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| Incontro
E correndo mi incontrò lungo le
scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato
su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante "deja vu", ombra della gioventù,
ci circondava la nebbia...
Auto ferme ci guardavano in silenzio,
vecchi muri proponevan nuovi eroi,
dieci anni da narrare l'uno all' altro, ma le frasi rimanevan
dentro in noi:
"cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor
via".
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie
color nostalgia...
E le frasi, quasi fossimo due vecchi,
rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri,
i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste:
la mia America e la sua diventate nella via la nostra
città tanto triste...
Carte e vento volan via nella stazione,
freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a
tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s' era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed
io i miei in un solo saluto...
E pensavo dondolato dal vagone "cara
amica il tempo prende il tempo dà...
noi corriamo sempre in una direzione, ma quale sia e che
senso abbia chi lo sa...
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno..."
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i testi di Francesco Guccini |
Quando 32 anni fa un fiorista sanremese ti ha
chiesto di partecipare ad un nuovo festival, cosa hai
pensato?
Letteralmente
ho pensato: “Ma che rottura di coglioni andare
fin là! Appena mi telefona dico che ho degli
impegni e non ci vado.”
Il maledetto mi ha telefonato la mattina, quando
andavo a letto molto tardi: mi ero addormentato relativamente
da poco e non ho avuto il coraggio di dire no. Mi sono
trovato benissimo i primi anni: un’atmosfera molto
bella, diversa. Quindi sono stato contento di andare.
Poi Amilcare era una persona deliziosa.
Cosa è cambiato in seguito?
Molto. Eravamo in meno, eravamo sempre insieme. Il primo
anno saremo stati in sette o otto, tutti con una gran
voglia di suonare, una gran voglia di divertirci, di
stare assieme, di bere vino… Vino per altro, quell’anno,
pessimo! [ride].
Qual è la collaborazione che ti ha maggiormente
arricchito, a livello artistico ed umano?
Sicuramente quella con Flaco (Biondini, suo chitarrista
ndr). Ci conosciamo da una vita e abbiamo diverse passioni
in comune. In Italia c’è un grande interesse
per la musica brasiliana, mentre io preferisco quella
argentina… Flaco, come noto, è argentino.
Si interessa anche di problemi linguistici e a me piace
frugare nella lingua spagnola…
È stata importante anche la collaborazione con
Renzo Fantini, produttore discografico e persona degnissima.
Spesso si parla male dei discografici, si dice siano
iene e a volte è anche vero, Fantini no.
(segue)
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| Francesco
Guccini, è praticamente il cantautore eponimo. Nessuno
meglio di lui riunisce in una sola persona tutti i pregi
e i difetti di questa figura, maturata dal folksinger americano
e sviluppatasi fino a diventare emblema di uno stile di
vita, di un modo di pensare. Non poeta, non scrittore, non
"maitre a penser", ma cantautore. Uno dei più
grandi. Nasce a Modena, più o meno per sbaglio il
14 giugno 1940 ma, a causa della guerra, ha trascorso l'infanzia
e parte dell'adolescenza a Pàvana, il paese dei nonni
paterni, sull'Appennino pistoiese, raccontato nel suo primo
romanzo Croniche epafàniche (Feltrinelli, 1989).
