I Turcs Tal
Friul
di Pier Paolo Pasolini.
Da prosa a forma di canzone.
Rivisitazione musicale di Luigi Maieron.
Luigi Maieron - Voce narrante, voce e chitarra
Gabriella Gabrielli - Voce
Ivan Cossetti - Basso melodico
Franco Giordani - Mandolino, percussioni e voce
Daniele Masarotti - Violino, percussioni e fisarmonica
Coro dai "Turcs" di Cleulis - Lucia Boschetti, Alice
Maieron, Rosalina Maieron, Tullio Maieron, Arnaldo Puntel,
Erwin Puntel, Hans Puntel, Mario Puntel
Michel Gazich - Viola e violino in Crist Pietàt e Biel
Zuvinìn
Dall'opera sono stati tratti 12 brani musicali.
Su
Bielle Sul
web
Maieron:
"I Turcs tal Friul" GoodFellas
-
2015 Reperibile
ai concerti
e online
Tracklist
01
Crist
pietat
02
Madonauta
03
Jo
i soi vecia
04
Il
grumàl
05
Dami
il to grumal
06
Alc
ta la man
07
Il
gardilín
08
Sanc
cristian
09
Verzin
beada
10
No
sino duciu in pont di muart?
11
In
pont di muart
12
Pietat
di nu ?
13
Cristians
14
Sin
rivas apena a s'ciampa
15
Mil
ciavài
16
In
silensi
17
Coro
dai Turcs
18
Puora
zent
19
Verzin
Santa e Beada
20
Se
vino mai capit
21
Meni
al è muart
22
Ti
vevis resòn
23
Miracul?
24
Mil
ciavài
25
Biel Zuvinín
“Chi
parte da Venezia dopo un viaggio di due ore, se prende l’accelerato
(magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge
al limite del Veneto e per dissolvenza entra nel Friuli; il paesaggio
non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile qualcosa
annusa nell’aria: è cessata sulla Livenza la campagna
dipinta da Palma il Vecchio e da Cima, le montagne si sono scostate
a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile,
contro il gran velame, e il primo Friuli è tutto pianura
e cielo; poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti
di sambuchi; i casolari si fanno meno rosei sui cortili spazzati
come per una festa, coi fienili fra le cui colonne il fieno si gonfia
duro e immoto, ma è specialmente l’odore che fiotta
dentro lo scompartimento svuotato ad essere diverso: odore di terra
romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna
c’è come il rigido fresco riflesso di un’Italia
alpestre, dal sapore neolatino, ancora stupendamente recente”.
Così Pier Paolo Pasolini descrive il Friuli in una trasmissione
radiofonica Rai (Paesaggi e scrittori) molto lontana nel tempo.
E noi proveremo a raccontare di lui, del Friuli, del dialetto, dell’arte
e della musica, parlando dell’opera giovanile ‘I Turcs
tal Friul’ e del grande lavoro che su questa opera ha realizzato
il cantautore Luigi Maieron, musicandola, mettendola in scena nel
2006 e realizzando un album tre anni dopo dallo stesso titolo, il
tutto in collaborazione con l’Associazione Gentes.
Era il 1944 quando il giovane poeta scrisse i Turcs, la storia dell’invasione
turca in Friuli nel 1499 e della piccola comunità di Casarsa
che miracolosamente riesce a salvarsi dalle distruzioni feroci dell’invasore.
L’idea era proprio quella di mettere in scena – in piena
Guerra Mondiale e in terra di confine - un atto teatrale che si
muovesse tra la Tragedia greca e la rappresentazione sacra. I riferimenti
alla guerra in corso sono evidenti e i personaggi protagonisti del
dramma, i fratelli Pauli e Meni – il primo che sceglie di
rimanere in paese a pregare insieme con tutta la comunità
riunita, il secondo che invece parte ed eroicamente si sacrifica
e muore in battaglia – ricordano tragicamente e profeticamente
proprio Pier Paolo e suo fratello Guido, che era partito da partigiano
e che morirà nel 1945, ucciso dal fuoco di altri partigiani,
i comunisti fedeli a Tito, in quella triste, drammatica, fratricida
storia di confine che fu la lotta per la Liberazione in Friuli.
E la scelta del dialetto si inseriva già in quella costante
pasoliniana della ricerca – nella scrittura - del realismo
dell’origine, della naturalezza e della immediatezza del mondo
contadino e popolare, ovvero la ricerca della poesia nella vita.
Una ricerca che Pasolini tentò di testimoniare in tutte le
sue opere, fino ad arrivare al cinema. In una intervista ad Achille
Millo, del 1967 egli infatti dichiarava: ‘La poesia è
nella vita, cioè io penso che la vita stessa sia un linguaggio
che delle volte si esprime in prosa e delle volte si esprime in
poesia; ci sono momenti della vita che di per sé sono poetici.
(…) Ora noi possediamo una lingua scritta e parlata, che scriviamo,
che parliamo, per testimoniare questi momenti di poesia della vita.
Questa lingua è fatta di simboli. (…) Il cinema invece
non ha bisogno di questi simboli (…) ecco perché ho
scelto il cinema: perché il cinema mi consente di rappresentare
la realtà con la realtà e quindi la poesia della realtà
con la poesia della realtà; non ho bisogno di mediazioni
linguistiche: trovo la realtà nella sua bellezza e nella
sua poesia così com’è, quindi è un po’
una continuazione del mio lavoro di poeta.’
