disco nuovo.

Però il tuo disco ha un titolo ingombrante…

Non lo sapevo, ho scoperto che “Musica leggera” è stato il titolo di un live di De Gregori solo dopo averlo scelto per il mio album. Mi sembrava il titolo più giusto per una serie di motivi, mi sono reso conto però che è una sorta di ossessione per i cantautori. Parlando con Fossati mi diceva che spesso lui e De Gregori si scambiavano pareri su quanto desiderassero avere in repertorio una canzone come “Azzurro”, capace di coniugare perfettamente la profondità con un linguaggio diretto e popolare.

Si può definire il tuo primo disco una profonda analisi su te stesso? Hai fatto il tuo disco da solista (Gino è stato chitarrista dei Rossomaltese ndr) quando hai capito finalmente “chi sei”?

Io ho cominciato a scrivere proprio per quello, non l’avevo mai fatto prima.

E il secondo?

Il secondo continua sullo stesso percorso, ma più in profondità. Ho scritto tantissimo, come ho fatto anche in occasione del primo album, dopo aver scritto i primi pezzi mi sembrava stesse venendo fuori una sorta di “Pacifico 2”. Poi però sono passati quasi tre anni, sono successe tante cose, io ho continuato a scrivere e dentro a “Musica leggera” quelle prime cose non ci sono più. Si può dire che il secondo album non sia uscito affatto e che questo sia direttamente il terzo.
Mi sono messo lì a scrivere dandomi completa libertà. Ci sono cose che ritornano come il corpo, credo c’entri molto anche il fatto che abbia compiuto quaranta anni. Ma ci sono anche tante metafore, messaggi sulla caducità, la fragilità. Riascoltandolo adesso mi rendo conto che ci sono un sacco di cose impalpabili: un soffio, un fischio, fuliggine, uno schiocco di dita. Tutte cose che svaniscono, si vede che era un momento per segnalare questo.

Vecchioni disse “molti mi accusano di fare sempre canzoni tristi. Il fatto è che, quando sono allegro, esco”. Ha funzionato così anche per te?

Uno spunto può venire anche al ristorante, magari uno spunto di leggerezza. Io credo di star compiendo un percorso, quando avrò dieci dischi all’attivo avrò passato una serie di riflessioni. È un percorso che facciamo tutti, a prescindere dall’essere cantanti o meno. Io credo di poter scrivere un’ottima canzone giocosa sul terrore che il cameriere mi sputi nel piatto perché l’ho trattato male. In questo caso, credo fosse quello che voleva dire anche Vecchioni, quando ti metti da solo a riflettere intorno a ricordi, fragilità, timori, desideri, cose belle da fare, quelle andate storte è più facile finire per tracciare cose più dolorose. Io spero che serva anche quello.

A te piace anche molto giocare con le parole.

Sì, è una cosa che mi viene istintiva e sulla quale cerco anche di limitarmi. Amo molto i funamboli della parola alla Bergonzoni. Anche Bersani, Frankie Hi-nrg sono molto portati per questi giochi. Io cerco di limitarmi perché sono abbastanza ostinato sul significato, anche se a volte si finisce per prendere una curva così metaforica…

Quando dirai “sono arrivato”?

Quando avrò la percezione di vivere di musica, cosa che faccio solo da due anni dopo aver fatto, come tanti altri, tantissimi mestieri. E soprattutto continuando a fare i dischi che voglio fare. Fare l’autore per altri mi aiuta a fare le mie cose in assoluta libertà.

In una canzone del primo album cantavi “diventare una celebrità mi consolerà”.

Era sarcastico. Un verso che mi riportava a quando ero ragazzo e facevo le prime serate coi gruppi con cui ho suonato. Per andare a Gela a incassare centomila lire devi sognare di diventare una rockstar, altrimenti non ce la puoi fare. Mi prendevo un po’ in giro, ritrovandomi a 36 anni a fare il solista per la prima volta.

Quale canzone avresti voluto scrivere?

Canzoni semplici e riuscitissime con quel linguaggio semplice e diretto come sapeva fare Giorgio Gaber, oppure “Azzurro” di cui parlavamo prima, o ancora “Le mer” di Trenet. Seppure di tutt’altro tipo rispetto a queste appena citate mi sarebbe piaciuto molto anche scrivere “Replay” di Bersani.

Hai già collaborato con Bersani, Celentano, Frankie Hi-nrg, Fossati. Con chi ti piacerebbe lavorare?

Mi piacerebbe molto fare qualcosa con Vinicio Capossela, ma è molto difficile perché è uno che segue una strada sua e io lo apprezzo molto per questo. Poi penso a qualche bella voce per cui scriverei volentieri. Mina, ovviamente, è il sogno di tutti gli autori. Anche per Fiorella Mannoia, con cui ho lavorato ai tempi dei Rossomaltese.

Le tue origini sono napoletane. Ne hai masticata di musica partenopea?

Accidenti! Mia madre è la vera responsabile del fatto che io abbia cominciato a suonare. Cantava tutte le mattine, solo canzoni napoletane. Diverse canzoni sono di una perfezione inarrivabile. C’è tanto del “bigino” di come si scrive una canzone, la strofa, la melodia. Presi anche una gran sbandata per Pino Daniele che mi sembrava coniugasse alla perfezione quella tradizione con la sperimentazione.

Dicevi di tua madre

Sì, lei era un’operaia, ma fece la follia di volere il pianoforte in casa. Si sobbarcava delle rate terribili, però l’avevamo in casa quasi fosse uno strumento di elevazione sociale.

Intervista effettuata il 16-03-2004

   
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