Cesare Basile
Sette pietre per tenere il diavolo a bada
Cesare Basile
Storia di Caino
Cesare Basile
Hellequin song
Cesare Basile
Gran Calavera elettrica
Micol Martinez
Copenhagen
Nada
Tutto l'amore che posso
Crediti:
Cesare Basile: voce, chitarra, banjo, ukulele
Massimo Ferrarotto: percussioni
Luca Recchia: basso
Rodrigo D'Erasmo: violino
Enrico Gabrielli: fiati
Andrea “Fish” Pesce: pianoforte
Marcello Caudullo: chitarra elettrica
Marco Iacampo: voce
Testi e musiche di Cesare Basile
Tranne "Canzuni Addinucchiata" scritta con Dina
Basso
Registrato e missato a Zen Arcade - Catania da Guido Andreani.
Settembre 2012
Prodotto da Cesare Basile
Assistente di studio: Sebastiano D'Amico
Tecnico del suono: Guido Andreani
Masterizzato a Elettroformati - Milano da Alessandro Gengi
Di Guglielmo
Artwork e copertina di Monica Saso “Orwell Comunicazione”
Cesare
Basile
"Cesare Basile" Urtovox - 2013 Nei migliori negozi di dischi
o su web
Tracklist
01
Introduzione
e sfida
02
Parangelia
03
Canzuni
addinucchiata
04
Nunzio
e la libertà
05
Maliritta
carni
06
Minni
spartuti
07
L'orvu
08
Caminanti
09
Lettera
di Woody Guthrie al giudice Thayer
10
Sotto
i colpi di mezzi favori
“Vinni
a cantari e cantaturi sugnu
annintuvatu pri tuttu lu regnu
di quantu cantaturi chi ci sunnu
tutti custritti 'nta un pugnu li tegnu
quannu cantu cu tia nun mi cunfunnu
suddu canti cu mia cci ha' aviri 'mpegnu
cantami zoccu voi ca t'arrispunnu
d'amuri, gilusia, spartenza e sdegnu”
Così
si apre, dopo una lunga introduzione di chitarra acustica e una
fase di transizione costituita da ripetitive e ostinate percussioni
intrecciate a ricami di violino, questo nuovo album di Cesare
Basile.
E’
chiaramente un’aperta dichiarazione d’intenti cantata
con voce tagliente e che non lascia spazio all’immaginazione,
s’intuisce da subito che sarà un viaggio tra lacrime
e sangue, tra amore e morte, tra padroni e sfruttati, ancora una
volta saranno proprio gli afflitti, i veri protagonisti di queste
storie. Questi afflitti forse non saranno beati come nel famoso
discorso della montagna, ma ne usciranno a testa alta, con lo
sguardo fiero rivolto sempre verso la libertà.
Il disco,
questa volta, non ha un titolo evocativo ma s’intitola,
per una volta, semplicemente “Cesare Basile”, ma non
è certo una scelta di ripiego o una mancanza di vena creativa
ad aver portato l’artista catanese a questa scelta, si tratta
piuttosto il tentativo di rendere ancora più tangibile
la piena aderenza tra quanto è cantato e quanto è
stato pensato in fase di stesura da Cesare. E’ senza dubbio
il “suo” disco per eccellenza, direi il disco "siciliano"
di Cesare Basile, non solo per il fatto di aver utilizzato il
suo dialetto per la maggior parte delle canzoni, ma perché
queste sue canzoni, anche quelle in italiano, sono pregne della
sua Sicilia.
Cesare Basile
è da un po’ che ha lasciato Milano per seguire l’Arsenale,
una libera federazione di musicisti, di arti e di mestieri, che
vede nel territorio siciliano un luogo di rinascita febbrile di
attività, di pensieri, di scambi culturali tesi a rifuggire
ogni tentazione di abbandonare questa terra arsa e impoverita
anche culturalmente, cercando invece di farla rinascere partendo
proprio dalla cultura intesa, una volta tanto, come risorsa e
non come una voce di spesa.
