| La
"Caravana" è partita, o meglio, è alla sua seconda
tappa. Condotta da Giovanni Rubbiani (già chitarrista
e compositore dei MCR) e Sara Piolanti (cantantessa di
formazione blues) trasporta altri cinque musicisti e i loro strumenti
- dal violoncello classico ai bidoni e tra i suoni etnici del mediterraneo
e il calore delle voci blues viaggia tra le le nostre città, raccontandocene
le storie e i personaggi.
Come definite la vostra musica? La gente è
quasi imbarazzata a definirvi. Vi chiamano folk, ma non è folk.
Voi se non sbaglio l'avete chiamato Rock meticciato, ma cos'è questo
rock meticciato?
Giovanni Rubbiani - Noi l'abbiamo chiamato meticciato
metropolitano. Abbiamo avuto lo stesso imbarazzo per tre anni, e alla
fine ho chiesto a un mio amico, perché è sempre difficile
da dentro. Tu da dentro dici: ma che musica faccio? In effetti c'è
del folk ma non è folk, dell'ethno, ma non è etnico, del
rock però non è rock. Gli ho detto: Io ci metto un po' di
cose, c'è la voce blues, l'impostazione folk, i musicisti rock,
le percussioni etniche, il violoncello classico. Ma tu come ci definiresti?
E lui ha risposto: meticciato metropolitano. Ho risposto: mi piace, lo
compro!
Quali sono i vostri riferimenti musicali sia italiani che esteri,
se ce ne sono?
Giovanni: Sicuramente sono almeno sette, diversi
per ognuno di noi, visto che le nostre formazioni sono totalmente diverse...
Io vengo dal folk-ethno, Sara viene dal blues, Erik e Michele vengono
dalla rock, Deborah ha fatto conservatorio, quindi veniamo tutti da percorsi
piuttosto diversi, è difficile dire.
Ad esempio a me piacciono cose diverse: gli ultimi dischi italiani che
mi sono piaciuti sono quelli di Caparezza, di Cristina
Donà e di Fiamma. E anche fuori ascolto
cose diversissime, da Moby a Eminem agli
Strokes. Insomma, faccio fatica a trovare un filo logico in quello
che ascolto. Mi sto avvicinando all'elettronica soft, ma mi sono sempre
piaciute le musiche di meticciato, dalle prime dei REM,
degli irlandesi e dei balcanici. Ora mi affascina questo mondo metropolitano,
fatto di culture che si incrociano in modo strano, come i rapper che cantano
in arabo. In realtà l'etnico che m'interessa sta diventando una
cosa molto ardita, quindi adesso trovo etnica anche la musica pop che
suonano a Istanbul, quella che sembra il nostro karaoke... Credo che la
cultura in questo periodo di villaggio globale, di grandi migrazioni,
di tv, di proclami, si stia spostando. Per cui nel mio immaginario la
Casbah non è semplicemente che noi andiamo in
medio oriente, vediamo i cammelli nel deserto e sentiamo il muezzim che
chiama dal minareto, ma è una cosa quotidiana, come le friggitorie
di kebab e i negozi dei pachistani sotto casa. Mi sembra una cosa molto
più vicina alla Metropolis del primo disco di
quando potrebbe sembrare: è una metropoli che si sta imbastardendo,
che si sta contaminando. Quindi se nel primo disco c'erano personaggi
come il Vecchio Bernie e Mr. Paco qui
c'è il cumino, c'è il the verde e c'è Jamila.
Ma alla fine forse è sempre la nostra città
Sì,
questa è stata anche la nostra impressione ascoltando il vostro
disco. Ci è proprio sembrato è che voi parliate non di un
oriente vissuto in oriente, ma di un oriente spostato qui, quello dei
quartieri delle città dove sono arrivate queste persone. Il primo
riferimento che c'è venuto in mente è stato Jean-Claude
Izzo, quando parla di Marsiglia e delle sue Banlieues abitate dai maghrebini.
Sono stati questi quadri, questi scorci di periferie francesi con tutti
loro profumi...
Giovanni: Non lo conosco. Che libri ha fatto?
Mi ripeti il nome dell'autore?
