|
Tutti pizzicati da Eugenio Bennato
di Maria Rita Parisi
E' facile dimenticare
le proprie radici in quest'era di globalizzazione, ma c'è chi non
si arrende alla conseguenza più temibile di questo processo, ma
anzi s'impegna a far riscoprire, a chi non ricorda più e a chi
non ha mai saputo, qualcosa che appartiene fortemente alla propria, e
alla nostra, cultura. Ed è difficile rimanere indifferenti di fronte
alla sua operazione, poiché non si tratta di una ricerca erudita
fine a se stessa, ma di creazione artistica. Sto parlando di Eugenio Bennato
e del suo progetto, che cominciò a prendere una forma concreta
nel '76 con la fondazione del gruppo musicale Musicanova, di creazione
di una musica d'autore che si rifaccia alla tradizione italiana, in particolare
quella del Sud. Poi ha fondato il movimento Taranta Power, che si propone
di far conoscere, contro tutti i travisamenti a cui è stata sottoposta,
la tarantella, ballo rituale che nasce nella Puglia medievale come metodo
di guarigione dallo stato di trance provocato dal morso della tarantola.
Stanno nascendo addirittura, sulla base di questo progetto, scuole di
ballo e di tecniche musicali. Ma la parte più "rivoluzionaria"
del progetto è forse la pubblicazione, a cura della casa discografica
DVF, di una raccolta, a cui seguirà un'intera collana, di tredici
tarantelle provenienti dai quattro principali poli d'origine di questo
ballo: la Lecce della pizzica salentina, Carpino (terra del Gargano),
Montemarano (in provincia di Avellino) e le provincie calabresi di Catanzaro
e Cosenza. Taranta Power, inoltre, è anche il nome dell'ultimo
CD dei Musicanova che, per Eugenio Bennato è soprattutto la realizzazione
di un nuovo sound, l'invenzione di un equilibrio sonoro che metta insieme
strumenti etnici e strumenti di estrazione colta e che sia funzionale
alla danza popolare taranta, e per i suoi numerosi estimatori è
l'ennesima prova del fatto che la sua musica è carica di un'energia
e di un potere trascinanti. D'altra parte, chi ha assistito ad almeno
uno dei suoi concerti sa bene che non si riesce a resistere a quel ritmo
travolgente: bisogna lanciarsi nel ballo! Ma in cosa risiede il potere
di quest'artista? Come mai tanti giovani si lasciano coinvolgere da una
musica così antica? E quando e come si è lasciato coinvolgere
da essa l'artefice del nostro coinvolgimento? Lo abbiamo chiesto direttamente
a lui...
Il nome di
Eugenio Bennato è ormai legato al concetto di musica etnica del
sud Italia, ed in particolare alla riscoperta e rielaborazione della tarantella.
Recentemente hai dato vita al progetto Taranta Power, che si propone di
far conoscere, nelle sue varie forme (ritmo, danza, interpreti-depositari,
storia...), contro tutte le falsificazioni accumulatesi nel tempo, la
vera tradizione legata a quest'antico ballo rituale, che affonda le sue
radici non a Napoli, come si è creduto erroneamente per lungo tempo,
bensì in Puglia, e precisamente nel Salento. Ma quando è
nato esattamente questo tuo interesse?
C'è
da sempre, da quando avevo sedici anni e avvertivo nella musica etnica
qualcosa che ora ritrovo in quella di Taranta Power, e cioè una
componente espressiva che fa sì che quel tipo di musica, essendo
musica liberatoria, legata al concetto di trance ed ipnotica, sia molto
vicino ai grandi riti dei concerti rock: una pizzica tarantata somiglia
molto a certe forme che negli anni'70 erano, per esempio, dei Pink Floyd.
Purtroppo ancora oggi c'è sulla tarantella e sull'universo taranta
un grande equivoco, perché per troppo tempo la diffusione di questa
musica è avvenuta soltanto a livello di gruppi folcloristici, che
ne hanno trasmesso un'immagine estremamente fuorviante.
Non, però,
in tutti i periodi della tua attività di musicista è stata
presente questa ricerca: tra una prima fase che ha compreso, nel '69,
la fondazione della Nuova Compagnia Di Canto Popolare e, nel '76, quella
del gruppo Musicanova (composto da artisti quali Carlo D'Angiò,
Teresa De Sio e Toni Esposito) ed una seconda fase, in cui si colloca
il progetto Taranta Power, portato avanti insieme a una nuova formazione
dei Musicanova (tra cui non si può non citare il bravissimo mandolinista
e vocalist Mimmo Epifani), c'è stata una pausa, in cui ti sei dedicato
al cantautorato. Cosa ti ha spinto allora a mettere da parte il tuo obiettivo
principale?
