Speciale Festivaletteratura 2002

Simon Armitage
Alessandro Haber
David Lodge
Paco Ignatio Taibo II
Mariano Deidda
Michael Cunningham
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
Ian Mc Ewan e Tobias Wolf

 

Simon Armitage ­ Giovedì 05/09/02
­ Casa della Beata Osanna ­ h.11.15

Poeta, inglese, un solo libro tradotto in italiano. “Poesie” - Mondadori.
Parte con la lettura di una poesia: “Zoom” (“La gente miferma per strada/ mi importuna durante la coda alla cassa/e mi chiede/ “Cos’é questa cosa così piccola e così liscia/ma con massa superiore al pianeta con anelli?”/ Sono solo parole, li tranquillizzo./ Ma non ci credono”)

É un testo molto piano, molto “normale”, più che altro un racconto. Manca il momento lirico.
Gradevole, ma …non so. É come se mancasse qualcosa. Il pubblico é colto, di età variabile. Look casual-marpioneggiante. Posano di più le signore, prese dal sacro fuoco della poesia ed in maggioranza; già ispirate prima di sentire i versi. Comunque pienone. Prevalgono i capelli rossi.

Il traduttore, Luca Guerneri, spiega che il primo libro di poesie Armitage l’ha pubblicato a 26 anni e che la sua poetica é “molto innovativa dal punto di vista linguistico, quanto infilata in schemi formali di stampo classico e una capacità di variare i ritmi tra improvvise accelerazioni e rallentamenti su un piano medio”.
Simon ha una voce educata (poesia “November”) con cui declama i suoi versi. Tono calmo, ma con una tensione timida nel fondo. Non cambia quando parla normalmente. Il tono é monocorde, privo di impennate e variazioni.

“Credo ci sia un carattere democratico nella lingua. Io parlo di eventi quotidiani, piccoli, non miracolosi. E cerco nella poesia le cose che potrebbero succedere in una giornata normale. Con qualcosa in più: quell’elemento di meraviglioso che si può trovare nella vita di tutti i giorni”. “I versi finali di “November” (“ci sono volte in cui il sole brilla e ci sentiamo vivi/ éuna delle cose che dobbiamo tirare fuori, John, da questa vita”) sono un invito a capire se si può trarre qualcosa dalla vita o dobbiamo uscirne. Non ci crederete, ma mi é stata ispirata da un fumetto western che leggevo da giovane. Non é il ruolo della poesia dare risposte, ma piuttosto di riformulare delle domande”. “Gran parte delle mie poesie hanno un riferimento alla scienza medica. Abbiamo fatto tanti progressi, sappiamo tutto del cosmo e abbiamo paura ad affrontare quello che sta cinque centimetri sotto la nostra pelle. Il mondo si può dividere grosso modo in due: quelli che hanno spaccato a metà una palla da golf per vedere cosa c’era dentro e quelli che non l’hanno fatto” (“L’uomo con una pallina da golf come cuore”).

Guerneri: Parlando con gli altri Simon tamburella sul tavolo per contare le sillabe del discorso. É un aneddoto o é vero?
“Credo che la musica ci indichi un quadro preciso in cui scrivere. Quello che faccio io é molto più collegato alla composizione musicale che alla poesia strettamente intesa. A volte le parole si mettono di traverso, sono un ostacolo. Potessi scrivere una poesia senza parole sarei più contento. Tamburello per tenere il rimo, non per contare le sillabe. Per darmi una misura, un tempo musicale a cui restare dentro. Costruisco spesso versi di 10 sillabe, ma per questione di ritmo. Il fatto é che le parole hanno un significato, a questo non possiamo sfuggire. Ma il significato di una poesia sta nella sua musicalità. D’altra parte le parole hanno una forza incredibile. Puoi portare chiunque a fare qualsiasi cosa con le parole. La forza delle parole e il ritmo delle parole”.

Guerneri: Lo stile ricordato da Simon é la pentapodia giambica, affinata in Inghilterra da Chaucer e portata alla massima realizzazione da Shakespeare. É la ritmica classica del parlato: assenza d’accento, accento e così via per 5 volte. L’interessante é che Armitage mischia una metrica così antica con parole diverse, nuove. Nella traduzione la fatica é cercare di mantenere questo ritmo lirico: cercare di tradurre il senso sì, ma intercettando il ritmo lirico.
“Cerco di introdurre nelle poesie che scrivo più di un livello: é un po’ come in quei test visivi, in cui concentrandoti emerge un’altra prospettiva”.


Scarpe: come Nanni Moretti potrei narrare la storia di una generazione attraverso le scarpe. Dal mio angolo di osservazione le vedo benissimo. Globalizzazione delle scarpe da ginnastica. Sandali, molti, scarpe bi-colori da bowling; sopravvivono eterni mocassini che, si vede dalla loro espressione vissuta, dall’eterno vengono. Pochi tacchi (l’ora mattutina non consente) e poche, pochissime gonne. I tacchi rimasti sono del tipo a pianta larga e sagoma sottile. Ciabatte rosse su piedi ignudi, scarpe comode per camminare. I poeti (e chi ascolta i poeti poeta é) cercano meno ostacoli possibili per captare la vita: Abiti e scarpe comode che crocchiolano sulla ghiaia. Qualche calzino bianco occhieggia con nostalgia. Il marchio della Nike predomina. Batte mezzogiorno (anche nella mia vescica), cielo bigio e vento da est (Grecale? Non saprò mai i nomi dei venti, io figlio di una città senza aria!). Di colore stravince il blu. Nella mente inizia a crearsi spazio per tortelli e luccio in salsa. Tra un po’ l’immagine arriverà allo stomaco. L’incontro volge alla fine. Simon ha scritto anche un romanzo. Ne faranno un film.

