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Mantova: città per cantare

Mantova prima giornata: “L’illusione di cambiare può bastare per star bene” (Acustimantico)

Freddo nel magnifico salone del Palazzo della Ragione. Soffitto di travi di legno scuro e affreschi alle pareti.Ci accoglie il suono del flauto di Anna Maria Morini che introduce la lezione di Franco Fabbri: “La canzone da Schubert ai Beatles”. Un festival della musica che inizia proponendo Like a Rolling Stones dei Beatles e A day in the life dei Beatles parte mooolto bene.

Poca gente in giro, sotto i tendoni di Piazza delle Erbe o sotto quello dell’Arci, vicino all’Ariston, Il Festival parte lento, ha bisogno di carburare ancora. Ma Mantova indossa comunque il suo vestito migliore sotto il sole per accoglierci. Franco Fabbri è un professionista delle lezioni sulla musica e le due ore al gelo del Palazzo della Ragione passano in un attimo e con piacere. Se questo è l’inizio viene da dire, all’unisono col libro “Se non ora quando quando quando”. Eh sì, perché il primo evento è stata la presentazione del libro scritto dal Comitato Organizzatore (e scialiamo con le maiuscole). Libercolo o libello, ma materiale da lavoro per ora e per le prossime edizioni.

Un po’ di preoccupazione per il pubblico ridotto ci sta, ma è il primo giorno del primo anno del Primo Festival di Musicamantova (in sigla PFM, una sigla che porta bene!). e allora partiamo. Come dice Giorgia l’importante è che SUCCEDA qualcosa. E facciamola succedere!

Nel frattempo, mentre Franco Fabbri parla portandoci a ritmi alterni dal 1978 degli Adverse al 1839 di Te vojo bene assai e viceversa, inizia il Tora tora tora festival in piazza Sordello. Il tendone è una grande speranza. In realtà la manifestazione si svolge tutta all’aperto! E meno male che non piove né nevica. Fa solo un freddo d’inferno. Resisto quello che posso e poi torno al chiuso del palazzo della Ragione (la differenza è da –1 a +2, ma almeno si lascia fuori il vento) per il primo appuntamento di cabaret musicale con Flavio Oreglio.


Un “momento catartico” molto misurato

Flavio Oreglio non è tanto in vena di “dire cazzate”, almeno all’inizio pare così. Gira per i posti a sedere del palazzo della ragione e distribuisce un suo volantino in quattro pagine dove condensa la spiegazione del suo progetto.

“Non necessariamente – dice – un comico deve sempre fare ridere. Invece ti incontrano per strada e ti dicono “Oh, ciao, tu sei quello di Zelig! Dai, fammi ridere!” Ma se incontri un idraulico mica gli dici “riparami un tubo”! Ecco, io nasco cantautore e non comico. Poi sono nate le poesie catartiche, hanno avuto successo e sono venuti i libri e così via. Ma non voglio essere considerato solo un comico, mi piacerebbe che si pensasse a me come una persona che tenta di esprimersi. E che a volte lo fa con “le cazzate”, a volte con le canzoni, a volte scrivendo libri che possono essere comici, ma anche contenere momenti seri. Così come le mia canzoni che rappresentano le due anima: quella seria e quella “da bar”. Se vogliamo anche le poesie catartiche seguono la stessa strada. Partono in tono “alto”, aulico e si chiudono con una frase da bar”.

