| Tempi
duri, veramente duri, per i bambini
di Giorgio Maimone
Chissà perché il mondo editoriale ha
bisogno di vivere di stereotipi? Così si corre il rischio
di avere tra le mani un grande autore di sicuro spessore e
cercare di farlo passare per il nuovo Wodehouse. Torday è
uno dei migliori scrittori contemporanei inglesi, Wodehouse,
con tutto il rispetto, era un umorista, quasi un macchiettista.
In
“Una luce della foresta”, non illudetevi leggendo
il retro di copertina, non scappa nemmeno mezza risata, neanche
un sorriso. E’ un libro cupo e teso che parla dei bambini
scomparsi (“Uno ogni 5 minuti in Gran Bretagna”)
e di come sia difficile il compito di chi cerca di proteggerli,
compresi in genitori, di fronte alle rigidità burocratiche
e statali.
Non ci fa una bella figura la giustizia inglese, né
il governo o la polizia in questo giallo che è quasi
di denuncia. Una storia inquietante di bimbi rapiti, di famiglie
distrutte o distratte, di solitudini che a volte si incrociano
ma sempre per un breve attimo. Siamo più vicini a Shakesperare
che a Wodehouse. Non fidatevi dei risvolti di copertina. Affilato.
E' il sesto libro di Torday, diventato famoso con "Pesca
del salmone nello Yemen", da cui hanno tratto anche il
film "Il pescatore di sogni" e in patria è
stato sottoposto a diverse critiche. Per la lunghezza, per
alcune ripetitività, per un alone mistico che contorna
la figura del ragazzo scomparso. Critiche in parte condivisibili,
in parte no. Resta una solida costruzione che attanaglia e
che opprime.
La frase: "Con gli alberi e nei boschi Geordie
Nixon ci lavora pressoché da sempre. Suo padre e suo
nonno erano taglialegna. Suo padre si occupava del bosco privato
di una tenuta locale. All’epoca gli alberi producevano
ancora denaro: con il frassino e il legno di quercia si facevano
i mobili; con il larice, gli alberi delle navi. Oggi, per
via dell’ondata di legname economico giunta dall’Europa
dell’est e dall’ex Unione Sovietica, le foreste
nostrane non valgono quasi nulla. Il padre di Geordie, licenziato
per esubero di personale, morì a soli sessant’anni.
Sua madre lo seguì qualche anno dopo, mentre ancora
lavorava come donna delle pulizie. Geordie ha cominciato dando
una mano a suo padre durante le vacanze scolastiche. A sedici
anni ha mollato la scuola e si è messo a posare recinzioni,
e poi a interrare e liberare dalle erbacce le piante più
giovani. Adesso lavora in proprio, si occupa degli alberi
di Kielder per conto della Forestry Commission. La sua vita
è tutta qui. Di tanto in tanto va a Hexham, il più
vicino centro abitato degno di tal nome. In città,
a Newcastle, ci è stato due volte. A Londra non ha
mai messo piede e non ha in programma di farlo. Sa a malapena
dove sta, Londra. Quello che sa è com’è
fatta la foresta, quali uccelli e quali animali ci vivono.
Quasi tutti i giorni vede i cervi alzare la testa e lo sguardo
verso di lui, che entra nel cuore del bosco a bordo del suo
camion. Quand’è stagione, sente strillare le
volpi femmine. Sa dove fanno la tana i tassi. Di tanto in
tanto ode l’urlo di un coniglio catturato da un falco.
Quando lavora, a fargli compagnia è soltanto ciò
che sente, scorge o avvista. Qualunque tempo faccia, lui lavora:
alla luce fioca del sole che talvolta filtra dagli alberi;
sotto la pioggia scrosciante; a volte sotto la neve che cade
lenta e silenziosa, quando la foresta sembra dormire avvolta
in una coperta bianca. Nelle città non se ne trovano,
di uomini come Geordie Nixon. Anche fuori dalle città,
se è per questo. Geordie è alto più di
un metro e ottanta, robusto come gli alberi che abbatte".
Da
leggere: Perché Torday è uno dei pochi
talenti della letteratura contemporanea. E non solo inglese.
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