Ha fatto per due anni il cronista alla "Gazzetta di
Modena" e ha insegnato per vent'anni presso un'università
americana con sede a Bologna. Dopo il consueto giro delle
balere, a cavallo con il servizio militare, Guccini inizia
a scrivere canzoni, inizialmente destinate ad altri: nascono
così "Auschwitz" e "Bang bang"
per l'Equipe 84, "Dio è morto" e "Noi
non ci saremo" per i Nomadi, "Storia d'amore"
e "Incubo n.4" per Caterina Caselli. Nel 1967
esce il suo primo disco: "Folk beat n.1",
già per la Emi, casa discografica che non abbandonerà
mai nei successivi 18 lavori discografici in 37 anni di
carriera. Una media di un disco ogni due anni, un po' rovinata
negli ultimi anni, quando è passato a un disco ogni
quattro anni (dal '90 in poi). Parallelamente è iniziata
la sua attività di scrittore: da "Croniche
Epafaniche" del 1989 un totale di 8 libri,
quattro dei quali scritti in società con Loriano
Macchiavelli. Tra i libri scritti su di lui segnaliamo:
Massimo Cotto "Un'altro giorno è andato"
e Paolo Jachia "Francesco Guccini, 40 anni
di storia, romanzi, canzoni"
Sito ufficiale:/www.francescoguccini.it/
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Stagioni
Emi
- 2000
Addio (intro) / Stagioni
/ Autunno / E un giorno... / Ho ancora la forza /
Inverno '60 / Don Chisciotte / Primavera '59 / Addio
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Live@Rtsi
Emi
- 2001
Canzone
per un'amica / Bologna / Il vecchio e il bambino /
Dio è morto / Canzone di notte n.2 / Canzone
del bambino nel vento [Auschwitz] / Bisanzio / Canzone
dei dodici mesi / Un altro giorno è andato
/ La locomotiva |
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Ritratti
Emi
- 2004
Odysseus / Una canzone
/ Canzone per il Che / Piazza Alimonda / Vite / Cristoforo
Colombo / Certo non sai / La zìatta [La tìeta]
/ La tua libertà
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Anfiteatro
Emi
- 2005
Disco
1: Canzone per un'amica/ Una canzone/ Odysseus
/ Cristoforo Colombo/ Farewell / Scirocco / La Ziatta
/ Autogrill / Certo non sai
Disco 2: Shom'R
Ma Mi-llailah / Il vecchio e il bambino / Cirano /
Auschwitz / Canzone per il Che / Piazza Alimonda /
Dio è morto |
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Guccini
e le ciliegie in maggio
di
Leon
Ravasi
"Le
ciliegie in maggio, le susine in giugno, i fichi in settembre,
i cachi in ottobre e i concerti di Guccini. La neve a Natale,
la nebbia di novembre, il solleone d’agosto e i concerti
di Guccini. L’amore delle mamme, la passione dei sensi,
il dolore di chi resta e i concerti di Guccini. Tutto il
mondo gira per cicli: le stagioni, le tappe della vita,
le maturazioni dei frutti, persino le biciclette. E poi
ci sono i concerti di Guccini. Che sono immutabili. Costanti
nel tempo. Cerimonie laiche di indefettibile bellezza. Non
c’è niente da fare: l’inizio è
“Canzone per un’amica”,
la fine è “La Locomotiva”,
l’ossatura del concerto è l’ultimo disco
uscito, il penultimo è regolarmente dimenticato e
poi ci sono un po’ di chicche di ripescaggi che variano
di volta in volta, lasciando quasi sempre fuori”Stanze
di vita quotidiana”. I concerti di Guccini non sono
veri e propri concerti. Sono happening, tranche de vie,
esperienze che fanno parte dei vivere comune: un concerto
di Guccini è praticamente come un Bildungsroman,
un romanzo di formazione. Come si può diventare adulti
senza andare a seguire un concerto di Guccini? E la tradizione
prosegue di generazione in generazione. Ieri eravamo noi,
oggi i nostri figli e un domani, se il maestrone lo consentirà,
i nostri nipoti. Tanto la cerimonia sarà sempre uguale:
il pugno chiuso a "trionfi la giustizia proletaria",
tutti in piedi quando inizia "Dio è morto",
i cori costanti per la richiesta dell'"Avvelenata"
che poi, nove volte su dieci, il maestrone non farà.
A proposito di "Avvelenata", Guccini gode di un
piccolo record tra i cantautori italiani: è l'unico,
salvo errori od omissioni, a essere finito in due canzoni
di "colleghi cantautori": la recentissima "Caro
il mio Francesco" di Luciano Ligabue
("sarà che anche qui / le quattro del mattino
/ sarà che anche qui l'angoscia / e un po' di vino
/ sarà che non ci posso fare niente / se ora mi viene
su il veleno”) e la remota "Canzone
per Francesco" di Roberto Vecchioni ("Mi
è andato il cane sotto un camion quella sera / ho
pianto come un vecchio sopra una bandiera, / se fosse stato
un compagno basco avrei pianto di meno. / Così dicevi
e mi chiedevi "Professore, / dimmi se sono un qualunquista,
un uomo ad ore" / Così dicevi
e già nasceva mezzo sole / e il giornalista in fondo
è un modo di campare / e alla ragazza greca traducevi
piano "Luci a San Siro" / gli imbonitori sono
troppi e non li fermi / e Dio che è morto non è
morto per tre giorni. // La rabbia un tempo la scandiva
soltanto la locomotiva / tra i fiori rossi sulla strada
/ e contro il niente adesso parte ogni mezz'ora un volo
charter / itinerario di gran moda"). (segue)
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