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BiELLE
INTERVISTE |
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Flavio Oreglio: il momento è catartico, e anche il Cd |
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Dopo il successo televisivo, il successo editoriale - il tuo "Momento catartico" è diventato un vero best seller - ora il nuovo cd e la tournee teatrale. Ma come nascono i tuoi lavori? "La genesi è sempre la stessa. Parto da uno spettacolo teatrale, ma all'interno di esso comincio con l'identificare una serie di canzoni. Ho studiato il piano per tanti anni. Così costruisco le canzoni che sono i pilastri, la struttura portante e poi, come delle pareti, vado a collegarvi i miei mondi di racconto. O per introdurre la canzone o per ampliare la trattazione del tema che la canzone affronta o per intrattenere il pubblico tra una canzone e l'altra". "Perché i miei sono spettacoli di teatro-canzone, dove le due componenti sono entrambe essenziali. Il mio lavoro comunque origina da un misto di riflessione e divertimento. Probabilmente nel libro le parti più riflessive forse hanno un po' spiazzato. Qualcuno si chiederà: "Ma perché questo che fa il pirla in televisione adesso ci si mette con le cose serie"? Semplicemente perché racconto quello in cui credo e che mi va di raccontare. Può essere umoristico, di puro divertimento, ma può essere anche serio". E il disco? Sono riconoscibili due momenti ben definiti, uno più comico e uno di canzoni sulla vena più cantautorale classica. Non hai voluto spiazzare troppo il tuo pubblico o... "Sicuramente il disco alterna momenti di diversa estrazione. Da canzoni di vena più cabarettistica, quella sicuramente più nota al grande pubblico, a momenti più riflessivi. Ma io, come tutti credo, non sono un masso di solida roccia, il mio mondo è un miscuglio di diverse componenti". E come convivono i diversi mondi di Flavio Oreglio? "Da piccolo ho studiato pianoforte, sono arrivato al quinto anno di conservatorio, ma ero irresistibilmente attratto dal rock progressivo dei primi anni 70 e dai cantautori. Ma io sono sempre stato curioso, e mi attraggono tutte le forme di espressione". "Così le canzoni vanno dal blues al ragtime al rock progressivo degli anni 70 ai cantautori classici. E in più c'è qualche nota sudamericana perché questo tipo di musica si presta molto bene alla trattazione umoristica dei pezzi più comici. Nel mio mondo ci sono tutti questi aspetti e non ne rinnego nessuno". "Quello che mi interessa adesso è far emergere il mio lato meno conosciuto. Magari sfruttando la mia parte più nota. Ma non per questo rinnego la vena cabarettistica. È una delle componenti del mio mondo, e come tale ha tutti i diritti di essere presente". A proposito della tua parte più nota, come è avvenuto il passaggio dalla notorietà milanese a quella nazionale e cosa ha cambiato, se qualcosa è cambiato? "È chiaro che nel momento in cui le cose televisivamente vanno bene ti rimane poco tempo per le cose tue. Il modo di pensare non cambia, cambia il tempo. E allora devi rivedere non dico la tua vita, ma va tenuto a bada il lavoro, altrimenti fai fai fai poi ti distruggi". "Come è avvenuto il salto? Con Zelig, che nasce lontano nel tempo 1986. Io avevo cominciato a suonare nei pub, ma avevo capito presto che la musica era un surplus, un contorno. Così mi sono avvicinato ai Navigli, al cabaret. I Navigli sono importanti per la cultura di Milano, che si sviluppa sull'acqua. Lo stesso Zelig nasce dalla Martesana, il naviglio dimenticato". "Ho scoperto che il pubblico al cabaret andava sì per bere qualcosa, ma soprattutto per lo spettacolo. E c'era musica, anche originale, e io sapevo anche intrattenere. Sembrava tagliato apposta per me. Così dopo la chiusura del Derby - noto locale di cabaret milanese, che fu il trampolino di lancio per i Gufi, Enzo Jannacci, e Renato, Teo Teocoli, Diego Abatantuono, Paolo Rossi, solo per citarne alcuni - nasce Zelig, sono andato subito a fare il provino e ho fatto praticamente tutte le stagioni". "Quando Zelig è diventato un fatto televisivo, ha chiamato a raccolta tutti quelli che avevano partecipato negli anni di anonimato e tra di loro c'ero anch'io. Dapprima a Zelig avevo proposto la mia musica, suonato, fatto spettacoli; la mia immagine comunque si è affermata quando ho trovato "il momento catartico", che mi ha conferito un'identità riconoscibile". "Io sono nato dal mondo del cabaret perché era un mondo in cui potevo proporre la mia musica e anche intrattenere. Poi le cose si sono messe in modo che l'intrattenimento sia emerso