 

Alessandro Haber: "Bukowski"
Giovedì 05/09/02 ­ Teatro Sociale­ h.21.15


Il tempo incalza e non c'è spazio nemmeno per la cena (aaagh!). Si rimedia con una fetta di pizza e una Corona (birra) al volo. Il teatro sociale è pieno come un uovo (ma quest'anno sono tutti zeppi gli eventi?). Troviamo posto in un palchetto laterale, praticamente un balcone a picco sul palco. La gente ci guarda, pensa che siamo noi lo spettacolo. E forse lo siamo. Dopo 112 ore ininterrotte di cultura (ci abbiamo infilato anche Palazzo te e la mostra sui Gonzaga) la mia camicia rosa antica si è trasformata in un verde marcio, le mie caviglie in canotti di salvataggio e, inevitabilmente, il mio deodorante mi ha piantato in asso.
(La stanza degli affreschi di Amore e Psiche a Palazzo Te e il quadro di Brugel comunque valgono ben più di un brivido) . Ma non siamo noi lo spettacolo. Su una scena un po' così, tra l'alluvionato e il post-nucleare beckettiano prenderà posto Alessandro Haber impersonando Bukowski. Ruolo adatto: aria laida l'attore, aria laida il personaggio. Inutile dirlo: parto prevenuto e non positivamente. Non mi piacciono nè l'uno nè l'altro. In scena, disposti disordinatamente, un frigorifero, tanti gatti finti, una macchina da scrivere, tanti fogli dattiloscritti ovunque, molte bottiglie vuote, un pagliericcio in disordine, abiti gettati qua e là, un ventilatore, un pianoforte, un basso, un sassofono e una batteria. Il pubblico della sera cambia, sale di ton. Non appaiono smoking e signore in lungo, ma qualche cravatta sì e qualche scollatura pure. Haber tarda, ma il pubblico non si spazientisce. Il teatro è un antico piccolo teatro all'italiana con una platea e 4 ordini di palchi sovrapposti, fino al loggione. Tutti pieni.
Buio in sala. Buio sul palco. Prendono posto in silenzio i musicisti e, di spalle, su una poltrona, una donna con lunghi capelli biondi. Parte la musica, parte la voce:
Haber parla dalle spalle della signora bionda. Haber è 1a la signora bionda. E la magia del teatro prorompe con violenza! All' improvviso la voce di Haber afferra la poesia di Bukowski, le dà anima, le dà spina dorsale, le dà una spinta verso l'assoluto. E sono fuochi d' artificio! La notte, il palco, si illumina di senso e di significato: la vita di un'altra persona e' li', tradotta in parole a dipanarsi davanti a noi. La gente segue rapita.
La musica, un solido jazz-blues permea tutto lo spettacolo trasformandolo quasi in una lunga suite. Poesie e musica, poesie e canzoni. Quanto enunciava in teoria Armitage in mattinata, senza riuscire, ahime' a renderlo, Haber realizzava. Al termine della prima splendida tirata sugli amori che sono tutti invecchiati (un tema che conosco bene) scrosciano gli applausi e non smetteranno più, per l' ora e mezza che durerà lo spettacolo. Un trionfo. Haber è raggiante. Ma lo spettacolo è davvero bello. Concede addirittura un bis ricantando una canzone, confondendosi e interrompendosi per l'emozione. Molte le chiamate (anche per il regista Giorgio Gallione e per l'autore delle musiche, Forghieri, mi pare) . Lo spettacolo era una prima assoluta e Haber annuncia che ora e' convinto di poterlo portare in giro e che vuole tornare a Mantova. Una bellissima serata, una magia che mi e' rimasta incollata addosso. Bravo come attore e quasi meglio come cantante. One man show ma di qualita'.


Nel pomeriggio, invece, Luca Scarlini aveva massacrato di noia Le botteghe color cannella di Bruno Schultz, uno dei libri piu' importanti che siano forse mai stati scritti. Libro di intensi lirisimi, di immagini brucianti, di sensazioni coinvolgenti. Libro che riesce a mettere in fila frasi come: "Il folto groviglio d' erbe, gramigne e cardi brucia crepitando al fuoco del pomeriggio. Vibra del ronzio delle mosche la siesta pomeridiana, le stoppie dorate stridono al sole come fulve cavallette; nella pioggia crociante del fuoco strillano i grilli. I gusci pieni di semi scoppiano sommessamente come larve di cicale".
La passione c'era, la conoscenza del tema anche, il pubblico pure attento e ben disposto, mancava la verve, una qualsiasi verve spettacolare. Peccato.

