Il
brivido e la sferza di una poetica straziante e tesa a una perfezione
formale, a un gioco ritmico che contiene dal massacro dei generi di gusto
post-moderno, dallo scandaglio sull'inutilità e sulla bellezza
formale della parola, all'intensità dei classici anonimi della
musica popolare.
Max Manfredi è da solo una propria letteratura che prima ha distrutto
e poi ha fondato.
Questo in -ahimè- tre soli dischi (anche se corroborati da un incessante
e feconda attività live) finora pubblicati e, tranne l'ultimo,
difficilmente reperibili.
Il
primo "Le parole del gatto" (1990) non lasciò e non
lascia indifferenti: vinse la Targa Tenco riservata all'opera prima,
e pur presentando due caposaldi della vena più giocherellona
dall'autore "A casa a piedi" e "Via G.Byron Poeta",
pur reso un po' eccentrico dai non indovinati arrangiamenti, datati
e stravaganti, apre le persiane sulla ferita Max Manfredi: una ferita
che, cortocircuitando linguaggi alti e bassi, colpisce a morte il piagnisteo
consono alla canzone d'autore nostrana (anche se alcuni degli zombie
più tenaci hanno prolungato a tutt'oggi la loro "allegra"
notte di morti viventi). E' un disco di compatte intenzioni, in cui
si calpestano allegramente i generi, si beffeggiano gli steccati con
dotte citazioni blues, tango, discomusic...ma in cui, a voler andare
a fondo si può cominciare a scorgere anche la vena più
straziante del maestro, quella in cui si affaccia una pietà per
noi, i "Topini" persi in un linguaggio globalizzante che non
dominiamo e che crea un'infinito vuoto, un'infinita solitudine: sono
i toccanti momenti di "Botti di S.Silvestro" e "Sottozero".
Il
secondo disco "Max" (1994) è una più eterogenea
raccolta e un'importante passaggio.
Finito il momento della forsennata sperimentazione, il linguaggio di
Manfredi, oramai consolidato, comincia a misurarsi con una dimensione
epica di racconto: "la storia di Jan di Leida", "I segni
della fine", ma anche su un livello più intimista "Natale
fuoricorso" e "Il coro dei ranocchi" sono altrettanti
momenti che marcano nuove modalità e nuove forme della canzone
d'autore, un nuovo linguaggio che si misura con i bagliori ininterrotti
della poesia che "ti scoperchia il capo". Finito dunque quel
certo compiacimento di esploratore dei buchi della comunicazione, inizia
a prendere piede l'aedo che di "questo spreco, di queste ferite"
ci canta l'amarezza; magistrale e straziante in questo senso "Le
rime di San Pierdarena".
Il disco ruota intorno a un centro ideale che è "La fiera
della Maddalena", stupendamente duettata con Fabrizio De Andrè,
la canzone è una galvanizzante girandola in cui la ricchezza
caledoscopica del linguaggio e l'intenzione popolare della struttura,
giungono a un momento di pura bellezza. Nemmeno però mancano
le ironiche puntate di "Notti slave" e "La USL non passa
l'amore". Dunque nel complesso, non solo la conferma di uno dei
maggiori talenti della storia della canzone, ma un passo avanti che
coinvolge autore e pubblico in una nuova dimensione.
Molti
anni separano quel "Max" dal successivo "L'intagliatore
di santi"(2001), ma non passano invano.
Ad ascoltare quello che ad oggi è l'ultimo prodotto di Manfredi
chi scrive continua ad avere l'impressione di trovarsi di fronte a un
vero "evento" della vita culturale degli ultimi anni.
