
Ascolti collegati

Francesco De Gregori
Calypsos |

Francesco De Gregori
Pezzi |

Francesco De Gregori
Amore nel pomeriggio |

Francesco De Gregori
Left & right |

Massimiliano
Larocca
La breve estate |

Massimo Bubola
Ballate di terra & d'acque |
Musicisti:
Francesco De Gregori (voce, chitarra acustica ed elettrica, armonica
a bocca, pianoforte)
Paolo Giovenchi (dobro, chitarra elettrica, acustica e classica)
Guido Guglielminetti (basso elettrico, contrabbasso, contrabbasso
elettrico)
Lucio Bardi (chitarra elettrica e acustica, banjo, scacciapensieri,
chitarra a 12 corde)
Stefano Parenti (batteria e percussioni)
Alessandro Arianti (pianoforte, clarino, Hammond, fisarmonica,
melodica)
Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, autoarpa)
Elena Cirino (violin, corio)
Antonella De Grossi e Cistiana Polegri (cori)
Chiara Quaglia (voce solista in Volavola, cori)
Archi arrangiati da Guido Guglielminetti e diretti da Maurizio
Sparagna
Tutti i brani sono scritti
da Francesco De Gregori, tranne L'angelo di Lyon (Tom Russel,
Steve Young, Luigi Grechi)
Prodotto da Francesco De Gregori e Guido Guglielminetti
Foto copertina e copertina del librett: Alessandro Arianti. Foto
interne: marco Anelli, Progettografico: Spazio360°
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Tracklist
01.
Per brevità chiamato artista
02. Finestre rotte
03. Celebrazione
04. Volavola
05. Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
06. L'angelo di Lyon
07. Carne umana per colazione
08. L'imperfetto
09. L'infinito