 

David Lodge, h.15:00,
Cortile della Cavallerizza, 06/09/02

Inizialmente meno pieno del previsto, ma poi si riempie.
Finalmente un raggio di sole. Durerà? Molti giovani. Chi sono? Gli alunni del Professore? Presenta Laura Lepri: Umberto Eco dice: "Ci sono pochi scrittori cattivi come David Lodge. Forse conta anche la sua formazione cattolica: una minoranza nell'Inghilterra anglicana. Caratteristica di Lodge è anche l'assenza di un giudizio morale per i suoi personaggi. La sua formazione risale agli anni '60, discende quindi dagli "arrabbiati'inglesi, gli "angry young man" di John Osborne. Cosa è rimasto di quel movimento 40 anni dopo?
"Innanzitutto devo dire di essere stupefatto del connubio tra bella città e letteratura. Ero un pò deluso quando ho saputo che il mio intervento era stato confinato alle 15,00. Nei congressi, in genere, la chiamiamo l'ora del cimitero. Ma qui in giro non vedo molti cadaveri. Evidentemente vi siete risparmiati la siesta" . Lodge parla un inglese chiarissimo, riesco quasi a capirlo anch'io. Voce profonda, confessa un'incipiente sordità.
"Io ho iniziato con la nouvelle vague conosciuta come "gli arrabbiati'che aveva interesse a ribellarsi all'ordine costituto e di criticare la borghesia. Quanto rimane? Eravamo onesti. Soprattutto parlando di cos'era e come era l'Inghilterra. E non come volevamo far finta che fosse. C'è una vena di ironia e satira nel mio lavoro. Credo che venga da quel periodo. La capacità di scrivere cose serie ma con una certa ironia d'altra parte è costume della letteratura inglese da Fielding, a Jane Austen, a Dickens, Da Tahckeray a Sterne, a Forster, a Kingsley e Martin Amis, da Evelyn Waugh a Jonathan Coe".
Laura Lepri: si diceva che gli scrittori inglesi si ricordano sempre dei loro lettori, però in una sua piece Lodge fa dire a uno scrittore americano che la letteratura inglese è "Letteratura media, per classe media di media età. "Il massimo che può succedere è che una vedova in menopausa beva un bicchiere di troppo". Quali sono i rapporti con la letteratura americana?
"Un romanzo, nel momento in cui esce, può già essere superato dai fatti. E così è successo a me questa volta. Il rapporto tra letteratura britannica e americana è cambiato negli ultimi anni. Fino agli anni '80 la letteratura americana veniva vissuta come più avventurosa ed ambiziosa.
Ora invece, la letteratura inglese è stata innervata da nuovi ceti sociali, anche dal proletariato e da esponenti dal Commonwealth che scrivono come inglesi, ma sono portatori di esperienze diverse. La letteratura americana, peraltro, negli ultimi anni si è abbastanza addomesticata.
Vi sono ancora differenze tra le due letterature, ma più sfumate. Il mondo letterario britannico è piccolo, ma più infarcito di convenzioni sociali. Ci sono simbolismi sociali da cui non si esce. Lo scrittore Usa è meno sicuro del suo pubblico e quindi fa più sforzi, nell'ambizione di raggiungere un pubblico più ampio".
Lepri: paradossalmente Mrs Thatcher ha forse aiutato la nuova letteratura inglese? L'ha inconsciamente stimolata?
"Non ho mai collegato la Thatcher con la letteratura. Anzi, credo che non abbia mai letto un libro. Anzi, se gli uomini politici leggessero forse sarebbe meglio. Tutti gli autori l'hanno detestata, ma sì, sotto di lei c'è stata una fioritura. La causa forse è stata la corsa al privato che ha spinto le case editrici a consorziarsi, a pagare di più gli autori, malgrado loro si opponessero alla Thatcher. Mollando le redini alla rigidità inglese si è arrivati a una libertà sociale da liberalismo economico. Gli scrittori sono e restano di sinistra, ma hanno ottenuto benefici da un governo di destra". "Nei miei libri cerco di inserire sempre una costruzione binaria, dove c'è una dialettica tra due posizioni che si scontrano. E non è detto che io abbracci totalmente una delle due posizioni. Nel mio ultimo libro "Pensieri pensieri" l'argomento che mi interessava era il dibattito sulla coscienza, tra la corrente scientifica (il meccanismo del pensiero simile a un PC) e corrente umanistica (l'anima motore della mente).

 

