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BiELLE Memorie
 
La storia di "Storia di un impiegato"
di Giorgio Maimone, Franco Senia, Antonio red Teresano e altri dalla ML De André

Buio in scena. Parte la musica. Al primo colpo orchestrale luce. Poi alternanza luce/buio, in sintonia con le fasi musicali. Una stanza. Un uomo in un angolo, nell'angolo sinistro per chi guarda, seduto a un tavolino. Luce accesa sul tavolino. Una piccola luce, lampada da tavolo. Sul tavolo una collezione di francobolli. Alle sue spalle, sullo sfondo, si accendono diapositive di immagini note del maggio francese e/o italiano. Accompagnano il celebre cantato:
INTRODUZIONE
"Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera..."

L'impiegato continua a contare i denti ai francobolli, mentre, in linea col suono delle armoniche, si alza la luce nel lato destro del palco. interno borghese. Salotto. L'uomo (il padre) legge, la donna (la madre) si trucca allo specchio. Sirene e rumori da fuori. Dietro il fondale, retroilluminato, passano ombre in rapida corsa. In primo piano, come al solito, non succede nulla.

"L'interpretazione di FDA passa dalla canzone di piazza del maggio alla forma recitata del sogno numero due, dal tenero cinismo della canzone d'amore alla rabbia della canzone del carcere, con disinvoltura, in un disco in cui De Andrè cantante è sempre meno cantante e sempre più interprete abile e misurato, mantenendo intatta la coerenza dal primo lontano disco".
Roberto Danè dalla nota di copertina dell'album

Fabrizio De Andre' aveva da farsi perdonare agli occhi dei militanti più estremisti lo "sgarro" della Buona Novella. O piuttosto, doveva schierarsi
ancora pubblicamente da una parte o da un'altra, nonostante l'avesse in pratica già fatto riportando alla luce il verbo di pace di Cristo, considerato da lui stesso un grandissimo rivoluzionario, ma non considerato tale, per ovvi motivi, da molti operai e studenti. (red)
«Aspettero' domani, dopodomani e magari cent’anni ancora finche' la
signora Liberta' e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile».
(Fabrizio De André)

Canzone del maggio

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

Padre - Li senti?
Madre - Mmm
Padre - Coinvolti? In che? In cosa dovremmo essere coinvolti...
Madre - Caro, non parlavano di te. Dicevano "la vostra millecento", non la vostra Mercedes, no?
Padre - Io non ho paura! È chiaro? Non ho paura di niente e di nessuno. Ho fatto la guerra, io! Ho messo su famiglia e impresa. Ho un ruolo in società. Dovrei aver paura di quattro scalzacani dai lunghi capelli?
Madre - Non t'arrabbiare. E soprattutto non urlare che mi fai sbavare il rimmel!

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Padre - Su questo ci puoi giurare! Non arresteranno "qualche studente". Li arresteranno tutti! E le fabbriche non chiuderanno certo per voi. Gli operai non vi seguono, capite? N-O-N V-I S-E-G-U-O-N-O.
Madre - Tra un po’ non ti seguirò più nemmeno io! Come vuoi che ti sentano, anche se urli? Porte chiuse, scontri con la polizia, slogan dei cortei e tu pretendi che ti sentano? Vuoi un tè, piuttosto?
Padre - Mmm sì, dai. E .. senti Berto è ancora di là o è andato via?
Madre - No, è tornato in portineria.
Padre - Lo sai che non piace che il ragazzo frequenti certa gente ... Adesso che si è trovato un lavoro, ancora meno.
Madre - Ma dai, non fa niente di male. Dopo tanto studiare ... dopo il lavoro ... Sono giovani daì, lasciamoli in pace.
Colpi alla porta. Urla. "Aprite, aprite. Per favore aprite!" In controluce, sullo sfondo qualcuno che bussa disperatamente. Viene raggiunto da due poliziotti, buttato a terra e manganellato.
Padre - (calmo e reggendo in mano la sua tazza di tè) Non sta succedendo niente!

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le "pantere" ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede massacrare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate, voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

Padre - Cara, potresti accendere la televisione? Maledetto 1973 che non hanno ancora inventato il telecomando! Ho voglia di sentirmi giusto un po’ di "verità della televisione".
Madre - ma dicono sempre le stesse cose!
Padre - (guardandola per la prima volta, preoccupato) Non ti starai facendo coinvolgere anche tu?
Madre - Beh, devo dire che un po’ di pietà me la fanno. Poi, forse non hanno neanche tutti i torti
Padre - (irritato, scagliando per terra il giornale) Ah, bene. Anche questa! Portare l'attacco al cuore della casa! Adesso ci manca che attacchi il ragazzo! Ah, ma questa non gliela perdonerei di sicuro. Che fa? Che sta facendo?
Madre - Mah è sempre lì coi francobolli. Non è che si stia un po’ rincretinendo? Non farebbe meglio a trovarsi una donna?
Padre - Moglie! Stai tranquilla che il tempo delle donne verrà. Se farà come suo padre avrà tempo per togliersi soddisfazioni!
Madre - Nel senso? Che ancora te le togli?
Padre - Oh, insomma! Adesso basta! Questa conversazione sta prendendo una piega che non mi piace. Sarà colpa di tutta questa contestazione ... Forse avremmo dovuto votare per lui ....

E se credete ora che tutto sia come prima
perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

(sirene, urla, slogan di piazza, gradatamente a sfumare. Quando si è fatto silenzio il padre si alza) Padre - Benè, direi che si è fatta l'ora. Andiamo a teatro? Ricordati che poi siamo a cena dal signor questore. Fatti vedere. Ti sei fatta bella, eh? Andiamo signora, mi concede l'onore di invitarla? Ragazzo? Noi usciamo. Non aspettarci.

Madre - Mi raccomando (escono)
Ragazzo - (dal buio) Buon Natale! (si spegne la luce) (si riaccende sul tavolino dell'impiegato che continua a sistemare francobolli)

La bomba in testa

...e io contavo i denti ai francobolli [Seduto]


dicevo "grazie a dio" "buon natale"
mi sentivo normale . [Alza la testa. Guarda in giro]
eppure i miei trent'anni
erano pochi più dei loro [Fa per alzarsi di scatto]
ma non importa adesso torno al lavoro.
[Ma si ferma e lentamente, molto lentamente ritorna a sedere]
Cantavano il disordine dei sogni [Scuote la testa]
gli ingrati del benessere francese
e non davan l'idea [guarda avanti, ispirato]
di denunciare uomini al balcone
di un solo maggio, di un unico paese, [prova di nuovo ad alzarsi]
e io la faccia usata dal buonsenso [ma il tentativo è goffo]
ripeto "non vogliamoci del male" [e ricade seduto, ciondolando il capo]
e non mi sento normale [appoggia la fronte sul tavolo]
e mi sorprendo ancora [rialza il capo]
a misurarmi su di loro
e adesso è tardi, adesso torno al lavoro. [riprende i francobolli]
Rischiavano la strada e per un uomo [distante]
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev'essere rischiare [di nuovo prova ad alzarsi]
ma forse non voler più sopportare. [resta in piedi ma incerto]
Chissà cosa si prova a liberare [prova a muovere un passo, poi un sltro]
la fiducia nelle proprie tentazioni, [avanza appoggiandosi al tavolo]
allontanare gli intrusi
dalle nostre emozioni,
allontanarli in tempo
e prima di trovarti solo [compie un passo da solo e crolla]
con la paura di non tornare al lavoro.

[Da terra, si alza aggrappandosi al tavolo, con enorme fatica]

Rischiare libertà strada per strada, [è ancora in piedi]
scordarsi le rotaie verso casa,
io ne valgo la pena, [avanza al proscenio più sicuro]
per arrivare ad incontrar la gente [si sporge verso la platea]
senza dovermi fingere innocente.
[scende in platea. Inizia ad accorgersi della presenza delle persone. Le
tocca, le guarda più da vicino, curioso. Stringe mani, tocca capelli,
sfiora i vestiti]
Mi sforzo di ripetermi con loro
e più l'idea va dì là del vetro
più mi lasciano indietro,
per il coraggio insieme non so le regole del gioco
senza la mia paura mi fido poco.