E' un disco senza momenti di pausa, o forse una grande pausa di oltre
quaranta minuti dalla banalità e dall'orrore di questi tempi;
senza un suono fuori posto, cantato divinamente, eppure non statico,
ad ogni nuovo ascolto, il disco svela più profondi paesaggi e
passaggi. E' in fin dei conti il capolavoro di una artista la cui penna
svola senza tempo e luogo dal fado ("il fado del dilettante")
al rebetico ("Le storie del porto di Atene"), alla song Weilliana
("La ballata degli otto topi"). Testi e musiche fusi in un
inscindibile, ghiotta storia d'amore, fatta dalle cinquecento catenelle
d'oro di una voce che viene dalla notte delle musiche popolari, intessono
il diorama di una delle operazioni più esaltanti in cui l'amante
di canzoni possa imbattersi: "Danza composta", "Azulejos"
o "L'intagliatore di santi" sono ricchi, feroci o calmi inni
consapevoli e onirici al contempo. "Caterina" è -semplicemente-
una delle più grandi canzoni d'amore mai scritte, con l'immagine
più perfetta della lirica del '900, "Sbatterò nella
sua notte come un lenzuolo al vento": sapreste pensare a un più
semplice condensato di umore, pesantezza, volubile fragilità,
somma e sublime precarietà che suggerisce quest'immagine in cui
riposano da Saffo a Jacques Brel, passando per Romeo e Giulietta?
E
ciònonostante, per chi ha familiarità con gli spettacoli
dell'artista, esistono perle forse ancora più preziose non consegnate
alla pubblicazione: dall'apocalittica e immensa "Luna persa",
alla fragile e straziante "Polleria"...ma la colpevole disattenzione
dei mezzi d'informazione rendono la vita di questo artista (ma non è
il solo!) molto complicata...
Si
accorgeranno pubblico e addetti ai lavori dello Show-Businnes italiano
che stiamo assistendo al colpevole sperpero di un genio?
A.L.
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Max
Manfredi e le sirene impazienti: E' il più clandestino dei cantautori
emergenti
Gli
agiografi narrano che Fabrizio De André, alla domanda precisa su
chi dei nuovi cantautori poteva un giorno sperare di raccogliere la sua
eredità, rispose: "Max Manfredi è certamente il migliore".
E Max, che pure ha avuto l'onore di ospitare Fabrizio in una sua canzone
(la bellissima La fiera della Maddalena), si sta dando da fare per non
smentire tale sommo parere.
La
critica è unanime, il tam tam su Internet impazza, il passaparola
tra amici è in fibrillazione: bisogna sentire Max Manfredi. Non
perdetelo. Cercatelo. Se è in concerto dalle vostre parti, è
la vostra buona occasione.
Il
problema con Max è che lui è un cantautore del genere semi-clandestino.
Genovese e orso come Fabrizio, Max evita le occasioni pubbliche, centellina
i concerti e le uscite discografiche. Il nocciolo duro dei suoi fans è
tenace, ma soprattutto paziente.
Adesso
è appena uscito un suo nuovo disco, dopo 7 anni di attesa: L'intagliatore
dei santi, distribuito da Storiedinote.
Il
disco è un disco scostante. Non ruvido, ma introverso. È
uno di quegli oggetti che non vogliono lasciarsi accarezzare. E allora
bisogna lasciarlo lì, girargli intorno con circospezione, lasciargli
il tempo di decantare e consentirgli di entrare in confidenza con te.
Quasi come Max.
Chi è Max Manfredi?
Un mite disadattato col dono della parola musicante. Uno che per quanto
questo dono ha faticato e fatica e intende quindi ricavarne gli utili
di una dignitosa sopravvivenza.
E De André? Un viatico importante, ma un confronto pericoloso,
no?
Da bambino ascoltarlo era obbligatorio. Mi ha però sempre dato
delle emozioni. Magari nell'adolescenza lo ascoltavo a sprazzi, finché
mi ci sono riavvicinato con Creuza de Ma, anche se avevo scelto come miei
artisti degli altri: Leonard Cohen, Paolo Conte per un certo periodo,
Guccini per un altro. E
comunque De André c'era sempre. Poi mi ha conosciuto (lui me) -
attraverso una cassetta - e mi ha dedicato questo attestato di benemerenza,
incidendo con me una mia canzone che, se non mi ha spianato la via alla
promozione (ci vuol altro!), è stata per me l'occasione per incontrarlo,
un'esperienza e un ricordo prezioso.
