Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.


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"Sbiellature!"

Dagli sgabuzzini ai più alti dei cieli disegnati sui soffitti viola.
Voli, atterraggi e pestate di naso

 

Tema: il tè nel deserto, ovvero: alla ricerca della sabbia silica
di Daria Alfonso

Semmai vi capitasse di bere del buon vino in un calice di cristallo o di leggero vetro trasparente che state toccando con mano una piccola parte del deserto egiziano. Quell'oggetto che esalta i colori di un buon rosso origina da granelli di sabbia bianchissima, piccole montagne che il vento ha formato, e ricoperto da uno strato scuro che le protegge e ne mantiene la purezza. Quelle piccole montagne, frantumate e insaccate finiscono nelle nostre vetrerie.(e ahimè io ne sono complice..)

Non è romantico lo scopo del mio viaggio nel deserto , ma non per questo meno coinvolgente.

Partiamo di prima mattina dal Cairo, Un fuoristrada, un autista, un geologo, un navigatore, una bussola. Sto bene quando non devo guidare o preoccuparmi di perdermi. Dopo 4 ore di strada normale costeggiamo il Mar Rosso e ci inoltriamo nel deserto. Quando non hai più segni di riferimento ecco che il deserto entra dentro di te, non parliamo più, c'è solo il rumore della macchina, e un paesaggio che ti fa girare la testa. L'aria è sottile e pura, la temperatura all'esterno è di 42 gradi, quando respiri senti rivoli di aria calda che ti entrano nelle narici ed è stranamente piacevole.

Mi spiegano che il deserto è un terreno difficile e insidioso nonostante l'apparenza, la concentrazione alla guida deve essere massima se si vuole arrivare alla meta. (Il nostro autista fortunatamente guida nel deserto da 30 anni e sa quello che fa...)

Il cielo è azzurro, così azzurro che sembra finto, e tutt'intorno è rosa, rosa dorato che spazia senza limiti, montagne come onde, onde senza mare, solo sabbia.

E la mente si svuota e il corpo si lascia sballottare ed è una sensazione di leggerezza e di pace, sono grata per il fatto che nessuno mi parli, ogni tanto mi passa una bottiglia di acqua sotto il naso, scuoto la testa e la bottiglia passa oltre.

Arriviamo alla meta dopo 3 ore, una conca circondata da pinnacoli, alcuni di questi sventrati. 3 baracche costituiscono l'avamposto. Scendo dalla macchina, brevi saluti e c'è già un bicchiere di tè fumante profumato alla menta fresca. Mi siedo su uno stuoino a gambe incrociate, sorseggio il tè bollente e respiro il deserto.

Arriva Kammel il beduino che ci condurrà alla prossima cava. Età indefinibile forse 60 forse 70 anni, così esile che il vento sembra spostarlo in continuazione con la sua larga veste bianca. Chiedo in che direzione andremo e quanto cammineremo. Mi indica il Sud e dice più o meno un'ora. Partiamo in 3, so di avere un passo spedito ed ho le scarpe giuste, Mohammed il geologo, è il più giovane e mi dice di stare tranquilla, se dovessi stancarmi c'è il cammello di Kammel il bed, parcheggiato là dietro (scoprirò dopo due ore che là dietro è 30 km più in là....) Ho l'adrenalina a mille, iniziamo a camminare, e dopo cinque minuti Kammel è già lontanissimo, vedo la sua figura farsi sempre più piccola, non si volta, e quando alla fine lo fa alza le braccia al cielo e ci dice di affrettarci. Sto già dando il massimo e dopo mezz'ora sono quasi scoppiata.

Kammel ci aspetta, mi fa capire che devo seguire le sue orme, una per una, gli gesticolo di andare più piano, capisce e sorride...