[Di scatto si gira e torna verso il palco. Risale dalla platea. torna verso il tavolino dei francobolli]

Ormai sono in ritardo per gli amici
per l'odio potrei farcela da solo [si gira verso la platea]
illuminando al tritolo [ma ora la sua faccia è cambiata]
chi ha la faccia e mostra solo il viso
sempre gradevole, sempre più impreciso.
E l'esplosivo spacca, taglia, fruga

[arriva al tavolo dei francobolli, lo scompiglia con le mani. Poi lo fa volare con un calcio]

tra gli ospiti di un ballo mascherato, [impugna una maschera]
io mi sono invitato [l'indossa]
a rilevar l'impronta
dietro ogni maschera che salta [indossa un nero mantello]
e a non aver pietà per la mia prima volta. [Esce a sua volta]
(Tutta la durata della canzone è caratterizzata dagli atteggiamenti mimici del ragazzo. Cambio scena

Al ballo mascherato

30 secondi di buio, scanditi dall' introduzione al ballo. Parte la musica e si illumina la sala da ballo. Quattro coppie di manichini in costume settecentesco ruotano tipo carillon. Sulle diapositive scene di valzer viennesi. Lui, immobile in mezzo alla sala, illuminato dal riflettore, apre il mantello.

Cristo drogato da troppe sconfitte
cede alla complicità
di Nobel che gli espone la praticità
di un eventuale premio della bontà….

[scendono lentamente dall'alto due sagome tipo burattini di Luzzati. Cristo ha l'aria sbiellata e gli occhi strabuzzati,
Nobel ha in mano una bomba infiocchettata tipo pacco dono]
Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro
mima una sua nostalgia di natività,…
[scende la sagoma di Maria]
io con la mia bomba porto la novità, la bomba che debutta in società,
al ballo mascherato della celebrità….

[prende la bomba da Nobel e la lancia in mezzo alla scena, la bomba esplode in un botto di coriandoli. ]

Dante alla porta di Paolo e Francesca
spia chi fa meglio di lui:
lì dietro si racconta un amore normale…

[in fondo alla scena retroilluminata compaiono, tipo ombre cinesi le sagome di due ragazzi che si baciano e di un uomo che spia e prende appunti ]

ma lui saprà poi renderlo tanto geniale.
E il viaggio all'inferno ora fallo da solo
con l'ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo,
sorpresa sulla porta d'una felicità
la bomba ha risparmiato la normalità,
al ballo mascherato della celebrità….

[fa un giro di danza con una delle coppie in costume, poi si sposta verso il fondo]

La bomba non ha una natura gentile…
[raccoglie un' altra bomba pacco- dono]
ma spinta da imparzialità
sconvolge l'improbabile intimità
di un'apparente statua della Pietà…

[Butta la bomba contro la statua della pietà, che si apre lasciando uscire da una botola una statua della libertà che regge uno specchio al posto della fiaccola]

Grimilde di Manhattan, statua della libertà,
adesso non ha più rivali la tua vanità…
[carezza il seno alla sagoma]
e il gioco dello specchio non si ripeterà
"sono più bella io o la statua della Pietà"…
[le prende lo specchio e lo butta]
dopo il ballo mascherato della celebrità….
[fa un giro di danza con Grimilde]
Nelson strappato al suo carnevale
rincorre la sua identità…

[scende dall'alto una navicella con la sagoma di Nelson, mascherato, con un cannocchiale in una mano e la feluca sciupazzata]

e cerca la sua maschera, l'orgoglio, lo stile,
impegnati sempre a vincere e mai a morire.
Poi dalla feluca ormai a brandelli
tenta di estrarre il coniglio della sua Trafalgar
e nella sua agonia, sparsa di qua, di là,…
[dalla feluca esce un coniglio che esplode in un altro botto di coriandoli]
implora una Sant'Elena anche in comproprietà,
al ballo mascherato della celebrità…

[illuminato solo dal riflettore fa un giro di danza con un'altra coppia in costume intanto si rialza la luce nel lato destro del palco sull' interno borghese. Il padre ora è in poltrona in vestaglia con un termometro in bocca, la madre prima gli porge un bicchiere e lo carezza distrattamente sulla fronte,]

Mio padre pretende aspirina ed affetto…
[indica il padre]
e inciampa nella sua autorità,
affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo
ma lui esplode dopo, prima il suo decoro.
Mia madre si approva in frantumi di specchio,

[indica la madre che intanto ètornata a truccarsi allo specchio. Sul tavolo da toeletta un'altra bomba infiocchettata]

dovrebbe accettare la bomba con serenità,
il martirio è il suo mestiere, la sua vanità,
ma ora accetta di morire soltanto a metà,
la sua parte ancora viva le fa tanta pietà,
al ballo mascherato della celebrità…

[butta la terza bomba tra i genitori; si rovescia la poltrona del padre, la madre cade a terra e si prende la testa fra le mani. Lui torna avanti a danzare con la terza coppia in costume]

Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno
accesa soltanto a metà…
[sullo sfondo una mezzaluna]
quel poco che mi basta per contare i caduti,…
[rialza le sagome dei vari personaggi]
stupirmi della loro fragilità,
e adesso puoi togliermi i piedi dal collo…
[rivolto al padre che è seduto per terra accanto alla poltrona rovesciata]
amico che mi hai insegnato il "come si fa"
se no ti porto indietro di qualche minuto…
[lo tira avanti tra le sagome rovesciate]
ti metto a conversare, ti ci metto seduto
tra Nelson e la statua della Pietà,…
[rialza le sagome mettendole a capanna sul padre]
al ballo mascherato della celebrità…
[e torna a danzare con l'ultima delle coppie in costume]

Sogno numero due
Versione Nadja
Buio assoluto. Comincia la canzone. Quando parte il recitativo, un proiettore comincia ad accendersi e spegnersi, battendo il ritmo della poesia, staccando le frasi l'una dall'altra. Puntato contro l'anfiteatro dei posti per il pubblico, il proiettore ogni volta che si riaccende illumina uno degli spettatori, poi si spegne e si sposta per illuminarne un'altro. Nelle pause fra le strofe del recitativo, la sala ritorna buia. Durante l'ultima strofa i proiettori illuminano tutto il pubblico.

Versione Leon
Buio assoluto. Comincia la canzone. Quando parte il recitativo, un proiettore comincia ad accendersi e spegnersi, battendo il ritmo della poesia, staccando le frasi l'una dall'altra.

Quando la scena si illumina, si vede che è stato montato un ring. Al centro del ring un personaggio alto e atletico, capelli biondi, spirito ariano, guantoni da boxe, torace nudo. Dall'altro lato l'impiegato/imputato, anche
lui in guantoni da boxe, Ma con la guardia abbassata. Il pugile ariano mima un combattimento. Suona la campana di inizio round. Dall'angolo emerge un giudice-arbitro che inizia a recitare la canzone. Non appena inizia a parlare il pugile ariano scatta contro l'imputato e inizia a colpirlo.

"Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.


(Un jab sinistro entra nella guardia mal portata dell'impiegato che vacilla)


Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione,
(L'iniziativa dell'avversario spinge il pugile alle corde)
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione
quando uccidevi,
(diretto destro)
favorendo il potere
(diretto sinistro)
i soci vitalizzi del potere
(diretto destro, schizza via il paradenti)
ammucchiati in discesa
(diretto sinistro, la testa oscilla priva di difesa, le braccia calano)
a difesa
della loro celebrazione.
(Il giudice impone un break)

E se tu la credevi vendetta
(lo conta in piedi)
il fosforo di guardia
(uno, due, tre, quattro)
segnalava la tua urgenza di potere
(cinque sei sette)
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.

(dà il via. Il pugile ariano, sullo stacco musicale, si slancia dal suo angolo e colpisce ripetutamente, a ritmo con la musica, l'impiegato che crolla a terra. Luci passano come fari fendendo il buio e la platea. vola un asciugamano sul palco che viene rilanciato fuori dal giudice-arbitro).

Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quella della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato,
il potere ti è grato.

L'impiegato viene fatto rialzare. Ha il volto tumefatto. Si nota, solo ora che le mani, infilate nei guantoni sono legate insieme tra loro all'altezza dei polsi. Non può difendersi.

Ascolta,
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

ricomincia il combattimento che, in realtà, si è trasformato in una pura mattanza. L'impiegato cade ripetutamente e ripetutamente viene rimesso in piedi. Continui stacchi di bianco e nero, trasformano la scena in flash drammatici. Gli attori posano a tableaux vivant sui colpi portati.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?

Sullo sfondo viene aperta una finestra e un manichino, con le fattezze dell'impiegato è fatto volare attraverso di essa. L'impiegato, quello vero, è in ginocchio sul ring.

Vuoi essere assolto o condannato?

Buio!