Ma venti
anni prima, quando scrisse I Turcs, il percorso realista era appena
cominciato, anche se già era evidente; è forse uno
dei primi segni che il cantautore Maieron ha ritrovato, non solo
impegnandosi in questo lavoro, ma anche incontrando nella sua
vita di uomo e di artista un personaggio importante e scomodo
(anche per le coscienze dei singoli) come Pier Paolo Pasolini:
‘Quando incontri Pasolini capisci che quello è il
momento di imparare. Quando ti imbatti in lui ti cambiano molte
cose, perché hai non solo la percezione ma anche la prova
di essere davanti a un uomo che metteva il realismo prima di ogni
altra cosa, un uomo che è stato capace di raccontare quello
che è successo al nostro popolo dal Dopoguerra in poi.
Pasolini ci ha mostrato quello che siamo diventati, il meccanismo
che ci ha traformato da popolo a massa.
Luigi Maieron ci ha detto molto su come sia nato il suo lavoro
per I Turcs. Ha letto più volte il testo per entrarci dentro
e per fortuna ha scoperto – grazie ad un ricercatore universitario
– che Pasolini voleva musica per questa sua opera. Ma quale?
Questo non lo spiegava. Quale era la vera intenzione del poeta?
Una domanda fondamentale per il cantautore friulano, alla ricerca
di una verità antica e perduta su un uomo che dava un senso
non solo ad ogni suo lavoro, ma anche ad ogni sua parola. Proprio
grazie alla ripetuta lettura del testo (tra l’altro in un
dialetto diverso dal suo: ‘quello di Pasolini è il
dialetto di Casarsa: l’ho dovuto studiare. Il nostro, il
carnico, è duro mentre quello di Pasolini no, è
molto più dolce, più leggero, meno gutturale come
suono’) la risposta è arrivata: ‘c’è
un testo che scorre, però ci sono dei punti in questo testo
dove si può fermare il parlato e si può cominciare
a cantare. Pasolini era un grande cultore della villotta, un nostro
canto tipico e secondo me era così che il poeta immaginava
la musica per i Turcs.
Così Maieron senza cambiare una virgola, senza aggiungere
ma solo togliendo parole, più che canzoni ha creato delle
piccole villotte, con una melodia più attuale, muovendosi
e creando un equilibrio tra musica d’autore e folk. Una
operazione pienamente riuscita perché il disco mantiene
un’aria popolare ma in senso letterario e intellettuale:
ci riferiamo proprio alla musica, al di là del testo. Un
testo che poi mantiene, con gli accordi di Maieron, levità
e gravità, sacralità e popolarità, realtà
e ritualità. Un album che nell’insieme contiene perciò
brani contemporanei… dal sapore antico! E per questo dobbiamo
ritornare al Friuli e al dialetto. Come spiega giustamente il
cantautore della Carnia, Pasolini non voleva usare la lingua della
borghesia ma quella del popolo, ‘era il suo giardino dove
respirare’, quello dei contadini, della terra dei padri:
‘Per l’epoca era una grande intuizione. Se si pensa
a Pasolini ci si dimentica spesso del suo candore, della sua innocenza,
della sua delicatezza d’animo profonda e del suo amore per
il popolo, che amava e che negli anni vide mano mano scomparire’
.
Maieron di quel popolo sa molto e molto potrebbe dire del Friuli
e della musica popolare. Si capisce dalle sue canzoni, si capisce
dai suoi Turcs e definitivamente si capisce conoscendo la sua
biografia; la sua è una famiglia di musicanti; suo nonno
suonava il contrabbasso, sua madre la fisarmonica, la soffitta
era una specie di stanza dei sogni delle note, piena di strumenti
da provare e suonare. La casa sempre piena di cantanti e musicisti
della zona; Il luogo dove tutto questo accadeva è Cercivento,
un paesino della Carnia a 18 km dall’Austria; una storia
quindi di suoni e di confini, popolata da persone particolari
in una zona geograficamente isolata e montana; uno di quei luoghi
che amava Pasolini, con ‘questa gente che aveva la cultura
del fare, con queste schiene piegate a forma di preghiera quasi,
con queste mani operose ma con questo senso della carità,
con questa capacità di amare, gente fatta ognuno a suo
modo, senza omologazioni’, gente che sentiva forte il senso
religioso, quello di un Dio immanente che accompagnava le fasi
della vita individuale, collettiva, naturale. Appare chiaro che
per un uomo che ha trascorso una simile infanzia in simili luoghi,
toccato dalla Grazia (sacra) della musica, l’incontro con
un poeta come Pasolini era inevitabile. Il saperlo interpretare
con sapienza e con grazia (umana) come ha fatto in questo disco
ormai datato, ma che non perde nulla in bellezza e incanto ad
ascoltarlo oggi, appare a chi scrive naturale. L’incontro
con questo mondo friulano, infine, è un toccasana per ogni
animo confuso dai rumori del tempo.
Una parola a parte va detta sul brano Biel Zuvinìn, che
non fa parte dei Turcs ma de ‘El testament coràn’;
è tra le canzoni più belle e importanti del disco:
il testo poi meriterebbe un discorso a sé per come riesce
a sintetizzare più di quanto potrebbero mille saggi, i
temi dell’ingiustizia, del lavoro, della giovinezza tradita,
della povertà, della dicotomia servo/padrone.