Per ora
un film: "Nel paese dei Coppoloni", ma a marzo arrivano
"Le canzoni della Cupa"
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di
Giorgio
Maimone 29/10 - Vinicio
Capossela non appartiene al nostro tempo. Non è un
viandante dell'oggi, ma della memoria. Folle e geniale ad
un tempo, in miscele molto variabili e sempre molto instabili.
Una maionese che cerca di impazzire a ogni mescolata, a
ogni rullata di cucchiaio. Per spiegare il concetto che
gli ha ispirato il film “Nel paese dei Coppoloni”
tratto dal suo libro “Il paese dei Coppoloni”
(Feltrinelli) parla di “Heimat", parole tedesca
che significa patria, terra d'origine, terra madre: la parola
tedesca nel senso pieno di patria è “Vaterland"
ed è maschile. Heimat è femminile. “Matria",
potremmo tentare uno sfizioso neologismo.
Dice: "Io non voglio raccontare quella terra per quello
che è, ma per quello che sento. Non per conoscere,
ma per ri-conoscere". E noi, infatti ri-conosciamo
il percorso, lo applichiamo alla nostra terra d'origine
e la viviamo intensamente. Calitri è Macondo: è
una terra inventata e mitologica. L’Irpinia vista
attraverso gli occhi di un bambino e intessuta della stessa
meraviglia che solo i suoi occhi sanno e sapevano vedere.
I nomi dei territori sono puri accidenti, non vengono mai
identificati se non sotto forma di metafora (“Il paese
dell’eco”) e così pure le persone sono
solo "storto-nome", soprannomi, funzioni necessarie
per il racconto.
E il racconto è mito.
Così
vediamo la trebbiatura e lo sposalizio, la fine delle cerimonie
collettive: vediamo immagini di repertorio e immagini attuali
di un tempo senza tempo, che sembra sottratto direttamente
ai sogni dell’autore: paesini piccoli come presepi,
percorsi da sentieri, da stretti tratturi piastrellati o cementati,
vediamo la città dell’eco e la macchina volante
che prende vita da una vecchia mietietrebbia. Vediamo
le feste popolari e la gente che canta e balla, vediamo pezzi
di un concerto e lunghi viaggi in macchina, tramonti incendiati
e boschi misteriosi di notte. Storie raccontate in una cucina
e storie raccontate dal barbiere. Sentiamo parlare della “vraciola”
(almeno io ho capito così) e del sugo, alimenti che
cuociono tanto a lungo da perdere alla fine l’identità
dei prodotti originari per diventare qualcosa di nuovo, determinato
dalla fusione dei precedenti: come succede in un matrimonio
o meglio in uno sposalizio. Entrano due persone e ne esce
una coppia. Una tradizione locale che prevede che gli sposi,
mentre danzano, siano avvolti nelle stelle filanti da tutti
i commensali, rende bene questa similitudine. E il suo, il
suo, racconta Capossela, cuoceva così a lungo e profumava
così di buono, che da bambino sentivi quell’odore
e capivi che c’era qualcuno che ti voleva bene. Tutte
tracce sulla pista del mito. Ma non esaustive ancora. Vinicio
dice che vorrei arrivare a produrre un film western a Calitri,
"recitato in dialetto e con i sottotitoli in inglese”,
per rendere ancora più realistico il suo ricordo.
E le sue
musiche, i suoi pensieri, le immagini del film, i racconti
del libro si muovono in questo universo sospeso, tra animali
veri e immaginari. Ad esempio il Pumminale: "è
il vecchio e caro licantropo, il lupo mannaro. Chi nasce nella
notte di Natale, diventa lupo mannaro, perché è
stato troppo superbo a nascere nello stesso giorno del Signore.
Ma alla fine, invece che in lupo finisce trasformato in porco
maiale.
"La canzoni della Cupa"
Foglie
secche sul pianoforte, lamenti e urli musicali, fascino e fantasia.
Sospensione. Nel tempo e nel mondo. "Siamo tutti emigranti
del tempo, Non dello spazio". Mille cappelli diversi che tengono
a freno una calvizie incipiente e una montagna di idee. La natura,
il ballo e la cerimonia. Un mondo pagano. Senza Dei cattivi, ma
con la presenza concreta di demoni buoni. “Il video de Il
Pumminale” non è un videoclip, come ha detto il regista
Lech Kowalski (figura di culto della scena musicale underground)
ma un film di 12 minuti oppure una sonata in tre movimenti. Vinicio
tira fuori il blues della sua terra. Ricerca le forme archetipe
del discorso musicale tradizionale e lo travasa nel suo mondo immaginario
e sonoro con esiti che sono tutti da studiare. Dall'importanza del
mondo percussivo, alla voce sussurrata che suggerisce sogni sognati
o ancora da sognare, dalla notte come elemento narrante agli animali,
che grazie al loro nome, contengono più anima degli umani.
“Le Canzoni delle Cupa” usciranno a marzo e rappresenteranno
il nuovo album di Vinicio Capossela oltre che la colonna sonora
di “Nel paese dei Coppoloni”. Nel film le canzoni sono
appena gustate, assaporate, ma non digerite: solo quel tanto che
basta per dire che c’è tanto fuoco sotto la cenere.
Ci sono gli Sciamani nel bosco e i loro riti magici, c’è
il blues irpino che dardeggia sotto la cenere, ci sono parole, sogni
e musica in quantità. Difficile attendere due mesi ancora.