Canzone del padre

La luce si rialza piano piano. È una luce blu che richiama i sogni. L'ambiente attorno sembra essersi fatto d'acqua, per una canzone liquida che ha l'acqua dentro il testo e nelle note. Sul palco il ring è smantellato e, al suo posto, trovano spazio tre figure umane, con le gambe unite come un tronco d'albero ben radicato a terra e le braccia coperte da frammenti metallici. Le braccia oscillano lentamente, come scosse dal vento, che soffia davvero, muovendo i teli degli scenari sullo sfondo. Appesi alle braccia degli uomini-albero tintinnano, oscillando, degli acchiappasogni indiani Lakota.

Il giudice alza un coltello sopra la sua testa, l'impiegato si para con le mani, ma il giudice si limita a tagliare i legami ai polsi dell'impiegato, che si alza. Coni di luce individuano il personaggio parlante


"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi


solo i sogni che non fanno svegliare?"-
"Sì, Vostro Onore, ma li voglio più grandi".-
"C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre.

L'impiegato prende posto in un punto rialzato del palcoscenico, una specie di ponte, e si appoggia alla sua balaustra. Sullo schermo alle sue spalle frattanto parte il cartoon in bianco e nero di Steamboat Willie, dove Topolino pilota una barca a vapore, ostacolato da Gambadilegno.

Non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare
le più piccole dirigile al fiume
le più grandi sanno già dove andare".-

L'impiegato si avvicina al giudice, gli strappa la toga di dosso, lo spinge lontano e ne indossa la toga. Il giudice resta steso a terra.

Così son diventato mio padre
ucciso in un sogno precedente
il tribunale mi ha dato fiducia
assoluzione e delitto lo stesso movente.

Si conclude il cartone, l'impiegato-giudice inizia a girare tra gli uomini-albero, arrugginiti nella loro paura di arrugginire. Si avvicina a uno in particolare: Berto. Nella luce blu si diffonde una cascata di bolle di sapone colorate. L'impiegato, scientemente, con costanza e con dispetto, fa esplodere tutte le bolle che gli si avvicinano. Berto cerca invece di afferrarle.

E ora Berto, figlio della lavandaia,
compagno di scuola, preferisce imparare
a contare sulle antenne dei grilli
non usa mai bolle di sapone per giocare;

( Scena del funerale della mamma di Berto. Berto la segue. Si ferma (per suggerire a Dio etc etc), inizia a scappare e viene nuovamente trasformato in uomo-albero) .

seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi;
si fermò un attimo per suggerire a dio
di continuare a farsi i fatti suoi
e scappò via con la paura di arrugginire
il giornale di ieri lo dà morto arrugginito,
i becchini ne raccolgono spesso
fra la gente che si lascia piovere addosso.

Entra un bambino triste e inizia a raccontare al pubblico la "sua" interpretazione della canzone.

Ho investito il denaro e gli affetti
banca e famiglia danno rendite sicure,
con mia moglie si discute l'amore
ci sono distanze, non ci sono paure,

La strofa comincia con una constatazione sul rapporto con la moglie, ammettendo "distanze pur senza paure" ma...., quel "ma" seguente significa l'insoddisfazione del rapporto, "ma ogni notte lei mi si arrende più tardi", dice il verso. Siamo sicuri che "lei" sia la moglie? Secondo me il riferimento alla moglie termina con il quarto verso, delineando un rapporto ormai di rispetto più che di amore, come in molte coppie dopo alcuni anni di matrimonio (ho detto molte, non tutte, non offendetevi, piccioncini!).

ma ogni notte lei mi si arrende più tardi
vengono uomini, ce n'è uno più magro,
ha una valigia e due passaporti,
lei ha gli occhi di una donna che pago.

La "lei" successiva potrebbe essere una prostituta extracomunitaria e l'uomo magro il suo protettore. Infatti i "due passaporti", la valigia di ciondoli (preservativi? C'erano già nel 73?) e soprattutto il foglio di via finale, uniti agli uomini che ogni notte (bada bene, di notte!!) vanno dove si trova il protagonista lasciano presumere una provenienza straniera, ma il verso che più mi ha fatto avvicinare a questa teoria è "lei ha gli occhi di una donna che PAGO".

Commissario io ti pago per questo,
lei ha gli occhi di una donna che è mia,
l'uomo magro ha le mani occupate,
una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Che cazzo c'entra allorà il commissario, mi dirai? Ricordati che l'impiegato ora è un socio vitalizio del potere, quindi il commissario di polizia è suo "schiavo", e l'impiegato lamenta probabilmente la cacciata della donna che ormai sente sua ("lei ha gli occhi di una donna che è mia") e del protettore che ora ha in mano il tragico foglio di via. Come si permette la polizia di troncare il rapporto tra un potente e una donna, sia essa santa o puttana? Il potere non serve alla felicità.

Se queste analisi vi sembrano fatte da un pazzo ubriaco.... non vi do tutti i torti, a volte mi stupisco anch'io dei parti isterici della mia mente... È vero, mi identifico molto in "Storia", non invitatemi a balli mascherati o sarà peggio per voi......:-)))
Se ne esce
L'impiegato lo indica.


Non ha più la faccia del suo primo hashish
è il mio ultimo figlio, il meno voluto,
ha pochi stracci dove inciampare
non gli importa di alzarsi, neppure quando è caduto:

Fiamme livide illumino la scena, un incendio, un falò, un rogo per le nuove streghe. In controluce rispetto alle fiamme svolazza l'impiegato nella sua toga nera. Corre qua e là, prima nel tentativo di salvare, poi per rompere e bruciare, distruggere e saccheggiare i suoi stessi beni.
e i miei alibi prendono fuoco
il Guttuso ancora da autenticare
adesso le fiamme mi avvolgono il letto
questi i sogni che non fanno svegliare.

L'impiegato si scaglia contro il giudice rimasto a terra, da dove ha osservato atterrito 'intera scena. Lo afferra per il collo e inizia a stringere. Il giudice si divincola, si rialza, atterra a sua volta l'impiegato, gli strappa la toga, la reindossa ed esce ridendo. L'impiegato resta a terra e da terra lancia la minaccia finale.

Vostro Onore, sei un figlio di troia,
mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,
ora aspettami fuori dal sogno
ci vedremo davvero,
io ricomincio da capo.

Buio

Il Bombarolo

Chi va dicendo in giro
che odio il mio lavoro
non sa con quanto amore
mi dedico al tritolo,
è quasi indipendente
ancora poche ore
poi gli darò la voce
il detonatore.


From: red <amico_fragile@iname.com

Verranno, verranno, eccoli.... forse sono già arrivati. Ma cosa verranno a chiederti? Non certo del nostro amore. Il mio amore era puro cristallo in una selva di carri armati, ed è già stato frantumato dall'incedere degli stessi. Il mondo non ha nè il tempo nè la voglia di fermarsi per domandarti di un banalissimo amore non ancora adulto, non da copertina e nemmeno da ventesima pagina. A nessuno interessa il tuo, il mio amore, presi come sono tutti dal potere, dall'ascesa a quella scala che porta a governare le navi più piccole, ben sapendo che c'è comunque sempre una nave più grande di quella dove ci troviamo pronta a farci la scaletta verso i piani alti. Il potere. Quel potere che vuole anche solo dire accettare di essere governato e maneggiato, rimanere nel proprio quadrato, magari segretamente dire anche a qualche confidente un "però..." od un "non saprei...", ma essere il primo, o la prima, a voltare la pagina in nome di un chissà che cosa superiore, sia esso divino, sia esso materiale, sia esso cielo, sia esso sangue, ossa e maledizioni. Tu ora hai scelto, e, ti prego, non voltarti indietro. Non voltarti perchè non mi troveresti cambiato, e le favole sono belle proprio perchè sono favole. La bomba ce l'ho sempre in testa e mi sembra sempre e comunque l'unica strada, anche se a volte la bocca mi si piega ad un forzato sorriso, e tranquilla che i miei occhi sono quelli di sempre, due gocce di fango agonizzante poco propense a scaldarsi ai primi fuochi di un qualsiasi raggio di tiepido sole. Io il ponte lo farei saltare, con annessi e connessi, anche questo lo sai. Farei saltare in aria le navi più piccole, all'apparenza innocue, ma pronte a picchiare duro con la bocca schiumante di rabbia pur di salvaguardare il proprio orticello, quelle navi piccole ed allo stesso tempo così false, così preparate a porgere radiosi sorrisi o mansuete strette di mano verso chi permette loro di mantenere ben salda la posizione in cui si trovano. Loro devono stare li, sul loro ponticello, ed al resto pensano le navi più grandi, che non si fanno vedere ma ci sono, per fortuna ci sono, e "dove andremo a finire" e "non si può più uscire di casa" e compagnia cantante. Le navi grandi, mi insegni, non bastano cento bombe a farle saltare. Lo so. Ma è nell'angoscia dell'impotenza del mio cuore, stressato da giorni di domande retoriche, di lacrime umiliate dai temporali, di gente che mi vuole cacciare da quella strada virtuale in cui mi rifugiavo quando faceva troppo freddo, che vorrei lasciare andare l'odio che tengo alla catena, già da quando il nostro amore poteva voler dire tutto o niente. Potevamo essere due, ma non son riuscito a cambiarti. D'altronde lo immaginavo. Adesso ti vedo più tranquilla, hai saputo scegliere, hai dato volentieri i tuoi occhi come vuoti a rendere in cambio di una vita serena, e nemmeno ti sei vergognata, tempo dopo, di avermelo detto. Viaggi serenamente sulla tua piccola nave, in braccio al tuo simbolo del potere terreno, quello che da sicurezza, quello che ti permette di avere il tuo piccolo ponte da cui guarderai un giorno i tuoi figli, le tue piccole, amorevolissime, tenerissime navi. Sei pronta a pagare il pegno dell'amore assicurato, fatto di sacrifici che però "valgono la pena", sacrifici di lavoro e di amore a comando, minuti su minuti di risposte che placano le acque del tuo piccolo fiume, fin quando le rughe non solcheranno il tuo volto un tempo fresco, e tu forse penserai di cominciare a scegliere. Ma io non ci sarò più. Io, patetico, pazzo, inetto, idealista, guerriero, individualista, vendicativo, imprigionato, ho scelto. Ho già scelto di non farmi scegliere, e non riusciranno a cambiarmi, ne ora ne mai.
Ne ora ne mai.