Ma è più forte di lui. Prima di far sentire le sue canzoni scappa il vizio di cercare di far ridere con le battute, anche perché, oltre al disco, c’è pure un nuovo libro (“Catartico al cubo”) appena uscito da promuovere. Eccone un piccolo florilegio: “L’amico si vede solo nel momento del bisogno. E’ lo stronzo che arriva quando meno te lo aspetti”. “Il mattino si vede dal buon giorno. Sono i giorni di merda che ti prendono di sorpresa". Dal medico: "Sua moglie ha una brutta angina" "Sì, però il culo è ancora bello!". "Donna, sii felice nelal vita di coppia. Te lo meriti. Fa in modo di trovare un uomo che ti appaghi, fai in modo di travere un uomo che si prenda cura di te. Fai in modo di trovare un uomo che sappia cucinare. E soprattutto ... fai in modo che questi tra uomini non si incontrino mai!" Poi afferma che lui poesie catartiche non ne scriverà più, ma che ha fondato il circolo dei poeti catartici e che ha pubblicato poesie di altri, tra cui questa, di una donna di Genova: "Quando mi hai conosciuto mi hai cantato "Un'ora sola ti vorrei", quando0 mi hai chiesto di uscire mi ha cantato "Un'ora sola ti vorrei", al nostro primo appuntamento mi hai cantato "Un'ora sola ti vorrei". E allora perché, adesso che te l'ho data, sei durato meno di tre minuti?".

Oppure: "Tu mi baci la mattina, mi baci il pomeriggio, mi baci la sera ... Oh basta, Giuda! L'hanno capito che sono o Gesù!". Dopo si passa alle canzoni: ospiti sul palco Luca Bonaffini alla chitarra, sodale di lunga pezza di Oreglio e buon amico, oltre che co-autore di un paio di pezzi e Marino Maurino al contrabbasso. Piccola gag sulle chitarre che si scordano: "Le chitarre dovrebbero essere fatte col primo amore ... perché il primo amore non si scorda mai!" e poi è l'ora di quattro pezzi dall'ultimo disco: "La stella del Moulin Rouge", "La letteratura", "Hemingway" e "E ci chiamano poeti" (me par, di quest'ultima non sono sicuro). Cordiali applausi e risate. L'uomo ci sa fare. Era un po' un panino pubblicitario, ma tutto sommato un'oretta piacevole.



"Era quasi verso sera ..."
Incontro di Enzo Jannacci con Enzo Gentile

Nessuno può riuscire a domare Enzo Jannacci. Enzo Gentile (“due Enzi in una volta sola! Un motivo per pagare il biglietto”) è bravo e gli lascia briglia sciolta, ma il cavallo è balzano. Fino alla soglia dell’imbarazzo. Il grande Enzo non sta bene e lo ammette. Quella sua afasia e dislalia che in passato gli garantiva tempi comici di grande spessore si è dilatata sino a rendergli difficile l’eloquio e soprattutto impossibile seguire un filo logico. Inizialmente penso che non riuscirà mai a finire un discorso e penso anche che sia impudico mostrare le difficoltà di un uomo fino a farne materia di spettacolo, ma non ho fatto i conti fino in fondo con Jannacci. Il medico-cantautore recupera man mano, ingrana, segue il filo dei suoi ricordi, suoi personali, non necessariamente da condividere con altri, ricordi di medicina, ricordi dei suoi esordi, ricordi di cose, a frammenti, di cui ha voglia di parlare. E ne esce un messaggio indomito, un messaggio di coraggio, di voglia di non fermarsi e di riazzerare tutto per ripartire da capo. Jannacci non attacca neanche Sanremo né Tony Renis: “Mi era simpatico … balbettava così tanto!”. “Non mi hanno invitato a Sanremo, ma ci sarei andato. Così come c’è andato mio figlio Paolo … gli servono i soldi per rifarsi la cucina … così dirige l’orchestra per Pacifico. Ma sono contento perché c’è arrivato per vie sue e non per conoscenze mie. Si sta facendo strada da solo”.
Enzo Gentile cala subito il carico da undici: a settembre un nuovo disco di Jannacci che sarà una raccolta di vecchi standard jannacciani, quasi tutti in dialetto milanese (“L’Armando”, “Andava a Rogoredo” ect, ma speriamo ci siano anche “Per un basin” e “Prendeva il treno” – ndr) riarrangiati in chiave quasi jazz. Il tentativo di far parlare Jannacci del disco si risolve in un excursus di un quarto d’ora al termine del quale si è parlato di tutto, tranne del cd. Ci riprova Gentile: “Questa era la risposta alla domanda: come mai questo disco”. E Jannacci finalmente risponde: “Doveva essere un disco di transizione, in attesa di un nuovo lavoro, ma è venuto fuori qualcosa di molto interessante, con delle rumbe, degli arrangiamenti jazzati. Mi sono divertito molto a farlo”.
Ma Jannacci non bisogna mediarlo, bisogna esporlo il più possibile com’è o come si presenta: seguono solo frasi sue. E alcune sono perle da meditare, altre sono ricordi struggenti, altre ancora momenti molto intimi di un uomo in difficoltà, espressi a “carne viva”. Bello e atroce.

