Jurnateri
Daniele Sepe
Il manifesto CD 2001 - 7,75 euro
in edicola, nelle "Feltrinelli"o nei negozi di dischi
Evviva!
Daniele Sepe e' tornato! Ed e' tornato con un signor disco. Devo confessarlo:
ho sempre un po' di apprensione quando mi avvicino a un nuovo disco di
Daniele. Autore eclettico e dotato di una maestria che gli consente di
svariare tra generi completamente diversi, non e' raro che Daniele si
perda tra i meandri di questa sua bravura e ci offra prodotti di difficile
digestione. E' come essere di fronte a un grande cuoco che, a volte, non
sa dosare i suoi talenti. E quindi accanto a un grande primo, ma di peso,
propone un secondo ancora piu' di peso. Bene, qui non accade. Jurnateri
alterna momenti piu' impegnativi, dove l'ascolto deve farsi attento, a
attimidi svago nel canto o nel ballo o nel puro e semplice
divertimento. Risultato? Oltre 54 minuti di viaggio musicale per le strade
alternative del mondo, partendo da Napoli con Raffaele Viviani, passando
in Calabria per una Tarantella Guappa, saltando alle canzoni dei balenieri
di Normandia o di Bretagna e, passando rapidamente per la Sicilia, sbarcare
in Grecia, prima di un ultimo viaggio sulle rotte del caffe' per descrivere
le ragioni del commercio equo e solidale. La
canzone si intitola "Un'altra via d'uscita", ricca di suoni
e di colori, da danzare al ritmo e con le cadenze del cartone animato
che l'accompagna. Il cd contiene infatti un secondo disco, su cui vi e'
la versione del cartone animato di Maurizio Forestieri, dedicato alle
scuole e destinato a spiegare cosa siano le Botteghe del mondo e il commercio
equo e solidale. Un bellissimo cartone che tra l'altro ha vinto anche
"Castelli animati" edizione 2000. Completa "Jurnateri"
una versione maestosa di "Sante Caserio" di Pietro Gori, il
piu' grande autore di canzoni libertarie italiane (tra cui "Addio
Lugano bella"). Nella presentazione al disco Daniele Sepe spiega
che le canzoni qui riunite "per varie incompensibili ragioni non
sono facilmente reperibili. Basta l'esempio di quel capolavoro di "Lamentu
per la morte di Turiddu Carnivali" (di Ignazio Buttitta e Otello
Profazio - NdR), una volta edito da Fonit e a tutt'oggi irreperibile.
Con questo mio lavoro cerco di metterci una pezza". E la pezza e'
stata messa. E che pezza! Lo sento e lo risento e non riesco a trovare
punti deboli. La bussola per la navigazione e' facile da manovrare, il
barometro tende al bello, le vele sono alzate ed e' facile partire. Ricorda,
per molti aspetti, il viaggio in musica proposto da Teresa De Sio nei
suoi spettacoli di quest'estate: "Da Napoli a Bahia, da Genova a
Bastia". Tutti i collaboratori sono di altissimo livello: colpiscono
le voci di Massimo Ferrante e Auli Kokko (voce femminile), a cui spesso
si aggiunge lo stesso Sepe. Una curiosita' e' "Stormy wheater"
che tra le mani di Daniele diventa "Malutiempo, boys" ("pe
mare nun ce stanno taverne, boys"). Che altro ancora? Da segnalare
il sito internet: http://www.danielesepe.com
e che per una volta un disco si propone con bibliografia e discografia.
Grande Sepe e lunga permanenza sul lettore a lui!
Leon
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"...
e semm partii"
Davide Van De Sfroos
Tarantanius - 2001
nei negozi di dischi
Un
vecchio seduto sul pontile, la faccia al lago, la schiena alla piazza,
guarda limmobile distesa dacqua. Pensa? Ricorda? Sogna? O
solo si perde? I suoi pensieri, come fumo, si arrampicano al cielo dalla
sua testa, su fragili corde, su reti di pescatori, su scale di legno.
Passa un giovane e colora con larci-vernice del professor Alambicchi
questi pensieri. E, da lontano, vediamo le ombre farsi sostanza, i fantasmi
perdere il traslucido. Sentiamo i ricordi farsi parole, farsi suoni, farsi
canzoni. Arrivano da un punto di un passato imprecisato, ma che mio è
stato di sicuro. Arrivano dal fondo dei magazzini della memoria, rotolano
come barili vuoti e fanno un identico rumore. Le parole hanno un retrogusto
antico, polvere smossa da bauli di ciarpame ingombi, tira, mola
e messeda, i occ del luff quand el cagna, tarabaj,
reguaj. gran catanaij, el frecc uramai el ma mangiaà
el paltò. Frasi che sentivo da bambino, ma qualcuno le canta
ora, nel mio dialetto! E le canta bene! Madonna se le canta bene! Davide
Van De Sfroos ha reinventato larci- vernice, la vernice strepitosa
che rende veri i sogni, e ce ne fa parte in un disco lungo (6648)
ma senza un solo momento di noia. :
e semm partii:
dedicato a tutti quelli che sono partiti e da qualche parte sono
arrivati
anche a quelli che sono tornati
ma soprattutto
a coloro che si sono persi per strada aspettando lultimo lancio
di dado. Tenetevi forte e ancoratevi a questultima frase:
eh sì, perché il paragone che sto per fare porta dritto
a Fabrizio De Andrè. Ecco, 40 anni dopo il Michè, altri
assassini, altri pazzi, altri dropouts, altri lasciati indietro da questa
società dellimmagine, da blazer, convention, briefing e location.
