| Frammenti
di esperienze d’amorosi sensi
di Erica Arosio
Agli antipodi dalla fantascienza apocalittica, Spike
Jonze ci regala un futuro intimista, per certi versi utopico,
dove, nelle rassicurante scenografia di una metropoli dai
colori e dalle architetture morbide, si consuma un amore.
Struggente, come ogni passione degna di questo nome, anche
se “lei” è SOLO “la voce sintetica
di un sistema operativo di ultima generazione”. Frammenti
di discorsi amorosi che, sospesi fra siti porno e videogame,
alla fine scelgono la strada senza tempo della poesia. Un
colpo al cuore.
Una scommessa che solo un artista ostile a ogni convenzione
e avvezzo allo sperimentale poteva vincere. Un apologo sull’amore
travestito da film di fantascienza. Un mélo ai tempi
del Web. Un film indefinibile, perché proprio dall’assolutamente
nuovo prende le mosse l’autore-sceneggiatore-regista.
L’idea di “Lei” viene a Spike Jonze quando,
una decina d’anni fa, si incuriosisce per un nuovo sistema
di messaggistica istantanea che consentiva di chattare con
un’intelligenza artificiale. Una voce rispondeva a tono
riuscendo a simulare una vera conversazione.
Ora, provate a isolare ogni termine delle righe precedenti
e retrodatarlo a vent’anni indietro: nessuno avrebbe
capito di cosa stavate parlando. Perché davvero oggi
viviamo in un mondo sorprendente che apre inimmaginabili scenari
che stanno plasmando le nostre emozioni, facendoci sentire
di carne tante, troppe suggestioni virtuali, dalle chat, alle
immagini, ai videogame, rendendo sempre più difficile
la distinzione fra il mondo reale e l’altro, quello
che non ha cellule vive ma solo pixel generati da un sistema
matematico.
Ed ora arriviamo al film e allo spettatore che si trova davanti
una storia che risulta difficile, persino respingente per
chi non è nato assieme ai computer e continua ad essere
affezionato al reale, insofferente a tutte (diciamo molte..)
sovrastrutture virtuali.
La carne, il sangue
Theodore (Jaoquin Phoenix) per campare scrive lettere per
chi ha disimparato a farlo, missive traboccanti poesia e romanticismo.
Nella vita privata sta facendo i conti con la fine di un matrimonio
e del legame con una donna molto amata. Come tutti, cerca
di uscirne. Gli amici non gli bastano e neppure il lavoro,
tantomeno gli viene in aiuto la rozzezza dei siti porno o
gli appuntamenti al buio che gli procurano gli amici. Inaspettatamente
la soluzione si rivela una voce. Solo una voce, ma più
rotonda e seducente di qualunque altra donna in curve e anima.
E non solo perché appartiene a Scarlett Johansson che
la carica di vibrazioni sensuali, ma perché questa
“sintesi avanzata di programmazione operativa”
sa evolversi, si adegua all’interlocutore, si dimostra
intelligente, spiritosa, e via via sempre più indispensabile.
I due, l’uomo e la voce con un cuore, iniziano una relazione
vera e propria che assume progressivamente i contorni di un
vero amore, scontrandosi con le stesse difficoltà,
gelosie, entusiasmi e incomprensioni. Theodore tiene il telefono
nel taschino con l’obiettivo puntato al mondo e l’auricolare
ormai protesi perennemente all’orecchio, lei, Samantha,
guarda, impara, commenta, emoziona, ama, si ritaglia una sua
indipendenza. In questa coppia sghemba succede quel che accade
in ogni relazione che si rispetti: ci si conosce e quindi
si cambia. Non sempre e non necessariamente nella stessa direzione.
Si litiga, ci si riconcilia, si soffre fino a percepire la
ferita della passione che sfuma per non più ricomporsi.
Film sul solipsismo sentimentale contemporaneo, rivoluzionario
nel suo scombinare ogni certezza e nel mettere all’indice
ogni rigidità, fa digerire allo spettatore ogni esasperazione
dell’assunto iniziale, rendendo credibile tutti i corollari,
arrivando a convincerci che anche l’io virtuale generato
dal sofisticato sistema operativo non solo può arrivare
all’orgasmo ma riesce anche a goderci assai. Le vie
delle relazioni sono infinite, negli anni dell’avanzamento
della tecnologia ancor di più, ci racconta Spike Jonze.
La forza di “Lei” risiede però in gran
parte nel suo ancoramento al passato, nel disperato romanticismo
e in una soffusa malinconia di antica memoria. Più
melo che fantascienza, ci fa inchinare di fronte alla bravura
di Scarlett Johansson (ma anche Micaela Ramazzotti nella versione
italiana non è niente male) e a quella di Joaquin Phoenix,
sullo schermo da solo per la maggior parte del tempo, impegnato
in una gamma sconfinata di espressioni e emozioni, con un
cellulare come unico contraltare. C’est l’amour.
Le
frasi: "A un tratto è arrivata una luce
abbagliante che mi ha svegliato: eri tu” (da una delle
lettere d’amore che Theodore-Joaquin Phoenix scrive
per lavoro)
“Si tratta di un’entità intuitiva che ti
ascolta e ti capisce” (così il venditore –
voce di computer – definisce Samantha)
“Sei solo una voce di computer” “Questa
è la limitata prospettiva di una mente non artificiale”
(dialogo fra Theodore-Joaquin Phoenix e Samantha)
“Non riesco neanche a scegliere fra i videogame e i
siti porno” (Theodore-Joaquin Phoenix)
“Sto andando molto oltre quello per cui ero stata programmata”
(Samantha)
“Queste sensazioni sono reali o programmate? Non lo
so e questo mi fa stare male” (Samantha)
“Tu per me sei reale” (Theodore-Joaquin Phoenix
a Samantha)
“Mi hai fatto scoprire la mia capacità di volere”
(Samantha)
“Vivo dentro un computer: non ho scelta. E’ la
mia casa” (Samantha)
“Io dico che chiunque si innamora è un disperato.
E’ una forma di follia socialmente accettata”
(Amy – Amy Adams)
“Il cuore non è una macchina che si riempie.
Più ami e più si espande” (Samantha)
Perché
vederlo: perché va alle radici dell’amore
inventando una sintesi poetica di sentimenti antichi che si
fanno largo e sopravvivono anche spintonati dai pixel.
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