Ma
ne "L'intagliatore di Santi" non percorri tematiche deandreiane,
se non forse per la comune tendenza a cantare i "vinti", a mettersi
comunque "dalla parte del torto"
Cantare i vinti diventa una necessità nel momento in cui i vincitori
non sono degni di essere cantati! Semmai dileggiati! Personalmente ho
preferito, nel mio terzo CD, agire in modo obliquo, non frontale, approfittando
anche del fatto che, come si constatava, sono poco conosciuto e poco apprezzato
al di fuori di una cerchia ristretta. Ho scelto un understatement apocalittico,
se così si può dire: nulla abdicando del mio linguaggio
(e, insomma, del mio dono) a vantaggio della comunicazione-idolo che mi
è piaciuto sentire definire in una delle ultime canzoni del cantautore
De Gregori l'ultimo rifugio dei vigliacchi. Del
resto è tipico della vigliaccheria intellettuale lo scegliere dei
beni-rifugio, e lo facciamo un po' tutti, in varie forme. Ho però
lavorato, per quanto riguarda il mio linguaggio, ad una specie di semplicità
complessa, rendendolo meno spigoloso del solito. Non per essere capito,
semmai per capire.
Con
il risultato di produrre un disco anacronistico e fluviale. Un disco dal
quale lasciarsi trasportare, ma senza provare a nuotare controcorrente,
perché la corrente è troppo forte e ti porterebbe via con
sé.
Il risultato è infatti un disco fuori moda senza essere vecchio,
inattuale come diceva il miglior Nietzsche (il peggiore è quello
che confondeva superumano con disumano, e non sapeva che all'uomo sarebbe
stato sostituito non l'Oltreuomo e nemmeno il Superuomo, ma l'Iper-uomo
da ipermercato!)
Giorgio
Maimone da www.i-am.it
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VIA G. BYRON, POETA
Testo e musica di Max Manfredi
Stavo solo brindando
alla ipocondria
che mi assume per fare da punto esclamativo
a un pubblico pagante "parlandone dal vivo"
nelle balere stazze di fumo e polizia
ma adesso non ho voglia di menarlo ai deserti,
vedi che piglio tutto con estrema nonchalance
di fuori sta piovendo, vedo solo ombrelli aperti
voi siete senza benza ed io non senza chance
ma gli zombi, gli zombi metton su facce serie
si stanno riciclando dalle loro macerie
sembrano inossidabili, vederli fa piacere
specie quelli simpatici che pagano da bere
ma io sono in delirio, voi senza meta;
ma mollatemi qui in Via G. Byron, poeta.
G. Byron lo conosco, era tosto con le donne
gli han dedicato un viale con un cane lupo triste;
tacchinava inglesine, veneziane e bisnonne
lui, l'orgoglio e la croce delle mie classi miste.
Byron è amico mio, perchè lui era un manico
censurato giammai, tanto peggio, era un dandy.
Claudicante e bellissimo e un tantino satanico
teneva in casa un teschio giusto per berci il brandy.
Il quarantuno è pieno di cicche e di lattine
ma se cammino e sudo smisto un po' di tossine
mi fan male le olive se le mischio col gin,
non so se arrivo pulito fino a Piazza Manin ...
Non sono "mezzo sbronzo", è una sbronza completa
ma mollatemi qui in Via G. Byron, poeta.
... Ero lì che pisciavo sui muri dell'Astoria
sui cespugli dell'Eden, gli ultimi vespasiani
fitti di falli acidi del Genoa e del Sampdoria
e tristi come le facciate delle cattedrali;
e sei sbucata tu da un dedalo di docce
(cuccami nel mio loden da Ebreo Errante)
L'Olandesina smarca l'Olandese volante
(poi mi hai preso di tasca il mio Valium in gocce) ...