E che se ne vadano tutti a fare in culo.


Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io son d'un'altra razza,
son bombarolo.
Nel scendere le scale
ci metto più attenzione,
sarebbe imperdonabile
giustiziarmi sul portone
proprio nel giorno in cui
la decisione è mia
sulla condanna a morte
o l'amnistia.
Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c'è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io son d'un altro avviso,
son bombarolo.
Intellettuali d'oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione.
Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro,
ho scelto un'altra scuola,
son bombarolo.

Potere troppe volte
delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci
dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituirti
un po’ del tuo terrore
del tuo disordine
del tuo rumore.
Così pensava forte
un trentenne disperato,
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo,
insomma il posto degno
d'un bombarolo.
C'è chi lo vide ridere
davanti al Parlamento
aspettando l'esplosione
che provasse il suo talento,
c'è chi lo vide piangere
un torrente di vocali
vedendo esplodere
un chiosco di giornali.
Ma ciò che lo ferì
profondamente nell'orgoglio
fu l'immagine di lei
che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal ridicolo
in cui lo lasciò solo,
ma in prima pagina
col bombarolo.

From: "Leon Ravasi" <leon_ravasi@hotmail.com

"Ma proprio tu parli così? Tu che non capisci, tu che mi hai lasciato sola. Tu che, in tutta la tua vita non hai avuto occhi che per te, orecchi che per te e tempo se non per te. Per i tuoi francobolli o per me (hobbies, ecco cosa siamo stati) niente se non ritagli di tempo. E ora tu, stupido e infantile più che mai, incapace di costruire alcunchè con le tue mani, nemmeno la bomba per l'attentato, ora tu accusi me? La mia bocca si spalancherebbe ad ingorghi di parole? Ma ti sei ascoltato prima? Addirittura dei tuoi sogni hai parlato! Senza pudore, senza freni: un delirio scatenato, un flusso di coscienza. Ma chi ti credi di essere? La signorina Else? Il tuo e il mio amore, dici. Ben poco cosa credo, no? L'hai barattato con vent'anni di galera e non puoi chiedermi e credere che io resti qui vent'anni ad aspettarti. Ne avremo 50 quando uscirai. Ti rendi conto? Cinquantanni e vent'anni che non passiamo più una notte insieme, che non facciamo l'amore, che non ci scambiamo un bacio! La spalancherei sì la bocca, ma per ricoprirti di insulti. Una vita, due vite, le nostre, saltate in aria assieme al chiosco dei giornali. Bel risultato! Almeno avessi fatto saltare un supermarket: li odio. Ma le edicole no, le edicole mi stanno simpatiche. E io che non sapevo niente e la mattina dopo sento suonare alla porta, apro in pigiama e mi vedo catapultare dentro una canea urlante, fotografante e filmante. Altro che regalare il trucco che con te non portavo! Ho regalato un paio di occhiaie regali e (forse sì, forse questo sì) il sapore di un seno che sfuggiva al pigiama. Un seno senza graffi. Non vantarti inutilmente. Lo sanno tutti che uno come te si mangia le unghie. Lo so, lo so, ti conosco. Conosco i tuoi sogni, le tue grandi aspirazioni, le tue smanie anti-potere. Conosco e condivido. Non ho scelto io. Io non ho scelto forse mai: lo dici tu stesso. Ho continuato a "farmi scegliere" e anche qui, anche con te, non sono stata l'attrice principale. Semmai una "caratterista". Sai quella che dici: "ma in quale altro film l'ho vista? Bravina, però, peccato che non mi ricordi il nome...". Già, perchè nemmeno il nome mi hai dato! Anna la conoscono tutti, Gianna anche, ma per restare più vicini a noi, anche quella troia di Franziska o Marinella. A me no, non è dato avere un nome. Io sono e resto "quella del bombarolo", "la stronza", la "femmina in ghingheri". Ma quando mai? Ma quali ghingheri? Ginger, al massimo. Chincaglieria se vuoi, anche tanta: collane, collanine, ciondoli indiani. Ebbene sì, porto la gonna a fiori e gli zoccoli, ma li portano tutti! Anche qualche fiore tra i capelli. È questo che vorresti cambiare? È questo che non sei riuscito a cambiare? Che tu sei tu e io resto io e non un utile prolungamento di te, come la tua chitarra? Non sono tranquilla, e lo sai. Non lo sono mai stata e non riesco a esserlo. Hai presente? Gli occhi stanchi ...gettarsi in un cinema con una pietra al collo...hai presente le mie depressioni paragonabili quasi alle tue? Hai presente quella voglia di lasciarsi scorrere il tempo addosso perchè non ti senti le forze nè per cambiarlo, nè per afferrarlo al volo? E non ne voglio di figli! Ma chi cazzo ha detto che, in quanto donna, io debba voler far figli? Ma se siete voi la maggior parte delle volte che, nell'ansia di perpetuare il vostro passaggio terreno ci stressate con la necessità di mettere al mondo dei jr, dei piccoli simulacri del VOI che tanto tocca a NOI tirar su? Non ne voglio di figli: e perchè? E con chi farli? Con qualcuno che poi si alza una notte e va a tirare un'altra bomba? Ce l'avevo un amore, ce l'avevo sì, ma ha tirato una bomba sulla nostra vita, vi ha tirato un rigo sopra, ma l'ha annullata. Lui in prigione e io fuori. Meglio io, certo. Ho più possibilità di sbagliare ancora. Ma ho anche una vita intera da ricostruire. E non è facile. Credimi, non è facile neanche per me. Ma non preoccuparti. Non parlerò male di te. Non ne parlerò affatto. Credo siano stati solo fatti nostri. E in quanto ad amare, ti ho amato tanto. Buon San Valentino"

Verranno a chiederti del nostro amore

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta,
non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure
a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"
non son riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.
E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,
digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l'amore
alle carezze dell'amore
era facile ormai
non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.
Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,
ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi
sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.
Ma senza che gli altri ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l'amore per amore
o per avercelo garantito,
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.


