Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 













Giampiero Alloisio
Cantautore, autore ed attore nato ad Ovada (Al) nel 1956.
Tra i fondatori dell'Assemblea Musicale Teatrale, nel 1981 pubblica il suo unico LP da solista, Dovevo fare del cinema, arrangiato da Sergio Farina. Al disco collabora Francesco Guccini, autore di "Bisanzio" (da lui incisa nel contemporaneo "Metropolis") e di "Parole", e coautore con Alloisio di "Gulliver". La canzone "Dovevo fare del cinema" è stata poi ripresa dallo stesso Guccini nel disco "Parnassius Guccinii". Nel disco di Alloisio compare anche "Il dilemma" di Giorgio Gaber e Sandro Luporini con i quali egli ha scritto lo spettacolo "Gli ultimi viaggi di Gulliver", interpretato dallo stesso Alloisio e, fra gli altri, da Luca Barbareschi.
Alloisio è anche autore delle musiche di "Una donna tutta sbagliata", spettacolo con Ombretta Colli, con la regia di Giorgio Gaber. Con Gaber e con la Colli ha scritto la canzone "La strana famiglia", interpretata da Enzo Jannacci (con Gaber).
Nel 1983 e nel 1984 ha effettuato alcuni spettacoli con Claudio Lolli.
Ha poi scritto "Musica desideria" per Eugenio Finardi.

DOVEVO FARE DEL CINEMA

Spirito tedesco
(Alloisio)

I giorni di cui stiamo raccontando
sono malvagi, pieni di presagi e rotti,

segnati da una grande confusione,

da una pulsione a vivere le notti.

Nei giorni di cui stiamo raccontando

il gioco riesce ad occupare un certo posto

alimentato dalla vita

che va riempita quindi ad ogni costo,

che va riempita dunque ad ogni costo.

Fino a quei giochi malandati e grassi
la specie umana si era data una scadenza

nell’attitudine animale

a lavorare per riempire l’esistenza.

Ma da quei giorni organizzati a nafta

il tempo libero diventa il giustiziere

che scaraventa dall’infamia originale

la razza umana nell’angoscia delle sere.

Il tempo libero è la differenza
tra quanto serva a un animale

per riprodursi nella specie

e quel che invece resta all’uomo da pensare.

perché in quell’epoca dispersa

la scienza aveva rivelato

che il Caso ci ripose nel Creato necessità mi spinse

e di un destino superiore mi convinse.

Così nei giorni di cui stiamo raccontando
il tasso alcoolico saliva sulle stelle

e dalle stelle fino ai numeri dei flipper

e da quei numeri tornava sulla pelle.

perché nei giorni democratici e totali

lasciando gli abiti dei ricchi intellettuali

il suicidio si perdeva fra le masse

almeno in quello allora si era tutti uguali

almeno in quello allora si era tutti uguali.

E abbiamo detto dunque della decadenza
della tendenza al pessimismo e al bere

sembrerà quindi naturale presupporre

che tutto il mondo fosse in piedi per cadere.

Ma da quei giorni organizzati e uguali

ci arriva un senso disperato del dovere

ogni mattina l’uomo si svegliava

per continuare a fare il solito mestiere.

Nel tempo libero facevo il musicista,
il mediatore tra l’istinto e la ragione

fra i fuochi fatui di un progetto fatiscente

e i fuochi veri che portavano in prigione.

Da tempo immemore facevo l’uomo solo

capito poco dagli amici e dalla gente,

ma come Saul sulla strada di Damasco

illuminato da uno spirito nascente.

E la novella rivelata

quel mio bellissimo Vangelo

era la folla sterminata

che si sgomenta sotto il nostro stesso cielo.

Pieno di orrori e di promesse

vivo nel branco devastato

e il Caso mi ripose nel creato,

poi la necessità mi spinse

e di un destino superiore mi convinse.

 

Gulliver
(Alloisio-Guccini)

Nelle lunghe ore d’inattività e di ieri
che solo certa età può regalare,

Lemuele Gulliver tornava coi pensieri

ai tempi in cui correva per il mare

e sorridendo come sa sorridere soltanto

chi non ha più paura del domani,

parlava coi nipoti, che ascoltavano l’incanto

di spiagge e odori, di giganti e nani,

scienziati ed equipaggi e di cavalli saggi

riempiendo il cielo inglese di miraggi...

