Crediti:
Tonino
Carotone, Max Manfredi, Mark Gartenberg,
Antonio Laino, Antonello MessinaPippo Pollina, Giuseppe Perna,
Pier Muccio, Davide Speranza, Rodolfo Guerra, Quartetto Estro
Armonico,
Fabrizio Falchetto x il suo omino di carta, Max Soldati x
la Cover,
Ilaria Bucchioni a Berlino, Jannis Zotos @ Bflat, Anna-Bianca
Crause,
Gisela Plonka, Luca Condorelli, Enrico Sigillo,Beate Biro,
Walter & Josef @ NeueWelt, Manuel Serantes per “Revoluciòn”,
Giorgio Maimone, Roberto Razzini, Isa Rizzi,
Giancarlo e tutti al CapeTown Cafè, Lory, Silvia Tancredi,
Marco Milani, Luca Gregotti, Maurizio Molgora,
Patrizia, Max e Benedetta, Studio Convertino
per le splendide grafiche di questi anni,
Piatino Pianoforti, per il piano di “Sirena”
a Gigi, Silvio e Fabio per avermi seguito ovunque, comunque.
Ad Alessandra, Alice e Giulio, per avermi aspettato sempre,
comunque.
Programmazioni di Gigi Rivetti e Fabrizio Consoli
Fiati Scritti da Pier Muccio
Archi scritti e orchestrati da Gigi Rivetti
Il Quartetto Estro Armonico è composto da
Ekaterina Reout, Violino
Mariella Sanvito, Violino
Elisabetta Danelli, Viola
Yurico Mikami, Violoncello
Assistenti di Produzione
Gigi Rivetti, Simone Corazzari, Silvio Centamore
Registrato tra il Dicembre 2013 e il Settembre 2014 al “Vicolo
Recording” di Milano
Batterie e Archi Registrati all’SC Studio di Cantù
da Fabrizio Consoli, Simone Corazzari, Silvio Centamore
Pianoforte di Sirena, Registrato nello showroom di Piatino
Pianoforti di Torino
Mixato nell’Ottobre 2014 da Dario Casillo e Fabrizio
Consoli
Masterizzato al River Record Studio da Franco Fiume
Fabrizio
Consoli
"10" SlowMusic - 2015 In tutti i negozi e negli stores digitali
Tracklist
01
Credo
02
La
cultura
03
Partir
04
La
fidanzata
05
Il
maestro (Premessa)
06
Sirena
07
Processione
08
Maria
09
L'innocenza
di Giuda
10
Il
maestro
11
Ultima
cena
12
Cuba
Libre
13
Credo
(Reprise)
Amo
Fabrizio Consoli. Se non ci fosse dovrebbero inventarlo. In primo
luogo perché è un acronimo: Consoli, ossia COme Negare
SOstanzialmente L’Immagine. Ma non è solo per questo
rifiuto delle liturgie canoniche dei cantautori che lo stimo. Lo
amo per il suo totale anacronismo. Cosa dire infatti di uno che,
al suo esordio, pubblica un album con 18 brani 18, di cui alcuni
solo piccoli abbozzi e li definisce da solo anacronismi. Oppure
di un cantautore che con due soli album all’attivo pubblica
un live di 12 brani? E infine cosa potremmo dire di chi, in pieno
2015, in epoca di singoli spinti e di morte del disco, esce con
un concept album e, per complicare le cose, quasi 50 anni dopo Fabrizio
De André, prende in esame un tema che, non a caso negli ultimi
50 anni non era stato toccato: i dieci comandamenti. Roba da far
tremare le vene ai polsi.
E invece Fabrizio II che ti fa? Prende le distanze da Fabrizio I
e ci aggiorna i comandamenti a oggi. Ma, attenzione, non si tratta
di ruvidi comandamenti, no. E’ meno, è più piccolo:
conscio della dimensione terrena e della piccola portata del messaggi
sono 10 suggerimenti, 10 sussurri, 10 bisbigli che potrebbero renderci
la strada migliore. Intanto già solo con l’ascolto
e poi, se oltre ad averli ascoltati saremo riusciti a capirli, avremo
materiali per nuove riflessioni.
Scrive
Fabrizio Consoli nelle note di presentazione del disco: “L'idea
per “10” mi ha colpito riflettendo su quello che,
nel tessuto di una società completamente diversa rispetto
anche solo a 30 anni fa, sembra non cambiare, i suoi bisogni primari,
i suoi valori, dichiarati o meno. Mi sono chiesto.. si è
sempre amato così? Si è sempre ucciso? Le menzogne,
pubbliche e private, sono sempre esistite? I cortigiani hanno
sempre rubato? Sì, certo. Ma cosa impedisce davvero, mi
sono chiesto, alla civiltà occidentale di degenerare in
un far-west ancor più evidente di quello che i media ci
restituiscono quotidianamente? I Dieci Comandamenti, ho pensato”.
