Crediti:
Pianoforte:
Stefano Bottiglieri
Contrabbasso: Antonio De Luise e Gigi De Rienzo
Chitarra classica: Vincenzo De Martino
Batteria: Leonardo De Lorenzo
Percussioni: Gabriele Borrelli
Programmazioni e Sintetizzatori: Fabio De Martino
Flauti: Domenico Guastafierro
Primo Violoncello: Catello Tucci
Secondo Violoncello: Mauro Fagiani
Viola e violini: Gianluca Falasca
Flicorno: Gianfranco Campagnoli
Fisarmonica: Pietro Bentivenga
Chitarra elettrica e semiacustica: Mauro Grieco
Duduk, Nay e Bansuri: Mario Crispi
Oud e Tar: Ziad Trabelsi
Riq, Dohol, Tammorra: Paolo Modugno
Coro: Ensemble Polifonico Vocalia diretto dal maestro Dario
Del Giudice
Voci: Roberto Giordi, Ziad Trabelsi, Yasemin Sannino, Awa
Kondoul, Patrizia Franco, Rossella Costa.
Roberto
Giordi
"Gli amanti di Magritte" MareMosso - Maggio 2012 In qualche negozio di dischi,
su Amazon
e su iTunes
Tracklist
01
Gli
amanti di Magritte
02
Quando
parlerò con te
03
Tu
appartieni a me
04
L'inverno
di Bahia
05
Era
d'estate
06
La
via del deserto (feat. Yasemin Sannino)
07
Barbari
08
C'era
un prato
09
La
musica è finita
10
Baciami
adesso
11
Habibi
jesce sole (feat. Ziad Trabelsi)
12
Prima
dell'alba
13
Gli
amanti di Magritte (Piano Version) [feat. Natalio Mangalavite]
“Gli
amanti”, di Magritte, è un quadro del 1928, anzi è
una serie di quadri, surreali, con i protagonisti che tentano una
vana materializzazione della passione impossibilitati da veli che
impediscono il contatto visivo e tattile, passione cui è
negata la conoscenza, la profondità, la curiosa scoperta,
il tracciamento di una via. O l’esatto contrario, ché
l’amore conosce vie che si sublimano oltre il visibile, raggiungendo
perfezioni che la materia sensoriale impedirebbe. O ancora, la morte
è già qui e noi siamo già simulacri di esistenze
sofferte e allora incontrarsi diventa impossibile.
Roberto Giordi dedica al pittore belga questa opera seconda, questo
catalogo di amori imperfetti, di precarietà cosciente, di
guerra civile non dichiarata, di rifugi incerti e insicuri.
L’album è l’opera matura di un ottimo musicista,
dalla voce importante, con uno standard qualitativo che lascia soddisfatti,
avvinti alle strutture mobili e delicate, malinconiche e ricche
di richiami, catturati dalle atmosfere, concentrati sui testi sempre
eccellenti di Alessandro Hellmann, cantautore a
sua volta e scrittore di poetici testi teatrali di denuncia.
Apre l’album l’omonima canzone, una bella intuizione
armonica di Roberto che firma anche i successivi tre episodi, con
il tappeto pianistico di Stefano Bottiglieri e
un bel bridge di archi che ricorda le fascinose composizioni del
Catalano dei film di Ozpetek: Ero cieco e tu / cieca accanto
a me / è l’amore che vede l’invisibile. / Qui
si incontrano / istanti e secoli / fiumi e oceani / e gli amanti
di Magritte
Quando parlerò con te è
malinconia sudamericana, con le belle parole: Mi vedi? Sono
qui / circondato da due frasi / magre come dei randagi / curve come
girasoli / su di te… su di te… / Quando parlerò
con te / sarò spalancato a giorno / indifeso nell’inverno
/ che si sta sciogliendo intorno… / Quando parlerò
con te / non saprò cosa dire.