E’
quindi tornato a Catania, diventando protagonista con altri compagni
di lotta, dell’occupazione e riapertura di un cantiere che
era in abbandono, con l’intento di riqualificare, come luogo
di produzione e formazione culturale, una parte dell’area
dell’ex Teatro Coppola. Tutto
ciò solo per cercare di inquadrare quest’opera nel
suo humus, perché direi che questo disco è come
quei vini di qualità che risentono al 100% del terroir
da cui nascono. Lo
stile di Basile in questo disco è sempre più scevro
da contaminazioni e legami, direi anzi che ormai segue le proprie
orme infischiandosene altamente di mode e costumi.
Provate ad
ascoltare “Parangelia” e
ve ne renderete immediatamente conto, la canzone è dedicata
a Katerina Gogou, poetessa anarchica greca morta suicida nel 1993
all’età di cinquantatre anni e protagonista nel 1980
del film “The order” (Parangelia) di Pavlos Tassios
in cui è ricostruita la vita di Nikos Koemtzis che nel
febbraio del 1973 (appena uscito dal carcere dopo aver scontato
una pena per furto) si trovava in un locale a bere con il fratello,
quando quest'ultimo decise di farsi uno Zeibekiko (una danza dell’Asia
Minore che si balla in forma di assolo) come consuetudine, "ordinò"
la sua canzone preferita al gruppo di musicisti e si mise a ballare
da solo in mezzo al palco. Un tizio che sedeva a un altro tavolo
all'improvviso si alzò e (affronto!) cominciò a
ballare insieme a lui, al che Nikos Koemtzis impazzì per
l'onta subita dal fratello e iniziò ad accoltellare gente:
alla fine ne lascerà a terra tre, più altri otto
feriti. Le cose per il nostro eroe si misero subito male, soprattutto
quando venne fuori che quella era una comitiva di sbirri in borghese,
così Koemtzis fu condannato a un totale di tre esecuzioni
e sette ergastoli. Mi sono dilungato nel raccontare il contesto,
perché rende comprensibile la scelta di percussioni ossessive,
chitarre distorte, la voce roca e tagliente, versi affilati più
della voce “Ora che il trucco / scorre piano / sul fondo
del mio volto / con il muco e il pianto / il sole dentro al brandy
/ dove non c'è il mare / guarda con calma / le mie unghia
/ i miei capelli e gli anni / che son sporchi e lunghi / e non
m'importa un cazzo / anche se ho paura / ma io / io ballo ancora
una richiesta / io ho una richiesta da ballare”. Non
vado oltre, ma penso di essere riuscito a rendere l’idea
dello spessore di questa canzone.
Non è
però l’unica grande canzone, pensate un po’
che la seconda traccia “Canzuni addinucchiata“,
narra la storia di una donna costretta in ginocchio per tutta
la vita per lavorare, pregare, essere sfruttata e usata sessualmente.
Quando, in morte, viene messa nella bara, sarà persino
diventata incapace di starci distesa “Dintra o tabbutu
o scuru unn'aju abbentu / nunn'aju piaciri a stari stinnicchiata
/ è a prima vota e ccu mill'ava diri / calatimi nta fossa
addinucchiata”. Qui la musica assomiglia a un blues
di quelli che gli schiavi neri intonavano nei campi di cotone,
che però lentamente sembra crescere come un canto epico
a testimoniare un incontro con la morte a testa alta. Direi anche
che la storia di sofferenza di questa donna non è certo
da meno di quegli schiavi, se poi è possibile “misurare”
la sofferenza.
“Nunzio
e la libertà” è un canto dolente
che ci parla ancora una volta di lotta per la libertà e
in cui italiano e dialetto si alternano sapientemente e dove,
forse, ancora una volta è il dialetto ad avere un più
forte stampo evocativo “Nun su' càusi li cammisi,
/ Li sbirrazzi tutti 'mpisi / Tutti 'mpisi li sbirrazzi, / Li
piccieri nun su tazzi. / 'E nutara cutiddati, / Li cutedda nun
su 'spati. / Nun su' spati li cutedda, / Lu panaru 'unn'è
crivedda”.