Il pensiero magari è sbagliato, visto che la società
è ormai degenerata in un far west totale, ma il disco è
azzeccato.
I comandamenti non sono immediati da rintracciare,
ma aiutano le note in copertina, anche perché l’ordine
delle canzoni non è quello dei comandamenti, ma quello
del piacere dell’ascolto. Si inizia tuttavia con ordine:
“Credo”, ossia “Non
nominare il nome di Dio invano”: "Credo negli ultimi
e nei primi / E che ogni fiore sia un messaggio dall’eterno
/ Credo in chi ha fatto il suo viaggio / Avanti e indietro dall’inferno
/ E ora può dir se ci fa caldo/ Credo al finito,
e all’infinito / Ma non saprei quale dei due porto con me
/ Che ci stia il cielo in una stanza / E credo che un po’
di speranza in tasca male non farà".
“Proprio lo sviluppo esponenziale dei mezzi di comunicazione
– spiega ancora Fabrizio - e le infinite possibilità
che ne conseguono, ha fatto sì che, nel volgere di pochi
anni, il pianeta sia diventato più piccolo di quanto sia
mai stato e, mai come oggi, riconoscendo la forza dei princìpi
fondanti dei Comandamenti, sento, vivo, il bisogno di una rilettura,
una traduzione contemporanea- oggi diremmo un upgrade, di tutti
i valori che ci hanno guidati fin qui.. Un nuovo inizio, che oltre
a un cambiamento di rotta necessario indichi, a tutti noi, una
direzione più sostenibile. Certo, "10"
(che originariamente si chiamava Ten Whispers - NdR)
è soltanto un disco di musica leggera e forse, più
che a quello in cui credo, a me è servito a capire quello
in cui non credo.. ma anche a cosa sono dovute le mie paure, rispetto
al futuro dei miei figli, e a quello di cui veramente, nel mondo,
e nel tempo in cui ho la fortuna di vivere e operare, sento la
mancanza”.
Quale la forma musicale scelta? De André a suo tempo era
andato a sua volta sul concept album per narrare “La buona
novella”, all’interno della quale si trova “Il
testamento di Tito”, la canzone da lui dedicata ai 10 comandamenti.
Il Fabrizio contemporaneo ha una lettura ancora più laica
ed aliena dai topos del mondo cattolico: non trovate Madonne o
Santi qua dentro, ma uomini, anzi, un uomo in particolare che
fa i conti, ma dei conti molto pacati, con la sua ansia di infinito.
Il vestito musicale è vario e sfaccettato: si passa da
atmosfere sudamericane, al cantautorato più classico, a
qualche spezie di progressive, alle fughe di tromba morriconiane
(che in realtà qui riportano più direttamente alle
atmosfere di un altro capolavoro deandreiano: “Tutti morimmo
a stento”). Il divino? No, non lo trovo qua dentro, ma trovo
l’umano e tutta quella parte di divino che l’essere
umano porta dentro di sé. E'
un disco lungo, quasi 54 minuti, ma che passano in un attimo,
nell'alternanza dei ritmi e delle canzoni, dove è tutto
un fiorire di citazioni, dai testi alle musiche: da De André
a Pessoa, dai Pink Floyd ai Cure. Due ospiti: Tonino Carotone
in "Credo" e Max Manfredi, ai testi ne "L'innocenza
di Giuda".
Scivoliamo
brano per brano, sfogliamo i comandamenti come una margherita
e vediamo dove ci portano. “La cultura”
è assimilata a “Non uccidere”, nel senso di
non danneggiare la propria cultura. Vediamo cosa sostiene Fabrizio:
“La cultura è una parola ambigua / Che non ha
“niente a che vedere con” / E fra tutte le parole
ambigue / È quella che più nutre sanguisughe / Spacciata
agli angoli delle vie / Ti costerà un’elemosina /
Ma la cultura è una parola grassa / Se la sfiori ti macchierà”.
Una manifestazione di sfiducia verso quello che la cultura è
ed è diventata, al servizio di un tango. Non necessariamente
si deve essere d’accordo con Fabrizio, ma converrebbe sempre
meditare. Siamo caduti così in basso? Una cultura che muore
è una civiltà che muore.