From: red <amico_fragile@iname.com

Beh, buon san valentino puoi anche ficcartelo dove sai, e te lo dico con tanto amore, credo tu lo sappia, quindi non fare la diffidente come al solito. Probabilmente tu nemmeno te ne accorgi.... che nel dirmi "tu, tu e tu...." finisci per essere più individualista di me. Tu desideravi l'amore, ma cosa hai fatto per mantenerti vicino a te? Facile parlare quando tutto è già accaduto, ma dov'eri prima? Dire "io non c'entro" ed estraniarti da tutto è una scusa che sa di patetico in modo palese. Se ti sei avvicinata a me è perchè sapevi com'ero, è perchè i miei occhi ed i miei capelli profumavano di quel senso di rivolta che per una borghese volevano dire diversità e mistero, volevano dire fascino dell'essere negativo, od anti-sociale, chiamami come vuoi, sputami in faccia quello che vuoi. Non negare, mi hai avvicinato per quello, per il mio essere fuori dagli schemi, non certo per i vestiti che indossavo, nè per il tipo di patatine che mangiavo o per il deodorante che usavo. E che cosa ti aspettavi poi? Che io rinunciassi alla bomba per te? No. Per nessun motivo. La bomba viene prima di tutto, e mandami tranquillamente a fare in culo per questo, come a fare in culo mi manderanno i cultori dell'integrazione al mondo attuale. L'amore è facile da esaltare per chi ha tutto, e quindi vede in un rapporto il crescere individuale che si aspettava. Si, individuale, l'amore per te era una parentesi personale e basta, come per me la bomba Invece, per chi come prima cosa analizza il suo essere emarginato dal sistema, amare vuol dire solo dimenticarsi di una parentesi, vuol dire far finta di essere felice con qualcun'altra nonostante la propria situazione nel mondo sia di eterno conflitto irrisolvibile, o forse risolvibile, chissà....dopo tanto. La bomba viene prima di te, lo sai, prima di te e di tutte le scopate e gli abbracci e baci del mondo, e se questo non fosse stato tu non saresti nemmeno mai arrivata a specchiarti nei miei occhi. Però mi aspettavo un diverso trattamento: dopo l'arresto potevi anche tacere, potevi forse limitarti a raccogliere quei pochi granelli d'amore che ti avevo seminato con sincera devozione e con nascosta diffidenza, invece di correre a perdifiato verso le immense strade del pubblico vociare. Tu forse non puoi capire, ma la bomba non è uno sfizio, è una strada che si sceglie di percorrere, magari sapendo di sbagliare...ma sbagliare cosa, il cammino, la strada, il quieto vivere? Ti amo comunque, te lo direi volentieri con un bacio, ti vorrei tanto baciare, ma non posso fare altrimenti che scappare e cercare di non voltarmi.


From: Franco Senia <seniaf@dada.it

Il portone si aprì sul sole accecante di un insolito febbraio. Per un attimo sentii in bocca il sapore della paura: ferro e sale. Mi voltai indietro ed incontrai gli occhi del secondino. In questi lunghi anni m'era anche capitato di respirare la stessa aria di pasquale cafiero, il secondino per l'appunto, quando non era troppo impegnato a bere il caffè nella cella di chissòio. La sua aria era stata la mia aria e l'aria di tanti altri, da entrambe le parti. Per troppo a lungo. Alla fine eravamo stati costretti a respirarla. L'avevamo fatto quasi con un senso di sollievo. Mi ero accorto, avevo dovuto farlo, che di tempo ce n'era rimasto poco e che, difficilmente, fuori, avrei trovato un altro maggio ed un'altra primavera ad aspettarmi. Nessun dramma, per carità. Solo la coscienza chiara e precisa di qualcosa che si spezza, si rompe. Tornai a guardare "il fuori". Stava per accadere di nuovo. Stava per tornare un'altra volta primavera. Dopo tutto questo tempo. E stavolta mi toccava andarle incontro. Trattenendo il respiro, spinsi la gamba sinistra oltre il portone. Ero fuori. Guardandomi intorno, cominciai a camminare. Qualche ora e qualche chilometro dopo, mi resi conto che poche cose erano cambiate. Le facce della gente continuavano a non avere un bel colore, dopo tutti questi anni. Comunque sapevo cosa dovevo fare. Lo avevo saputo fin dall'inizio. Lo avevo saputo di notte e di giorno. Sdraiato sulla mia branda, con gli occhi spalancati nel buio. In piedi, durante l'ora d'aria, con gli occhi socchiusi. Sapevo che dovevo rivederla. Avevo da chiederle del nostro amore.

Ma era sabato mattina. Era presto.
Prima dovevo ubriacarmi.


--Franco Senia—

From Leon_Ravasi
Eccolo là. Lo sapevo. Non occorreva nemmeno andare ad aspettarlo fuori. Potevo venire direttamente qua, tanto lo sapevo che dì qua sarebbe passato. Era questo che aspettava da tanti anni, sono pronta a scommetterlo: un bicchiere di vino appena uscito dalla prigione. E chi se ne frega se è mattina? Lui? Lui no di sicuro. Dall'ultima lettera che mi ha scritto (vent'anni fa, sapete?) avrei anche potuto pensare che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato andare a tirare un'altra bomba ... ma poi gli anni passano ... forse. O forse no? E se avesse avuto ragione allora? E se fosse stato solo quell'aria di rivolta che gli soffiava tra i capelli, quel profumo di libertà che esalava dalla sua pelle, a tenermi stretta a lui? Ma no, ma no. Non è così. Lui non era affatto libero. Era ... era ... un impiegato! I primi libri glieli ho fatti leggere io. Marcuse? Mio. Il libretto rosso del presidente Mao? Mio. Perfino l'opera completa di zio Giuseppe Baffone Stalin era mia! E i libri di Laing e di Cooper e Roland Barthes e George Bernard Shaw, perfino i dischi di De Andrè glieli ho fatti conoscere io! Donna in ghingheri tse! Compagna coi controcoglioni, altro che balle! E lui, un mediocre, lui un borghese, imbevuto di sè, del mito dell'atto esemplare e solitario: la sega! Ecco cos'è l'atto esemplare e solitario: una ... bassa manovra della destra economica, come si ironizzava allora. Ma adesso? Adesso chi è? Mamma mia! Sono vent'anni! E sono capelli sale e pepe e barba bianca e sono rughe attorno agli occhi dove i sorrisi spremevano piccoli sentieri e sono spalle curve, ma non piegate e quell'andatura barcollante di chi non sà più andar per mare. Guardatelo dietro il vetro del bicchiere. Disprezzo. Ci guarda e ci disprezza. Starà senz'altro pensando che non abbiamo un bel colore, ma lui, lui ci tiene sì a una polemica di dignità. È più bello. È meglio adesso di allora. Oddio, mi batte il cuore. Lo so che è un buon segno, sennò sarei morta! Ma batte lo stesso. Sfarfalla. E nello stomaco trovano posto rinoceronti a mandrie,a grappoli, a tonnellate. E tutti in movimento. Mi avvicino al bancone, dove sta seduto, mi ci paro davanti. Mi guarda come fossi traslucida. Sorridere non serve. Sposto i capelli col solito gesto, lo stesso da sempre, e lo guardo negli occhi, quegli occhi che anche lui mi ha dato sempre. Sussulta, mi punta, mi guarda, realizza, gli parlo: "Sono qua!"

Nella mia ora di libertà

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà
se c'è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l'aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l'aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.
È cominciata un'ora prima
e un'ora dopo era già finita
ho visto gente venire sola
e poi insieme verso l'uscita,
non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare.
Fuori dell'aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità
tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.
Tante le grinte, le ghigne, i musi,
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio
da un po’ di tempo era un po’ cambiato
ma non nel dirmi amore mio,
Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual'è il crimine giusto
per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.
Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiam deciso di imprigionarli
durante l'ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un'altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.


From: Franco Senia <seniaf@dada.it

No! È riuscita a trovarmi anche questa volta.
Non mi ha lasciato nemmeno il tempo di far fuori la prima bottiglia. È sempre stata brava a trovarmi, lei. Mi trovava sempre. Anche quando mi nascondevo dietro le mie mille maschere. Dietro i miei discorsi, i miei comizi (così li chiamava!), dietro il mio atteggiarmi ad angelo vendicatore. Oh mi conosceva, se mi conosceva!
Tanto tempo fa.....
Ma anch'io la conoscevo. E non glielo dirò mai, ma qualche piccola soddisfazione ho voluto lasciargliela. Le ho sempre fatto credere che, senza di lei, certi libri non li avrei mai letti. Libri! Ha il coraggio di chiamare libri anche l'opera di quell'essere disgustoso, assassino di compagni. Non mi riesce nemmeno di scriverne il nome.
Lo chiamerò Napoleone, come il maiale della Fattoria degli Animali, tratteggiato su di lui. Chiama libri quel cumulo di spazzatura. E la mia bomba, per lei, era oggettivamente di destra, ed io un impiegatuccio piccolo-borghese. Mi viene da ridere, a pensarci ora. Lei, con le sue creme, i suoi ninnoli e le sue trine. Sempre bella, sempre a posto.Ed io, sempre con l'aria di uno che aveva dormito vestito (e spesso era proprio così) o non aveva dormito affatto. Lei, sempre col colorito giusto.
Ma come sbiancò quella volta che, alle cinque del mattino, venne a suonare il campanello il commissario Fiorolli, coi suoi scagnozzi! Come sbiancò mentre le mettevano a soqquadro la sua bella casa, in cerca di qualcosa di imprecisato. Chiedendo quanti e chi fossero i convitati a quel tavolo di cucina, ricostruendone il numero dei coperti, fra stoviglie e tovaglioli sporchi rimasti dalla sera precedente. "Cercavano qualcuno" - mi disse, dopo, a violenza cessata. E con queste parole volle ripetere e sottolineare l'opinione che aveva dei miei amici: "Sono loro stasera i migliori che abbiamo?". Certo le piacevano i miei occhi, me l'ha sempre detto. I miei occhi proprio identici ai suoi. I miei occhi che traboccavano di disprezzo. E questo le pesava, o se le pesava. Il suo odio per quello che chiamava il mio "ribellismo piccolo-borghese" era solo la cifra della sua incapacità a capire la mia paura di arrugginire. E, alla fine, sono arrugginito anch'io. I capelli, nerissimi una volta, hanno cominciato da tempo a rigarsi di qualche filo bianco, sempre di più; per non parlare della barba. Chissà come mi vede adesso? Mentre mi paragona a quell'altro che ero. E in tasca non mi è rimasto più niente, nemmeno un po’ di polvere di mare.

