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Roberto Kunstler: "Mentre"
La ricerca di un dio defilato e incerto
di Alberto Marchetti
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Roberto Kunstler
"Mentre"

Universal -2013
In qualche negozio di dischi

Tracklist

01 Mentre
02

Se c'è l'amore

03 Le bianche cattedrali dell’inverno
04 Ballata dell’insensata ora
05 Il mio caro avvocato del diavolo
06 Non piangere Gino
07 Il vento cambia
08 La luce viene sempre da est
09

Le navi perdute

10 Mentre (con Asia Argento)
Arriva nel 2013 il sesto album di Roberto Kunstler, uno dei migliori autori di questi anni dannati e, malgrado ciò, ancora in attesa di un riconoscimento di merito e valore che non gli è venuto nemmeno dagli addetti ai lavori, nemmeno di fronte agli sterili e spesso sconcertanti risultati artistici di gran parte delle produzioni della penisola. Ed è sorprendente vista la costante eccellenza dei brani, l’equilibrio armonico tra testi e musiche, la profondità poetica e l’impatto emotivo che caratterizzano le sue canzoni.

Dagli anni 70, dal Folk Studio di anni ancora floridi, da brani di chiara derivazione dylaniata (il suo vecchio brano “Torri di Guardia” era un evidente adattamento di “All Along the Watchtower”), Kunstler ha continuato a comporre i suoi quadri musicali in coerente evoluzione, sempre attento a un mondo via via più disagevole e a quelle contorsioni dell’animo provocate da un impossibile adattamento a realtà sempre più astruse e disumane, senza raccogliere però quel consenso che tante sue splendide canzoni avrebbero meritato.

La musica gli ha dato ricompense indirette con il successo di Sergio Cammariere, amico e solidale artistico, di Roberto sono infatti tutti i testi e qualche musica di tutti gli album del pianista, anche questo però non giovando affatto alla sua visibilità. Il libro “Primo Treno” è ugualmente disponibile e consente una esegesi completa della poetica del nostro, presenti anche testi di canzoni. “Mentre”, un concept in tredici episodi composti negli ultimi anni, è un inno all’amore idealmente desiderato e mai completamente vissuto, disegna il ritratto di un uomo in viaggio, dalla sfuggente meta, che tenta di descrivere l’accidentato e incerto percorso tra le disagevoli estraneità del tempo e la superficialità degli incontri, tra la visione appannata del paesaggio e la plumbea prospettiva di città perdute e senza anima.

E’ l’uomo critico il protagonista di ogni singola tappa, con le contraddizioni, le malinconie, la ricerca di un dio defilato e incerto, le assenze ingombranti e le presenze inopportune, la voglia di capire e l’incapacità di adattamento a un mondo che si allontana, la coscienza di un tempo liquido e senza appigli che scorre via senza comprensione intorno, la difficoltà dei rapporti nella frenesia dei giorni, il male di vivere.



Apre il brano omonimo, presente una seconda volta per il contributo di Asia Argento, una ritmica marcia che denuncia già la filosofica delusione dell’umano smaniare senza scopo, di una osservazione che non trova degne visioni tra “uomini e santi dal profilo basso”. “Se c’è l’amore”, lenta e malinconica ballata, lascia al sentimento il tentativo di senso perché “niente può fermare il tempo / ogni secondo ha in sé il riflesso di un millennio”.

Le bianche cattedrali dell’inverno” di ternaria dolcezza, tra ricordi di giovanili entusiasmi e sogni cristallizzati, sempre con il cuore comunque all’erta, perché “c'è sempre una speranza di riserva / e un desiderio a volte che si avvera / tra i viali freddi e spogli di gennaio / e i fiori gialli della primavera”. Torna la desolazione di Dylan nell’armonica della “Ballata dell’insensata ora”, quella che “fa di un uomo del suo re lo schiavo / mentre ciascuno è del suo sé padrone… / …colma di un vuoto che riempie il mondo / passano gli anni e tutto va in malora / solo rovine e croci sullo sfondo, / qui dove il senso della vita è amore / e nel cercarlo si corrompe il tempo, / passano in fretta le stagioni nuove / e sulla strada soffia ancora il vento…”

Il mio caro avvocato del diavolo” è la coscienza di essere degli spostati, mentre il mondo-mercato non ha più bisogno di artisti, perché “sai che non c’è più bisogno di me / di quanto ce n’è sempre stato, / di un poeta che parla d’amore e di un dio / che la scienza non ha mai provato”.

A “Non piangere Gino” segue la terzinata “Il vento cambia”, sull’impossibilità di fermare l’attimo fuggente in mezzo a questo spreco della velocità: “Mio giovane scienziato / amico mio pittore / in quanti abbiam’ cercato di fermare / le fragili promesse / i sogni dell’amore /nell’iconografia di un ideale. / Ma prima che tu te ne renda conto / il vento cambia e sta cambiando il mondo…”

Chiudono “La luce viene sempre da est” e “Le navi perdute”, un valzer lento di fisarmonica e piano, sul mare dell’incerto, tra nazioni alla deriva, alla ricerca di una inutile spiegazione lì, “dove il male ora cresce e giustizia non c’è / dove tutto si può cancellare / dove il vero si perde e non resta un granché / che qualcuno potrà raccontare…”

Roberto questo mare di illusioni ce lo racconta invece, tra tecnologia illusoria e affannate ore, mentre la radio asservita continua a proporre la falsa allegria di questo tempo che non è nemmeno un vuoto a rendere, mentre crescono colline di rifiuti in mezzo alla gente che si rifiuta di vedere e spera di vivere davvero chattando con l’iphone.

Ultimo aggiornamento: 25-11-2013