Ma
io non l'ho messo da parte! Il bello di questo mestiere è la libertà
espressiva che uno di volta in volta può applicare a quelle che
sono le urgenze più immediate; noi abbiamo esempi di grandi cantautori
che hanno attraversato più linguaggi: uno di questi è stato
Fabrizio De Andrè, che è passato con grande semplicità
da una fase cantautorale "pura" a una fase di recupero delle
sonorità etniche. Negli anni '80, sempre rimanendo nell'ambito
di un riferimento continuo alla musica etnica, ho voluto sperimentare
anche altri linguaggi. Tra l'altro io ho scritto un disco allora, "Le
città di mare", che era proprio un racconto musicale sulla
possibilità che ha un musicista di toccare tutte le sponde ed in
questo senso era praticamente autobiografico. Successivamente, nel '90,
allo scoccare dell'ultimo decennio del secolo, pensai di dedicare al '900
un disco , "Novecento, aufwiedersehen"...
..con la cui
canzone omonima sei anche stato al festival di Sanremo...
Quella è stata solo una cosa divertente fatta in compagnia di
Tony Esposito, ma vincolata alla promessa di non farlo mai più:
era giusto per cacciare il naso in una situazione che veramente mi appartiene
pochissimo! Insomma, non rinnego niente di quello che ho fatto; credo
anzi di aver realizzato in quel periodo delle cose molto interessanti:
anche a risentirli ora, "Le città di mare" e "Novecento,
aufwiedersehen" sono due dischi molto belli. Nel frattempo, però,
ho sempre continuato a coltivare il mio interesse per la musica etnica.
Interesse che,
da un po' di anni, è condiviso da sempre più persone: la
riscoperta della musica popolare sta assumendo dimensioni sempre più
ampie. La possibilità che diventi un fenomeno di massa ti fa piacere
o credi invece che ciò che è autentico, incontaminato, legato
alla tradizione popolare, nel momento in cui entrasse a far parte del
mercato, sarebbe inevitabilmente sottomesso alle regole della commercializzazione
e quindi allo stravolgimento della sua propria essenza?
No,
non credo che l'allargamento al grande pubblico porti necessariamente
con sé questa conseguenza; basti pensare al fatto che la musica
nera d'America è diventata il jazz, il blues, il rock, che hanno
subito avuto un'enorme diffusione, ma hanno mantenuto intatto il grande
valore artistico che c'era alla base. La commercializzazione affligge
solo i prodotti poveri di arte, privi di poesia: quando c'è una
grande potenza artistica il tuo prodotto lo puoi vendere in tutto il mondo,
ti può far fruttare miliardi, ma non perderà mai il suo
valore estetico. Ai nostri concerti, sia in Italia che all'estero, c'è
un'affluenza di migliaia di persone: il nostro modo di fare musica sta
diventando un fenomeno di grande pubblico e questo perché nella
taranta c'è una grande energia, un grande potere (perciò
ho chiamato il mio disco "Taranta Power"), il potere del grande
coinvolgimento in un rito collettivo. Io mi auguro che la taranta prenda
il posto per mia figlia delle Spice Girls, che lei la balli, magari accanto
ad altri tipi di ballo, sentendola come il suo ballo, quello che appartiene
alla sua identità culturale. In questo senso spero che la taranta
abbia la stessa sorte che è toccata al flamenco (del quale, tra
l'altro, è anche più interessante perché più
varia); l'importante è che la s'imposti nella maniera giusta. E'
anzitutto necessario un corretto studio dei maestri della tarantella;
se non ci fossero questi grandi maestri potrei pensare a materiale povero,
invece il materiale è estremamente ricco. Nel disco che ho pubblicato,
"Lezioni di tarantella", ci sono gli esempi di questi straordinari
interpreti, che sono dotati di uno stile talmente complesso, che, se si
riesce a cogliere esattamente quell'espressività che li porta ai
vertici della musica etnica mondiale, si arriva a veicolare un messaggio
musicale molto forte, che quindi non teme l'abbattimento della musica
commerciale.