Persone che non posseggono nemmeno la grazia di una lingua
nazionale e che per raccontare le proprie storie usano il dialetto, la
lingua dei posti dove sono nati. Daltra parte che lingua mai potrebbe
parlare il Sugamara (è Lombardia, la lingua vuole larticolo
davanti ai nomi, con buona pace di Nanni Moretti!) cuore diesel
e con t i zanzar in del cervell (con le zanzare nel cervello),
con gli occhiali da tafano dellautogrill di Fiorenzuola
che va a rapinare una banca e ci trova come cassiere suo figlio, ma non
si ferma e gli si rivolge dicendo: Potet mia fermà un dado
intant che lè dree a girà. (non puoi fermare
un dado quando è stato lanciato), oppure El bestia
che è nato suta na luna caputada (sotto una luna
capovolta), con una faccia che la faceva pagura ai serpent
(faceva paura ai serpenti) e girava sempre armato con un fulcin
(falcetto) col quale el te tajava el coll comè fa una cicada
(ti tagliava il collo con la stessa facilità con cui sputava).
Oppure che dire del giardiniere di Me canzun damuur en scrivi
mai (io di canzoni damore non ne scrivo), innamorato della
bella del paese a cui non riuscirà mai a dirlo, nonostante abbia
un sentiment che lè una motosega e che si sente
da giardinier diventaa un restell e al tramont
quand chei l suu el betega/prepari i roos che riesi mai a datt (al
tramonto, quando il sole balbetta/ preparo le rose che non riesco mai
a darti)
perché
perché
io canzoni
damore non ne scrivo mai. Oppure vogliamo raccontare anche
di El mustru? Il re dei pescatori che un giorno viene trovato
in deliquio dentro la sua barca, dopo un attacco di diabete, e racconta
a tutti di avere incontrato nel lago un mustru, un mustru, ma lera
mea el film de luratori/
lera faa comè una anguilla,
lera gros comè un batel e mangiava tutt i stell (un
mostro, un mostro, ma non era il film delloratorio
. Era fatto
come un anguilla, era grosso come un battello e mangiava tutte le stelle).
E da allora in poi era stato considerato dal paese il re dei ribambì
(il re dei rincoglioniti) e andavano tutti a prendere il pesce da lui
per compatirlo e ridergli alle spalle, compresi i bambini. Ma questo libro
dantan da sfogliare non finisce qua: devo parlare almeno ancora
di Lomm de la tempesta, marinaio dacqua dolce
che sceglie di andar per mare e quand che lè rivaà
nel port del Marsiglia/lha cambiaà il mar cunt una
tazza de Pernod (quando è arrivato nel porto di Marsiglia/
ha scambiato il mare con una tazza di Pernod), e di naufragio in naufragio
(chissà se cè dentro leco di Izzo e dei suoi
Marinai perduti?) incontro una zingara che gli legge la mano
e gli svela che la tempesta più grossa è quella che si porta
dentro: naret in gir o furestee per tutt el mund/ ma anca el muund
de una qualj paart el finirà / una tempesta lè difficil
de nà a scuund/ resta con me e la tempesta cesserà.
