Parla Vinicio
in prima persona: il folk è inquietante e non rassicurante.
Lo dice Dylan
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di Giorgio
Maimone 05/05 - "È
un album doppio, un disco in due parti che si è sviluppato
in due stagioni differenti di registrazione. Nel 2003 e
nel 2014/15. Anzi, ê un disco in due lati: il lato
esposto al sole, il lato che dissecca, che asciuga al vento:
il lato della polvere. E poi il lato in ombra, il lato lunare,
il lato dello sterpo e dei fantasmi, il lato degli ululati
e dei rovi: quello in ombra".
“Lo presentiamo in un luogo popolare (l’ex albergo
Diurno di Porta Venezia a Milano, affidato da poco al Fai),
nascosto e sottratto alla quotidianità. Lasciando
la polvere dove si è posata. Un'esperienza di bellezza
non dirompente, non esplosiva, che ci fa pensar che altri
sono passati di qui; il che ci pone al riparo del tempo.
Una sedia da barbiere, una tenda, gli stucchi, le ceramiche,
la polvere … Il lavoro sulle canzoni della cupa è
stato simile. Andare a frugare in questo giacimento di cultura
che gli antropologi chiamavano il giacimento delle storie:
una sensazione di bellezza e inquietudine. Ci entriamo di
notte, da clandestini, con perigliosi passi. Potremmo inciampare.
Questo è quello che succede con la nostra tradizione
folclorica: crediamo di avere le coordinate per riconoscere
le nostre radici, ma poi ci smarriamo nelle inquietudini.
È il nostro modo di accedere al mondo, un mondo che
poi spesso, nella sua intima essenza, ci è precluso.
Avvicinarsi alla musica che viene dalla terra è una
esperienza molto particolare. È una questione di
punti di vista. Bob Dylan ha detto “Non c’è
nulla di rassicurante nella musica folk”. Aveva capito.
Per
me oggi comunque è un giorno felice: siamo vicini al
mio quartiere che è la trasfigurazione del paese in
ambito cittadino e poi è il 5 maggio … una data
da non trascurare. Infine ho fatto fuori … sono uscito
da questo Western, che per me veste i caratteri dell'Irpinia.
L’ho fatto perché sono sempre stato attratto
dal folk; non questo, ma quello che conosciamo di più,
quello di Dylan, delle ballad. Cercavo una chiave d'accesso
al patrimonio popolare della mia terra e la chiave è
stato Matteo Salvatore. Sono andato a trovarlo a casa, allora
era ancora vivo, e così mi si è svelato tutto
un patrimonio di storie, narrate con abilità. Un grande
cantore vivente che con chitarra e voce era in grado di estrarre
dalla sua terra queste storie che risalivano al passato, storie
di sopraffazione, risalenti all’epoca fascista e ancora
più indietro, storie di terra. Poi ho preso dalla tradizione
tipica di Calitri, tutto questo giacimento di storie che sta
sotto i piedi e che ancora dentro ci si meraviglia. Ne ho
estratto i versi in italiano, in forma di ballata e di canzone,
dandole la forma che sentivo più propria. La prima
sessione di registrazione è stata molto scarna ed è
rimasta nascosta a lungo. Ma nascoste stanno le cose che vogliamo
proteggere. Questa musica ha lo stesso tempo della terra,
un tempo immobile in cui ho cercato di infilarmi dentro. Scrivendo
“Il paese dei Coppoloni” ancora più mi
sono calato in queste storie, nelle leggende come quella del
pumminale, della bestia del grano, del cane mannaro e altre,
dove la civiltà della terra trova collegamenti con
archetipi più arcaici che ci trasciniamo dentro.
Ho poi cercato di far fiorire in superficie agavi e cactus;
quindi cercando altre frontiere e altri legami con culture
diverse. Dalla frontiera del lupo, le vallate irpino lucane,
alla terra del coyote che ho sempre amato, come la terra tra
il Messico e la California, il deserto di Tucson, San Antonio
in Texas. Un territorio avventuroso in cui avventurarsi. C'è
anche una preziosa edizione in vinile, quattro vinili, quasi
mezzo chilo di roba!
Questo album è, in fondo, un’esaltazione del
dualismo: la polvere e l’ombra, due sessioni molto separate
di registrazioni, due culture, tra l’Irpinia e il West.
Ogni paese dell’Italia interna - le terre dell’osso
non lambite da mare o città, terre dove i paesi si
arroccano su dirupi quasi a difendersi dal mondo, circondati
da mari di argille e di terre e di notte - conosce questa
geografia dell’anima.
Ognuno di questi paesi è diviso in due lati, un lato
in luce e uno in ombra, un dualismo che compone un’unità
immobile. Ferma in un tempo circolare, che si ripete in eterno,
come il tempo della terra e delle stagioni.
Ognuno di questi paesi ha una contrada detta Cupa, un lato
meno battuto dal sole dove l’immaginario e l’inconscio
hanno ubicato le Leggende, e un lato riarso sul dorso della
terra, un lato chiarito dall’ordine del Lavoro. Un lato
di polvere e sudore.
"La canzoni della Cupa"
Sono
contento di liberarmi di questa creatura che se la lasciavo ancora
lì rischiava di essere un parto trigemellare. È un
disco che vale per tutto l'anno che dà spazio ai maestri
ma anche a voci che non hanno rilevanza. È un patrimonio
che ci appartiene profondamente, su cui la storia è passata
senza scalfirne l'animo.
I miei lavori non sono eccentrici, ma hanno come terreno comune
una verità di fondo che passa dal rebetiko ai marinai alla
cupa.
Penso a un disco come un'opera e non come un insieme di canzoni.
È normale che ci sia un traino, ma poi c'è tutto il
resto dell'opera che richiede tempo, pèrche bisogna penetrare
in questo mondo e bisogna lasciare che le canzoni abbiano il tempo
di agire. Sono canti che ricompongono un rapporto tra cielo e terra,
condizione in cui spesso stiamo sospesi incoscienti, inconsapevoli,
come sonnambuli. Che ci fanno ancora sentire freddo, emozione, desiderio,
paura, senso dell’avventura, euforia, lutto e morte. Che ci
dicono di appartenere a un mondo più vecchio di noi, a cui
la Storia cambia volto e superficie, ma che resiste, e ci ricorda
di essere solo uomini sulla terra nuda. Terra cupa sfuggita al cielo”.
Conferenza
stampa del 5 maggio 2016 al Diurno di Porta Venezia, Milano