Ed ora cosa le dico?
Come faccio, dopo tutto questo tempo, a salvare i suoi "Aiuto"?
Non lo so. Non lo so proprio.

From: red <amico_fragile@iname.com

Ti avevo conosciuto che non ero ben visto dalla maggior parte della gente. Quasi sempre vagavo fra un bar e l'altro, in cerca di quel calore ad alta gradazione che nessuno sapeva darmi sotto forma di rapporti umani. Eravamo diventati amici forse per puro disegno del destino. Tu, vita regolare, una laurea ormai nel cassetto, l'unico progetto quello di proseguire per la tua strada, regolare, illibata, precisa. Io, ogni giorno un cielo diverso, stessi sogni, stessi vestiti. Un giovane invecchiato, un esempio di disagio. Parlare è una liberazione, a volte. La solitudine può esserti amica, ma spesso i frammenti e gli attimi infiniti degli stralci esistenziali che, volente o nolente, solcano il cammino, necessitano di essere condivisi con qualcuno. E non con una donna, bensì con un cervello maschile, non per intolleranza, ma per ragioni strettamente pratiche di vicinanza del concetto di vita, di morte, di merda sotto le scarpe. Per noi la vita era una scala di nuvole difficile da comprendere. Io e te, legati da quella stessa incapacità di prevenire le ansie, i vortici che ci avvolgevano lenti, ma inesorabili. Due esistenze che non riuscivano a capire fin dove arrivava il confine predestinatogli, incapaci forse di essere totalmente felici, ma cosce, al punto di estremo rifiuto della società, di dover percorrere una via alterna alla comune sopportazione. Fu così che mi parlasti della bomba. E capimmo, in sere impregnate dal fumo delle nostre sigarette, che la posa del nostro personalissimo mattone era forse l'unico modo di cominciare a costruire l'infinita piramide che sognavamo. Non aveva importanza la quasi certezza che i nostri pensieri mal si adattavano ai progetti senza fine pratico della maggior parte dei cuccioli di un Maggio che era finito prima ancora di presentarsi; bisognava scaricare la rabbia, l'incapacità di reagire, i tagli profondi e vermigli nella schiena. Mi insegnasti l'arte dell'esplosivo, e forse, in cuor tuo, sapevi di rischiare il tuo vivere terreno. Ma forse proprio per questo andasti avanti a ridere insieme a me, lungo serate come fiumi, in una vita che inesorabilmente passava come l'ultimo tram in una notte di pioggia, fra bicchieri e poesie. Terrò sempre con me quella vecchia foto ormai ingiallita dal tempo e dalla nicotina, in cui i nostri sorrisi mal celavano il resoconto di due vite solcate da un rasoio difficile da regolare. Non ti dimenticherò mai, stai tranquillo. Però dovevo farlo. Al ballo mascherato avevo definitivamente capito che l'unico modo per lasciare alle spalle un passato ingombrante era di far saltare in aria, con tutti, anche te. Mi sembra ancora di sentirti raccontare di individualismo, di vendette ... forse l'avresti fatto anche tu, sicuramente l'avresti fatto anche tu, altrimenti mi sarei offeso. Quando sei esploso forse guardavi l'uscita, e forse avresti potuto raggiungerla, intuendo il pericolo. Ma non l'hai fatto, e io te ne sono grato. Sapevi che se c'era una minuscola ed invisibile via d'uscita era per forza quella, e poco importa che fossi io invece che tu ad azionare in quel mentre il detonatore. Se mai un giorno ti rivedrò, so che non ti dovrò nemmeno chiedere scusa. Basteranno un sorriso triste e un abbraccio, e una stretta fra la mia mano magra e nodosa e la tua, più agile e indipendente. Poi sarà soltanto nebbia, ed ognuno, dopo un abbraccio, percorrerà il suo sentiero.

r.


From: Franco Senia <seniaf@dada.it
Reply-To: fabrizio@onelist.com
To: fabrizio@onelist.com
Subject: Re: [fabrizio] E adesso puoi togliermi i piedi dal collo....
Date: Wed, 23 Feb 2000 16:33:53 +0100

Hai visto giusto, come tuo solito. Non hai da chiedermi scusa. Per niente. Me ne ricordo ancora di quando ti vidi per la prima volta. Entrasti in quel bar, incautamente. Non ne avevi certo bisogno di un altro giro. Tutti i bar precedenti li portavi scritti dentro gli occhi. I bar di quella sera, e quelli di tutte le altre sere prima di quella. Una lunga teoria di bar..... Ma non fu certo la tua "spiritosità" ad incuriosirmi. Il marchio. Fu il marchio e la tua andatura. Il modo in cui ti conducevi. A volte come una bandiera. Intrisa di orgoglio e di gloria a venire. Una bandiera. Una bandiera di un paese giovane, ma una bandiera! Poi, appena raggiunta la soglia necessaria, l'asta della bandiera si trasformava in qualcos'altro: una gruccia. Ed era una bandiera ancora peggiore. Più spaventevole. Un'arma da spianare in faccia alla vita. Un'arma da storpio, nell'anima. Sfido io che non eri ben visto dalla maggior parte della gente! È stato a quel punto che ti ho lasciato guardare nei miei occhi, affinchè ti ci riconoscessi. E siamo diventati amici. E abbiamo parlato. Non è stato un disegno del destino, e nemmeno un caso. Io ti cercavo, da tempo. Avevo un debito da estinguere. Ti sei sbagliato sui miei progetti, come sulla mia laurea, che non ho mai preso. Tu cercavi qualcuno che ti insegnasse il "come si fa", e non ti è mai venuto di pensare che nessuno nasce "imparato". Anch'io conservo una foto, ancora più ingiallita di quella che conservi tu; una foto su cui, accanto al mio, è disegnato un altro sorriso, che non è il tuo. Per questo sapevo che ci avresti provato a far saltare in aria anche me. E perdonami se il tuo "non ti dimenticherò mai. Stai tranquillo" suona alle mie orecchie diffidenti come una minaccia. Che ci vuoi fare? Sono fatto così. Del resto è grazie alla mia diffidenza se sono ancora vivo. Ho lasciato che tu credessi di essere riuscito a far saltare in aria anche me, durante quel fottuto ballo mascherato. Sapevo che avresti voluto farlo. Arriva sempre il momento in cui volete farlo! Poi hai seguito la tua strada. Come doveva essere. Solo una cosa ho continuato a chiedermi per tutti questi anni: come diavolo hai fatto a mancare il bersaglio e a far saltare in aria quel cazzo di edicola? - È stata una cosa veramente disdicevole! Non so se ci rivedremo. Considerati comunque abbracciato. La mia strada mi porta altrove. Come puoi immaginare, i miei insegnamenti sono sempre richiesti da quella parte di umanità che ora tu conosci così bene. Chissà che non ci si incontri di nuovo, un giorno o l'altro.