Jean Claude Izzo, scrive dei romanzi noir in cui parla soprattutto
di disperati, di emarginati, con i loro destini estremi. E trasmette amore
e disperazione. Per esempio il Re Serpente potrebbe arrivare da un suo
libro...
GR - l'Italia rispetto alla Francia o alla Gran
Bretagna è piuttosto indietro, è un paese che sta arrivando
dopo, nel senso che un paese che sta facendo i conti adesso con il rapportarsi
con gli immigrati a casa propria. Casbah è nato con questa idea.
Quindi è stata giusta la percezione dell'oriente trasferito
da noi...
Giovanni: Sì, tra l'altro non saremo
nemmeno in grado di fare un disco di musica araba nel vero senso della
parola.
Invece il clima di Metropolis era diverso con quel suo clima
nordamericano: c'è la New York di Woody Allen, Bogart che fa Sam
Spade, il Re Serpente che richiama delle scene hard boiled... è
come dice Guccini che tutti noi siamo impregnati di queste atmosfere americane
o è qualcos'altro?
In realtà no... l'idea del titolo e di alcuni brani che hanno costituito
l'asse portante di Metropolis, ossia Porte dell'Ovest,
Serenata di New York, Dodici colpi alle spalle
e alcuni altri arriva da un mio viaggio a New York che feci nel '99, quindi
se c'è un'impronta americana è quella lì. Però
culturalmente io ho ascoltato la musica americana, ma non ne sono così
impregnato. Ho assorbito cose americane come ha assorbito cose irlandesi,
spagnole, mediterranee o mediorientali. "Metropolis" era un
po' un bisogno mio egoistico di affrancarmi dal mondo dei Ramblers,
legato alla campagna e alla tradizione contadina: il dialetto, le mondine,
i partigiani, le feste nell'aria e le storie di paese. Non so se la cosa
è importante, sicuramente noi veniamo dall'Emilia che è
una terra contadina come origini, però mi son detto che nel 2000
non avevo voglia di continuare a "restaurare il vecchio casale di
campagna". Ho pensato: va bene l'ho fatto, ho approfondito il mondo
delle radici, del dialetto, delle mondine, del Comandante Diavolo e tutto
quanto, fa parte della mia storia e me lo porto dentro, ma adesso ho voglia
di uscire da qui, perché comunque le mondine non ci sono più,
i partigiani non ci sono più e la civiltà nostra non è
più contadina se non in piccole parti. È una civiltà
industriale o postindustriale, quindi avevo voglia di raccontare storie
che fossero legate a quest'altro mondo, all'epica delle città e
non a quella delle campagne.
Metropolis
è uscito nel 2001, 40 giorni dopo l'11 settembre...
Giovanni: Beh, ovviamente come tu saprai era
già pronto prima...
E comunque racconta quadri del declino delle città, del
declino dell'impero americano. Casbah è uscito adesso, sei mesi
dopo l'invasione dell'iraq
Giovanni: Ci che stai dicendo in modo elegante
che portiamo un po' sfiga insomma?
Ma no... quello che voglio dire è che è stato un
momento in cui la questione orientale era stata riportata assolutamente
in primo piano, così come le tematiche dell'Islam e tutto quello
che ne consegue. Noi in questo abbiamo visto delle precise scelte politiche,
ma trattate con un linguaggio molto poetico, mediate dalla poesia. Ce
lo siamo raccontato noi o ti ritrovi nella definizione?