(andrai in giro, o forestiero, per tutto il mondo/ ma anche il mondo da
una qualche parte finirà/ una tempesta è difficile da nascondere/
resta con me e la tempesta cesserà). Tanti personaggi, anacronistici,
buffi, tragici, comunque, sempre e in ogni modo diversi, personaggi
non ufficiali, di quelli che negli album di famiglia si buttano via le
foto. Davide Bernasconi, in Van De Sfroos, invece va in direzione ostinata
e contraria e porta alla luce storie che altri vorrebbero dimenticare,
storie che non andranno mai a la televisiun (quanti
dè, quanti nocc so quii pultruna quanti giorni e quante
notti su quelle poltrone). La veste musicale è sontuosa: il disco
suona bene, ospita la Banda Osiris, i Mercanti di Liquore, Maurizio Gnola
Glielmo, Le Balentes ai cori femminili oltre che Davide Brambilla, mente
musicale del gruppo, alle fisarmoniche, tastiere e tromba, Claudio Beccaceci
alle chitarre, Alessandro Prilli al basso e Diego Scaffidi alla batteria,
percussioni e cori. Chiude la chitarra e la voce graffiante di Davide
Bernasconi in Van De Sfroos, una voce che nei momenti pacati ricorda il
migliore Mimmo Locasciulli. Insomma questa povera terra depressa di Lombardia
(musicalmente parlando) questanno ha fatto len plein: dopo
i Sulutumana, dopo i Mercanti di Liquore, dopo il ritorno alla grande
di Enzo Jannacci, dopo il bellissimo disco di Fado del milanese Eugenio
Finardi (lEugenio), anche la piccola Spoon River lariana di Davide
Van De Sfroos. Il dialetto? Non sempre è comprensibile per i non-padani,
ma, in fede, chi è che capisce tutte le parole della Nuova
compagnia di canto popolare? O dei Beatles? (un ricordo commosso
al mite George Harrison!). Breva e Tivan era un bel disco,
ma questo se lo mangia! E, per chiudere come dice lui: londa
di ieer, porta londa de incoo/ locc de un vecc, lera
locc de un fioo (Londa di ieri porta londa di
oggi / e gli occhi di un vecchio erano gli occhi di un bambino).
Leon
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"Laiv"
Davide Van De Sfroos
Tarantanius - 2003
nei negozi di dischi
Disco
a due, tre, molte facce. Disco esaltante in alcuni passaggi e deprimente
in altri. Ogni tanto stai per urlare "al capolavoro" e il brano
dopo come minimo ti annoia. Il risultato complessivo è più
che buono anche perché "Accussì", "Lanterna
magica", "Lontano da te" e, soprattutto, "gli occhi
di Salgado", dedicata alle immagini del famoso fotografo, sono momenti
di intensa suggestione e di pura poesia. Quando invece in cui si ripiega
sulla tarantellata sinceramente si fa fatica a reggere e le canzoni appaiono
di una lunghezza infinita. Più in generale i momenti musicali sono
la carta vincente: il disco è suonato benissimo, con uno splendido
lavoro della chitarre e delle percussioni di Corrado Sfogli e Carmine
Bruno rispettivamente, mentre la voce di Fausta Vetere, per quanto velata
da un filo di polvere degli anni, è sempre fascinosa. I brani lenti
penetrano sotto pelle, raggiungendo strati che quelli più mossi
non riescono a toccare: sinceramente i 3'30" di "Chi è
devoto" si fa fatica a reggerli, i 4'25" di "Stann' arrivando"
tutti su un ritmo binario fanno l'effetto della Corazzata Potemkin (dù
palle!) tranne che nei 40 secondi superbi in cui canta Fausta Vetere e
"Il carro e la luna" è materiale già mandato a
memoria.
Come
ormai è un po' consuetudine della nuova canzone napoletana, ma
forse è meglio dire mediterranea in genere, la contaminazione è
la cifra stilistica preminente. Le villanelle, le moresche, le tarantelle
sono ora unite alle nuove
melodie mediterranee. Una ricerca tra la musica etnica che in qualche
modo lambisce i nostri territori. "Tutti noi siamo stati educati
ad avere paura del diverso - hanno dichiarato - a vivere
un rapporto negativo. Il Razzismo non è una malattia sociale ma
è una falsa lettura delle diversità".
"Viaggiare
in questo mare - afferma la NCCP - significa incontrare il mondo della
Magna Grecia sulle coste calabro-siciliane, la preistoria in Sardegna,
la presenza araba in Spagna, l'Islam turco in Jugoslavia. Significa sprofondare
nell'abisso dei secoli fino alle città di Gerico e Catal Hoyuk,
alle piramidi d'Egitto o alle costruzioni megalitiche di Malta".
Influssi ben presenti tra i solchi de "La voce del grano" e,
a mio parere, più la nave sala e prende il largo dal porto di Napoli,
più la buona musica gonfia la pancia delle vele e la navigazione
scorre libera e felice sopra le onde di un mare che ora è soprattutto
cultura. "La voce del grano - scrive la NCCP nella presentazione
al disco - e la voce di tutti gli spiriti e le forze che una volta popolavano
la natura. La cultura popolare sapeva distinguere gli spiriti buoni da
quelli cattivi, sapeva riconoscere e trattare la natura come una individualità
vitale". "Alla fine la voce del grano vuole essere una metafora
che racconta il bisogno irrinunciabile dell'uomo di adoperare la poesia
e la fantasia come evocatrici di immagini e ridare così, come una
volta faceva il mito, un senso alle cose".
E
questo disco ha un senso? Sì, in bilico tra meraviglia e già
sentito. Arpeggi di chitarra, di mandola o di oud magici e l'ennesimo
ritmo di tarantella di cui avremmo fatto a meno. Compratelo, fatevele
masterizzare, ma soprattutto ascoltatelo.
Leon
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