Ok, ok, non abbonda di ottimismo questo “10”,
ma si parla di comandamenti, imperativi morali, cose da niente,
che chiunque potrebbe mettere in un disco. E allora perché
non lo fanno? Perché non ce la fanno. Eppure se ne può
anche sorridere, come qua e là capita. Ma non è
il caso di “Partir”, il
terzo brano, uno dei vertici dell’album, dedicato al decimo
comandamento: “Non desiderare la roba d’altri”.
“Partir, senza aver niente da dire / Senza aver niente
da fare / Niente da perdere / Partir senza valigia e biglietto,
/ Per questo piccolo mondo / Sempre più stretto / Partir,
una domenica mattina che c’è il sole / Col cuore
gonfio che si perde le parole / Che viene a piovere / Partir,
sentirsi liberi di credersi liberi”. Si parte perché
si desidera prendere la roba degli altri: le università
inglesi per gli italiani, il “benessere” italiano
per gli emigranti dall’Africa oppure la favolosa “America”
dei nostri nonni. "Partir, sentir le mani indurire /
E all’improvviso fissare la strada e cercare un motivo /
Partir, e un motivo non c’è / Un motivo non c’è”.
Il risveglio è il peggiore degli incubi alla fine di un
viaggio. Il brano è arioso e ben scritto, con una lunga
coda musicale, superiore al minuto, scandita dalla tromba. Un
brano in crescendo che non può non coinvolgere.
Passiamo oltre e arriviamo a scoprire un’altra piccola perla:
“La fidanzata”. E qui vi
sfido: quale comandamento mai potrebbe coprire un brano dal titolo
“La fidanzata”? “Non commettere atti impuri”,
penserete e invece è “Non dire falsa testimonianza”.
Il passaggio è un po’ più lungo e c’è
bisogno di una spiegazione. “Girlfriend in a coma”
è un film documentario realizzato nel 2012 da Bill Emmott
(ex direttore della rivista britannica The Economist) e da Annalisa
Piras che prende lo spunto da un brano degli anni ’80 degli
Smiths: la fidanzata in coma è l’Italia sotto il
tallone di Berlusconi. Fabrizio Consoli ha scelto di fare un brano
politico, ma travestendolo da fiesta latino americana e su questo
testo ne ha fatto un video che spiega meglio del solo testo il
tema in discussione: sulla falsa testimonianza, una volta fatto
il nome di Berlusconi, non serve dire altro. “E che
si fa../ Bella addormentata, bella ciao / Ah, che sarà
/ Ahi mamà è una fidanzata in coma / E chissà,
chissà mai quando si sveglierà”. Una
chicca.
Acceleriamo per non finire fuori giri: “Il maestro”,
suddivisa in due parti, una premessa e uno svolgimento, è
quasi un country tex mex nella prima parte che si trasforma in
tutt’altro nel brano principale. Si riferisce al comandamento
“Non avrai altro Dio all’infuori di me”, ma
parla di padri e figli: “Quando chiesi a mio padre di
insegnarmi la vita / La sua voce graffiava come carta vetrata
/ Rispose: “mio capitano, l’acqua la insegni la sete
/ E a esser liberi insegni la catena e la rete / La fiducia la
insegni la strada, la speranza la sera / Ma a insegnare l’assenza
non rimanga nessuno”. D’altra parte Dio è
padre onnipotente …
“Sirena”, siamo a metà
album è un altro pezzo forte: l’inizio sembra una
canzone di GianMaria Testa, per dire l’intensità.
“Non desiderare la donna d’altri”, perché
Sirena se n’è andata: è il testo più
bello e più intensamente poetico. Forse il più bello
che abbia mai scritto Consoli: “Lei era lì fra
le cosce del sole / La coda di pesce la lingua di miele / Io ero
solo un bambino crudele / La faccia di pietra, spaccata dal sale
… Un bicchiere per ogni tipo di sete / Perché ogni
anima cerca soltanto di romper la rete / Son rimasto a sfogliare
il quaderno senza scriverci niente / Lei lo guardò, e le
tornarono in mente / Quella faccia di vento, le acque limpide
e chiare / Da lì la bellezza era un rumore distante / E
sentì nelle vene, forte, il canto del mare / Amore, Amore
/ Non chieder perché resto qui a spettinare la spiaggia
/ A far cadere i tramonti uno ad uno / Come farfalle ubriache,
come gocce di pioggia, / A tener chiuso un enorme futuro in valigia”.