Paco Ignatio Taibo II h 17.45
Cortile della ìCavallerizza 06/09/02

Un vulcano! Accanto a Lui Pietro Cheli che non riesce quasi a parlare. Non ce ne sarebbe bisogno. Fa tutto Paco: "Nessuno può essere più la stessa persona dopo aver letto Anna Frank". "Non si può essere razzisti se si è lettol da ragazzi, Sandokan". " La dove Lenin, a volta perde, Robin Hood ha sempre vinto".
Il potere della letteratura: credo fermamente nel potere della letteratura. Che inq uesto mondo di merda in cui viviamo è uno dei pochi posti dove sopravvive l'utopia.
Leggere è uno dei pochi atti sovversivi che ci sono concessi. Il capitalismo non vuole che noi si possa essere come altre persone. Noi dobbiamo sempre essere uguali a noi stessi, fare il tragitto casa-lavoro nel mnor tempo possibile, ospitare in casa una persona (il televisore) che ti parla, parla, dice sciocchezze e non ascolta quello che hai da dire tu. Ci hanno chiesto di perdere gli spazi collettivi, il senso della solidarietà, di essere sempre uguali a noi stessi. E ci sono riusciti! Ma non riusciranno mai a entrare nella repubblica democratica dei lettori. Non possono! Non possono impedire a un ragazzino messicano di 17 anni di aprire un libro e di diventare una principessa
indonesiana di 27 anni, gran puttana. La letteratura è fuga ed evasione dalla prigione della realtà. Un principe che bacia un rospo e diventa l'autista di Berlusconi. Alla luce della tua piccola lampada notturna entri nel mondo della fantasia e torni con le ovaie e i coglioni rinforzati per reggere la vita del giorno dopo. Tutti noi qui presenti possiamo vivere senza un Volkswagen, ma non senza un'utopia!
Il fallimento nella vendita dei libri è dovuto al fatto che ci sono in giro un sacco di scrittori di merda che scrivono cazzate. Non è il flipper o i videogiochi che allontanano i lettori: sono i cattivi libri. La letteratura imposta e frazionata, come a scuola, o ridotta a argomento di tema o di verifica è destinata a morte sicura. Lo Stato, coerente al suo ruolo repressivo, dovrebbe proibire la letteratura!
E magari bruciare pubblicamente libri nei falò. Così potremmo organizzare delle reti clandestine di lettori di libri gialli!
Al di fuori delle provocazioni dobbiamo fare in modo che si scrivano di nuovo libri che facciano rivivere passioni bestiali. Lo scrittore ha un ruolo sociale: dare ai lettori un paradiso proibito. Voglio scrivere libri che facciano venir voglia di mettersi a casa in malattia (finta) per finirli, che tengano il lettore in punta di sedia, che lo ipnotizzi come fanno i serpenti, libri che si leggano in tram, in autobus, al cesso. La stitichezza è un'operazione sovversiva! Voglio il piacere dell'avventura, delle sottotrame, dei personaggi secondari, quelli che ti fanno ritornare a pagina 26 per vedere se era vero che il figlio della portiera fosse morto.
E soprattutto: bisogna scegliere da che parte stare.
Sempre!"

 

Mariano Deidda canta Pessoa
h.19,30 Teatro Bibiena 06/09/02

L'estremo affollamento della serata di ieri (e l'accavallemtno di alcuni eventi) mi ha fatto perdere quasi tutto l'intervento di Antonio Munoz Molina che considero un grande sotto moltissimi aspetti ("Un inverno a Lisbona", "Beltenebros", "Sefarad", tra l'altro accompagnato da Bruno Arpaja, uno tra i piu' interessanti autori italiani ("Tempo perso" e' affascinante e coinvolgente). Peccato. La sala e' come al solito densa di pubblico, al Palazzo Della Ragione, una sede nuova per il Festival, interna a un palazzo medievale in pieno centro cittadino. Grande fascino. Pubblico non di giovani. E per la prima volta non a netta priorita' femminile. Le donne, comunque, a Mantova, sembrano piu' degli uomini.

Lasciamo, purtroppo Molina (che parla in italiano senza bisogno di traduttore) e spostiamoci di altri 500 metri fino al Teatro Bibiena per assistere al recital di Mariano Deidda che canta Pessoa. Deidda e' un autore e cantante sardo che, all'incirca un anno fa, e' uscito con un disco bizzarro, ma pertanto destinato a non passare inosservato presso gli osservatori piu' attenti, dedicato alle poesie di Fernando Pessoa. Un disco inizialmente "dormiente", poi svegliatosi nelle classifiche di vendita, fino a raggiungere cifre discrete per un'opera senz'altro non semplice, non ammiccante e di sicuro non di rapida e immediata assimilazione. Forse il pensiero immediato nel fare un disco su un poeta lusitano potrebbe essere ricorrere al Fado. Deidda ha evitato la facile trappola di un passo eccessivamente scontato ed ha creato dei fragili e delicati arrangiamenti che devono piu' alla musica classica che alla canzone portoghese. Ora viene presentato in un recital all'interno del Teatro Bibiena, altro teatro all'italiana, con quattro file di palchetti, piu' piccolo del Teatro Sociale, leggermente meno fascinoso, ma adatto per recital di media dimensioni. Accompagnato da una formazione che allinea Nino La Piana al pianoforte, Danilo Pala al sax contralto, Yves Rossignol al contrabbasso, Ines Hrelp al violoncello de Davide Pecetto alla fisarmonica in qualche brano, Mariano Deidda alla voce, alterna letture piane a brani cantati. La musica e' uno strano ibrido tra classica e jazz notturno, come lascia intendere la formazione che accoppia, in modo forse un po' inusuale un violoncello a un sax. Grande fascino e maestria orchestrale. Leggermente inferiore la resa del canto. Forse soffocato da una cattiva amplificazione, forse penalizzata dal modo troppo, troppo discreto e mesto di porgere da parte di un intimiditissimo Deidda, ma la serata scivola via comunque con estrema gradevolezza. Certo, verrebbe da dire purtroppo, Deidda non e' Haber. Non solo come attore, ma nemmeno come cantante. Il clima musicale potrebbe avere anche qualcosa in comune, il tema poi e' lo stesso: prendere delle bellissime poesie e metterle in musica. Ma la', la grande presenza di un istrionico Haber ci aveva soggiogato e condotto fino alla fine in uno stato di crescente malia. Qui la trasparenza dell'omino Deidda, cosi' simile peraltro all'eroe di cui cantava i versi, ci lascia un po' sfumare l'attenzione. Deidda porge timido, Haber imponeva. Storie diverse. Lo spettacolo vale comunque: nell'oltre ora e mezza del recital Deidda propone oltre alle canzoni dell'album altri brani, per la prima volta eseguiti in pubblico a Mantova, lasciando intendere che ci sara' un seguito all'esperienza. Comunque un'esperienza intelligente.