Se tutti i desideri sono solo nostalgia

malinconia d’innumeri altre vite,

nei vecchi amici che incontrava per la via,

in quelle vecchie anime stupite,

sentiva la balbuzie intellettuale e l’afasia

di chi gli domandava per capire,

ma confondeva i viaggi con la loro parodia,

con la paura addosso di partire,

di tutte le sue vite vagabondate al sole

restavano soltanto le parole...

Eppure raccontando dell’evolversi incalzante

dei viaggi presi nella sua memoria,

intuiva con la mente disattenta del gigante

il senso grossolano della storia

e nelle precisioni antiche del progetto umano

nel mondo suo pignolo e limitato,

sentiva la crudele solitudine del nano,

nell’universo quasi esagerato,

eppure raccontando pensava dolcemente

“Da tempo e mare non s’impara niente”.

 

Bisanzio
(Guccini)

Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago,

Vespero non si vede, si è offuscata,

la punta dello stilo si è spezzata.

Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,

ridotto come un cieco a brancicare attorno,

non ho la conoscenza od il coraggio

per fare quest'oroscopo, per divinar responso,

e resto qui a aspettare che ritorni giorno

e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire,

che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,

ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.

O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio.

Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,

ma è un debole presagio che non dice come e quando...

Me ne andavo l’altra sera, quasi inconsciamente,

giù al porto a Bosphoreion là dove si perde

la terra dentro al mare fino quasi al niente

e poi ritorna terra e non è più occidente:

che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,

di gente dallo sguardo pitturato e vuoto...

ippodromo, bordello e nordici soldati,

Romani e Greci urlate dove siete andati...

Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto...

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,

di plebi smisurate, labirinti ed empietà,

di barbari che forse sanno già la verità,

di filosofi e di eteree, sospesa tra due mondi, e tra due ere...

Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,

o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,

segreto e ambiguo come questa vita,

Bisanzio è un mito che non mi è consueto,

Bisanzio è un sogno che si fa incompleto,

Bisanzio forse non è mai esistita

e ancora ignoro e un’altra notte è andata,

Lucifero è già sorta, e si alza un po’ di vento,

c'è freddo sulla torre o è l’età mia malata,

confondo vita e morte e non so chi è passata...

mi copro col mantello il capo e più non sento,

e mi addormento, mi addormento, mi addormento...

Dio e il bar
(Alloisio)

Un bar di ragazze e coltelli
vive nel cuore di Dio

tra i desideri più belli.

Nel Dio primitivo e triviale

perseguito dalla giustizia

per la sua faccia animale

disposto all'omicidio,

al vizio, alla gazzarra

un Dio che sa suonare la chitarra.

Un bar soldatesco e meticcio
vive nel cuore di Dio

come un antico feticcio.

Ma il bar nella società attuale

è la metafora della vita

nella realtà industriale

reliquia mutilata

dei desideri dl Dio

motore ossesso e pulsante

dove vivo anch'io.

Un bar da città forsennata
Fatima di quartiere

dove l’infermo va a bere.

Un bar metropolita e intenso.

America da morire

perché la vita non ha senso.

Crepuscolo emaciato,

sfascio di ragazzini

pudichi, vuoti e afflitti

come tanti delitti.

Un bar elettronico e largo

vivo nel cuore mio

col Dio sconnesso in letargo.

Il Dio libertario e silente

che un giorno ritornerà

per castigare la mente

perdono per l'angoscia

e per la simmetria

pietà per averle ordinate

nell’anima mia.

 

Dovevo fare del cinema
(Alloisio)

Sì che ha ragione il signore se dice che siamo in un film
dell’ultimo periodo,

dove i banditi pentiti confessano

se non li processano

e così fra le pozze di sangue la vita è la solita

e fa pena ed in più c'è la scena del killer che vomita.

Sai com'è, volevo fare del cinema

fatto sta che sul più bello

mi volevano dare per forza la parte del duello.

volevo fare del cinema,

ma piuttosto che sparare

son rimasto nascosto a guardare.

A guardare cos'è che ci aspetta alla fine del tunnel,

dei riflussi riflessi su certi pacchetti di Camel,

perché il rock è soltanto un riassunto di modi di dire,

quattro quarti di noia disposta comunque a finire;

l’inflazione però non finisce e ci rende cattivi,

non c'è niente che valga la pena e così siamo vivi.

Ma che cos'è che ci fa fare del cinema?

Forse questa depressione o l’istinto di conservazione.

Noi, si va a fare del cinema,

quando vivere è un problema

riprendiamo da capo la scena...

Sì, devo dire che ha proprio ragione il signore,

c'è una crisi tremenda che investe l’intero settore;

è che il pubblico vuole si parli più semplicemente,

così chiari e precisi e banali da non dire niente.