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Facciamo
così. Partiamo dalla coda. Partiamo da quella "L'infinito"
che conclude il disco e che, forse, potrebbe esserne la chiave di
lettura. Con De Gregori è difficile essere sicuri di qualunque
cosa. Soprattutto di quello che canta. "Doppio come l'innocenza
/ se fosse Abele sarebbe Caino" d'altra parte lo dice lui,
non io nella title track e anche questa è una chiave di lettura.
Ma ripartiamo dall'inizio. O meglio dalla fine. "L'infinito"
è in un certo senso la "Viola d'inverno" di De
Gregori. Vi ricordate lo splendido brano di Vecchioni? Vecchioni
aveva 59 anni quando l'ha scritta. De Gregori ne ha 57.
Entrambi
le canzoni parlano della morte. Con accenti simili e commisurati
alle personalità opposte dei due cantautori. Vecchioni
più esplicito, come sempre: "Arriverà che
fumo / o che do l'acqua ai fiori, / o che ti ho appena
detto: / "scendo, porto il cane fuori", / che avrò
una mezza fetta / di torta in bocca, / o la saliva di un bacio
/ appena dato, / arriverà, lo farà così in
fretta / che non sarò neanche emozionato". De
Gregori trincerandosi dietro la metafora: "Stava nevicando
/ e ho visto un grande albergo con le luci spente / e ho avuto
un po’ paura / ma nemmeno tanto / La strada andava avanti
/ ed io slittavo dolcemente". La sostanza è la
stessa, l'accompagnamento di archi scelto per commentarla pure.
Ora lo sappiamo: per la crema del nostro cantautorato la morte
suona la viola. Cautelatevi se ne sentite una!
Scherzi a parte, "L'infinito"
è molto bella, come pure "Viola d'inverno",
canzoni da ascoltare con "la tovaglia sulle mani e le mani
sui coglioni", per citare anche De André ("La
domenica delle salme"), ma seguendola fino
in fondo. La morte di De Gregori non è violenta: è
un leggero slittamento:"alle spalle il giorno si stava
consumando / ed ho provato un po' di tristezza, / ma nemmeno tanto"
Non è solo "L'infinito",
ma "L'infinito" è un
brano su cui vale la pena di soffermarsi più a lungo. Per
la bellezza, per lo spessore, per quel leggero brivido di simpatia,
nel senso etimologico di sofferenza in comune, che ti avvicina
a lui. E ti sorprendi a pensare quello che in fondo è normale
pensare, che tra vita e morte è solo questione di uno slittamento.
A volte dolce, a volte meno. L'altra faccia della medaglia ("Doppio
come una medaglia se fosse d’oro sarebbe cartone / Il cieco
con la voce buona e il muto che ci vede bene / Invitami stasera
a cena e arriveremo insieme") è proprio "Per
brevità chiamato artista", il brano
del doppio e del dubbio, quello che mischia antidoto e veleno,
Abele e Caino, alibi e assassino, lontano e vicino, "Principe
da palcoscenico e vittima di aprile" (De Gregori è
detto il Principe ed è nato ad aprile. oltre al fatto che
c'è una dottoressa chiamata Aprile in "Gambadilegno
a Parigi").
"Per brevità chiamato artista"
non è una bella canzone. Sembra una cover un po' arruffata
di tanti altri brani: di "L'amore comunque",
per esempio, contenuta in "Calypsos"
di soli due anni fa, tanto per citare l'ultima. La somiglianza
è davvero notevole. E ancora più notevole sembra
la somiglianza con una canzone di Leonard Cohen: "The
window". Ma è forse una canzone significativa
per De Gregori (e non sempre le più significative sono
le migliori: valga per tutte l'esempio di "Amico
Fragile", l'unica canzone autobiografica di
De André, non la migliore), quella che gli farà
dire nelle interviste: «Se dovessi azzardare una definizione
direi che è una specie di autobiografia fantasticata. C’è
dentro qualcosa di narrativo, pezzi di vita, ma anche visioni
o pre-visioni».
«Oggi - ha aggiunto ancora l’artista, come per brevità
lo chiameremo - mi sembra giusto ricollocare al centro del mio
lavoro e delle canzoni in generale la parola “arte”
nel senso romantico del termine; arte come qualcosa che vuole
consapevolmente lasciare un segno intellettuale e poetico non
semplicemente avere a che fare con una distribuzione e con un
mercato». Tenteremo un doppio carpiato con avvitamento ad
avvicinare qualcosa di "Per brevità chiamato
artista" con "Canzone per
l'estate", scritta da De Gregori con e per
De André; canzone che, a mio modo di vedere è sempre
stata riferita alla posizione del cantautore genovese in quel
preciso momento della sua vita (peraltro vi stupisce considerare
ancora che De Gregori è stato costretto dalla sua casa
discografica di allora, la Rca o la It, che della Rca era una
costola, a partecipare al Disco per l'estate con "Alice",
che quindi fu la sua canzone per l'estate!). Massì, anche
questa è una riflessione sul lavoro e il ruolo del cantautore
"Che calcola i cani che macina i cuori / E dà la buonanotte
ai fiori" (o ai fiorellini).
Un punto di repere nella vita? Non lo so, non vorrei neanche dare
troppa importanza a un dischettino che dura 38 minuti scarsi e
che abbina a questi due "macigni" altri "cinque
pezzi facili", una cover e un compitino astiosetto anti '68
o meglio anti-celebrazioni, dal titolo invero banale di "Celebrazione".
Non vorrei dire, ma serve forse a qualcosa rammentare che non
è un'apostasia: De Gregori e il '68 non si sono mai filati
nemmeno in diretta, allora, 40 anni fa. Serve rammentare la recensione
di Giaime Pintor su Muzak che chiosava De Gregori come cantantino
liceale? O Il processo sul palcoscenico del Palalido a Milano
nel 1977? De Gregori non è mai stato Ivan Della Mea o Paolo
Pietrangeli, ma nemmeno Ricky Gianco o Gianfranco Manfredi e nemmeno
Eugenio Finardi. Politicamente di sinistra, ma moderato, ha sempre
mischiato poco la sua strada artistica con quella del movimento,
esattamente come il suo mito Dylan ha sempre preso le distanze
dal mouvement americano. Non è quindi "De Gregori
l'apostata", ma semplicemente "De Gregori il distante"
che ribadisce le sue distanze. Resta che "Celebrazione"
è un motivetto folk rock, simpatico, orecchiabile, ma motivetto.
E che il testo resta povero, al di sotto degli standard abituali
del Principe.
Si diceva dei 5 pezzi facili: "Finestre rotte",
"Volavola", "Ogni giorno di pioggia che Dio manda
in terra", "Carne umana per colazione", "L'imperfetto"
e la stessa "Celebrazione"
sono brani molto gradevoli, con tutte le caratteristiche a posto,
dove la musica scorre via con la stessa soavità di una
saponetta al burro di karitè, con estrema piacevolezza,
ma senza lasciare tracce profonde, con le dovute differenze. "Volavola"
è un magnifico canto popolare chesi apre in canzone d'amore,
di quelle più classiche dove "se il fiume risalisse
alla foresta / se ritornasse l'acqua alla montagna /se rivenisse
l'ora della festa / sarebbe ancora grano la farina / se ritornasse
l'acqua alla montagna / se si tenesse il mare in una cesta".
Qualche bel
graffio qua è là ci sta, però: "Stammi
a sentire bene quando devo parlare / lavati le orecchi e togliti
l'auricolare" ("Finestre rotte").
"Ehi, probabilmente non si deve fare / peròlo
stanno facendo già / correttamente e politicamente / e
poi magari diventerà Qualcosa che divertirà la gente
/ un nuovo tipo di televisione / una vacanza intelligente / o
un campionato di liposuzione /ehi, c'è una nuova specialità
/ carne umana per colazione" ("Carne
umana per colazione"). O ancora tutto il gioco
condotto all'imperfetto (come tempo) nella canzone "L'imperfetto",
prima di chiudere con "Mentre guardava / un telefono
che suonava / e non parlava / però sapeva tutto quello
che gli bastava / quello che credeva / quello che non vedeva /
così preciso ed imperfetto ...." Geniale, ma
gioco. Gioco, ma geniale.
Insomma, siamo alla fine. E alla fine c'è "L'infinito",
ma se è in-finito non può finire. E allora il disco
torna sul lettore, per il millesimo passaggio e il gradimento
c'è e il piacere c'è. Ce ne potrebbe essere di più.
Altre volte ce n'è stato di più. Ma è De
Gregori. Ci vuole un'enciclopedia o un libro per commentarlo!
Compito improbo. E lui di sicuro non ti aiuta. Resta il gusto
morbido al burro di karité e questa musica acustica che
semina fiori nelle orecchie. Per un amore contrastato sempre,
ma interrotto mai. Invitiamolo a cena. In fondo "Basta che
mi chiami", dice.
Francesco
De Gregori
"Per brevità chiamato artista"
Columbia/ Sony
- 2008
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