Orma per orma, (mi racconterà poi che dalle orme lui legge l'età, il peso delle persone e da quanto tempo sono passate, niente sfugge ai bed.) finchè il corpo non ha più peso, i passi non fanno rumore, l'ossigeno puro dà alla testa, (chè è vuota, vuota come le ciotole cinesi,). Credo di aver camminato in questo stato per due ore, su e giù , finchè non arriviamo in un pinnacolo, lo aggiriamo ed entriamo in cunicolo, un fresco innaturale, una borraccia d'acqua nascosta. Kammel tira fuori dalla sua bisaccia lo stuoino, lo stende fuori e mi fa cenno di riposare. Poi scompare con Mohammed.Ho un attimo di panico, sono sola nel deserto, ma devo fidarmi. Mi guardo intorno per gli scorpioni, so che ci sono, ma forse Kammel li ha avvisati di starmi alla larga. Chiudo gli occhi e piango, piango per un tempo infinito, un tempo di libertà, di leggerezza, di essenza, di assenza, di vuoto e di pieno che non mi concedevo da troppo tempo. Quando tornano hanno in mano un mucchio di legnetti e arbusti (non chiedetemi dove li hanno presi) Kammel tira fuori una pietra focaia, un pentolino e due ciotole. E prepara il tè, un tè dolcissimo aromatizzato con un' erba profumatissima che dà quasi alla testa e che incredibilmente sazia.

Ecco questo è il tè nel deserto.... Il bed mi guarda e sorride, quante cose vorrei chiedergli, quanto vita nella loro semplicità, mi sento perdente, e grata per questa esperienza. Il geologo ispeziona la cava, preleva campioni, mi dà alcune spiegazioni. Questa roccia un giorno diventerà cristallo, e da quel cristallo sorseggeremo vino rosso, e parleremo di deserti e di sogni e di musica e di amori....


Le sensazioni di un telefonista e della luna
che la rockstar nascose ai sette

di Andso

I blateranti corvi. Chissà perché non perdono mai le piume. Per fortuna. Preferisco la scagazzata precisa di un piccione sul vetro della macchina ad una piuma di una cornacchia davanti alla porta. Darebbe una sintomatica asincronia alla giornata. Insomma, forse non uscirei. Verrebbe quasi da cercare il lato oscuro di quella luna, the dark side. Chiuse le persiane. Chiuso il mondo. Fanculo alle sue guerre e alle sue paci che navigano appresso. Ma non perdono le piume quei volatili. O, almeno le lasciano lontano da qui.

È che li reputo anche animali intelligenti, aprendo una spaccatura tra un suono e il loro esistere. Su un balcone, di notte, senza molte stelle, non scorgi neanche quegli altri rompicoglioni di pipistrelli. Siamo in una terra di zanzare alate (o di politici di terra ferma? boh), il topo volante se le mangia con grande gusto. Cerca anche lui il suo essere amato. Spuntandoti la zazzera o le ciglia vorticosamente sfuggendo veloce intorno.

Su una parete molto rossa e con una A da iniziati, un orologio da bimbo che emette versi di altri uccelli. Ogni ora. E ogni ora quell'oggetto fotosensibile deve dare segno di occupare la sua stanza. Corro ad accendere la luce con meticolosità, ogni ora. Sto diventando fotosensibile anche io, chiudo la voce alla notte e ascolto.

Correndo di qua e di là in attesa del prossimo tocco. In tutto 'sto volare una rockstar si è cimentata nella corsa sui tetti. Di una città della bassa. Con corvi, piccioni, pipistrelli e, forse, orologi (che non stridulano). Senza gareggiare, avrebbe già vinto, portato avanti al primo grazie alla sua predisposizione al volo.

E la bassa vista dai tetti da un senso di vertigine. Si allontana e si perde nelle sue perfette forme squadrate di campi verdi, marroni, verdi, gialli, marroni. E di umani passanti poco propensi al silenzio del verde, marrone, verde, giallo, marrone. La rockstar corre e corre. Ha le scarpe delle due lingue, una si chiama english l'altra italiano.

Eppoi... una balzo, felino sicuramente. Che riempie il cielo e oscura quella luna che era così vicina stanotte. "No, grande rockstar, non lasciarci solo il dark lato, cantaci del tuo".




