| Dove
Josef K. si incrocia con Guevara
di Erica Arosio
"Un rivoluzionario che non ha la fortuna di morire giovane
finisce per forza col diventare dittatore e carnefice. ...
il coraggio sta nel fermarsi e pensare ad altro. Un giorno,
bisogna posare lo zaino, abbassare il fucile, vivere una vita
d'uomo e allevare figli". Jean-Michel Guenassia, diventato
a 60 anni scrittore da best seller col suo primo romanzo,
"Il club degli incorreggibili ottimisti", mette
coraggiosamente in bocca a Che Guevara la frase della saggezza
del rivoluzionario e la fa trovare al lettore quasi alla fine
del libro (è a pagina 440).
Una frase che riassume la morale di un romanzo ambizioso nel
suo coprire cento anni di storia, quelli che vive il protagonista,
Joseph K (sì, avete letto bene, citare Kafka e il suo
"Processo" non è un caso) , medico ceco che
sfiora la Storia nel ruolo dello spettatore. Lo accompagniamo
negli anni fiammeggianti delle illusioni giovanili, con Parigi
in gran fermento e poi ad Algeri (la parte più originale
del romanzo) impegnato nell'istituto Pasteur ma attirato dal
teatro, dal tango e dagli amici che "per provvedere ai
loro bisogni avevano dei mestieri, per vivere avevano il teatro"
.
Affascinato naturalmente anche dalle donne, soprattutto da
quelle che riservavano agli uomini con i dispiaceri d'amore
un trattamento privilegiato, perché avevano amato,
sofferto e pianto, guadagnandone così, sembra, in sensibilità.
Lo scoppio della guerra e la persecuzione degli ebrei fa finire
il nostro Joseph k in un angolo sperduto del deserto algerino
a continuare, protetto dagli orrori, le sue ricerche.
La fine delle ostilità e il ritorno in patria con l'illusione
del comunismo che diventa subito tirannia e paranoia immerge
il lettore nel periodo più cupo, riscattato dalla fantasia,
incarnata da un inedito Che Guevara che irrompe in incognito
e in una vita sognata, quella del titolo, illumina non solo
il suo percorso ma anche quello dei protagonisti. Un bel romanzo?
Interessante, ricco, acrobatico di sicuro, ma il progetto
di condensare cento anni e soprattutto troppe tematiche in
un unico tomo fa sì che spesso l'autore corra troppo,
lasciando il lettore solo con tanti vuoti e curiosità.
Si chiude il libro con un gran senso di malinconia, sussulti
di riscatto e lotta e nessuna voglia di tirare i remi in barca.
E forse, chissà, è un bel risultato.
Un estratto: "Joseph s’era appena
addormentato o forse non dormiva. Un rumore insolito lo strappo
al torpore, bussavano con violenza alla sua porta. Si alzo
a fatica, i colpi continuavano. Una voce
femminile urlava: « Dottor Kaplan, dottor Kaplan ».
Il suo orologio segnava le tre e mezzo.
«Cosa c’è?» domandò Joseph.
« Si tratta di Christine » disse la voce di la'
dalla porta. « Mi ha detto di venire a chiamarla ».
Apri a un tombolotto di donna sulla sessantina dai capelli
dritti e ossigenati.
«Deve venire subito, dottore, non sta bene ».
«Cosa succede? »
«Non lo so. Sono la sua vicina. Sta malissimo ».
Si vestì in fretta e furia e uscirono. Non trovarono
nessun taxi, imboccarono avenue de la Marne, risalirono boulevard
Guillemin e l’interminabile Rampe Vale e. Lui camminava
sempre più svelto, la distanziava.
«Mi aspetti, dottore, mi aspetti ».
«Si sbrighi, su».
Aveva cinquanta metri di vantaggio. L’aspetto' ` col
cuore in tumulto.
' Purche ´ non l’abbia presa’ penso` . ‘L’epidemia
recede, ma non si sa mai’.
La donna lo precedette sulle scale, aveva la chiave. Lui non
era più stato lì dalla cena di Natale. Christine
giaceva acciambellata sul letto, incosciente, le braccia strette
sul ventre, i pugni chiusi, appena coperta da un lenzuolo
la cui parte inferiore era color rosso scuro, una pozza nera
si stagliava sul pavimento, gocce colavano attraverso il materasso".
Da
leggere: Guenassia non aveva scritto niente fino
a tre anni fa. Ma in questi anni ha già messo assieme
mille pagine. Quando si scrive con facilità. E quando
si legge con piacere.
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