From Leon Ravasi

"Morto arrugginito!
E così mi hanno liquidato. Nemmeno una lira. Niente diritto d'autore, niente royalties, niente finali epici. Io, Berto, figlio di lavandaia, povero e colpevole d'essere povero, sono stato sepolto così, tra i fogli di giornale. Esattamente lo stesso giornale da cui lei "spiccava da ogni foglio". Ma vi siete mai chiesti che giornale leggesse? O che "Giornale?" Cosa leggeva questo figlio del potere, questo ennesimo corruttibile figlio della borghesia? A noi, poveri, la rivolta da soli non è data. Non ce la possiamo permettere. Possiamo sì, quello sì, possiamo diventare banditi, possiamo rapinare banche, organizzare rapimenti... ma, anche qui si tratta di entrare in un'organizzazione, in una struttura. Altrimenti l'alternativa è di finire "morti e arrugginiti". Non abbiamo spazi di libertà noi. Clochard al massimo. Hobo. Barbone. Ma non anime salve. Per quello bisogna essere come minimo un popolo. Al singolo figlio della plebe non è dato altro che una nota a piè pagina. Ma non sono morto! Nossignori. E non sono neanche del tutto arrugginito. Forse un po’ provato dall'alcool di cattiva qualità, da tutto quel Brancamenta sorseggiato al posto dei loro whisky di malto ("sigh! Come mi è costato scrivere questo! - Nota di Giorgio"). No, non morto. Vivo. Qui, anch'io in questo bar dei destini incrociati, anch'io in questo sabato mattina che mi sembra di sole. Quanto meno non piove. Non piove più. Qualche anno fa pioveva tanto. Era un epoca di grandi sogni e grandi piogge. Ogni idea una goccia di pioggia. Uguale uguale a ora. Una siccità terrificante! E li vedo. Li vedo tutti davanti a me: il bombarolo,l'amico che gli ha insegnato il come si fa, la donna dalla bocca ingorgata di parole. Ma loro non mi vedono, non mi riconoscono. E non può bastare qualche grillo che mi cala giù per il risvolto del cappotto o le tavolette di sapone per lavatrice che mi sciolgo nel caffè per farmi riconoscere. Trent'anni sono passati e trent'anni sono lunghi per tutti. Figuratevi per una figura marginale e di sfondo, come me. È vero, ero in classe con lui, eravamo in banco assieme, giocavamo da piccoli con gli stessi giochi (i suoi), con lo stesso pallone (il suo), abbiamo persino amato le stesse donne. Poi se le è fatte lui, ma questo non cambia, non importa. Dio non si è mai fatto i fatti miei. Ma ... c'è un ma. C'è che non sono così solo. C'è che questa volta ho un amica anch'io! Un'amica ... esplosiva. Ho la MIA bomba. E tra poco scoppierà. E farà saltare per aria questo locale e ridurrà in coriandoli, in frammenti, in briciole me e tutto il mio passato. La bomba, la frenesia, la torpedine-miccia-guerra-lampo-poesia è in mano mia! Ancora dieci secondi
nove
otto
sette
sei
cinque
quattro
tre
due
....
....
....
...."

From: Franco Senia <seniaf@dada.it

At 17.14 23/02/00 +0100, you wrote:

E dai Berto, non fare così. Lo sai che lui, in fondo ti ha sempre voluto bene. Del resto l'hai detto tu che ti faceva giocare col suo pallone, ecc. Ora non vorrai far scoppiare quella bomba solo per una questione di donne. E poi nel nostro bar!!!! Ma stai scherzando ??!??? Non sarà mica stato quel Brancamenta, ingollato a fiumi, che ti ha fatto andare fuori di testa? Senti quella storia è finita, chiusa, kaputt. E piantala con questo discorso delle "royalties". Sta diventando un'epidemia. Ieri si è fatto perfino vivo, un po’ prima dell'ora di cena, il secondino. Sì, proprio lui. Pasquale Cafiero! E io a dirgli - "guarda non si può fare il cumulo delle royalties". "Tu hai le tue, belle pulite, su quell'altro disco. Le nuvole." Alla fine si è convinto, per fortuna. È andato via brontolando, ma si è convinto. Almeno spero. Spero proprio che non ne parli con quello lì in carcere, se no sono capaci di impiantarci un bel casino. E ce lo fanno chiudere 'sto bar. E poi pensa tu se dovessero arrivare tutti i "cuccioli del maggio" a reclamare la loro parte. Magari ti arriva anche quella testa di cazzo di straccio Liguori! No, Berto. Questo bar dei destini incrociati è l'ultima cosa che ci è rimasta.La cosa più simile a quel sogno che noi tutti avevamo. Puzza di utopia, lontano un miglio. E poi sei proprio sicuro di farcela con quella bomba? Guarda che una bomba non è mica una lavatrice! Hai controllato bene l'innesco e il detonatore? E la miccia, hai messo la miccia giusta? Aspetta un attimo. Non accenderla ancora. Fammici dare un'occhiata. Ma che cazzo hai fatto? Quella miccia, Berto, è corta, Berto, Berto, BERTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

From: red <amico_fragile@iname.com

Strana la vita.

Sembra quasi che quel signore la, in fondo al bar, mi stia guardando con rancore. Sembra quasi che io abbia vissuto una vita da invidiare. Ma quando? Sono nato con un padre violento e repressivo, sono cresciuto con un lavoro di merda e nella depressione più cupa, ho fallito una vendetta personale, sono stato scaricato dall'unica donna che ho amato e sono finito in carcere. Ora vago da un bar all'altro sempre in odore di arresti domiciliari, e vedo negli occhi degli amici quel brillare di lacrime che non sono mai riuscito a fare mio. Di Berto mi ricordo quasi tutto. È finito male; non peggio di sua madre, comunque. Quella si era una povera donna, e forse lui poteva salvarle la vita, lui era uno sbandato pressappoco come me, forse più povero ma non più sperduto lungo le vie del destino. Sua madre è morta, lui non l'ha aiutata. Non l'ha fatto, invece di sorreggere le stanche ossa dell'anziana genitrice preferiva venire con me, a cullare assieme i primi sogni di adolescenti, le prime parvenze di bomba. Giocavamo, e il più infelice dei due forse ero io. Sapere di essere "arrugginito" vuol dire comunque avere di fronte un qualsivoglia fottuto selciato. Io no, io non ho mai avuto la benchè minima idea di quello che il destino mi avrebbe riservato: ero un pidocchioso benestante senza mezza convinzione in testa. E a Berto volevo bene, ma quando lui ha avuto bisogno di me, lo confesso, ero troppo perso nei miei sogni di vendetta per tendergli la mano. Lui se ne è andato senza fare rumore... mi mancano i suoi occhi sognanti che inseguivano le mie bolle di sapone, mi mancano le sue corse dietro ai grilli. Io correvo solo dietro ai cani, e da piccolo mi innamoravo di tutto. Ma questa è un'altra storia. Chissà perchè penso a lui ora. Forse sono quegli occhi, che mi fissano da sotto quella tesa di cappello che vedo in fondo al locale. Sento persino odore di tritolo, ma è da trent'anni che mi succede. Ordinerò un altro Glen Grant... anzi, no, mi farò un Brancamenta. Da lì riaffiorano meglio i vecchi ricordi. E resterò seduto, qualunque cosa accada.


From: "Leon Ravasi" <leon_ravasi@hotmail.com

BOOM

Tg1 delle 20,00

"Misteriosa esplosione nel bar dei destini incrociati, situato nei pressi del carcere di massima sicurezza. Sul finire della mattinata un grande botto ha messo in allarme i quartieri attorno al carcere, da cui è subito partita una macchina per recarsi sul luogo dell'attentato, condotta dal maresciallo Pasquale Cafiero. Dopo una breve indagine è stato possibile appurare che si è trattato di un regolamento di conti all'interno della ex-sinistra extraparlamentare. Di prima mattina era stato appena rilasciato, dopo lunga detenzione il bombarolo. È quasi certo che alcuni sui ex compagni dell'epoca lo abbiano aspettato all'uscita e all'interno del bar abbiano trovato modo di fare esplodere la loro furia omicida, portando a termine una vendetta che covavano da molto tempo. Un solo sopravvissuto: una donna con la bocca ingorgata di parole".