Giovanni: Siete stati degli ascoltatori molto
attenti, devo dire, perché un'altra cosa con cui volevo tagliare
i ponti dopo l'uscita dei Ramblers era lo sloganismo politico. Che una
cosa con cui ho fatto i conti.. Per tanti anni con i ragazzi che mi chiedevano
Contessa sottopalco e io non la volevo fare e litigavamo
in camerino... Chiariamo: le scelte politiche che ho fatto coi Ramblers,
che ho portato avanto su cinque dischi e per nove anni con loro, le condivido
tutte, non rinnego niente di quello. Semplicemente arrivato verso i 40
e dopo aver fatto i miei 5-6-700 concerti mi sono reso conto che mi sembrava
un modo abbastanza ristretto di raccontare certe cose. Io continuo interessarmi
agli stessi temi politici, sociali, di potere, di migrazioni, di rapporti
di ricchezza di o forza, di miserie ecc. però non avevo più
voglia di raccontarli con gli slogan. Capisco che gli slogan possano funzionanare
nelle manifestazioni, in un comizio o anche in un concerto, però
trovo che non aggiungano nulla. Sarà che sto invecchiando, ma comincio
a farmi un po' più di problemi. So benissimo che potremmo salire
sul palco e dire un paio slogan di quelli tranquilli, di quelli sicuri
su Berlusconi, sulla globalizzazione, sull'America, sulla guerra e sarebbe
anche più facile, no? Ad esempio per Sara che faceva presente anche
stasera che lei ha dei problemi, scherzando diceva: ma ai concerti io
parlo poco... Ma lei è così e va benissimo: preferisco una
che comunica con le sue sonorità, con un suo mondo raccontato attraverso
la parola, la voce piuttosto che uno sloganismo facile, anche se capisco
che può essere una scelta più ardua, più complicata
da leggere. Semplicemente trovo che il nostro sia un mondo molto complesso,
e faccio fatica a chiudere tutto in uno slogan. Andare sul palco e dire
globalizzazione di merda - e probabilmente la gente alzerebbe il pugno
e comprerebbe anche un disco di più - è una cosa che secondo
me non è così vera, perché parlando di globalizzazione
potrei parlare di altre 1000 cose che ci circondano e l'argomento è
grosso e più complicato di come qualcuno lo vorrebbe ridurre. Perché
tutto sommato, io, con tutto il disprezzo che posso avere per le multinazionali,
per Bush, per Berlusconi per la Del Monte e per la Nestlè e tutto
quanto, io stesso sono un grande globalizzato. Sono cresciuto ascoltando
musica irlandese, spagnola, americana, centro americana. Io non voglio
perdere la mia identità, ma col cazzo che voglio ascoltare solo
musica italiana. Io voglio potere ascoltare Tom Waits, i Nirvana,
gli Strokes, Moby, e quanto mi pare. Non dimentichiamoci che
la globalizzazione è anche questo, è la possibilità
di avere degli scambi in tempo reale. Quindi penso che abbia anche dei
lati positivi. Era Mussolini che imponeva l'autarchia del "mangiamo
italiano, ascoltiamo solo musica italiana, il jazz è vietato perché
è la musica degli stranieri e noi ascoltiamo solo Nunzio Filogamo".
Non mi riconosco in queste cose. Io faccio almeno 2-3 viaggi all'anno,
ascolto 200 dischi di cui 190 sono stranieri e voglio essere libero di
trasmettere altrove le mie idee e di conoscere anche le idee degli altri.
Per questo già faccio fatica a dir slogan così, tanto per
dirli. Credo che alla fine invece più che gli slogan mi interessi
il fare cultura, ossia il cercare di far sì che la gente pensi
con la sua testa, cerchi di ragionare sulle cose, non le prenda in modo
acritico, ma le veda con la propria testa. Dopodiché l'America
ha anche delle cose positive, voglio dire "Metropolis" è
un disco con delle cose americane. E anche qui non m'interessa, con tutta
la merda che posso dire di Bush, di Condoleeza Rice o di tutto quanto,
l'America è comunque il grande laboratorio della modernità.
È una cosa talmente difficile... per quanto mi sta sul cazzo Bush,
non posso dire diamo fuoco all'America. Sì l'America è quella
che ci ha dato il VietNam, ma è anche quella che ci ha dato il
68, è quella che ci ha dato McCarthy e la caccia alle streghe ma
ci ha anche dato Kerouac e la generazione Beat. È quella che ha
invaso il Golfo, ma è quella che ha cominciato il movimento No
Global. E allora mi viene da veder l'America come un grande laboratorio
della modernità con un sacco di merda, tantissima, soprattutto
in politica estera, ma anche con delle cose molto positive.
Sara Piolanti: è sempre un discorso di
azione e reazione... è vero che hanno invaso l'Iraq ma il movimento
no global è nato lì e questi movimenti sono nati evidentemente
perché in loco le cose non andavano così bene.