Il ritorno
alla cultura popolare, contadina, incontaminata era il grande sogno di
Pasolini. Ma, d'altra parte, lui sapeva bene, non ignorando sicuramente
il pensiero di Hegel, che alla moltiplicazione dei bisogni materiali corrisponde
anche quella dei bisogni intellettuali, e che quindi, una volta raggiunta
una certa cultura (e quindi un certo grado di consapevolezza dei meccanismi
che regolano la mente, la vita umana ed il mondo), non si può più
desiderare realmente di tornare indietro: ci s'inganna nell'affermare
di invidiare chi vive una vita semplice e naturale, se solo si è
arrivati al punto da interrogarsi sulla differenza tra il ruolo che dovremmo
e quello che vorremmo avere all'interno della nostra società. Tu
credi sia possibile proclamare la superiorità di una cultura che
è stata messa "nel cantuccio" a causa dell'evoluzione-involuzione
dei tempi, senza incorrere nel paradosso di sentirsi, allo stesso tempo,
superiori ai rappresentanti di quella cultura che si riporta alla luce
per il fatto di possedere gli strumenti intellettuali per farlo?
Pasolini
ha piegato la sua cultura alla cultura popolare, si è inchinato
di fronte alla magia del verso dialettale. Ma non è questione di
superiorità né d'inferiorità: si tratta semplicemente
di differenza, di confronto e, quindi, di scambi fecondi. Il mio discorso
sarà forse chiarito dall'esempio riguardante ciò che è
di mia competenza, e cioè il rapporto tra il mondo in cui ha avuto
origine la taranta e quello della seconda metà del Novecento. Le
relative forme artistiche rispondono ad esigenze differenti. Infatti,
il rito della taranta si rivolge ad un'ansia legata al mondo contadino:
la tarantata reagisce alla repressione impostagli dalla cultura ufficiale
dichiarandosi malata e superando quindi, così, il divieto, stabilito
dalla Chiesa, del ballo; l'urgenza della donna di muoversi al ritmo del
tamburo e di questa musica trascinante viene infatti tollerata per la
funzione curativa connessale, poiché solo attraverso questo ballo
la vittima della tarantola potrà uscire dalla trance provocata
dal veleno iniettatole dal suo morso. Nel chiuso di una stanza la donna
realizza così la sua liberazione. Allo stesso modo, questa liberazione
avviene nei riti dei grandi concerti rock, o blues, ma si rivolge ad un'ansia
completamente differente e cioè a quella legata alla vita urbana,
alla vita metropolitana. Il fattore comune è lo sprigionarsi dell'elemento
irrazionale, che nella campagna è legato al tarantismo, alla superstizione,
a quello che Ernesto De Martino chiamava "il mondo magico",
mentre nella città è connesso ad una visione più
moderna, agnostica, incerta, ma anche lì "magica", della
realtà.
Nel caso del
blues si può affermare però che ci sia una somiglianza con
la taranta anche per quanto riguarda il significato antropologico della
loro origine: infatti, sia i canti che i neri d'America innalzavano nelle
piantagioni sia i balli delle tarantate rappresentavano una fuga da uno
stato di sottomissione.
E'
vero. Il fatto che la musica popolare dei lavoratori neri sia poi diventata
quella che smuove il pubblico dei grandi concerti mi convince però
del fatto che anche l'ansia moderna sia dovuta ad una condizione di sottomissione,
più difficile da scoprire poiché assume forme diverse rispetto
a quelle vecchie, forme più subdole perché nascoste sotto
la maschera della finta libertà decisionale. Credo quindi che anche
la taranta, nonostante sia nata nella società contadina medievale
ed affondi addirittura le sue radici nei riti delle feste dionisiache
della Magna Grecia, abbia tanto forza da riuscire a non restare chiusa
in una stanza del Salento e ad arrivare in uno stadio di una grande città,
per liberare, attraverso un rito collettivo ancora più potente,
a mio parere, di quello che avviene in un concerto rock (e mille volte
più efficace rispetto a quello, falso, che si consuma nelle discoteche),
da questo nuovo tipo di "trance". Si è infatti sviluppata
nei secoli una tecnica legata a questa pratica, diciamo, "terapeutica",
poiché i musicisti dovevano realmente guarire, realmente produrre
una reazione nel tarantato; era quindi necessario sviluppare delle espressività
estremamente rigorose, quali, ad esempio, la poliritmicità: la
base va interzinata e spesso l'attacco musicale è binario; questo
spiazza completamente il tarantato, che si trova di fronte ad una musica
per niente conciliante, anzi snervante. Si è formata in questo
modo tutta una categoria di musicisti dotati di grande tecnica, tecnica
che fa sì che la tarantella, nata in funzione della guarigione
dal tarantismo, diventi arte. Basta sentire i cantori di Carpino per accorgersene.
Una volta appresa, una musica artistica si può applicare, secondo
me, a qualsiasi problema; per questo motivo la Taranta ha la possibilità
di adattarsi, di estendersi ad altri tipi di repressione.
Ma come hai
rintracciato questi vecchi cantori di tarantella: quelli di Carpino, quelli
di Montemarano...?