"E' una vecchissima bicicletta nera"

di Riccardo Venturi

È una vecchissima bicicletta nera, senza fanale, di quelle che fanno "sdeng sdeng" a ogni pedalata; nella camera d'aria della ruota posteriore ci devono aver nidificato, perché ogni tanto, specie in discesa, ci si sente venir fuori un chiarissimo pigolìo come d'un pulcino.

È la mia bicicletta di qui, ora che sono finalmente regredito allo stadio di ex automobilista; cerco di non farmi dispiacere la cosa e, come sempre si fa, di concentrarmi sui suoi vantaggi. Certo, non lo nego, una macchina mi farebbe comodo; ma ora come ora non me la posso permettere e l'altro giorno sono inorridito ascoltando un servizio giornalistico sui prezzi delle assicurazioni. E così, mi faccio delle belle pedalate, sovente in memoria del fiato che fu. Più di tanto non mi posso spostare, l'Elba non è uno scherzetto e ci son delle salitelle che stianterebbero anche un grimpeur colombiano.

Qualche giro in paese e al porto, o nella campagna qui attorno (visto che ho, biciclettescamente, la fortuna di abitare in una delle rare piane di quest'isola di montagna); la vecchia "Nerona" ci ha, tra le altre cose, uno di quei rapportini fissi che ammazzerebbero un bove. Deve venire, credo, da qualche nebbiosa piattitudine; casa sua sarà stata in un luogo imprecisato fra Guastalla e Pomponesco, e somiglia terribilmente a quella inforcata da Don Camillo nei famosi film.

Ora, l'altro giorno, e per esser più precisi ieri sera, mi è venuta voglia di fare un giro in una plaga qui vicino; uno dei vantaggi della pedalata è senz'altro quella di starsene nel sole settembrino dell'ultim'ora, senza nessuno fra i coglioni (la gente, la gente la sopporto sempre di meno e arriverà il momento che non la sopporterò più) e, come diceva il poeta, "assorto nei propri pensieri"; i quali pensieri mica devono essere per forza rivolti ai massimi sistemi. Le classiche domande, "da dove vengo?" e "dove vado?", hanno una facile risposta: vengo dal Formicaio e vado a Ciampone. Passando però per la Piastraia e per il Crino. Tiè, vainculo anche alla strada provinciale.

A questo punto bisogna fare una premessa di carattere amministrativo. Per una volta tanto, sia lode al Comune di Campo nell'Elba, che ha deciso qualche tempo fa una vera e propria rivoluzione toponomastica. Le strade di paese e di campagna avevano dei nomi antichi, a volte antichissimi; ed anche se non c'erano i cartelli, tutti sapevano dove andare. Poi, verso la fine degli anni '50 e, soprattutto, con gli anni '60, scoppia il turismo e il Comune di allora decide di farsi bello; e dal paese scompaiono la "Via Foresta", la "Via Tronca", la "Via del Vapelo", la "Via delle Case Nuove", la "Via per Portoferraio", la "Via del Chiuso Torto", la "Piazza della Fontana" e tante altre, per far posto a stronzate come, rispettivamente, "Via Firenze", "Via Mazzini", "Via Giosuè Carducci", "Via Bologna", "Via Pietro Mascagni", "Via Amalfi" (ma cazzo c'entra Amalfi con Marina di Campo?) e "Piazza Milano".

Due anni fa, visto che tra l'altro i cartelli cadevano a pezzi e si erano sovrapposte varie numerazioni -di modo che, ancora, accanto a certi portoni ci sono tre targhe, una col n° 22, l'altra col 64 e l'ultima col 248, si dà il via alla revolùscion: numerazione civica metrica (il numero dove abito, al 24 di via dell'Orzaio, significa che abito esattamente 24 metri dopo l'inizio della strada; mia cugina degli Alzi abita ad esempio al n° 1326 di via della Costa, cioè 1 km e 326 metri dal capovia) e, soprattutto, ripristino integrale dei vecchi nomi delle strade, comprese le infinite stradette di campagna che si son viste riconoscere finalmente il proprio nome dopo qualche secolo, con tanto di cartelletto bello lucido e pure fosforescente. Al macero le piazze Milano e le vie Carducci, ed ecco di nuovo la piazza della Fontana e la via del Vapelo. E pure la piazza del Tembièn, e chi se ne frega se è un nome un po’ fascistotto e riporta alla memoria battaglie abissine, Adua e il generale Baratieri. Si chiamava così da sempre quella piazzetta sul porto, e bài bài pure a Giovanni da Verrazzano.

