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L'intagliatore dei santi |

Quintorigo
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Quintorigo
Grigio |

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Rumi |

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Da A ad A |

Giovanardi
Cuore anudo |
Musicisti:
John De Leo: voce, cori, gocattoli
Franco Naddei: manipolazione voce e suoni
Christian Ravaglioli: oboe, pianoforte a quattro mani, corno inglese,
fisarmonica
Guido Facchini: pianoforte a quattro mani
Fabrizio Tarroni: chitarra
Achille Succi: clarinetto basso
Marco Tamburini: tromba, flicorno
Gianluca Petrella: trombone
Mattia Pasquale: cori
Franco Ranieri: chitarra
Loris Ceroni: chitarra giocattolo
Ospiti: Aidoru (Dario Giovannini, chitarra elettrica e cori; Michele
Bertoni, chitarra elettrica, manipolazione, cori; Mirko Abbondanza,
basso elettrico; Diego Sapignoli, batteria)
Testi di John De Leo e Morini
Musiche: John De Leon, Ranieri, Facchini, Ravaglioli, Tarroni,
Petrella
Produzione artistica: John De Leo e Loris Ceroni
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Tracklist
1. Intro: 4 piano notes
2. Freak Ship
3. Vago Svanendo
4. L’uomo che continua
5. Canzo
6. Tilt (C’è Mattia?)
7. Spiega la vela
8. Big Stuff
9. Bambino Marrone
10. Le chien et le flacon
11. Sinner
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Disco
eclettico, storto, poco normale, da ascoltare con orecchie sgombre
da preconcetti. E non necessariamente da capire. Ma da gustare.
Un disco evento, un episodio originale, comunque lo si voglia interpretare.
Forse si farà fatica a riconoscerle come canzoni, tanto la
forma del canto varia e domina sopra la scrittura in senso canonico
e tanto forte è l'impressione di trovarci di fronte a un
lavoro in corso, come confermato dai due anni e mezzo che sono stati
necessari per arrivare a questo risultato e dalla chiusura brusca
che lo stesso John De Leo si è autoimposto. Ma sopra tutto
luccica limpido l'astro della creatività assoluta. Fino a
poter esclamare senza dubbio alcuno che ci troviamo di fronte a
uno dei dischi imperdibili della stagione ormai declinata. Il 2007
verrà ricordato per tanti bei dischi, ma di sicuro anche
per il debutto solistico di John De Leo, dopo la lunga militanza
(non irrilevante) nei Quintorigo.
"Vago svanendo", magnifico titolo, parte
in fondo dal terreno seminato e dissodato dai Quintorigo, con cui
Jhn era riuscito ad andare anche al Festival di Sanremo e proporre
una surreale "Rospo", uno dei
migliori brani mai transitati per il palcoscenico dell'Ariston,
in un meraviglioso melange tra impostazione classica e lirica e
moderna canzone d'autore. Lo stesso brodo di coltura intorno a cui
si sviluppa il disco in questione. Undici brani, ma in realtà
con alcuni trucchi o giochi di prestigio che, per chi ha ancora
voglia di giocare, sono un valore aggiunto alla proposta: l'Intro:
4 piano notes è composta, esattamente come
dice il titolo di quattro note di pianoforte eseguite una volta
sola (durata 4 secondi) e Canzo, dedicata
all'inventore della canzone, secondo una definizione di Alessandro
Bergonzoni, è una sorta di improvvisazione per voce e trombone
(originale vero?) corredato dei commenti in studio degli autori
(De Leo e Gianluca Petrella).
Sinner, infine è un pezzo di 32
minuti, l'unico con testo non scritto da John De Leo che però
ne ha scritto la musica, perché dopo il brano segue un lungo
spazio bianco, poi c'è un intervento dialogato di Bergonzoni,
impagabile come quasi sempre, e alla fine una ripresa di Vago
svanendo. Ma ce ne si può accorgere solo se
si dimentica il disco nel lettore o se si è attenti osservatori
del minutaggio. D'altra parte un album che cita Hyeronimus Bosch,
Giacometti, Italo Calvino, Bergonzoni, Pirandello, Paolo Conte,
Bernstein, Baudelaire si presenta da solo.