Giovanni: sono d'accordissimo. Ad esempio per
quanto riguarda il rapporto col mondo arabo, noi abbiamo ospitato alcuni
musicisti dell'area maghrebina nel nostro disco, il che che mi sembra
una scelta più interessante che non far una canzone che dica siamo
tutti fratelli voliamoci bene, nessuna differenza bianchi neri africani
italiani. Potevo fare un bello slogan su questo, fare un bel pezzo bandiera.
Non l'ho fatto perché mi sembrava più interessante comunque,
culturalmente ricco fare una cosa di quel tipo lì che non di quel
tipo la.
Che
peso ha la voce di Sara? Tanto, lo so, ma spiegatemelo meglio voi.
Giovanni - Sì, tanto. È un mondo
che... è un mondo! Che ha ancora un sacco d'esplorare. Io da un
lato sono felicissimo di sentire dei pezzi cantati magnificamente da lei,
dall'altro sono un po' imbarazzato perché io sono cresciuto scrivendo
sempre pezzi per cantanti che cantavano poco meglio di me, per cantanti
uomini che avevano un'estensione vocale che era magari un tono diverso
del mio in più o in meno. Diciamo che se cantavo un pezzo, dopo
lo cantava Cisco più o meno nello stesso modo, o Albertone che
lo abbassava di due toni, però eravamo lì, ecco. Scrivere
un pezzo per Sara mi dà una grande gioia perché la reputo
una delle migliori cantanti in Italia, ma mi crea qualche problema...
Oltretutto lei ha questa voce molto diversa, questa voce sporca,
ma sporca nel senso bello del termine: una voce da "cantantessa".
Ti riconosci del termine cantantessa?
Giovanni - Stiamo cercando di trovare sempre
più spazio per la sua voce, che credo sia il nucleo fondamentale
del nostro gruppo. Per me come compositore in particolare è difficile,
perché sono abituato a scrivere brani per voci maschili che tutto
sommato mi assomigliavano, la voce femminile, la sua in particolare suona
in tutt'altro modo .. voglio dire, io scrivo un pezzo, e non penso che
una voce possa andare fin lassù. Poi me lo canta lei e mi si aprono
degli orizzonti. Capisco che invece si può andare da tutt'altra
parte, ti si aprono degli squarci che sono ancora tutte d'esplorare. E
quindi credo che avremo ancora un po' per divertirci nei prossimi dischi.
Anche perché, e poi passo la palla a loro, adesso Sara, come ti
racconterà lei, ha cominciato a scrivere un pezzo in questo disco,
che è "Pranzo reale", e quindi ha rotto il ghiaccio.
Quindi lo "zio" che le ha scritto i pezzi per i primi due dischi,
forse adesso comincerà a bersi una birra con i vecchi amici e arriverà
una nuova fase di "Caravani".
Questa è davvero una rivelazione!
Sara - Mah, di pezzi ce ne sono, ma io sono
davvero una via di mezzo tra molto egoista e molto riservata. Faccio le
mie cose e faccio fatica a farle sentire. Ho davvero un blocco, ma piano
piano ce la stiamo facendo. Oltretutto Giovanni ha un modo di scrivere
diversissimo dal mio scrive, un'intenzione proprio diversa. Lui è
un folkman, la sua canzone inizia con una strofa poi c'è il ritornello,
il finalino e così via. Per me non è così, o perlomeno
non per forza. Così ho sempre avuto il pregiudizio - dico pregiudizio
perché in realtà invece ci stiamo trovando bene, le prime
cosine che ho fatto sono piaciute, sono andate bene - di pensare che non
potrebbero funzionare, che sono cose troppo, che non le sento molto "Caravane",
a dire la verità. Tanto che mi capita di mettermi a rimodellarle,
ma lo so che è sbagliato, perché vuol dire snaturarle. Così
mi ritovo con delle chilate di materiale chiuso a chiave... ma adesso
piano piano... lo tiro fuori.
I Caravane de Ville sono in tour da ora fino a fine estate
le fotografie sono tratte dal sito ufficiale dei Caravane www.caravanedeville.com
Intervista
effettuata il 23-03-2004
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