A fine concerto i "forzati" della cultura cedono le armi.
Piegati dal terzo giorno di girovagare per convegni e spettacoli regaliamo i biglietti di "Guarda che luna" ad amici incontrati per caso. Lo spettacolo con Gian Maria Testa, Stefano Bollani e Banda Osiris era uno dei piu' ghiotti appuntamenti spettacolari di quest'anno. Ma vi sono momenti in cui una pizza, una birra e un paio di whisky fanno meglio.

 

Michael Cunningham - 11,00
cortile della Cavallerizza 07/09/02

Un voce profonda da baritono, un gradevolissimo aspetto.
Tanto da riempire di pubblico femminile il cortile della Cavallerizza. Micheal Cunningham si conquista il suo pubblico al primo anedotto. "Ero un po' soprapensiero, stavo venendo qui e ho incontrato un sacco di gente. Mi sono messo in fila ed ho pensato: "Chissa'che evento importante vanno a vedere. Ma l'evento ero io!". Risate.
Cunningham legge molto bene alcune righe del suo libro, quasi recita. Ha una risata grassa, contagiosa.

Inizia, su invito di Simone Barillari, che lo introduce, a parlare del suo rapporto con Virginia Wolf, personaggio cardine del suo libro di maggior successo: "Le ore".
"Per me Virginia Wolf e' stato il personaggio piu' sconvolgente che abbia mai incontrato. Aveva questa malattia: depressione la si chiamerebbe oggi. Pazzia la si definiva allora. Insomma era profondamente malata e all'inizio del secolo scorso non si veniva curati nel modo giusto. Strappavano i denti! Per fare uscire il "veleno" che si trovava sotto e che avvelenava il pensiero. Le hanno strappato un sacco di denti, ma la malattia restava. Io propendo per la pazzia, piu' che per la depressione. Aveva queste crisi, sentiva voci, il mondo si oscurava. In quel momento non v'era che terrore attorno a lei. Eppure quando scriveva riusciva a sconfiggere la follia, con un grande amore per la vita, con la gioia. E il mondo, lo stesso luogo di terrore di prima, diventava un luogo meraviglioso da descrivere e osservare. Proprio per questo ho spostato la scena del suicidio a inizio libri, per toglierle importanza, per premiare piuttosto la gioia di vivere di questa donna. Lo togliamo di mezzo subito, cosi' perde valore, anche per non far pendere la bilancia verso il discorso della depressione".

Barillari: "Le ore" era il titolo che originariamente Virginia Wolf aveva scelto per "Mrs Dalloway". Ma come si fa a fermarsi, nell'ispirazione, un attimo prima che un modello possa trasformarsi in calco? Come si fa a evitare di copiare da un romanzo che ispira e a creare un'opera affatto nuova? Perche' nelle Ore c'e' tutto e il contrario di tutto. C'e' calcolo e improvvisazione, regola ed eccezione.
"Ho messo una doppia parrucca che cambio a seconda del momento. Non volevo essere totalmente posseduto da lei (Virginia). Ma l'avevo sempre dentro. E' come quando dopo aver scattato una foto con flash ti resta l'immagine del flash sulla retina. Io perseguivo un tentativo di allontamento e avvicinamento alternato, ma questo possesso che lei ha preso su di me, spero che restera' per sempre".

Barillari: c'e' un rapporto carnale con la carta, viscerale. E a Mantova ne sentiamo parlare sempre piu' spesso. Un racconto puo' diventare cosi' reale come un ricordo autentico? E ci racconti la storia di come e' nata la tua amicizia con Virginia Wolf.
"Avevo una quindicina di anni e non ero molto sveglio. Una mia amica mi invitava a far scendere il mio livello di scemenza. A me sembrava perfettamente adeguato. Ma lei insisteva: "Ma fa qualcosa! Leggiti Virginia Wolf". E cosi' sono andato nella biblioteca della scuola e ho trovato un suo libro. Ho iniziato a leggerlo. Non capivo tutto. Ma qualcosa, a poco a poco cominciava a penetrare. Le frasi, la musicalita', il ritmo della frasi che mi sembrava cosi' simile all'arpeggiare sulla chitarra di Jimi Hendrix … Credo di essere stato l'unico a fare questo paragone tra Virginia Wolf e Jimi Hendrix! Poi ho iniziato a leggere le pagine in cui parla del luogo dove vive, raccontando una giornata qualunque, perfettamente normale. Ma lei la vede diversa e la racconta diversamente. Mi sono detto: "Come sarebbe bello se anch'io riuscissi a vedere anche il luogo dove sto con gli occhi di Virginia Wolf". Questo mi ha insegnato che si puo' guardare la realta' con occhi diversi".

Barillari: una forte carica immaginifica nelle tue pagine. Da dove viene?
"Non ne ho la minima idea. Francamente non lo so, cosi' come non so perche' parlo cosi' spesso di torte. Me l'hanno anche chiesto. Io credo che ognuno di noi abbia dentro qualcosa, anche chi non scrive. Qualcosa che pensiamo potremmo fare prima o poi: non so, tinteggiare una stanza. O fare una torta. Che e' anch'esso un processo creativo. E noi esseri umani abbiamo il dovere di non smettere mai di tentare. E' molto importante continuare a provare … a fare torte!"