Seguendo un mio istinto giovanile: a diciott'anni ascoltai un disco
dell'Albatros che si chiamava "Canti popolari dell'Italia Meridionale",
dove c'era un frammento piccolissimo di un pezzo straordinario cantato
da Andrea Sacco, che ora ha novant'anni. Lo ascoltai fino a consumare
il disco: sentivo infatti in quel piccolo gioiello di musica etnica un
germe di blues, di rock... Allora, andai a Carpino e cominciai... Milan
Kundera, nella prefazione de "La vita è altrove", dice
che l'età eroica è quella della giovinezza, in cui si ha
quella follia in più che manda avanti il mondo; io, allora, avevo
la follia di rifiutare le chitarre elettriche e di andare a cercare le
"tamorre".
Mi sembra che,
per fortuna, questa follia in te non si sia mai esaurita: hai addirittura
realizzato un film, "Chi ruba donne", prodotto da Domenico Procacci
e diretto da Maurizio Sciarra, sulla riscoperta da parte di un noto musicista
di tre cantori di Carpino...
Si,
è vero. Mi fa molto piacere che la cinematografia, soprattutto
quella di Maurizio Sciarra, che è una cinematografia molto intelligente,
si sia interessata in extremis a testimoniare l'esistenza di questi grandi
personaggi. E' un po' un punto d'arrivo della mia vita quello di essermi
innamorato della musica del Gargano come di varie altre forme della taranta
e di aver fatto sì che, prima che queste tracce scompaiano, rimangano
documentate in maniera completa, come può essere attraverso un
film, che mi auguro sia efficace. Quello che è successo a Carpino
è una cosa molto bella: Andrea Sacco, che ha passato una vita emarginata,
come cantore delle serenate, col suo mantello nero, adesso è diventato
l'idolo del paese, il maestro per molti giovani che hanno deciso di proseguire
questa tradizione; nell'ultima fase della sua vita sta vivendo una grande
favola.
Come mai hai
deciso di portare questa tradizione, e la tua personale rielaborazione
di essa, anche all'estero? I tuoi tour, infatti, hanno toccato, tra gli
altri posti, l'Australia e il Marocco e molti altri paesi fuori d'Italia...
Era ora che l'Italia si affacciasse alla realtà internazionale
con qualcosa di veramente suo. Il mio nome, quello dei Musicanova e di
"Taranta Power" circolano molto all'estero perché è
stato riconosciuto, spero a ragione, che portiamo un'identità culturale
assolutamente italiana.
Ma il pubblico
che viene ai concerti è quello degli italiani che vivono all'estero
o è composto anche dalla popolazione autoctona?
Veramente
il pubblico è soprattutto straniero; è chiaro che c'è
sempre una componente di italiani, ma più di loro sono presenti
studenti della nostra lingua: a Belgrado, ad esempio, c'erano delle ragazze,
che s'interessavano alla cultura italiana, che volevano iscriversi ai
corsi di tarantella. Comunque, la maggior parte del pubblico è
composta dai locali: il nostro pubblico è quello che segue i concerti
internazionali, i grandi concerti trascinanti di fado, proveniente dal
Portogallo, e di flamenco, dalla Spagna. Anche l'Italia ha, secondo me,
una grande riserva di potenzialità espressiva, che è la
Taranta, che però non è ancora esplosa del tutto: stiamo
facendo in modo che ciò avvenga. A mio parere la taranta può
conquistare l'America e non è un merito che mi sto prendendo io,
perché io sono solo un tramite... per quanto io componga su quella
musica e non è una cosa facile: io lo so fare perché l'ho
amata; se dici a Lucio Dalla di provare a scrivere una tarantella, lui
va nella banalità; certo se lo dici a Battiato o a De Andrè
(come ho fatto), sarà diverso: c'è una potenzialità
di artisti, di cultura altra rispetto a questo mondo, di esprimersi su
di esso. Io penso che l'80% della musica italiana, soprattutto quella
cosiddetta "giovanile", sia d'imitazione, imitazione di tutto
ciò che ci arriva attraverso i mass-media, soprattutto dall'America.
Per evitare di diventare persone che imitano soltanto, l'importante è
che ognuno esprima le proprie favole, che attinga, per creare qualcosa,
alle proprie radici, alla propria cultura: è quello che fanno i
fedeli della taranta e della musica etnica in generale, che sono assolutamente
intoccabili perché trasmettono qualcosa di originale: io credo
infatti che l'originalità oggi equivalga alla qualità e
al bello.
da
http://e-loft.theranet.it/canali/tempolibero/bennato.html
|