prima della musica, ma di fatto le due cose nascono insieme. Ed ora è arrivato il momento di fare emergere anche questa parte". Parliamo della musica, allora. Nel disco ci sono collaborazioni importanti, tra cui per esempio Davide Van De Sfroos. Cosa c'è in comune, oltre l'acqua, tra il mondo del naviglio e quello del lago? "Il disco contiene collaborazioni importanti: su tutte quella con Davide Van De Sfroos. Ci siamo conosciuti allo Zelig in occasione della presentazione di un libro di Ale & Franz. Ci siamo piaciuti e e abbiamo cominciato a frequentarci e a stimarci vicendevolmente. Siccome c'è tra noi una certa vicinanza culturale di fondo, anche se dal punto di vista sia testuale che ritmico abbiamo stili diversi, abbiamo pensato che forse si poteva fare qualcosa assieme. Io ho cominciato ad andare ai suoi concerti da spettatore e a salire sul palco a sorpresa, poi lui ha fatto la stessa cosa a qualche mio spettacolo". "Abbiamo poi lavorato insieme attorno a questa canzone che lui aveva già scritto in precedenza ma non aveva mai utilizzato e abbiamo ricostruito testo e musica. Così sul disco c'è un esempio di quello che abbiamo cominciato a fare. E andando avanti la collaborazione sarà maggiore, almeno, questo è quello che sento. Tra l'altro Davide mi ha ospitato nella sua etichetta discografica, la Tarantanius". "Il cd nasce fuori dalle logiche delle major e mi piace molto, perché io non mi sento tanto in sintonia con il loro modo di lavorare. Il punto è che di solito se il tuo prodotto non rispetta i canoni dell'etichetta, siccome lavorare costa fatica, o il tuo prodotto è commerciale, oppure loro non ritengono il tuo lavoro degno di sbattimento e ti pubblicano ma poi ti lasciano in un angolino". "Al di là del fatto che vendere è importante, la Tarantanius non ha fatto alcun tipo di pressione nei miei confronti, ha rispettato la mia dimensione e quello che volevo fare. Che è fondamentale e dimostra l'intelligenza di queste persone". Ma non c'è solo Davide... Sì, Davide non è l'unico cantautore con cui ho collaborato nel disco. Ce ne sono altri tre. Uno è Stefano Covri che, oltre ad avere una sua attività mi segue da due anni nella tournee teatrale come chitarrista ragtime, ed è l'autore di "Il suonatore di chitarra", una canzone dagli aspetti più o meno autobiografici, in cui si parla della vita del suonatore da locale notturno". "C'è poi Luca Bonaffini con cui ho scritto "La letteratura". Ma anche con Luca la collaborazione non finisce qui. Con lui sto mettendo a punto un progetto intitolato "Musicomedians", che vuol aprire degli spazi nuovi alla canzone d'autore portandola nel cabaret. Si tratta di miscelare umorismo e canzone d'autore, che possono convivere benissimo, nel tentativo di far uscire quest'ultima dalla sua nicchia, magari provando a svecchiarla e a spogliarla di quell'aria triste e settaria che spaventa molti". "Infine al disco ha partecipato Oliviero Malaspina con cui ho scritto la canzone che dà il titolo all'album. "E ci chiamano poeti" è una canzone più seria, una di quelle che potrebbero "spiazzare". Oliviero è stato uno degli ultimi collaboratori di De André. Ora visto che nella seconda metà del secolo passato cercherei i poeti tra i cantautori, De André è stato uno dei maggiori poeti del secolo scorso. Lo stile di comunicazione è cambiato, e la canzone d'autore è una delle forme che meglio riescono ad esprimere e a trasmettere una sensazione poetica. Forse anche perché è più facile e immediato ascoltare una canzone, mi piace l'idea di affidare alla canzone il pensiero serio, un attimo più riflessivo". Quindi poesie comiche e canzoni serie? "Sì, anche. Tengo il libro per la poesia, come dire, più comica. Anche se non ho inventato niente. I poeti comici sono sempre esititi. Freakantoni, Macaresco, ma anche le canzoni bonsai di Iacchetti, potevano somigliare in qualche modo alle mie poesie catartiche. Ma si può addirittura andare molto indietro nel tempo; il genere dell'atteso, dell'inaspettato risale agli antichi greci che avevano una forma di poesia che iniziava con la descrizione di un qualcosa che poi si ribaltava e ne usciva qualcosa di totalmente diverso". E la canzone di Pulici, quella che apre il disco?
Flavio Oreglio è in tour con il suo spettacolo "Il momento è catartico". Lo accompagna il gruppo musicale "Two guitar players" con Lorenzo Arco (chitarra elettrica, ukulele, voce), Marino Bonino (contrabbasso, voce), Andrea Vandoni (violino), Stefano Covri (chitarra acustica, voce). Intervista effettuata il 13-10-2003 |
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