Non tutto d'altra parte è soprendente, giocoso o scherzoso.
L'album ha una sua bella "ponderazione" che non significa
solo pesantezza, ma anche importanza. In generale tutto il lavoro
è da prendere estremamente sul serio. Sennò perché
l'autore vi avrebbe lavorato a ritmo pieno per circa 900 giorni?
"La gente, chi mi ascolta - dice John - è abituata a
essere sorpresa da me". E' vero, ma alcune di queste sorprese
si trasformano in meraviglia. E' il caso, ad esempio, della title
track. Vago svanendo, la canzone, ha un
empito lirico, sembra un pezzo d'opera ideato per l'occasione e
per nessuna rappresentazione che non siano i concerti. Ma è
un brano che ti lascia intravvedere ampi orizzonti. Presentato con
il sottotitolo Lasum sté, che significa
Lasciami stare in dialetto romagnolo, è il brano che riassume
tutte le tematiche dell'album. "Il testo, la musica - dice
John - mirano ad una perdizione senza meta fino allo spegnimento,
ma anche il contrario, a un dolce smarrimento. Fu Italo Calvino
ad analizzare il vagheggiare leopardiano anche come uno stato di
grazia. E’ un brano ispirato dal contesto in cui vivo, ai
folklori della Romagna; un altro sottotitolo possibile poteva essere
“Romagna anche Mia”. Ma c'è ancora di più:
c'è gioia di vivere, discese e risalite, i sogni di Chagall
che rimano con "siamo panni stesi / il cuore ad asciugar".
L'ascesi di "tienimi o volerò" e le onde
morbide di "stiamo svanendo". Nessun ormeggio tra le stelle
e un ancoraggio forte a terra come "Prenditi su il paltò
/ io non ti seguirò". Un brano che da solo vale
un disco, un disco che vale un anno. C'è spazio, c'è
aria, c'è vento. Soffia il vento forte di una creatività
non imbrigliata e non assoggettata a logiche consunte. E non è
solo questo.
"Freak ship", costruita tutta
solo sulla voce, originale o manipolata, è ispirata alla
Nave dei folli di Hyeronimus Bosch ed è a modo suo percorsa
da una vena di follia non tanto sotterranea. Il testo è in
inglese, ma più che il testo in sè è il clima
generale a richiamare quelle "navi su cui, secondo antiche
testimonianze, venivano imbarcati reietti di vario genere (appestati,
malati di mente, anticlericali ecc.) e lasciati andare alla deriva,
senza possibilità di toccare mai più terra ferma".
Resta sempre il sospetto se il freak sia salito a bordo o abbia
sciolto gli ormeggi della nave.
"L'uomo che continua"
è un altro grande brano, sorretto da un testo tutto da seguire,
suggestione per suggestione, e da un dolce arpeggio di chitarra
che si allarga pian piano fino al pieno orchestrale, in un'ascesa
praticamente continua, fino al rpiegamento finale che vale però
come puntini di sospensione: "Continua / l'uomo che cammina
/ cerca nella fede / sugli atlanti del Gran Khan / non lontano /
e continua in te / nelle ossa / nel sangue". "Lo
spunto - dice john - deriva dalla famosa scultura di Alberto Giacometti
“L’uomo che cammina”. Una figura umana stilizzata,
pietrificata nel perpetuo compimento di un passo. E’ un movimento
futuro e al contempo trascorso. E’ una metafora del destino
dell’Uomo; l’illusione che non potrà fermarsi
mai".
Se "Tilt (C'è Mattia?)"