Eccomi a giro per quelle viuzze che mai si sarebbero immaginate, un giorno, di farsi leggere da Echelon perché a un tizio, una sera, gli è venuta la voglia di parlarne. Canneti, vigne, alberi, giardini di qualche vecchia casa in rovina o di qualche villetta che dorme finalmente il suo sonno dopo le folle agostane. Non ho nulla per la testa; non voglio averci nulla; guardo solo, meravigliato, quei cartelli nuovi nuovi con dei nomi vecchi vecchi. La memoria, per una volta tanto, viene salvata; e rivedo tutto l'oceano dei morti, e i loro visi, e risento le loro voci pronunciare quei nomi, e vicende buffe o dolorose che m'erano raccontate; gli Olmi, gli Alzi, il Prà d'Arighetto, Castiglione, l'Arnaio. Sono tutti scritti là. E chi sarà stato quell'Arighetto che ci aveva il prà?

Ma di un nome non avevo mai saputo niente. Me ne sono accorto all'improvviso sbucando da via del Ciampone. Via della Pavana. Mi sono fermato e sono sforcato dal sellino per controllare meglio: sì, è proprio Via della Pavana. Magari l'accento è spostato, ma è una questione del tutto insignificante. Toh, mi son detto, questa la voglio scrivere sul newsgroup, a trecento metri da casa mia c'è sempre stata una Pavana e non lo sapevo. Nessun gesto clamoroso, non mi sono messo a berciare nessuna canzone di Guccini; Guccini, qui, non c'è mai stato e non ci verrà mai. Ma lui canta la sua, di Pavana; ed io la mia, anche se forse l'accento è sulla seconda sillaba.

Non c'è nulla in quella strada; si perde in mezzo a un campo di qualche cosa, ma non di grano. Forse di erba medica, o forse semplicemente d'erbacce. Chissà da cosa le sarà venuto quel nome; che pure, come tutti i nomi, ha un'origine e una storia. Ma non si saprà mai; stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

E me ne son tornato a casa.



Qualcuno era camionista

di Riccardo Venturi

Qualcuno era camionista perché era nato in Albania, in Bulgaria, a
Castelvetrano o a Mogliano Veneto.
Qualcuno era camionista perché il nonno, lo zio, il papà avevano un Lupetto OM che per ingranare le ridotte bisognava fare delle doppiette terrificanti...e qualche volta ci portavano anche la mamma che preparava la pasta 'ncasciata o i risi e bisi.
Qualcuno era camionista perché vedeva l'autostrada A3 Salerno-Reggio come una promessa, l'A4 Torino-Piacenza come una poesia, le trattorie come il paradiso terrestre e forse c'era anche la padrona che gliela dava di nascosto al marito.
Qualcuno era camionista perché gli piaceva sentirsi solo.


Qualcuno era camionista perché aveva avuto una educazione troppo a piedi o in bicicletta, e a 14 anni non c'erano i soldi per il Betino a tre marce, e del Califfone non se ne parlava neppure.
Qualcuno era camionista perché il cinema lo esigeva (Convoy, Duel), il teatro no perché portare un camion dentro al Piccolo era un casino e andava contro le esigenze degli intellettuali milanesi (Strehler, Gaber eccetera); sul palcoscenico, al massimo una Vespa o una moto; la pittura non si sa (forse ci sarà stato un camion in qualche quadro realista sovietico o rumeno), la letteratura è letteratura e ci può star qualsiasi cosa...insomma con un camion è sempre un casino, porca troia.