Per capire la storia non serve un discorso più grande:

signorina cultura si spogli e dia via le mutande.

Sa com'è, lei, deve fare del cinema,

mica roba pervertita, ma un soggetto che serva alla vita;

dobbiamo fare del cinema,

ma piuttosto che parlare si rimanga nascosti a pensare...

Il gestore di un piccolo cine di periferia

mi diceva che è tutto un sistema di pornografia,

mi diceva che è stufo di mettere in scena la merda

raffinata perché il produttore così non ci perda

e piuttosto che dare alla gente ‘sti film da vedere

mi ha gridato che chiude il locale e che cambia mestiere:

sa com'è, volevo del cinema.

E va be’ ma andate a dare del cinema.

 


 

 

La gaia scienza
(Alloisio)

Sulle rovine dl vele e cannoni
che il mare si era portato via,

s’innalzava nell’aria dei suoni

incontenibile l’allegria.

Sopra la scienza sbagliata

vecchia di inutili bussole rotte

si udiva l’eco di certe risate

l’urlo del naufraghi alla Notte.

Si udiva l’eco della risata

l’urlo dei naufraghi alla Notte.

Come due stelle cattive nel cielo
un giorno vedranno la fine del mondo,

i due scampati allo sfacelo

guardavano il loro passato sul fondo.

Dal punto di vista morale

sospetteremmo l’indecenza

ma il loro ridere della morte

lo si potrebbe chiamare scienza.

Il loro ridere della morte

lo si potrebbe chiamare.

Addirittura potremmo elevare
la loro logica a sistema

e ad ogni nostro navigare,

porre comunque una fine blasfema.

Perché la furia degli elementi

o il tempo o il topo dell’entropia

da sempre uccidono i sogni dei santi

e di una certa filosofia.

Da sempre uccidono i sogni del santi

e di una certa filosofia.

E se la ridevano i due marpioni
ma li attendeva il viaggio più duro

dondolati dal cavalloni

nuotavano soli verso il futuro.

« Meglio l’incerto nelle mie braccia,

che le fedi nel domani »,

e tenevano in alto la faccia

e tutta la vita nelle due mani.

E tenevano in alto la faccia

e tutta la vita nelle due mani.

In una Storia dell’Universo

accade a volte che la ragione

sorga dai resti di quello che hai perso

perché il Passato è la tua prigione

Così nel caso del veliero

quel collettivo naufragare

recava il seme del pensiero

che ci potrebbe ancora salvare.

Recava il seme del pensiero

che ci potrebbe ancora salvare.

E se si vivesse senza motivi
né paradisi per cui soffrire

semplicemente perché siamo vivi

sapendo sempre di morire.

La Matematica della risata                  ..

la Gaia Scienza dell’ironia

alla speranza naufragata,

potrebbe ancora mostrare una via.

alla speranza naufragata,

potrebbe ancora mostrare una via.

a questa vita naufragata,

potrebbe ancora mostrare.

Città del Messico
(Alloisio)

 

Eppure si usciva di più l’anno scorso,
sì, era diverso

oggi si sente di più l’Universo,

col cuore sommerso nei film.

E ci si odiava di più l’anno scorso

tra i sentimenti urbani,

il terrorismo e amore di anziani,

siamo marziani e bimbi.

E la morale ci tiene insieme...
E la morale ci tiene...

Eppure si usciva di più l’anno scorso,
sì, oggi è diverso,

non riesci a sentire un discorso

che duri nel corso del tempo.

Eppure nell’anno 2000

Città del Messico e i suoi abitanti

saranno milioni e milioni e milioni di amanti

volenti o no, no...

E la morale li tiene insieme…
E la morale li tiene...

Cosi stiamo in casa,
così l’avvenire ci sposa

all’esistenza terrosa

di quei messicani di domani.

Di domani.

E la morale ci tiene insieme...
E la morale ci tiene insieme...

E la morale ci tiene...

 


 

 

Siamo arrivati
(Alloisio)

Gli uomini moderni e le donne attuali
sono il compimento di sogni ancestrali,

penetrando nei corpo violato del suolo

umiliando gli uccelli, più lenti nei volo

e sopra e sotto la terra gli ascensori e i vagoni

pompano i loro riti né cattivi né buoni.

Ma tutto questo è il caldo e l’elettricità

la corsa primordiale alle comodità.

E tutto questo è il ritmo di individui precisi

In balia di una somma di ruoli decisi.