Una brevissima “Processione”
riprende il tema del Credo e introduce a “Maria”
e al comandamento “Onora il padre e la madre” e qui
Fabrizio compie un’altra inversione. Se è vero che
bisogna onorare il padre e la madre, è altrettanto vero
che bisogna onorare e rispettare i figli: “Maria, che
non si fa baciare / Maria con le ali sporche, tutti i giorni /
Però ci prova, vuol volare / Mai più le risa di
cristallo / Baci Corallo.. E tutto quel cielo.. / Maria, che a
me sembra già grande / Lo vedi che si perde tra i pensieri
/ E a volte non risponde / Lo so, lo so meglio aspettarla fuori
/ Girato l’angolo dei miei errori”. Se prima
abbiamo citato GianMaria Testa, qui (e altrove) ci viene in mente
Enzo Jannacci nei suoi due registri: quello tragico e riflessivo
e quello caciarone e di battaglia: il “baccan rock”,
come lo definisce Consoli.
“L’innocenza di Giuda”
copre il “Ricordati di santificare le feste”, ma qui
devo confessare di perdermici un poco dentro a un testo troppo
involuto e criptico. Sono 6’04” di libere evoluzioni
e di parole su un’elegante accompagnamento di piano, dove
la tromba svolge il ruolo solista con la solita classe, ma se
anche tutti gli ingredienti sono giusti, il soufflé tarda
a lievitare. Della ripresa del Maestro abbiamo già parlato,
quindi c’è “L’ultima cena”
che sarebbe il famoso “Non commettere atti impuri”,
“ma l’amore – scrive Fabrizio –
per definizione non è mai impuro. Altrimenti non sarebbe
amore”, tuttavia per parlare di un amore Consoli sceglie
una prospettiva inusueta, dalla fine. “Sfamami, della
tua fame, sfamami / Come se fosse un ultima cena per noi / E resti
del tuo seno sfacciato com’è / Un sapore d’oblio
/ Clandestino, e d’addio … Proteggimi da tutto ciò
che desidero / E noi due, siamo molto di più / E bacia,
senza zucchero inutile / Perché ho fame di te mentre tu
/ Hai solo morsi per me”. Ancora Jannacci come eco,
ma pure Tenco sotto pelle per una malinconica canzone d’amore.
Con “Cuba libre” sfioriamo
temi politici e parliamo di “Non rubare”, che deve
essere inteso, in questo caso come “non permettere che ti
saccheggino i sogni”. "Comandante com'è
bella Santa Clara / Una Guajira fra le braccia della sierra /
E una radio che suonava nella notte / La sua voce che cantava
/ “Patria o Muerte!” / Cuba Libre / Era un onda che
saliva, Cuba Libre / E non bastava per sentirsi un po' più
Libre / Tra la gente che gridava Cuba Libre, Libre...”
E al grido di “Viva la Revolucion!” siamo tutti sulla
spiaggia a cantare assieme e a festeggiare Cuba Libre con un altro
Cuba Libre in mano. Gioia di vivere, gioia di ricordare, bella
musica che fa muovere le gambe. Che dire? Per noi che abbiamo
vissuto gli anni di Guevare e di Castro resta un richiamo che
vale bene un peccato capitale!
Siamo alla fine del nostro lungo percorso: abbiamo sofferto, abbiamo
pianto, abbiamo riso, abbiamo vissuto, siamo pronti per l’assoluzione
o la condanna. Per il giudizio finale insomma. E’ per questo
che ci sta bene il “Credo (reprise)”
per tirare i remi in barca: “Credo / All’eleganza
della pioggia / All’innocenza di ogni goccia / A quel che
brucia nei tuoi occhi / nel buon senso degli scacchi / Alle città
che non conosco / Credo alla pace di ogni bosco / All’esattezza
delle foglie / A queste e ad altre meraviglie / Credo / Nel vino
buono fermo e vecchio / Credo al bugiardo nel mio specchio / Che
ogni sorriso sia geniale / Perché non ce n’è
uno uguale / Credo che in abito da sera o nuda / La verità
sia vera / E che sarò sempre curioso / Come un bambino
ad una fiera”. Non avrei altro da aggiungere, se non
riportare una frase dalla presentazione di Fabrizio: “Non
ho risposte da fornire, solo storie da raccontare. Com'è
possibile, allora, immaginare una così velleitaria rilettura,
seppur laica, di ciò che ha fatto da collante alla storia
di intere generazioni in così diverse epoche e società
umane? L'unica risposta che sono stato in grado di darmi, e che
mi ha in qualche modo incoraggiato, è che, sebbene io vada
cautamente fiero del mio agnosticismo, so che questo non vuole
assolutamente dire non avere fede...”
Abbiate fede: “10” non contiene esercizi
spirituali, non contiene il trascendente, ma soprattutto l’immanente,
quella scintilla di meraviglioso che arde dentro di noi e che,
in alcuni, si trasforma in canzoni, meravigliose canzoni.