 

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli h. 18,30
Piazza Castello 07/09/02

Un incontro dove il protagonista e' Francesco Guccini (o almeno uno dei protagonisti) non poteva non suscitare l'interesse delle folle. L'ampio spazio scenografico di Piazza Castello e' riempito in ogni ordine di posti. Molti restano in piedi. Guccini domina la scena gigioneggiando, ma Macchiavelli regge bene il gioco. "Ho sempre detto, fin da piccolo, che avrei fatto lo scrittore o il giornalista. Ho fatto anche il giornalista (e se non avessi incontrato Alfio Cantarella dell'Equipe '84 forse lo farei ancora), ma da grande volevo fare lo scrittore. Ma non di gialli! In un giallo si deve sempre uccidere qualcuno (e nel primo giallo ne abbiamo "uccisi" 16 o 17!). Avevo pero' un'idea: la storia di un prete trovato morto, dalle mie parti, sotto la ruota di un mulino, in un periodo dell'anno in cui i fossi sono peraltro abbastanza asciutti. E' vero, lui era ubriaco, perche' se anche non indulgeva ai piaceri della carne indulgeva a quelli dello "spirito", nel senso dell'alcol, ma, insomma, restava il mistero. L'altra idea che mi era venuta era che il commissario che indagava su questo delitto, scoprisse il bandolo della matassa tramite una mossa del gioco delle carte. Proposi la storia a Loriano che mi rispose: "falla tu!". Ma un romanzo giallo che parlava di temi come l'emigrazione italiana a fine '800 (uguale ad adesso: sbarchi notturni, buttati giu' dalle navi al largo e chi sopravviveva poi doveva cavarsela. C'erano gia' i sans-papier, gli immigrati clandestini, ma forse tutto questo oggi non si puo' dire), un romanzo giallo siffatto, dicevano, non poteva interessare nessuno. Finche' Franchini, il nostro editor della Mondadori ci disse: "Ma perche' non lo fate insieme?". E cosi' e' stato".
"Com'e' scrivere un romanzo insieme? Abbiamo un nostro piano di lavoro, un'impalcatura; scegliamo un capitolo ciascuno e ci mettiamo al lavoro. Poi lo rileggiamo insieme, lo correggiamo e rivediamo il tutto. Restano comunque cappelle incredibili. In uno dei romanzi "l'Alcazar di Siviglia" e' diventato "l'Alcatraz di Siviglia"! Nel primo romanzo il personaggio del maresciallo non e' ben delineato: addirittura il nome, Bernardo Santovito, non salta fuori fino alla fine. Certo che ci siamo molto divertiti. Il bello e' che alcune cose non lo sapevamo neanche noi come farle finire. Il giallo e' un grande contenitore: ci si puo' mettere di tutto. L'hard-boiled (cosi' faccio sapere che almeno con una delle "3 i" sono in regola) e' piu' veloce. Il nostro e' lento; tiene il passo di certi montanari delle nostre parti. Lento e inesorabile. Io e Loriano viviamo in realta' nella stessa valle, tra il suo paese e il mio (Pavana) passano 30 km, ma cambia gia' il dialetto: piu' emiliano il suo, tosco-emiliano il mio. Il paese esiste davvero e anche il luoghi attorno, ma sono un misto tra i luoghi di Loriano e i miei. Nel secondo libro abbiamo incluso anche una mappa dei luoghi, ma non per facilitare il lettore, perche' stavamo per perderci noi!"

Macchia: "Guccini la fa facile. Ma pensate fosse capitato a uno di voi che gli dicessero: "Tu domani scrivi un libro con Guccini". E' un grosso rischio. In primo luogo di essere sopraffatti dalla personalita' di Guccini. E' un personaggio ingombrante, famoso, grosso … non solo di fisico. Allora sono andato a trovarlo, gli ho espresso le mie idee: "guarda io scriverei cosi' e cosi', in questo modo, con questi tempi". E lui mi diceva sempre: "si', si', va bene". Ero stupito di tanta disponibilita'. E sono allora ho detto di si', che avrei scritto il libro".

Guccio: "abbiamo avuto anche diversi problemi col pc. Io uso il Mac e lui un pc. Non si parlano! Ogni tanto si', ma non sappiamo perche'. D'altra parte la mia tecnica per fare andare un Pc e' prenderlo a bestemmie …"

Macchia: "un altro problema e' che io sono un animale diurno e lui no. E qui stava un'alra difficolta'. "Ci vediamo da Vito dopo cena" mi diceva. Per chi non lo sapesse Vito e' l'osteria che rappresenta la seconda … anzi, la prima casa di Guccini. Nel casino piu' totale! Io sono abituato alla tranquillita'. Se sento abbiare un cane gli sparo! E' andata avanti cosi' per un po', fino alle due-tre di notte, finche' non ce l'ho fatta piu'. E un giorno Francesco mi fa: "Scusa, ma perche' mi rispondi se non ti ho fatto nessuna domanda?". Allora gliel'ho detto: mai piu' cosi'. Ci troviamo di pomeriggio, in casa! E' andata meglio, da allora abbiamo scritto 4 romanzi, ambientati negli anni '40, nel 1960, negli anni '70 e, l'ultimo, tra fine '800 e anni '70.

