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BiELLE INTERVISTE
Le ballate dei Del Sangre: è terra di qualcuno

di Giorgia Fazzini

Per chi vive nella musica, il nomadismo estivo dei festival porta spesso la vita nei vortici, pubblichiamo quindi solo ora la chiacchierata in compagnia di Luca Mirti (e Marco “Schuster” Lastrucci) dei Del Sangre, fatta l’indomani del concerto svoltosi per AcrobaticiAnfibi venerdì 14 maggio 2004.

Cominciamo a capire chi sono i Del Sangre partendo da quel che più vi piace e può quindi avervi ispirato?
Io amo da sempre i cantautori americani - Guthrie, Springsteen, Dylan ma anche Buckley, Drake, attualmente il migliore in circolazione è Mark Lanegan. Siamo partiti da una comune passione per Springsteen, negli anni i nostri gusti non sono cambiati ma si sono evoluti, e li abbiamo adattati alla nostra realtà. Sono contrario a chi parla di cose che con noi non c’entrano nulla, significa ghettizzarsi; anche per la gente che poi non ha un messaggio forte cui pensare. Senza legarsi agli slogan, che poi rischiano di farti rimanere fermo dove sei, bisogna piuttosto evolversi, trovando altre vie, cercando sempre nuovi punti di vista.

Le vostre canzoni sono ballate popolate da personaggi precisi, sulla strada; fra tutti spicca un amore per i banditi…
Mi ha sempre affascinato l’idea romantica del bandito, e trascinato dall’entusiasmo per il bandito indipendentista, ho cercato di unire la storia mitica del West al dopo Unità d’Italia, periodi per certi versi accostabili fra loro - creando un parallelo, prendendo spunto da figure appunto precise, e scomode, come Billy The Kid e Salvatore Giuliano (della cui innocenza sono uno dei pochi convinti, perché è stata una strage di Stato costruita bene sfruttando la sua ingenuità, probabilmente dava fastidio a qualcuno..). La figura del bandito puoi usarla come metafora: è uno che si ribella alle convenzioni. Ed oggi se non sei alla moda sei fuori e ti dai quindi alla macchia.

Ciascun artista ha un suo motore interno che lo spinge a scrivere dei pezzi e poi a salire sul palco per raccontarli alla gente. Il vostro qual è?
Ci spinge uno stato di necessità, un modo per esprimere la parte di noi soffocata durante le otto lavorative trascorse in un magazzino di materiale elettrico, ché soprattutto se scegli una strada come quella della musica d’autore devi fare anche altro, perché non si può vivere di questa, il bacino d’utenza esiste ma è di nicchia. In tutto questo il problema è trovare la chiave per accedere ai media e far conoscere la propria musica; è questione di farla arrivare e di come lo fai. I ragazzi sono sottoposti al bombardamento delle radio e di Mtv, e conoscono solo quello. Comunque la peggior cosa per un musicista è salire sul palco e fare qualcosa che non si sente, piuttosto meglio dieci anni di fabbrica. Per questo siamo contenti dei dischi fatti.

Del Sangre ... non mente
Un nome da segnarci
Era almeno dai tempi della “Danza” dei Sulutumana che non mi capitava di sobbalzare sulla sedia per un disco al primo ascolto di un gruppo completamente sconosciuto. Poi è ovvio che ognuno ha le sue debolezze e si riferiscono molto spesso alla musica alla quale ha creduto. I Del Sangre suonano ad un dipresso così ed è un piacere stare ad ascoltarli.

"Terra di nessuno", svolta rock per il combo toscano. Ripiegamento o flessione?
Abbandonato lo schieramento a due che aveva prodotto l’ottimo “Ad un passo dal cielo”, Luca Mirti e Marco “Schuster” hanno associato la propria chitarra-armonica-voce e basso con il pulsare ritmico della batteria di Renzo Franchi, le svisate di chitarra elettrica di Francesco Bocciardi e l’Hammond di Gianfilippo Boni per darci un suono più muscolare e meno sognante. “Terra di nessuno” si presenta come un solido album di country-rock, ma molto più rock oriented. Il saldo, purtroppo, è a perdere. “Terra di nessuno” è molto più comune di “Ad un passo dal cielo”.

I vostri due dischi in giro sono “Ad un passo dal cielo” e “Terra di nessuno”, quel è il percoso fatto?
La differenza che sta fra i due dischi, al di là del fatto che il primo è più acustico e questo più elettrico (quello con tutta la band, che volevamo fare da una vita), è che “Ad un passo dal cielo” era più un lavoro di cantastorie, mentre “Terra di nessuno” è già più soggettivo e legato all’attualità. In un pezzo acustico le atmosfere sono più intime, devi lavorare su certe dinamiche; quando invece lavori con più elementi, l’importante è che si remi tutti nella stessa direzione, sennò viene un ibrido. Il nostro è rock con grosse radici nel folk, una concezione acustica che si srotola in elettrico. Con “Terra di nessuno” non volevamo fare un altro disco come “Ad un passo dal cielo” - sarebbe stato facile, bastava un quattro piste - ma volevamo dare un’idea dei Del Sangre più ampia, fare acustico ed elettrico con la stessa passione, un po’ come Neil Young. Abbiamo poi scelto l’autoproduzione perché ti dà la libertà di scrivere fino in fondo quello che vuoi.
“Terra di nessuno” è piaciuto molto soprattutto fuori dalla nostra zona e ci ha permesso di stare fra i sedici semifinalisti al Premio Città di Recanati; da lì in poi c’è stata questa grande voglia di fare e il traguardo più bello è stato sicuramente la vittoria al Pemio Ciampi di Livorno con “Radio Out”, l’occasione per portare il nome Del Sangre davanti a un pubblico più vasto e che ascolta un certo tipo di roba.

