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BiELLE INTERVISTE
 
Luigi Grechi: l'autoironia del "re dei venditori di porchetta"
di Enrico Deregibus

"Io sono il re dei venditori di porchetta, mentre lui è un grande chef". Così qualche tempo fa Luigi Grechi ha definito se stesso e suo fratello, che altri non è che Francesco De Gregori, al quale ha anche avuto modo di prestare un brano "Il bandito e il campione". Grechi (che è il cognome della madre, scelto come nome d'arte per evitare confusioni) ha una lunga discografia alle spalle, iniziata nel 1976 con l'album "Accusato di libertà", e sempre limitrofa al country, ma più in generale a tutto il folk americano.

Ora c'è un ottimo album, appena sfornato,"Pastore di nuvole", che ha visto la luce insieme al sito ufficiale del musicista romano, www.luigigrechi.it. Ne abbiamo parlato con lui.

Come è stata la genesi di questo disco?

"Non c'è stata una vera e propria genesi. I pezzi si sono venuti accumulando negli ultimi due anni, io scrivo costantemente anche se ho ritmi lenti, ma non in funzione di un disco. Quando ho dieci o dodici brani arriva il momento di pensare a registrarli".

"Per quanto riguarda il disco, tutto è partito con Guido Guglielminetti, che lo ha prodotto come aveva già prodotto il precedente. Abbiamo fatto un lavoro di preproduzione insieme".

"Ma io penso agli album come insieme di pezzi singoli, al montaggio, al tipo di arrangiamenti, di sonorità, di atmosfere ha pensato lui. Quello che era ben chiaro e su cui eravamo d'accordo era che volevamo un disco dal sapore live, che potesse essere riprodotto allo stesso modo anche dal vivo, senza sovraincisioni di strumenti".

Il primo pezzo si intitola Eccolo lo stronzo, dedicato alla tua immagine country. E' un modo di fare i conti con te stesso?

"Sì, con me stesso, ma anche con le etichette che vengono date. Mi sembrava carino iniziare con un pezzo sdrammatizzante, visto che nel disco ci sono diversi pezzi più profondi e in alcuni casi molto seri".

"Ma il pezzo è una riflessione sull'autoironia. Le persone più pericolose secondo me sono quelle che si prendono troppo sul serio, ad esempio fra tutti i nostri politici non ce n'è uno che sia autoironico, che sappia non prendersi sul serio. Noi persone normali tutti i giorni credo ci diamo degli stronzi".

"Nel mio caso mi prendo bonariamente in giro, rispetto alla mia immagine country, ai cappellacci, agli stivali, a come curavo o trascuravo la mia immagine. Ma quell'immagine non è il modo esatto per leggere quello che faccio".

L'amore per questo tipo di musica quando è nato?

"Risale agli anni Sessanta, ai tempi del Folkstudio di Roma, era veramente un posto unico, quella era l'epoca dei folksinger, ragazzi che arrivavano lì da tutto il mondo per far sentire le loro cose".

"Ma l'etichetta country per me diventa una cosa molto restrittiva. In realtà quello che mi piace è la ballata, è la canzone narrativa, quella che nasce con Omero".

Quali sono i pezzi che senti più vicini in questo disco?

"Il fuoco e la danza" e "Al di là del confine", che sono quelli magari con minor presa verso il pubblico, meno radiofonici, che necessitano di un ascolto più attento.

L'album si conclude con "Pastore di nuvole", un brano molto lungo, musicalmente un po' diverso dai tuoi canoni e a cui credo che tu tenga parecchio. Come è nato?

"E' nato in modo spontaneo come testo, la musica l'ho fatta fare a Guglielminetti perché volevo ci fosse un'atmosfera musicale diversa da quella del mio mondo più naturale. Volevo che il disco iniziasse con "Eccolo lo stronzo" che è un po' uno sberleffo ai vecchi vizi e si concludesse con un'apertura verso un'altra dimensione di canzone".

Può essere un'anticipazione sul futuro?

"No, questo non è detto. Anche questo disco comunque non è una svolta, e io non so cosa farò in futuro, in che direzione musicale andrò. Parto sempre da voce e chitarra e quindi è difficile dare delle sterzate troppo brusche".

Intervista effettuata il 07-05-2003

   
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