Splendida,
nel suo incedere lamentoso, è “Marilitta
carni”, una canzone che cerca di dare voce
a quella carne bruciata dal sole cocente e che non può
neppure gridare il proprio dolore, sono proprio gli immigrati
di oggi provenienti dal nord dell'Africa che hanno sostituito
i lavoratori a giornata sfruttati da padroni e caporali, ma la
storia non cambia mai, così si chiude, infatti, il canto
“Ah, maliritta a carni / ca non ppo fari vuci / maliritta
a carni”.
Le percussioni
e le chitarre, fanno di “Minni Spartuti”
un canto quasi ipnotico, vi si racconta un’altra storia
di amore, sottomissione e morte che vede protagonista una donna
del popolo, detta Minni Spartuti, che a causa della bellezza e
della perfetta divisione dei suoi seni è fatta uccidere
dal suo amante patrizio, per il quale la relazione era diventata
ormai scomoda e sconveniente. Questi gli ultimi mesti versi “Chianciti
giuvini – e surdi e muti, / ora ch'è morta –
Minni Spartuti”.
Ancora vagamente
ipnotico inizialmente, ma poi più asciutto e duro nel suo
svolgersi, il brano successivo “L’orvu”
ci racconta di un cieco. Anticamente ai ciechi era affidato il
racconto, il cuore delle parole, ma il cieco di cui si racconta
qui, non è un uomo nato cieco ma che s’è accecato
nel tentativo estremo di raggiungere il cuore delle parole “'N
tempu mi fici orvu ppi cuntari / e a vuci ora è sbrizziata
gnuni gnuni / chiacchiri arricugghiemu e no paroli / ca di sti
chiacchiri semu patruni”.
“Caminanti”
è una di quelle canzoni meravigliose di cui bisognerebbe
riportare tutto il testo, in cui una delicatissima melodia, ordita
da chitarra e pianoforte, è così bella e lucente
da rendersi indescrivibile a parole, allora proprio per solleticare
la curiosità di chi legge ne riporto solo l’incipit
“Uno a uno seguendosi / mai di troppo vicini / dall'asilo
dei fili smagliati / per le strade dei sani / come appunti smarriti
/ di altri capolavori / masticati nell'afa d'Agosto”.
Inizio notevole, no?
Non c’è
tregua per l’ascoltatore, né per il suo cuore trafitto
dalle emozioni, come si fa a non lasciarsi trafiggere dal dolore
di cui è intrisa “Lettera di Woody Guthrie
al giudice Thayer”, con quelle chitarre elettriche
laceranti quanto quei versi “Giudice giusto / il loro
sangue / è andato fra la gente / lesto e veloce / più
del lampo / della scarica / più della mano che / firma
la morte / e si nasconde / nelle tue tasche / cercando le / chiavi
di casa”. Ispirata liberamente a “Old judge Thayer”,
la canzone in cui Woody Guthrie si rivolge al giudice Webster
Thayer che condannò alla sedia elettrica Ferdinando Nicola
Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è senza dubbio uno dei momenti
più toccanti di questo disco.
E’
“Sotto i colpi di mezzi favori”
a chiudere il disco, ma non è certamente una di quelle
canzoni messe lì a far numero, anzi si inserisce perfettamente
in quel continuo crescendo di valore delle ultime tracce, ecco
allora che versi come “A guardare dall'alto / non le
vedi le schiene spezzate / sotto i colpi di mezzi favori / i signori
seduti al caffè / consumare il diritto di pochi / a marchiare
le carni / con un ferro di riconoscenza / e una stretta di mano”
restano scolpite nella mente, come quella domanda finale “non
lo vedi dall'alto”, che continua a interrogarci anche
quando la musica scompare. Perché quei versi non descrivono
con estrema lucidità solo i mali della Sicilia ma dell’intero
nostro paese.
Che dire ancora?
Questo è
uno di quei dischi che lasciano il segno, Cesare Basile ha messo
in campo, ancora una volta, tutto se stesso e qui forse ancora
più del solito, non a caso il disco s’intitola “Cesare
Basile”, quasi ne fosse la propria carta d’identità
e continua a farlo alla sua maniera, restando fortemente legato
alle proprie origini, sempre accompagnato dai suoi amati musicisti,
senza mai guardare cosa fanno altri, quasi fosse un intrepido
treno, una locomotiva che corre “lanciata a bomba contro
l’ingiustizia!”, per usare le parole di un altro grande
cantautore.