Guccio: "A proposito di cappelle, nel terzo libro vado a vedere un film uscito qualche anno dopo, rispetto agli eventi narrati dal libro. Ma il titolo era troppo bello: un pezzo forte della cinematogria italiana, qualcosa come "Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda" ("Spermula", lo correggono dal pubblico). Ah, ecco: "Spermula". Non potevamo non citarlo! La tentazione era troppa.

Macchia: "Tuttavia in tutti questi anni non sono riuscito a far sentire a Francesco una mia canzone, una canzone che ho scritto …
Veniamo tutti e due dalla valle del Reno, anche se da lui si chiama Limentra (un affluente del Reno, per questo lui e' meno importante di me) e abbiamo sentito le stesse storie e conosciuto anche gli stessi personaggi, magari con nomi diversi, ma e' stato bellissimo ritrovarli (e riconoscerli) nei libri che scrivevamo. Il potere delle radici comuni. Infatti scrivere un giallo alla Agatha Christie a noi non interesserebbe. Vogliamo parlare del sociale, far sapere ad altri come eravamo e come potremmo essere".

Guccio: "Un personaggio femminile in un giallo, diciamocelo, crea qualche problema. E' gioco forza che prima o poi andra' a letto con l'investigatore, ma noi storie d'amore non siamo bravi a scriverne. Abbiamo fatto come nei film americani degli anni '40. Si chiude la porta della camera e sfuma la scena. Poi quando la porta si riapre escono 4 bambini"

Iniziano le domande dal pubblico. Massicce. Tutti hanno letto i libri dei due, qualcuno ha addirittura letto quelli di Macchiavelli! Fioccano battute sul Governo. Attimi di difficolta' solo quando un giovane, seduto sotto il palco, dopo aver elencato 11 altre case editrici, chiede se sia proprio il caso, per loro, di far fare soldi alla Mondatori (la loro casa editrice). Guccini e Macchiavelli si arrampicano sui vetri: "E' come dire ai lavoratori che ci lavorano perche' non se ne vanno" (Macchia.- Errore, non e' affatto uguale! NdR). "Ma dentro ci sono dei buoni compagni" (Guccini Buoni compagni? Ma se non ci sono piu' nemmeno i compagni? Razza estinta altra NdR). "Feltrinelli non ci ha voluti" (Guccini Ok. E le altre dieci? sempre NdR).

Per il resto Guccini afferma di sentirsi un grande attore (ma celia) e annuncia il ritorno ai concerti dal 5 novembre, dopo un anno sabbatico (in cui ha ristrutturato la sua casa a Pavana, presa assieme ad altri quattro, ma i lavori che dovevano finire ad aprile non sono ancora terminati. Spiega tutto un informatissimo ragazzo tra il pubblico. Guccini chiede: "Cos'e'? Come la barca di D'Alema?"). Spiega che vuole scrivere il suo terzo romanzo da solo (da Feltrinelli?) e che non si puo' proprio dire che lui sia un poeta, senno' scriverebbe poesie e non canzoni. Visto che la signora che l'ha chiamato poeta insiste il Guccio quasi si adonta e spiega come siano proprio mestieri diversi. "Le canzoni hanno bisogno della musica, vengono meglio, magari non cantate da me, ma vengono meglio!". Macchiavelli gli spiega che "non bisogna mai contraddire un proprio lettore" e poi annuncia che "ebbene si', faro' un disco. Ho appena ultimato 11 canzoni … che Francesco non vuole ascoltare" (ma scherza a sua volta).
Poi autografi, baci e abbracci (ma nemmeno una canzone!) e fuori tutti in fretta che sta arrivando Bergonzoni e devono rimettere a posto la piazza.

Ian Mc Ewan e Tobias Wolf - 21,30
Cortile della Cavallerizza - 07/09/02


Conduce Sandra Petrignani, bellissima voce, calda e suadente come le doppiatrici italiane dei film degli anni '50. A sufficienza per surriscaldare il mio immaginario erotico. Il pubblico e' di giovani e giovanissimi. Non conosco Wolf, ma Mc Ewan, avra' anche scritto "L'inventore dei sogni", ma non mi sembra un autore di cosi' facile comprensione. D'altra parte c'e' quasi una regola non scritta qui a Mantova. Quando aumenta la fama del letterato in questione, cala l'eta' media del pubblico. Normale? Anormale? Non so. Sta di fatto che e' il mio quindicesimo (e ultimo) incontro mantovano e sono stanco. Felice ma stanco. Stanco ma felice. La penna mi si inchioda pero' sui fogli e non ho certo la prontezza dei primi giorni. A proposito di prontezza quello di stasera deve essere il "corso avanzato di incontri mantovani". Ridono tutti e applaudono alle battute in inglese! Senza aspettare la traduttrice. Lunare! Stai a vedere che Berlusconi con le "3 i" ha gia' fatto centro!

Petrignani: Checov dice "Se una pistola compare all'inizio di un romanzo, e' destino che debba sparare". Nel romanzo di Mc Ewan ("Espiazione") questo ruolo e' svolto da un vaso di fiori, che, si capisce subito, e' destinato a una fine tremenda. Legge due brani, uno di Mc Ewan e uno di Wolf.