è un puro divertimento rock, su base twist (ma un divertimento
che funziona!) "Spiega la vela"
è un altro grande brano, giocato sul filo del paradosso,
trovando strade che lo avvicinano alle storie di mare raccontare
alla maniera di Max Manfredi. Spiega la vela va inteso letteralmente
nei due sensi: "Spiegami se c'è / una qualche relazione
/ con l'imbarcazione / ed il nome / della ragione poeta / spiega
la meta". E' il brano più lungo dell'album (6'27"),
si chiude con una lunga parte vocale in forma di lallazione, alla
Hey Jude, per intenderci ed è quello
musicalmente più costruito, suonato assieme all'Orchestra
Arturo Toscanini di Parma, oltre che ai consueti accompagnatori.
"I temi del disco - disce ancora John - s’incontrano,
si rincorrono; questa canzone immediatamente, volutamente riconducibile
alla poetica di Paolo Conte, si può ricollegare ad altre
come “Freak Ship” o “Vago Svanendo”. Il
testo, piuttosto ironico, è ispirato anche ad una folle avventura
che ho vissuto in prima persona, quando ho partecipato con alcuni
illustri colleghi ad una edizione della Barcolana di Trieste. Il
nostro intervento alla gara velica, una geniale trovata promozionale,
sarebbe dovuto durare circa mezz’ora. Ma non c’era vento.
A Trieste. Per farla breve, dopo otto ore, immobili in mezzo al
mare, finiti i convenevoli, calato un assurdo silenzio già
da alcune ore, quando nulla aveva ormai più senso, ad aspettare
un alito di vento che mai sarebbe arrivato, uno di noi incitò
ad un ammutinamento; acceso il motore, tornammo a riva. Una esperienza
paradossale".
Chiudono "Big staff" di Leonard
Bernstein è un tentaivo di giocare con la reinterpretazione
di uno standard: "Un aspetto che mi ha sempre stimolato",
un'oasi di relax prima del finale. "Bambino marrone" si
apre, sempre a modo suo ci preme specificare, a tematiche sociali.
"Il protagonista di questa vicenda è un fanciullo o
il fanciullo che ci abita, emarginato da tutti per la sua diversità.
E’ una diversità che infastidisce e incuriosisce. Indispone
al punto di tramutarsi in aspirazione". Esaguita con strumenti
giocattolo, con la partecipazione del Coro dei giovani allievi della
scuola di canto Crescendo in musica di Sant'Agata sul Santerno (Ravenna).
Un testo giocato sulla calata dei bambini, mantenendo anche gli
errori lessicali e un'impronta pop che ricorda il recente brano
di Morgan con sua figlia (U-blue). Stessa
gradevolezza musicale beatlesiana (e i Beatles non vengono in mente
solo qui), per un brano che, semplice e immediato all'ascolto, è
invece costato mesi di lavoro. L'impronta di Rodari resta appena
fuori dalla porta.
"Le chien e le flacon" è
(forse) ispirato a Baudelaire, ma comunque non porta parole. Solo
una linea melodica cantata e il poeta francese c'entra solo per
il titolo. Musica tra il terzinato e la tarantella per rappresentare
un'unione in musica tra le sue radici: la natia Romagna e il sud
da dove provengono i genitori.
Poco più di 40 minuti di musica, con scherzi e diventimenti
frammisti a grandi brani. Un'intelligenza che guizza tra le note,
i sensi, i controsensi ed i doppi sensi, per un'architettura in
musica di non trascurabile entità. Insomma, sto scazzando
a mia volta: mi piace "Vago svanendo",
nei sui tratti espliciti e in quelli riposti, in quello che vuole
significare, ma soprattutto in quello che io mi aspetto che significhi.
Nel tanto che mi dà e in quello, ancor più, che mi
promette. Nella confezione un dvd addizionale porta due piccole
perle aggiuntive: Il concetto di Thelone (Il suono della
parola muta), testo di Alessandro Bergonzoni, recitato
dall'autore e animato da Massimo Ottoni e quel pccolo film che corrisponde
al nome di Narrangonien, selezione di
testi letterari di Stefano Benni, letti dall'autore e interpretati
sullo schermo da John, con la regia di Maurizio Finotto. Un bonus
che vale un bonus.
John
De Leo
"Vago svanendo" (Cd + dvd)
Carosello - 2007
In tutti i negozi di dischi
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