Quei tuoi occhi da gatta svendimeli per saldo
dammi un palo d'abisso complottiamone a caldo
ti voglio a prezzo d'asta, in offerta speciale
piglia due paghi uno, il tuo corpo di Natale;
ma io sono sempre a Genova e tu sei sempre a dieta
mollami pure qui in Via G. Byron, poeta
L'INTAGLIATORE Dl SANTI
testo e musica di Max Manfredi
E'
da poco che sono in citta' e mi sono ambientato da poco
Fra parchi rovine e caffe' e le mura che danno sul vuoto
Potete vedermi che brancolo nei pomeriggi stravolti
Oppure che intaglio col roncolo i santi dei vostri archivolti
I santi e le sante hanno facce di paese in paese diverse
Somigliano sempre a qualcuno, persone incontrate e poi perse
A volte e' un cane che abbaia perche' gli attraverso il pensiero
A volte e uno sguardo di donna che sogna il mio seme straniero
Intanto che intaglio i miei santi d'ulivo. ciliegio e nocciolo
In piazza del municipio le persiane diventano d'oro
Le pietre diventano rosa e nell'aria di pelle bambina
Intanto che poso il lavoro e mi bevo una birra alla spina
Rimango seduto in ascolto di qualche canzone francese
E penso ai santi che incontro girando di paese in paese
Allora m'invento un profilo diverso da tutti gli umani
Mi va di parlare soltanto coi mostri delle cattedrali
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DANZA
COMPOSTA
Testo di Max Manfredi -musica di Max Manfredi e Marco Spiccio
Capitano
di gran valore ti sono venuto a trovare
capitano di gran valore, ti sono venuto a svegliare
Lo so lo so che tutti quanti hanno ferite da consolare
Lo so lo so che quasi tutti le conservano nel sale.
Capitano di gran valore, grande campo di battaglia
Alamari di calamari e polsini di conchiglia
Il mare ti ha virato seppia nella foto di famiglia
Il mare ti ha venduto l'oppio, ti ha chiuso sotto le sue ciglia
Ho chiesto a un annegato come fanno naufragio le navi
Tutta colpa di una sirena a cui troppo tu assomigliavi
Fra i sorrisi a serramanico e le lame degli arcani
Qualche volta danzavi dispari, qualche volta danzavi pari
E quando scende la sera sul campanile di San Rocco
E quando scende la sera fra i cocci dei vasi di cotto
E quando scende la sera fra dita calde di scirocco
Gli dei concedono ai mortali il profumo del bergamotto
Vento di garbino, vento di grecale
Qualche volta ti voglio bene, qualche volta ti voglio male
Tra le luci della notte e le fiamme della controra
Certe volte venivi meno, certe volte, ancora e ancora
Amore perduto per sempre, ti ritrovo sotto il sudario
Amore venduto per sempre, ti ritrovo dietro il sipario
Ti ritrovo subito dopo lo stretto necessario
Ti ritrovo subito dopo lo stacco pubblicitario
Cantavo questa canzone quando avevo il piede marino
Adesso dormo nel cartone della notte di Torino
Per amore dei cocainomani con il naso fatto a tubo
Certe volte danzi composta, certe volte danzi sul cubo
CATERINA
testo e musica di Max Manfredi
Caterina
e' una ragazza, una ragazza che da' sul mare,
abita in una piazza, in una casa tutta da sposare
Caterina e una ragazza che ti fa innamorare
quando passa sulla terrazza sotto la luce del temporale
e nei giorni di sole prende il fresco sull'altana
col vestito leggero di seta indiana.
Una di queste sere era li al davanzale
una di queste notti saliro' le sue scale
Caterina ha paura, in una notte di bufera
aggrappata alla finestra ha visto la Dama Nera
Ha vista la Dama Nera, ha vista la Dama Viola
Caterina non ha voglia di dormire da sola
La settimana santa legano le campane
Come legano i cani di case lontane
I miei piedi sono stanchi di questi rioni
dove abbraccio i lampioni invece dei suoi fianchi
Amore mio, che strano tenersi quasi a bada,
ritrovarsi per strada quando non c'e piu' strada
Amore mio, che strano cadere addormentati
e perdersi di vista rimanendo abbracciati
Come la sentinella di un' "alba" medievale
II camion della rumenta ci veniva a svegliare
Una di queste sere stendeva il maestrale
una di queste notti dormiro' nel suo sale
Se mi assiste fortuna, se il destino e' contento
Sbattero' nella sua notte come un lenzuolo al vento
L 'altra sera ho venduto per andarmene al cine
il mio fuoco di paglia e la mia casa di spine
Sono entrato che il film era quasi finito.
chi baciavi nel buio, non I'ho mica capito
se era solo un amico, se era il volto di un dio
vuoi vedere che invece chi baciavi era io ?
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