“Radio Out” ha una storia significativa, ce la racconti?
E’ legata al film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana. Vidi quel film, scrissi canzone di getto con una musica diversa da quella definitiva, nata durante le session di prova. La cosa bella è che abbiamo ricevuto i complimenti dello stesso Giordana; quella spiacevole è che tutti ora abbiano scoperto questo film e che si pensi invece ai Modena City Ramblers, che hanno usato l’introduzione del film scegliendo lo stesso nostro punto, le stesse sfumature. Ci siamo anche scritti delle mail belle infuocate ma poi abbiamo lasciato correre, perché la cosa non porta vantaggio a nessuno men che meno a noi, che però eravamo arrivati prima; averla fatta al Ciampi un po’ ci ripara.
Comunque è un pezzo di cui andiamo molto fieri; una copia ce l’ha anche il Centro Peppino Impastato, che ci ha spedito anche un suo libro di poesie.

Un’amicizia importante, nella vita e nel mestiere, è quella con Marino e Sandro Severini dei Gang, che compaiono fra l’altro in un paio di pezzi di “Terra di nessuno”.
E’ nata due anni fa, un periodo per noi molto difficile perché eravamo rimasti in due: con Marco ci si ci si guardò negli occhi, chiedendosi se fosse il caso di smettere. Il momento era veramente deprimente, Firenze è una realtà chiusa i locali vogliono solo coverband. I Gang furono fondamentali, ci fecero aprire un loro concerto all’Istituto De Martino. Così prendemmo coraggio e registrammo il disco (“Ad un passo dal cielo”), forzatamente in acustico. Ci hanno sempre aiutato, siamo sempre stati in contatto; la loro partecipazione al disco è un prestigio e un piacere.

Qual è la realtà di Firenze?
Non è sicuramente un buon bacino d’utenza per il folk e il rock, è più sull’alternativo. E’ stata la capitale della newave, con i Diaframma, Litfiba e molti altri; c’era parecchio fermento ma, da che poteva diventare esplosiva, è invece morta.

E come vedete quella italiana attuale?
Già siamo pochi a fare queste cose, bisogna darsi una mano, la musica va condivisa. La differenza con Inghilterra e America è che non c’è via di mezzo: o sei un grande nome e non riesci a fare nulla, e da dieci anni a ora la situazione è anche peggiorata. Non c’è un sindacato musicisti e i locali non sono fatti per la musica, ma per l’intrattenimento e per bere una birra, e tu devi suonare come una radio. E’ triste, una lotta continua e quando trovi posti in cui ti puoi esprimere è già una conquista.

Dal 1998 ad oggi la band ha vissuto alcune rivoluzioni, descrivici il contributo di chi affianca ora il nucleo storico Mirti-Lastrucci.
Renzo Franchi alla batteria, una bella storia nell’ambito del rock fiorentino (già Litfiba, Caffè Caracas, Ottavo Padiglione…), ci siamo conosciuti nel ‘91 e siamo sempre stati in contatto. Il suo è un contributo notevole, è un po’ nostro padre, cinquant’anni con l’entusiasmo dei venti. Ha una vastissimoa cultura, è un intellettuale moderno, molto riflessivo ma anche divertentissimo, che ci ha portato quella riflessività e sdrammatizzazione che non avevamo; e sua moglie ci fa da ufficiostampa, dobbiamo loro molto.
E poi c’è Francesco Bocciardi alla chitarra; lui ha portato il suono dei Del Sangre ad esser quel che ora, suona benissimo altri strumenti a corda (bouzouki, banjo). Con loro abbiamo salito uno scalino fondamentale, viviamo le prove in armonia, in un’atmosfera rilassata, viene tutto praticamente alla prima, basta uno sguardo, c’è una sintonia totale (ed era un nostro problema da sempre, a livello musicale e interpersonale).
E poi, a seconda delle occasioni, gravitano attorno ai Del Sangre Gianfilippo Boni (abbiamo registrato nel suo studio e lui suona le tastiere in alcuni pezzi), il fisarmonicista Davide Giromini, il cantautore Massimiliano Larocca, il cantante dei Ratoblanco.. La bella cosa è che si sente che si è fatto in famiglia.

“Da qui parte il treno..”

Intervista effettuata il 14-05-2004

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