Il tempo
della canzone è andata esaurendosi: la musica pop,
il cantautorato, la canzone in sé hanno esaurito le
proprie finalità. Celebriamo un funerale con dignità
e cerchiamo altrove
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di
Giorgio
Maimone
24/08 - "Ecco, la musica è finita,
gli amici se ne vanno e tu mi lasci solo ..."
La musica è finita, sì. La gioia che mi dava
ascoltare a turno la voce di Bob Dylan, di Fabrizio De André,
di Francesco De Gregori o di Van Morrison è sfumata
in un silenzio che sa di morte, di funerale , di De profundis.
La musica è finita nel senso che sono finite le canzoni,
che non ci sono più spinte vitali, che nessuno scrive
niente che possa interessare. Alcuni parlano del mondo,
altri di sé. I primi hanno per referente le pagine
dei giornali, i secondi il proprio ombelico. La musica è
però finita, perché non sa più raccontare
la società, non ci sa dire chi siamo, non ci sa fotografare.
Sì, ogni tanto qualche bagliore emerge, ma mancano
i cantautori eponimi, manca chi, con un endecasillabo ben
temprato sappia (o voglia, o possa) trovare il modo per
raccontarci. Fate mente locale: le prima canzoni di De André
non erano un magnifico ritratto dell'Italietta degli anni
'60? Così ipocrita, meschina, stretta tra le sue
mille ipocrisie e le sue puttane di alto e basso bordo?
È Bob Dylan non ci ha forse saputo dare appieno la
luce ed i bagliori di una diversa cultura, in maturazione
sul l'altra sponda dell'Atlantico? O forse De Gregori non
ci ha raccontato gli anni di mezzo, da quelli di piombo
a quelli di niente attuali. La storia siamo noi. O meglio,
la eravamo. Ora ci sentiamo esclusi. Ora guardo fuori e
vedo un mondo incattivito e smarrito, una società
alla deriva, con valori etici allo sbando e una cattiveria
di fondo irrecuperabile. Homo homini lupus, molto più
di prima. Eppure ... tutto questo nelle canzoni non c'è.
Non c'è internet, non ci sono i social network, gli
smartphone, un mondo del lavoro che sta chiudendo per fallimento,
rapporti umani onerosi, onusti e consumati, dove, anche
lì, non si sa più dove andare. Se è
solo sesso è fatto male. Sostenuto chimicamente,
praticato atleticamente, ma perso anni luce lontano da amore,
progetti, stili di vita da reinventare. Se è possesso
invece diventa negazione della vita, tormento, femminicidio.
La musica è finita. Non ci sa raccontare l'Italia
di Berlusconi, di Grillo, dei politici imbelli, degli zimbelli
televisivi, dello strapotere di You Tube, del cyber-ululato,
dal vuoto dei valori. È finita come parole, ma è
finita anche come musica. L'unica novità dagli anni
'90 in qua, indipendentemente da qualsiasi valore gli si
voglia dare, è stato il rap. L'unica. Poi il silenzio.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, niente a levante,
niente a occidente. Il rock, il progressive, il grunge,
l'hard rock, il talking blues, il country, il folk, la New
wave avevano tutti portato qualcosa, avevano tutti gettato
semi che sono germogliati o meno, in modo più o meno
fruttifero, ma ogni tanto il vento del nuovo scuoteva le
piazze e divideva figli e genitori, nonni e nipoti. Ora
è stasi. La forma canzone è invecchiata senza
sapersi reinventare, seguendo un processo che la musica
classica ha compiuto nelle secolo scorso: crisalide cristallizzata
in un bozzolo da cui mai più uscirà una farfalla,
una pupa, un bruco. Insomma, non in grado di andare né
avanti né indietro. Ora è tutto melassa pop.
I più onesti lo dicono, lo ammettono di fare pop.
Altri, la maggioranza, no. Ma non si capisce cosa facciano
e cosa vogliano fare. Di sicuro fanno canzoni che non emozionano.
È che, nella maggior parte dei casi non interessano.
Volete
fare un gioco molto cattivo? Segnatevi dieci grandi canzoni
del secolo scorso (oh, guardate che non parlo della preistoria!
Dagli anni '60 ai '90. Tagliamo fuori gli anni zero, che
non contano, e confrontatele a dieci canzoni che vi piacciono
adesso. Su, è semplice: dividete il foglio in due,
a sinistra scrivete:
Creuza de ma
Una notte in Italia
Mimi sarà
Un uomo a metà
La stazione di Zima
Un altro giorno è andato
Sad eyed lady of the lowlands
And the healing has begun
I'm a walrus
Festa di piazza
Ho
scritto le prime dieci che mi sono venute in mente, rigorosamente
una per ogni grande autore (e ho lasciato fuori Conte, Cohen,
Endrigo, Springsteen etc etc etc). Ecco, io nella colonna
di destra non saprei cosa metterci. Che ci metto? Cosa dovrei
metterci? Pacifico o Niccolò Agliardi? Che pure sono
dignitosissimi autori? O il futuro della musica sono altrettanto
abili autori però più che 40enni come Alessio
Lega, Federico Sirianni, Giambattista Galli, Luigi Maieron.
Ma valgono Dylan? Parlano del mondo come De André?
