| Un
loser al Greenwich Village
di Erica Arosio
Llewyn Davis non è mai esistito, ma avrebbe
potuto, infatti assomiglia moltissimo a Dave Van Ronk alla
cui autobiografia i Coen si sono ispirati per il loro film,
ma così liberamente da aver cambiato persino il nome
del protagonista. In una delle prime scene, Davis, ospitato
nella casa di uno dei numerosi radical all’epoca (1961)
avvezzi a aiutare gli artisti più marginali, scuote
la testa rigirandosi fra le mani un lp di uno dei tanti gruppi
pop che spopolavano alla radio.
Lui sta proprio su un’altra barricata, e lo rivendica
orgoglioso quel suo appartenere a una minoranza: ebreo, senza
soldi, una famiglia della classe operaia alle spalle, più
o meno comunista e la certezza che la vita non gli sorriderà
mai. Lontano da Bob Dylan e da tutto il successo che arriderà
alla musica folk, Davis si ritaglia un posto neanche di secondo
piano nella galleria di perdenti a cui si dedicano da sempre
i fratelli Coen.
Davis ha un nome gallese come Dylan e come Phil Ochs dorme
sui divani degli amici che lo ospitano. Gira portandosi appresso
una borsa con due vestiti e la chitarra, anzi spesso gli resta
solo la chitarra, a volte (per tutta la prima parte del film)
anche un bel gattone rosso pretesto per gag degne della miglior
tradizione yiddish. Il mondo in cui cerca di farsi conoscere
non ha niente a che vedere con la rivoluzione musicale che
sarebbe arrivata più tardi, complici Bob Dylan e Joan
Baez. Llewyn è un loser, un profeta arrivato troppo
presto, perché nel 1961 solo i migliori sognavano la
rivolta, o, semplicemente, la libertà se non del nuovo,
almeno quella di scrollarsi di dosso il vecchio. Il mondo
sta cambiando, ma nessuno ancora se n’è accorto
e anche nelle cantine del Greenwich ci si accontenta delle
melodie mielose degli anni Cinquanta, note effimere color
pastello come i maglioncini che tutti indossano. Llewyn Davis
è già oltre, oltre il conformismo dell’epoca,
oltre il moralismo (gran parte dei suoi pochi soldi finiscono
nelle tasche di un medico che pratica aborti, perché
il nostro Llewyn anche con le donne sembra destinato solo
ai gran pasticci).
Un film a colori che sembra in bianco e nero
Davis è oltre la mistica della famiglia perfetta, oltre
l’american way of life e mille miglia lontano da Eisenhower.
Assomiglia a Dave Van Ronk e canta canzoni che a lui sarebbero
piaciute. La leggerezza del pop lo disturba, ma non lo osteggia:
non è un combattente. Quando incrocia qualche canzonetta,
mite, si fa da parte. L’America, anche quella dei bar
e delle cantine, non è ancora pronta per il blues,
e neppure per le canzoni che respirano la malinconia rabbiosa
delle ballate operaie. Insomma, Llewyn Davis è un pioniere,
destinato a non raccogliere i frutti delle sue fatiche perché
saranno quelli come Bob Dylan a esserne avvantaggiati.
Il film dei Coen è a colori, ma chissà perché
quando ci ripensi vedi a colori solo il bel gattone rosso
che lui si porta in braccio. Tutto il resto, a cominciare
dagli occhi di velluto del protagonista, ti resta nella memoria
in bianco e nero. Color dell’asfalto come le notti passate
in macchina sotto la pioggia durante un viaggio a Chicago
da un manager che gli proporrà di suonare con i ragazzi
di successo (ovvio che Llewyn rifiuterà, la musica
per lui è missione e passione, non un mestiere per
far quattrini, tanti o pochi che siano).
In bianco e nero sono i vicoli dove viene aggredito, nera
la custodia della sua chitarra, color petrolio il cielo impregnato
di pioggia. Traboccante malinconia, un film dolce ma non sdolcinato,
una passeggiata nella memoria dei due registi che film dopo
film completano il puzzle del loro passato. Le canzoni non
sono Dylan, è vero, ma si fanno ascoltare, suvvia.
E alla fine pensi che se i perdenti non possono trasformarsi
in vincitori, possono forse diventare qualche volta eroi piccoli
piccoli di cui val la pena raccontare la storia.
Le
frasi: "Pensi di stare qui stanotte?”
“Lo speravo” “Non teniamo il divano libero
casomai ti presentassi” (Davis – Oscar Isaac e
Jean- Carey Mulligan)
“Come ti va ragazzo?” “Fa freddo e non ho
nemmeno un cappotto” “Oh… prendi questo!”
(Davis – Oscar Isaac e il suo agente)
“Questo non è il nostro gatto!” “Certo
che è il vostro gatto!” “Non è nemmeno
un maschio!”
(Davis – Oscar Isaac e Lilian - Robin Bartlett, una
delle amiche che presta il divano)
Perché
vederlo : per immergersi nel lato più triste
degli anni Sessanta, perché un film dei fratelli Coen
non va mai perso. |