Lei

"Sì, io li ho conosciuti bene. Tutti. (Mi si vede bene così? C'è abbastanza luce?). Ero la fidanzata del bombarolo anni fa, anzi la sua compagna, la morosa... oh insomma non so, fate voi. Se non c'è più la parola ti amo non c'è nemmeno il modo per identificare chi sta insieme, no? (Il profilo sinistro è il mio migliore. Posso tirare un po’ giù la maglietta sulla spalla se serve). Erano immaturi. Tutti sì Berto è stato il mio primo ragazzo, ma si era così giovani (e lui era così povero!). Poi, dopo l'attentato, sono stata per qualche anno con l'amico che gli ha insegnato "il come si fa" e infine, ma solo da qualche anno mi ero sposata col barista. (Credete che serva dire che ho fatto un po’ di teatro off? Meme Perlini, Pier'Alli, anche un piccolo ruolo con Carmelo Bene. Facevo l'albero! No, eh?). Ma il loro destino si iscrive un po’ come una parabola di un'intera generazione che non ha saputo per tempo togliersi i piedi dal collo di chi marciava alla loro testa ed era il nemico stesso, d'altra parte anche Camilleri inizia il suo ultimo romanzo ("La gita a Tindari") con il Commissario Montalbano inferocito al pensiero che uno suo ex compagno, uno dei più rivoluzionari, è diventato direttore di banca e questo vuole senz'altro significare .......
bla bla bla bla bla bla (ingorgo)
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From: Franco Senia <seniaf@dada.it

At 10.04 28/02/00 +0100, you wrote:

Tg1 delle 20,00

Ecco. Ora non ci mancava altro che questo. Essere svegliato nel cuore della notte (per me, mezzogiorno è ancora notte!) per ascoltare la voce di una (evidentemente) pazza che ti chiede di indagare sull'esplosione avvenuta in un bar. Il bar dei destini incrociati. Ma guarda tu se questo è il nome da dare ad un bar. Sembra il titolo di un romanzo di Calvino!! E poi, un posto come quello, c'è da chiedersi come mai non fosse già saltato in aria. Frequentato com'era da gente non proprio di classe. Ci hanno visto di tutto la dentro. Persino la polizia ha smesso di frequentarlo. Tanto - hanno detto - prima o poi quel posto si "termina" da solo. "Scivola nell'altra dimensione"! - non è che abbiano usato proprio questa frase. Non leggono fantascienza, quei signori! "Si fotteranno con le loro proprie mani, quei degenerati." - ecco mi pare che siano state queste le parole precise. Ed anche quel magistrato, quel nanerottolo che aveva aperto un'inchiesta sul locale, cercando appigli vari. Stupefacenti, prostituzione, ecc. Non aveva trovato niente. Eppure aveva uno strano lampo negli occhi, quando aveva archiviato la pratica, con il non-luogo a procedere. Come un luccichio di gratitudine. Ne parlava come se li conoscesse bene, quegli strani avventori. Sì, sì. Io dico che li conosceva tutti, uno per uno. Vita, morte e miracoli!?! Ho detto morte? Strano. Certo che ora ne conosce anche la morte. Ma prima come faceva? Boh! Cavoli suoi. Sì proprio suoi, visto che "suo onore" era a sedere al bancone, col suo bravo boccale di birra davanti, quando da magistrato si è trasformato, per un breve istante, in latitante, poco prima di essere giustiziato. Eppoi quella voce, di donna stanca, che mi telefona e mi fa: "Signor Marlowe, lei non mi conosce.............................." E, come se niente fosse, mi trovo incastrato in questa storia. A dirla tutta, io quel bar lo conoscevo già. C'ero stato più di un paio di volte, con degli amici, e il locale, tutto sommato, mi piaceva. Ma c'è qualcosa di strano, di indefinibile, in tutta questa storia. Non è un regolamento di conti. Certo quel "bombarolo" è il fulcro di tutta la faccenda. Non ho mai creduto alle coincidenze; conobbi un tizio a l'avana che ripeteva sempre che le coincidenze sono come le isole: basta togliere l'acqua! No, non può essere un caso che il locale sia saltato in aria giusto poche ore dopo che quell'uomo è uscito di prigione. E nemmeno quella donna, la testimone chiave, me la racconta giusta. Come si fa a parlare così, davanti a i microfoni, subito dopo una strage. E poi quel ammiccare alle telecamere, tirar giù la spallina, alla sua età. Mavvia, mancava solo von Stroheim che riprendesse la scena, come in "viale del tramonto". E, soprattutto, come a fatto a non lasciarci le penne, dal momento che era seduta di fronte al bombarolo?

Troppe cose non tornano.
E la prima cosa che non torna è la mia cliente. Chi è?


From: Franco Senia <seniaf@dada.it

At 19.14 28/02/00 +0100, you wrote:
From: red <amico_fragile@iname.com

Ho imparato
la vendetta carnale della bomba
gentile di natura, seducente e morbida
come il profumo di una donna appesa a un filo
lungo una strada, una strada torbida.

Ho imparato
a guardare in faccia la fortuna
come se fosse una ragazza bruna
senza girar lo sguardo a un'altra meta
lungo una strada torba ma quieta.

Ho conosciuto
la mia coscienza troppo magra, mai bambina
una vendetta di lampi e di cristalli
cento sbronze di sera e di mattina
una puttana annegata nella Bormida

Ho conosciuto
la mia forza a volte troppo stenta, ma mai doma
e la mia debolezza stroncata dalla soma
ho nuotato nell'agave e nel malto
ho spiccato il volo da un mio salto

Ho trascinato
mille giorni di ansie lungo l'impossibile
dieci minuti di lacrime nell'umido di un carcere
vent'anni di vendetta insopportabile
nel calore di un Maggio ormai introvabile

Ho trascinato
i sorrisi come mille cani alla catena
ho trascolorato dal patibolo alla scena
cinquant'anni di fremiti del cuore
guardando in faccia il rosso ed il grigiore

Oggi
qui, dall'altra parte del selciato
sulla collina dei trapassi illacrimati
capisco che non sono stato risparmiato
ristagno in solitudine sotto prati ammutoliti

Oggi
sui ciottoli di un marciapiedi assolato
contemplo quel che sono e che son stato
capisco che non c'è contraddizione
se nella gola risuona cupa una canzone

Qui nella terra, masticato dal vento
mi guardo indietro e gioco a carte con un pazzo
e in quella rosa che le diedi in un momento
è germogliato il brivido che sognavo da ragazzo

Qui sulla strada, dalle nubi divorato
mi ripeto che almeno ci ho provato
e ai petali di rosa appassiti fra le dita
ho sostituito il rosso vivo della mia ferita

Ma adesso
che non mi servono parole per chiedere il tuo nome
nè un paio di occhi a cavallo della luna
restano falci di ricordi e la sfortuna
di non tornare indietro sulla via della ragione

Ma adesso
che non servono parole per capire l'affetto
e tolgo dai miei uguali quel che metto
anche se a volte manca comprensione
cantiamo tutti insieme una canzone

Forse sono stato ingenuo od incosciente
o più probabilmente sono stato troppo solo
ma non narrate che non son servite a niente
le cicatrici ed il mio cuore bombarolo.
r.

Forse sono stato quel che ero e quel che sono
solo un figlio del mio secolo e del tuono
ma non volgete lo sguardo via dal dolo
conservo anch'io il mio cuore bombarolo.
--Franco Senia--

From: "Leon Ravasi" <leon_ravasi@hotmail.com

Dal buio di questa notte profonda,
dove mastico terra e vermi,
dove il mio sguardo non vede più in là della mia mano
e non c'è nessuna chitarra a prolungare
e a dare un senso a queste mia dita inerti;
dal profondo di questa fossa canto canzoni
che non han parole
per gente che non sa ascoltare.
Canto con Luigi che mi fa basso profondo,
con Domenico che urla gli acuti;
Janis e Jim ai cori e alla seconda voce,
Brian e Rick suonano il basso,
Jimi impazzisce alla solista,
Doug doma la fisarmonica impazzita
e al piano ci accompagna John.
Fred, come sempre, è addetto ai whisky (facili?)
La sentite? Questa voce più bassa della mia che sale sul finale?
È Elvis, non poteva mancare.
A bocca chiusa o fischiando
ci seguono le voci di tutti gli eroi scomparsi senza lasciare tracce.
E i nostri personaggi , i nostri burattini rimasti senza filo,
sopravvivono a noi e restano lì a farsi guardare e ascoltare.
A darsi la mano e far girotondo:
Lady Madonna con il Chimico (che finalmente trovi un amore!)
e con il Blasfemo (estrema ironia della sorte),
Michè col vecchio frac, sintonie tra suicidi,
Bobby Mc Gee con Marinella
e la L.A. Woman si mischierà con le Genoa Women di Via del Campo o della Città vecchia.
Teresa conoscerà Teresa.
Una sparava col fucile e l'altra ha ancora gli occhi secchi.
La mother di John parla con Maria dei loro figli crocefissi, diversi, eppure così simili.
E il bombarolo? Eh, il bombarolo… Lui continua a monologare.
Personaggi.
Che non hanno più bisogno di noi.

27-02-2004

   
 

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