Conoscono gli imperscrutabili labirinti dell'animo umano
o la povera gente o la rivolta di classe, di ceto, di tensione
politica? Ci sono solo due grandissimi nella nostra epoca,
in Italia che non si sa per quanto continueranno a fare
il loro mestiere: Davide Van De Sfroos e Max Manfredi. Il
primo ha portato aria diversa, pur su una base ritmico-armonica
totalmente americana, il secondo, disgustato e un po' cinico,
osserva e poco si mischia. Negli anni-zero speranze avevo
coltivato ne La luce della centrale elettrica, rabbia e
disperazione metropolitana, ma un grande disco è
stato seguito da un clone. Zibba, di Zibba non si può
dire che bene, ma ancora non ha dato quello che potrebbe
e forse, forse, si badi bene, non vuole darlo. Lo so che
c'è tanta brava gente che scrive e fa canzoni, anche
troppa. Forse sulle canzoni bisognerebbe meditarci più
a lungo prima di farle uscire. Personalmente ho scritto
più di 800 canzoni e nessuna mai vedrà la
luce, perché non ne vale la pena, perché il
loro ambito è la cameretta o qualche raro amico.
Sarebbe bene forse se anche i nostri si tenessero più
in caldo le canzoni prima di farle uscire, pubblicandole
solo quando e se esse stesse si impongono con forza e allora
è d"obbligo pubblicarle. Per il resto siamo
qua e viene naturale citare Alessandro Hellmann: "di
cosa parliamo quando parliamo d'amore?" E quando "non"
parliamo d'amore? La forza sono le storie, mi dicono? Non
solo. Anche le idee, anche le emozioni, ma più ancora
bisognerebbe andare a chiedersi perché si fa una
canzone e quale sia il suo scopo. Per cantarla, che domanda!
Ma allora, beati miei, fate qualcosa che si possa cantare!
Che abbia la gioia del canto dentro! L'esplosione di un
acuto, l'intimo di un sussurrato, una melodia che si ricordi
e si possa canticchiare! Sì, canticchiare! Perché
De Andrè, Dylan, De Gregori, Vecchioni, Jannacci
e Fossati si canticchiano anche. Pure sotto la doccia. Dateci
ancora pezzi come "Bang bang" o "Io ho in
mente te", "Una ragazza in due", "Senza
luce", "L'ora dell'amore" o "Il pescatore",
tutte canzoni che fa piacere cantare, perché il canto
è gioia. "Il mio canto libero", scriveva
Battisti, uno che non ne sbagliava una di melodia. È
così, invece ora, il canto non è libero. È
avvinghiato, avvoltolato, involuto, nascosto e mortificato.
I grandi vecchi se ne vanno
Certo,
i grandi sono tutti morti o non stanno tanto bene. L'elenco è
lungo, ma per un motivo o per l'altro resta solo De Gregori a rappresentare
la grande stagione del cantautorato italiano. Morti Gaber, Jannacci,
Endrigo, De André, Lucio Dalla; ritirati Guccini, Fossati
e la De Sio; ridotto al silenzio Claudio Lolli; quasi uscito di
scena Paolo Conte, resta indomito e ricco di carica e di cose da
dire Goran Kuzminac. Un po' poco per reggere tutta la scena. La
musica è finita, ma non ce ne dobbiamo preoccupare. Ogni
grande genere ha avuto la sua epoca: il melodramma è durato
tre o quattro secoli, ma alla fine si è estinto, l’Operetta
ha avuto vita brevissima: dal 1870 al 1930: 60 anni, quasi come
la canzone d’autore o da cantautore. Il jazz storico è
pure durato 60 anni, dall’inizio del Novecento agli anni Sessanta,
pur continuando a trasformarsi e a cambiare pelle, dando luogo a
ramificazioni ulteriori, ora un po’ disseccate. Se entriamo
nell’ambito del rock, il rock and roll in senso stretto non
è andato oltre i due decenni (anni ‘40/60), il progressive
non ha superato le soglie degli anni ’70, durando meno di
10 anni, come pure il punk, l’hard rock, il metal. Per non
parlare di meteore come il grunge, il rock demenziale, lo ska, il
reggae. Resistono inviolabili il folk (la musica popolare) e il
blues che però hanno cambiato a loro volta forma tante di
quelle volte da averne perso il conto. Se si sono estinti tanti
illustri progenitori non è forse a rischio di estinzione
la canzone stessa? Che poi non vuol dire il canto: la canzone così
come percepita, con strofe o stanze, ritornelli o meno, bridge,
introduzione e finale. La canzone pop fatta di melodia, armonia,
tempo. No, sinceramente non c’è più nessuno
che sa fare canzoni che possano durare e resistere al trascorrere
degli anni. Poco male. Arriverà qualcosa d’altro. Qualcosa
che sappia tenere conto dei differenti metodi di fruizione, dello
spezzettarsi dell’attenzione, della gratuita presunta di quello
che si ascolta. Chi vuole più pagare una canzone? Nessuno.
Quando ero giovane l’unico modo per sentire la musica che
mi interessava (i Pentangle, gli Steeleye Span, John Martyn, Richard
Thompson, ma anche Johnny Cash e tutta la musica country, J.J.Cale
e gli epigoni di Dylan) era comprarsi i dischi. Oppure registrarli
(male) da qualcuno che li aveva comprati. Non c’erano radio
per questa musica, né televisione. Solo pochi giornali e
la carta non canta. Adesso basta accendere un computer, aprire un
tablet e si ha tutta la musica del mondo a disposizione, tendenzialmente
gratis. Marx spiegava tanti anni fa che i mezzi di produzione sono
in ogni memento storico l’espressione del livello tecnico
e delle esigenze produttive del momento stesso. Il mezzo fa il messaggio,
insomma. E noi questo nuovo messaggio non l’abbiamo trovato
e non riusciamo neanche a scorgerlo. Difficilmente la salvezza sarà
nelle parole: speriamo nella musica. La musica è finita e
forse non riprenderà mai. Ma qualcosa d'altro nascerà.
Celebriamo il funerale della canzone d'autore con la massima dignità
e restiamo ad aspettare che i tempi riprendano a cambiare e che
le risposte siano di nuovo portate dal vento.