| Mo’
so’ forti questi celti
di Erica Arosio
Un problema di consapevolezza: se una va a vedere
un film (americano) che si intitola Pompei e sa che il regista
è lo stesso di "Mortal Kombat" e "Resident
Evil" non è che poi possa lamentarsi. Infatti,
me ne sto buona buona a ammirarmi la Grande Storia rifatta
al computer, la piana di Pompei e il Vesuvio, con decine di
comparse degne delle ricostruzioni televisive di Piero Angela.
Penso a Ben Hur che era un filmone, penso al Gladiatore così
irruentemente muscolare, penso… Penso a quello che ho
studiato e mi viene una gran tristezza a sentire le conversazioni
sotto il vulcano scritte con un linguaggio da soap opera.
Ma come parlano questi romani? Forse però l’aspetto
più insostenibile è la colonna sonora, da gran
finale strombazzato fin dai titoli di testa, così che
quando arrivi a quelli di cosa sei esausta a forza di marce
trionfali. Il celta, lo schiavo della Britannia costretto
ai combattimenti da circo, che si innamora della bella figliola
di un mercante di Pompei, è un prestante figliolo.
Ma non basta a salvare il film. Non ce la facciamo a seguire
col batticuore il loro amore, anche se è una relazione
sentimentale in circostanze estreme che ci fa guardare con
rinnovato ottimismo ai nostri insignificanti problemucci di
cuore. La chiudo qui. Sono uscita dalla sala con una gran
voglia di rileggermi… che so? Tacito? Catullo? Guarda,
persino quel noiosone di Cicerone. E forse questo è
un buon risultato.
Le
frasi:
Perché vederlo : vederlo? |