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Le
BiELLE RECENSIONI |
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| Gaber:
teatro e canzone sempre controvento |
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| Un
libro "senza buco" di Paolo
Jachia Gaber ha fatto per una dozzina d'anni il cantante puro e semplice, intrattenitore televisivo, personaggio popolare, con solo una vaga nomea di "sinistra" per i duetti con Maria Monti, qualche festival dell'Unità, i temi para-sociali del binomio fortunato con Umberto Simonetta, ma sostanzialmente era parte del carrozzone itinerante dei Claudio Villa o dei Morandi, con tanto di Canzonissime e Sanremo e Festival di Napoli nel carnet. Dal 1970 per 30 anni esatti (dal "Signor G" a "Un'idiozia conquistata a fatica") Gaber aveva fatto altro: inventando, o meglio importando in Italia, il teatro-canzone. Nel libro di Jachia viene spiegato bene il travaglio del trentenne Gaber all'arrivo del '68, immediatamente successivo al suicidio di Tenco a Sanremo (e Gaber, amico dei primi tempi di Luigi, partecipava a quell'edizione con un brano inutilmente disimpegnato: "E allora dai"), alla crisi che arriva quando "giravo i caroselli, andavo alla televisione, partecipavo a un sacco di trasmissioni, facevo il conduttore, cantavo una canzone, facevo un bell'inchino, poi mi guardavo e mi facevo schifo" ... "Ero come sdoppiato. Allora decisi: o riuscivo ad andare avanti come volevo io, oppure basta. Non volevo più fare il buffone". Tutti temi esplicitati poi in canzoni come "Suona chitarra". Da quel punto, come suggerisce Jachia, abbiamo "l'addio a mister Simpatia e l'arrivo del Signor G.". La ricostruzione prosegue con fascino per i 30 anni di sale teatrali, prima desolantemente vuote, poi esaurite in prevendita, abbozzando diversi strati di pensiero sul lavoro di Gaber su cui si può essere più o meno d'accordo (che fosse la "borghesia" l'oggetto primario degli strali di Gaber non lo credo nemmeno ora. Era l'umanità nel suo complesso col suo essere, ma più spesso apparire, di destra e di sinistra; categorie a cui Gaber, come ha dimostrato con l'omonima canzone, non ha mai saputo attribuire un significato ben preciso. E forse, lungimirante, ha capito molto presto che la lettura marxista per classi non era più attuale), ma quello che non mi piace di questo libro è l'aria raffazzonata che si respira per le pagine. Un lavoro "buttato via" in un modo che fa dispiacere, come se fossero una serie di lezioni universitarie legate assieme con lo spago, ma con tutte le incongruenze del caso, quando il discorso viene interrotto per una settimana e poi ripreso. Ma un libro non può concedersi "salti di tempo e di spazio" o infiniti ritorni come "ne abbiamo già parlato, ma lo riprenderemo", "come ho già detto", "confrontare Jachia - 1997" "Non credo utile insistere oltre, ma aver fin qui ricordato più volte ... ci permette di riprendere il discorso" . Cachinni, imprecisioni, sfocature che rovinano il piacere della lettura. Da Editori Riuniti ci saremmo aspettati di più in fase di rilettura delle bozze. Peccato, anche perché di opere critiche su Gaber ne esistono poche e questa appariva come una splendida occasione. Paolo
Jachia Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, una replica dell'Autore Il pelo nell’uovo,
ovvero le ciambelle e il buco nel cervello Cari compagni un po’ di logica o almeno di attenzione. Einstein è
un genio ma non si lava. Tutte le frasi scritte sopra sono vere, le prime tre sono però esatte, le altre hanno invece una pericolosa inclinazione alla mistificazione. Usciamo
di metafora: Ora nel libro ci saranno anche gli errori graziosamente segnalati e persino altri che ho trovato l’altra sera io rileggendo il libro per una presentazione (in alcuni punti è scritto Simonetta al posto di Luporini e direi che è più grave di Ceri / Curi che peraltro non ho trovato ma ci sarà e non è questa - non deve essere questa - la discussione e la replica), ma - e questo invece il punto - la recensione non discute il libro e le sue interpretazioni (“la sua tesi”) come dovrebbe fare, ma si limita a rilevare gli errori materiali e ad aggiungere che vi sono anche delle ripetizioni: “come se fossero delle lezioni universitarie legate assieme con lo spago”. A questo proposito devo dire che la ripetitività, oltre che dal mio carattere, come sanno i miei fratelli e amici, mi viene dall’essere professore di scuola media da 25 anni (e da più di trenta correggo temi ed errori in maniera non reazionaria e repressiva ma educativa: la grammatica esiste, gli errori esistono, ma non è l’unico valore e, tanto meno, deve essere un valore repressivo: vero valore è la libera discussione ideologica). E
magari potessi invece da buon prof. universitario fare un corso universitario
su Gaber e persino, da truce cattedratico, legare le lezioni con lo spago
e lucrare sulle dispense: ah sogni e perversioni! E qui arriviamo al punto vero: la parte più autentica della recensione è il fastidio che dal suo oggetto - Gaber - passa al “libro dello Jachia” di cui, per spirito polemico antigaberiano, non si discute nulla, non si contesta nel merito, ma viene liquidato per gli errori materiali e le ripetizioni. Ottimo:
non ho lavorato invano 15 anni con uno dei più grandi poeti comunisti,
Franco Fortini, per non essere contento; sono felice di dare fastidio
a chi voglio bene, dire col dito alzato: E non ho intitolato a caso l’introduzione “Norme per un uso politicamente corretto di Gaber”: era un colpo ironico ma anche serio. Il messaggio vero del libro infatti, con i suoi errori e le ripetizioni, era questo: la sinistra o sarà eticamente gaberiana o non sarà. Questa “tesi” in effetti è stata ripetuta un po’ di volte nel corso del libro (almeno 3 volte a capitolo e… persino nella “quarta di copertina”!) ma forse non sono stato abbastanza ripetitivo perché il recensore riuscisse ad afferrare il concetto, e a cogliere, di conseguenza, quanto la sinistra abbia bisogno delle idee che Gaber è venuto ripetendo ossessivamente per un trentennio. Qui
la discussione. Questa la tesi. Il buco, come è ormai evidente, era dunque nel cervello del cieco pseudo recensore che titola invece maldestramente il suo prodotto “un libro senza buco”. E’ in coerenza al “suo” di buco e di baco infatti che, dopo aver scorso invano le 200 pagine del libro, il nostro cieco pseudo recensore si chiede “qual era la tesi del libro?” Avendo scelto in realtà di non vederla e di limitarsi pregiudizialmente a “vedere” gli errori e le ripetizioni. Bene, a questo punto, per castigo, da vero professore, in verità vi dico che meritereste non di rileggervi da capo il libro (penso non vi servirebbe), ma di farvi la Milano-Mare, andata e ritorno, con Ombretta Colli. Saluti
comunisti.
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Ultimo
aggiornamento: 30-12-2003 |
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