Tobias Wolf: "Non penso che dopo aver ascoltato questi due passi, uno possa credere che abbiano qualcosa in comune (e' vero. Non hanno niente in comune! - NdR), ma io che ho letto entrambi i libri credo di si', credo che vi sia una cifra comune. Nel romanzo di Ian la bambina che osserva la scena e resta turbata, senza capire precisamente perche', e vorrebbe rimediare alla situazione. Nel mio c'e' un padre debole che vorrebbe atteggiarsi a Guru e un figlio che capisce che suo padre non sara' mai un Guru, ma vorrebbe che lo fosse. E per rimediare si rovina la vita arruolandosi nell'esercito. In entrambi i libri c'e' il tentativo di far si' che tutto vada bene, ma per spingere questo tentativo all'estremo si finisce col fare grossi danni".

Ian Mc Ewan: "Eh si', con le buone intenzioni... credo ci sia anche in italiano il proverbio che per me risale a William Blake: "Di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno". Ma parliamo di stile. Come scrive Tobias? Straordinariamente chiaro, limpido. Non cadete nell'errore di giudicarlo semplice: e' un gioiello. Il linguaggio umano e' un prolungamento della parola, meccanica del suono. L'aria esce dai polmoni, passa attraverso le corde vocali ed esce. La lingua forgia le parole e permette il trasferimento dei pensieri da uno all'altro membro della specie. E siamo l'unica specie che lo faccia. A parer mio e' un miracolo telepatico. Ecco, Tobias ha una scrittura telepatica: come scrive, i lettori capiscono".

Tobias Wolf: (prosegue lo scambio dei complimenti) "Ian e' stato troppo gentile. Sono onorato. Mi piace perfino la folla a questo punto. Ma io conosco Ian da molto piu' tempo. Me ne ha parlato anni fa Raymond Carver: "Conosci Mc Ewan? E' il migliore". Da allora ho letto ogni cosa sua e una delle ragioni e' osservar ecome si rinnova, come cambia di libro in libro. C'e' sempre un'enorme introspezione dei personaggi principali. Direi troppa e del tipo peggiore. Ma questo riguarda i personaggi, non il libro. Ian riesce a mettersi dal punto di vista dei personaggi del libro, dei loro pensieri".

Petrignani: "Espiazione", mi diceva Mc Ewan, e' nato da un'immagine. Questo succede sempre nello scrivere. Ma da dove vengono queste immagini? Non credo che un libro nasca sempre da esperienze profondissime. A volte nasce da esperienze marginali, poco significative.

Mc Ewan: "100 anni fa gli scrittori scrivevano libri, ma non avevano bisogno di spiegare da dove nascevano. Al massimo c'era qualcuno come Henry James che scriveva prefazioni. Ma adesso siamo qui, davanti a tante persone con quelle che io chiamo le FAQ, le frequently asked questions e gli scrittori hanno imparato a mentire. Tutto cio' che diro' da ora in poi sara' rigorosamente falso!
Io ero partito per scrivere una storia con 600 parole: una ragazza con un vaso, una bella casa, dei fiori e una ragazzina. Poi le parole sono diventate 800, poi due capitoli e ho deciso di spostare tutto 300 anni nel futuro. Il ragazzo aveva due elettrodi nel cervello e un cuore diesel. Poi ho scelto di tornare indietro al 1935 (togliendo gli elettrodi al ragazzo). Insomma, non avevo la minima idea di cosa stavo scrivendo. Ma mi raccomando: non dovete credermi!"

Tobias Wolf: "E' effettivamente un paradosso lo scrivere. Si scrive per creare qualcosa, un mondo, un meccanismo che si controlla perfettamente, salvo poi accorgersi che non e' cosi'. Gli scrittori, infatti, sono tutti pazzi e superstiziosi. E' gia' un fatto meraviglioso se da queste condizioni esce fuori qualcosa!"

Petrignani: ho qui un sacco di domanda da gettare via per non incappare nelle FAQ di MC Ewan! Ma posso fare un'ultima domanda. Che differenza c'e', se esiste, nell'essere uno scrittore britannico o americano? Quanto incide sullo stile?

McEwan: "ho cercato diligentemente in passato di non essere inglese. Ma non posso sfuggire al peso, Ho cercato di essere Kafka o almeno Philip Roth, ma non c'e' verso. Da giovane ero affascinato dalla letteratura Usa, dalla sua audacia, dalla liberta'. Io vengo da un'isola affollata. Culturalmente affollata, mentalmente affollata. Non dimentichiamo poi la montagna Shakespeare con cui chiunque prenda la penna in mano deve prima o poi confrontarsi! Tobias puo' scrivere nel suo libro: "Prende la macchina e va". Ma noi dove andiamo? A Southampton? E cosa cambia andare a Southampton? E' soprattutto una differenza geografica. Questione di ampi spazi"

Tobias Wolf: "Un pollo non sa di essere un pollo. Cosi' io non so di essere uno scrittore americano. Lo sono. Ma non penso in questo modo. Non sono molto convinto di cosa sto dicendo, ma all'incirca. Un americano e' molto piu' impegnato nella ricerca di un'identita' propria, piu' che cercare gli altri. L'idea e' quella di riuscire ad auto-crearsi, un po' come avviene per il Grande Gatsby. E questo presuppone spazi grandi, perche' ci si crea da soli, ma soprattutto altrove!"

 
 
 
 

 

 

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