Tu appartieni a me è un lento struggente, teso
com’è a catturare l’inafferrabile, qualcosa che,
si sa, è della stessa sostanza con cui son fatti i sogni,
con la fisarmonica sentimentale e tanghera dell’ottimo Bentivenga:
Io lo so che appartieni a me / come il vento alle rondini /
come il fiume ai suoi argini / Io lo so, tu appartieni a me / come
pioggia alle nuvole…
L'inverno di bahia con un flicorno che
gocciola amore, è una bossa movimentata e quasi serena, a
prescindere dal testo che sembra comunque frutto di un pacificato
distacco: Oggi sono altrove / guarda come piove / il colore
stinge via / come una fotografia / Non so se mi pensi / non so se
mi manchi / se mi hai detto una bugia / se l’inverno annega
anche Bahia…
Molto bello lo swing lento di Era d’estate,
del maestro Sergio Endrigo, al quale in fondo come
tematiche si avvicina tutto l’album del nostro.
Nella seconda parte dell’opera le composizioni passano a Rosario
di Bella, ottimo autore di colonne sonore e cantautore
conosciuto anche al pubblico del Tenco. Una seconda parte più
world, con sonorità etniche e vocalità aggiunte, ritmiche
più complesse e temi ancora più apocalittici.
Tornano i contatti con Catalano, ne
La via del deserto, con l’intervento esotico
della cantante Yasemin Sannino. Atmosfere sognanti
ottenute con un attento uso dell’elettronica, un viaggio come
un nuovo “The nel deserto”,
dove ritrovarsi ancora o perdersi definitivamente: Per trovare
te stesso / devi esserti perso / in un giorno qualunque / in un
qualunque deserto…
Barbari è una marcia di invasori,
del passato o del futuro, in una visione apocalittica che ricorda
“The road” di Corman
McCharty, in un crescendo ritmico e teso su cui si inserisce
un coro diabolico e inquietante…ma non saranno i barbari,
come nella famosa poesia di Kavafis, proprio la
soluzione?
C’era un prato è una ballata
vestita di folk orientale, un ricordo di mondi passati. In questo
mondo in rapido disfacimento la musica è finita è
il pezzo senza redenzione, la canzone definitiva sulla distruzione
di cose e sentimenti, ritmiche incalzanti e parole pesanti:
Ci sono medicine / per vivere e morire / compresse per dormire /
E paradisi a rate / carri armati e aiuole / e sangue da lavare /
Non c’è segno di vita / non c’è nessuno
in strada / la musica è finita.
Nel bel tango di GattiBaciami adesso
l’unico rifugio rimane, nella sua incertezza e inaffidabilità,
l’amore, in un microcosmo che lascia fuori l’angoscia
quotidiana: Guarda questo abisso d’acqua contro i vetri
/ guarda questa ruggine nelle mie mani / siamo impalcature per i
temporali / inchiodati al cielo per le ali / Baciami adesso.
Habibi jesce sole è calda, arabeggiante, positiva
nell’attesa, finalmente senza troppa angoscia, dell’uscita
del sole, e senza forzature mostra come il mediterraneo, mentre
per tanti è frontiera di morte e sfruttamento, resta invece
il lago tra terre amiche, simili, e questo la cultura lo sa, araba
o napoletana la parola viaggia sulle stesse onde, gli stessi legni,
le stesse note…
Il testo di Prima dell’alba è
tratto dalla descrizione di Tacito della battaglia
di monte Graupio in Scozia, tra legioni romane e caledoni, una frase
che è diventata proposizione obbligata nelle lotte contro
qualsiasi imperialismo. Giordi ce la propone in un evocativo latino,
ecco la traduzione: Rapinatori del mondo, i Romani, dopo aver
tutto devastato, non avendo più terre da saccheggiare, vanno
a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi
di dominio se è povero, tali da non essere saziati né
dall'Oriente né dall'Occidente, sono gli unici che bramano
con pari veemenza di possedere tutto e ricchezze e miseria. Rubare,
massacrare, rapinare, questo essi, con falso nome, chiamano impero
e là dove hanno fatto il deserto, dicono di aver portato
la pace.
Molto bello l’album di Giordi, ricco di spunti, carico di
segni, di suoni, di parole, capace di lasciarsi ascoltare con grazia
ma anche di procurare, sembra incredibile a dirsi visti i tempi,
pensieri positivi.