Qualcuno era camionista perché glielo avevano detto di prendere la patente C.
Qualcuno era camionista perché non gli avevano detto che per guidare gli
autoarticolati e gli autosnodati ci vuole la E.
Qualcuno era camionista perché prima...prima...prima...era magazziniere.
Qualcuno era camionista perché aveva capito che uno Scania andava piano, ma lontano, e che sorpassarlo era comunque un bel casino sulla Firenze-Bologna, specialmente con una Polo blé scassata targata Ravenna.
Qualcuno era camionista perché Berlinguer era un nobile sardo di antica origine catalana, e gli sarebbe piaciuto passargli sopra due volte col rimorchio.
Qualcuno era camionista perché Andreotti faceva le battutine che tutti
ridevano, e gli sarebbe piaciuto passargli sopra tre volte col rimorchio.
Qualcuno era camionista perché amava il popolo, e il popolo non può essere servito col trasporto merci su rotaia.
Qualcuno era camionista perché beveva il vino e si commuoveva a provocare megatamponamenti con relative distruzioni di stupide famigliole di gitanti.

Qualcuno era camionista perché allora c'erano le autostoppiste finlandesi.
Qualcuno era camionista perché era così ateo da voler fare volare giù dai viadotti i camioni pieni di madonnine, padripii, santantonidappadova e papigiovanni (quasi sempre targati Caserta, non si sa perché).
Qualcuno era camionista perché era talmente affascinato dai camion che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era camionista perché gli piaceva parlare al baracchino.
Qualcuno era camionista perché non ne poteva più di fare il filologo ugrofinnico.
Qualcuno era camionista perché voleva trasportare, un giorno, un carico di armi per la revoluciòn.
Qualcuno era camionista perché la revoluciòn bisognerebbe farla con un Dodge scassato sulla Sierra Madre, mentre al massimo ora si divertiva a far pigliare paura a uno con una Ford Sierra.
Qualcuno era camionista perché la borghesia, il proletariato e la lotta di classe hanno comunque bisogno di consegne urgenti, e comunque anche i camionisti sono figli del popolo senza che quella fava di Pasolini ci abbia mai scritto poesie sopra.

Qualcuno era camionista per fare rabbia a quelli coi furgoncini.
Qualcuno era camionista perché ascoltava solo RADIO MARIA.
Qualcuno era camionista per snobismo, qualcuno per bisogno, ma tutti quanti sognavano prima o poi di fare come quelli di Overland.
Qualcuno era camionista perché voleva camionizzare tutto.
Qualcuno era camionista perché lui di stare col culo su una sedia dietro una scrivania proprio non ne voleva sapere.
Qualcuno era camionista perché aveva scambiato l'autostrada per il Vangelo secondo Gilles Villeneuve.
Qualcuno era camionista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia in una coda di trentasei chilometri sull'A14 direzione Rimini.
Qualcuno era camionista perché era più camionista degli altri.
Qualcuno era camionista perché non esisteva il grande partito camionista e gli sarebbe piaciuto fondarlo.
Qualcuno era camionista e aveva pure la tessera del partito comunista.
Qualcuno era camionista perché non c'era niente di meglio.
Qualcuno era camionista perché l'alternativa era far domanda nei carabinieri.
Qualcuno era camionista perché i trasporti peggio che da noi, solo in Islanda.
Qualcuno era camionista perché non ne poteva più di quegli stronzetti con le spàider.
Qualcuno era camionista perché non avere la patente sta diventando troppo di moda, come l'anarchia.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera, erano tutto sommato banche, piazze, stazioni, treni e aerei e i camion non c'entravano un cazzo.