Siamo noi, siamo noi, siamo noi quei sogni precedenti

poveri nel passato quei borghesi immanenti.

Siamo noi, siamo noi la maggioranza dei nati

con il cibo al sicuro nei supermercati.

E allora credo che siamo arrivati
siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

E siamo arrivati

credo che siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

E gli uomini moderni e le donne recenti
necessariamente non sono intelligenti

ma straordinariamente la famiglia sociale

fa di questi mediocri un insieme geniale

sguaiatamente ricco, insolente esemplare

per la parte del mondo che non riesce a mangiare.

Ma non è della fame che vorremmo parlare

né di un senso di colpa mentito e volgare.

Piuttosto del cuore del gigante opulento,

delle sue anime infantili agitate dal vento.

Siamo noi, siamo noi, siamo noi quegli angeli in pena

quei titani decaduti le metropoli in piena.

Siamo noi, siamo noi quel genere immenso

banalmente infelice ma così privo di senso.

E allora credo che siamo arrivati
siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

E siamo arrivati

credo che siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

E gli uomini e le donne e la temperatura
sono i sentimenti dell’architettura.

Ordinare lo spazio, misurare il reale

ne costituisce invece il corpo razionale.

La personalità del nostri appartamenti

è dunque un’antica alleanza di spazio e sentimenti.

Li potremo abitare come i lupi feriti

forse forse troppo in gamba per essere capiti.

O come i figli precoci dal senso indovinato

di un avvenire incerto ancora non verificato.

Inutili come l’arte, seri come il futuro

belli conte il passato da cui siamo al sicuro.

Siamo noi, siamo noi, siamo noi,

quei viaggiatori puniti

da troppe strade aperte forse dai troppi inviti.

E allora credo che siamo arrivati
siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

E siamo arrivati

credo che siamo arrivati davvero

siamo arrivati davvero.

Parole
(Guccini)

Parole, son parole, quante ormai ne ho adoperate
e quante ancora lette e poi sentite,

a raffica, trasmesse, a pugno chiuso, sussurrate,

sputate, a tanti giri, riverite,

adatte alla mattina, messe in abito da sera,

all’osteria citabili o a Cortina, o a Marghera.

Con gioia di parole ci riempiamo le mascelle

e in aria le facciamo rimbalzare

e se le cento usate sono in fondo sempre quelle

non è importante poi comunicare,

è come l’uomo solo che fischietta dal terrore

e vuole nel silenzio udire un suono, far rumore.

Amore mio,
si è un po’ come i commessi viaggiatori

con campionari di parole e umori

a ritmi di trecento e più al minuto;

amore muto, beati i letterari marinai

così sul taciturno e cerca guai

così inventati e pieni di coraggio.

Io non son quei marinai, parole in rima ne ho già dette
(e quante, a mia sorpresa, faccio dire)

nostalgiche, incazzate, quanto basta maledette,

ironiche quel tanto per servire

a grattarsi un po’ la rogna, soffocati dal collare

adatto per i cani o per la gogna del giullare.

Poi andare sopra un palco per compenso o l’emozione:

chi non ha mai sognato di provare?

Sia chi ha capito tutto e tutto sa per professione

ci ha l’orgasmo a scrivere o a fischiare,

sia quelli che ti adorano fedeli e senza intoppi,

coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi!

Amore mio,
beato chi ha le musiche importanti,

le orchestre, i sax, le viole sviolinanti,

non queste mie di fil di ferro e spago;

amore amore,

mi tocca coi miei due giri costanti

far il make-up a metonimie erranti:

che gaffe proprio all’età della ragione.

E sì son tanti gli anni, ma da un lato ancora pochi
Voltaire non ci ha insegnato ancora niente,

è questo quel periodo in cui i ruggiti si fan fiochi

oppure si ruggisce veramente,

ed io del topo sovrastrutturale me ne frego.

“Chi sia Voltaire” mi dite? va be’, dopo ve lo spiego.

E se pensate questi i vaniloqui di un anziano,

li ammetto, ma mettiamoci d’accordo:

conosco gente pia, gente che sa veder lontano

e alla maturità dicon sia sordo

perché i rincoglioniti d’ogni parte odian parecchio

la libertà e la chiamano “vagiti”,

“ostie” d’un vecchio.

Amore mio,
è tanto bello urlare al qualunquista,

o un mezzo scemo o un primo della lista

coprendo d’urla il vuoto ed il tumore.

Vorrei giurare

che ho smesso di giocar con le parole

ma è un vizio antico e poi quando ci vuole

per la battuta mi farei spellare.

