Fabrizio
Canciani Acqua che porta via
Todaro Editore, “Impronte”,
2013,
pp. 237 Nelle librerie
A distanza
di sei anni da "Il mio mitra è il contrabbasso",
torna in pista Bruno Kernel, investigatore privato quasi ex, sempre
sull’orlo di un collasso sentimentale o economico, affezionato
accompagnatore di un dalmata sordo, orgoglioso guidatore di una decrepita
Mini Minor aragosta, sardonico scrutatore del contemporaneo. Amante
infedele e compagno inaffidabile, per ironia della sorte viene chiamato
in campo per una causa di adulterio nell’hinterland milanese,
dove ritrova Paola Martini, con cui aveva diviso una burrascosa vicenda
sentimentale, ora comandante della Polizia municipale del paese e
pendolare controcorrente, in fuga dall’asprezza della metropoli.
Lei è una single quarantenne – e da quelle parti già
questo basterebbe per farne chiacchiere – bella da far girare
le teste e suscitare invidie e gelosie. Ma non solo. È anche
curiosa, sensibile, testarda, vagamente incosciente. Il loro cammino
si incrocia di nuovo lungo le sponde dell’Olona, fiume inquinato,
maltrattato, sottovalutato, tuttavia comunque vivo e spettatore –
e spesso anche arbitro – di molteplici fortune, sulle cui rive
viene ripescato un cadavere inatteso. Si tratta di un insegnante di
chimica, giornalista a tempo perso, accompagnato alla morte per acqua
da una botta in testa, che all’autopsia ne decreta l’omicidio.
Tocca scovare moventi e colpevoli nella vita di una provincia dall’apparenza
sonnolenta e immutabile per un atto a tutta prima inspiegabile e assurdo,
che torbidamente si vorrebbe risolvere come un piccolo dramma notturno
tra amanti di pasoliniana memoria. La Martini si trova quasi suo malgrado,
e rischiando l’abuso di autorità e lo sconfinamento nelle
competenze altrui, ad inseguire una verità che, riflettendosi
di specchio in specchio, risale radici anche molto lontane, nel tempo
e nello spazio. Kernel si fa comprimario discreto, paladino quasi
distratto e distante, e la comandante tenta di dipanare il filo di
una memoria d’insediamento e sfruttamento che appartiene soprattutto
alla terra e all’acqua. Dietro ogni traccia, alla fine di ogni
inseguimento, dentro ogni ricerca sempre il fiume, murmure sotterraneo
di ogni narrazione, protagonista raccolto e potente che si snoda lungo
due piani temporali differenti e paralleli, ripercorrendo la cronaca
di un’epidemia di carbonchio avvenuta in riva all’Olona
nel 1919.
La scrittura di Fabrizio Canciani matura come il vino. La trama è
intessuta di contrappunti, aperture, rimandi. Ogni scena nasconde
micro-intrecci, e mette voglia di inseguirli e svilupparne le tracce
in altri cento scenari che chissà a quale altrove porterebbero,
rivoli d’acqua malandrina, come le disquisizioni filosofiche
nel retrobottega di un liutaio, o la comparsa di un compìto
alabardiere negli uffici del comando dei vigili, o la ribellione silenziosa
di una commessa di libreria contro l’incultura, o come le passeggiate
con il poeta locale che racconta ogni foglia e ogni famiglia mentre
ridisegna il paesaggio. Che il lettore vada via veloce verso la soluzione
dell’enigma, o che si fermi a rileggere e assaporare una frase,
un passaggio, si resta spesso con l’incompiuto in bocca, il
pensiero bloccato a mezz’aria per non aver potuto svoltare verso
questa o quella porta che ci è stata mostrata socchiusa. Con
la voglia di averne ancora, la curiosità di saperne di più.
E intanto la mente viaggia. Perché Canciani articola un’orchestra
di ricordi mentre semina indizi ovunque, facendo risuonare nei titoli
o nei capitoli versi di canzoni, filastrocche, classici della letteratura
per ragazzi, poesie, romanzi d’avventura… ma a sottolineare
la narrazione ritroviamo soprattutto la musica, un ventaglio di musica,
la colonna sonora di una generazione, della sua generazione, fatta
della presenza fondante di De André –
come suggerisce il titolo stesso del libro – ma anche di Guccini,
Lolli, Jannacci, Camerini,
Rocchi, Finardi.
E di quel crogiolo misto creato dalla cultura pop rock che vede mescolarsi
i Beatles e i RollingStones,
i Pooh e i REM, i Nirvana
e Viva la gente!, i canti alla boara e GiannaNannini. E ancora ecco inseguirsi citazioni, allusioni
e restituzioni di Re Nudo e di Rodari,
dell’Odissea e del Manifesto
del Futurismo, di García Marquez
e Pinocchio, Don Chisciotte
e Joseph Conrad. Una sfida da raccogliere fino alle
ultime pagine con Strega comanda color e Non c’è Milano
(Canciani/Covri), tutto bagaglio dell’autore ma anche dei suoi
lettori, fotografie della sua cultura e della cultura del suo tempo.
La vena narrativa di Fabrizio Canciani si rivela ancora una volta
felice e necessaria. Qui si scrive non solo per far divertire, evadere,
rilassare, o quant’altro noi si possa chiedere alla compagnia
di un romanzo giallo, ma si scrive anche per non lasciarci dimenticare
chi siamo e chi eravamo. Per la memoria dell’uomo e del momento,
e per la memoria della terra e dell’acqua, ultime testimoni.