Qualcuno era camionista perché chi era contromano era camionista.
Qualcuno era camionista perché poteva ascoltare tutta la musica che gli pareva, persino Giorgio Gaber.
Qualcuno credeva di essere camionista, e forse era qualcos'altro.
Qualcuno era camionista perché sognava la libertà delle highways americane, poi una volta incocciò Quentin Tarantino che lo portò in uno strano locale dal tramonto all'alba.
Qualcuno era camionista perché credeva di poter essere vivo e felice solo essendo un camionista.
Qualcuno era camionista perché aveva avuto bisogno di una spinta e gliela aveva data un camionista.
Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita, e questo pensava volando di sotto dal viadotto del Polcevera.
Sì, qualcuno era camionista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come... più di sé stesso. Era come... due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, dall'altra il rombo del motore, le donnine gnude appiccicate in cabina, il carico di tetracloruro di sodio, e cazzo, se ho voglia passo in una città e fo scoppiare ogni cosa, vaccaccia troia impestata e lurida, e dall'altra il senso di appartenenza a una categoria che era tutto e il contrario di tutto, sperando che la CIA non gli imponesse uno sciopero per
rovesciare Allende e far vincere il mercato, ché tanto il mercato, almeno quello ortofrutticolo, vinceva ogni giorno comunque.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano ottenuto la patente senza essere capaci di guidare...come dei camionisti ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l'uomo che si ferma ossequiosamente ai rossi e fa attraversare scolari e vecchiette, e dall'altra colui che sogna di fare fuori tutti quanti calpestandoli fino a
vedere una poltiglia rossa.
Ma il piede destro s'è rattrappito.
Porcoddio.
Due miserie, e un camion solo.
E quasi quasi, allora, piglio un amaro monologo di Giorgio Gaber e ci faccio un pò di cazzi miei.


Musika istituzionale?

di Franco Senia

Chissà cos'è mai la "musika istituzionale"? Che il "combat folk", il quale abbisogna senz'altro di un qualche apporto rigenerativo in grado di strapparlo al tedio che rischia di suscitare ad ogni sua riproposizione. Probabilmente, prima o poi, arriveranno gli outlaws del combat folk! Mi chiedevo se si potesse definire "musika istituzionale" il combat folk. E cos'è che istituzionalizza? La produzione? La promozione? La radio? La televisione? Tutte queste cose insieme, o qualcos'altro di completamente diverso? Non so se il "mercato" sia di per sé condizione necessaria e sufficiente affinché il cosiddetto prodotto, che ci viaggia dentro, possa essere marchiato con l'infamia di "istituzionale".

Non credo. La musica (e la canzone) è musica (e canzone) e non credo che "istituzionale" sia una categoria valida per definirla. Per esempio, ho letto il testo di quella che "suona" indubbiamente come una canzone; pur senza esserlo, in quanto manca della musica. E non saprei dire se sia "istituzionale" o no. Condivido il parere di giorgio, circa le suggestioni e le rime, e aggiungo che davanti a "gli aforismi che muoiono nel boulevard" ho provato un brivido, e non era di piacere.:-)

Trovo interessante, d'altra parte, il discorso di giorgio, circa l'interrelazione fra supporto e "opera". Ed il modo in cui il primo condizioni, in qualche modo, la struttura e l'articolazione della seconda. Anche se non credo che sia del tutto vera l'analisi proposta che, a mio avviso, ha il torto di assomigliare un po’ troppo alle grida d'allarme dei discografici contro il cosidetto pirataggio musicale. Chiunque abbia familiarità con certo mercato discografico americano sa quali e quante opere continuino ad avere il respiro larga del concept disc. Compreso l'ultimo ottimo disco di Neil Young.

Vorrei però far notare come, paradossalmente, quello prospettato assomiglia ad un ribaltamento tecnologico. La tecnica (il supporto fonografico) aveva permesso, a suo tempo, di sfuggire alla dimensione "aleatoria". Le canzoni potevano essere composte, suonate e "fissate". Questo ha permesso di passare, con la produzione di massa, dal 45giri al long playing. Adesso, invece, si prospetterebbe una sorta di superamento, dove la possibilità di fissare su supporto qualsiasi manifestazione o recital rischierebbe di rendere superflua (?) l'opera di studio. Mi verrebbe da dire, scherzando (ma non troppo), che De Gregori è stato un pioniere, con i suoi innumerevoli dischi dal vivo.:-)

salud

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