Le chiacchere son tante e se ne fan continuamente,
è tanto bello dar fiato alle trombe,

o il vino o robe esotiche rintronan nella mente,

esplodono parole come bombe,

pillacchere di fango, poesie dette sulla sedia,

ghirlande di semantica e gran tango dei mass-media.

Dibattito, assemblea, reduci, miti, cineforum,

sfilata, movimento, sit-in, radio,

partecipanti uniti, lotta, pugno, spazio, quorum,

concerto, alternativa, rock e stadio,

sinistra, Marx e destra, buco e forza del destino,

scazzato, paranoia e gran minestra dello spino.

Amore mio,
lo so che in questo modo cerco guai

ma non sopporto più ‘sti parolai:

non stare a dire che ci ho colpa anch’io,

amore mio

il gioco è essere furbo e intelligente

e voglio presentarti della gente

se ti interessa ascoltami e vedrai.

Ci sono, sai, nascosti dietro a pieghe di risate
che tiran giù i palazzi dei coglioni,

più sobri e più discreti e che fan meno puttanate

di me che scrivo in rima le canzoni,

i clown senza illusione, fucilati ad ogni muro,

se stan così le cose dei buffoni sia il futuro.

Son quelli che distinguono parole da parole

e sanno sceglier fra Mercuzio e Mina,

che fanno i giocolieri fra le verità e le mode,

i Franti che sghignazzano a dottrina,

che irridono i proverbi e berceran disincantati:

“Fra Mina e fra Mercuzio son parole, e non son frati”.

Il dilemma
(Gaber-Luporini)

In una spiaggia poco serena
camminavano un uomo e una donna

e su di loro la vasta ombra dei dilemma;

l’uomo era forse più audace,

più stupido e conquistatore,

la donna aveva perdonato non senza dolore.

Il dilemma era quello di sempre,

un dilemma elementare:

se aveva o non aveva senso il loro amore.

In una casa a picco sul mare
vivevano un uomo e una donna

e su di loro l’ombra del dilemma;

l’uomo è un animale quieto

se vive nella sua tana,

la donna non sì sa se è ingannevole o divina.

Il dilemma rappresenta

l’equilibrio delle forze in campo

perché l’amore e il litigio sono le forme del nostro tempo

Il loro amore moriva
come quello di tutti

come una cosa normale e ricorrente,

perché morire e far morire

è un’antica usanza che suole aver la gente.

E lui parlava quasi sempre
di speranza e di paura

come l’essenza della sua immagine futura

e coltivava la sua smania

lui cercava la verità,

lei ascoltava in silenzio lei forse ce l’aveva già,

anche lui curiosamente,

come tutti, era nato da un ventre

ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa.

E in un giorno di primavera,
mentre lei non lo guardava

lui rincorse lo sguardo di una fanciulla nuova

e ancora oggi non si sa

se era innocente come un animale

o se era come istupidito dalla vanità.

Ma stranamente lei si chiese

se non fosse un’altra volta il caso

di amare e di restar fedele al proprio sposo.

Il loro amore moriva
come quello di tutti,

con le parole che ognuno sa a memoria,

sapevan piangere e soffrire

ma senza dar la colpa all’epoca o alla storia.

E questa voglia di non lasciarsi
è difficile da giudicare,

non si sa se è una cosa vecchia o se fa piacere;

ai momenti di abbandono

alternavano le fatiche

con la gran tenacia propria delle cose antiche.

E questo è il succo di questa storia,

per altro senza importanza,

che si potrebbe chiamare appunto resistenza.

Forse il ricordo di quel Maggio
insegnò loro anche nel fallire

il senso del rigore, il culto del coraggio

e rifiutarono decisamente

le nostre idee dl libertà in amore

a quella scelta non si seppero adattare.

Non so se dire a questa nostra scelta

o a questa nostra nuova sorte

so soltanto che sì diedero la morte.

Ma il loro amore moriva
come quello di tutti

non per una cosa astratta come la famiglia

loro scelsero la morte

per una cosa vera come la famiglia.

E io ci vorrei vedere più chiaro
rivisitare il loro percorso,

le coraggiose battaglie che avevano vinto o perso;

vorrei riuscire a penetrare

il mistero di un uomo e una donna

nell’immenso labirinto di quel dilemma.

Forse quel gesto disperato

potrebbe anche rivelare

il segno di qualcosa che stiamo per capire.

Il loro amore moriva
come quello di tutti

come una cosa normale e ricorrente,

perché morire e far morire

è un’antica usanza che suole aver la gente.

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