“Ringraziatemi da vivo, che anch’io vi ringrazio da vivi. Meglio che essere ringraziati da morti. Che poi non potrei rendere il favore. Prima forse ho detto una cosa sbagliata a una giornalista, ma tanto che fa? Io non ho mica tutta la vita davanti. Sono un passo oltre l’Alzheimer. Sulla musica, bisogna andare con ordine: prima viene la melodia, poi l’armonia. Baglioni, ad esempio, all’estero non lo vogliono perché canta troppo bene. Dicono: “così abbiamo già l’operetta!” Dobbiamo azzerare tutto e ripartire da capo. Non permettere alle figure di programmare noi. La televisione … che poi è un elettrodomestico … anche la lavatrice è un elettrodomestico, ma si rifiuta di fare i lavaggi da sola o di scegliere lei cosa lavare! La televisione invece sta programmando noi! Anzi, la programmano loro. Ma visto che sono sempre più gli analfabeti in Italia la programmano solo con le immagini. Così uno non fa fatica a seguirla: come i giornali illustrati, come Grand Hotel. La televisione deve essere un mezzo che anche diverta. Da qui, da Mantova parte un sistema di comunicazione che farà succedere qualcosa. Da qui si formerà un canale, che diventerà lago, che diventerà mare. Bisognerà tenere duro. Qualche “muratore” morirà e qualche “carogna” resterà viva anche qui, ma meno! Ci vorranno 5-10-12 anni, ma dopo programmeremo noi. C’è un problema di dialettica tra la televisione e le persone, ma non vogliono che si sappia, che si capisca e loro programmano solo per fare soldi. Parlare di “contro-festival” è una stupidata. Perché si tratta di dare valore a qualcosa che non ce l’ha un valore. Io ci credo in Mantova, in questa manifestazione. Me l’aspettavo prima. Capisco subito quando una canzone va diritta allo stomaco, perché chi l’ascolta ride. Si dice “quando un musicista ride” (titolo di una sua canzone) … il resto sono solo canzonette. Che però hanno qualcosa. Perché si può esistere senza vivere, ma non viceversa. Io ho riascoltato le mie canzoni e mi sono messo a ridere. “Andava a Rogoredo” mi ha fatto ridere come un matto. In primo luogo perché “sono” matto. Ma dopo “andava a Rogoredo” dovevo andare avanti. Cosa vado a fare a Rogoredo? A cercare i so’ daneè!”.
Seguono ricordi di Dario Fo (“che era un po’ come il mio papà. Poi invecchiando siamo diventati della stessa età”), di “Milanin Milanon” delle sue prime canzoni, di “Gaber che era già uno bravo, io ero uno appena arrivato”. Monologhi surreali, in bilico tra malattia e genialità, il guizzo comico, la gag ripetuta, la voce che torna sicura e fluida quando si siede al piano e accenna all’Armando (“che poi era anche il nome del mio direttore a Chirurgia, che mi fa: mi hai fatto un bello scherzo a mettermi nella canzone. Ma io non lo sapevo che si chiama Armando! E’ nata così. Ero in macchina un giorno che pioveva e mi è venuta in mente la frase “era quasi verso sera”. E mi è piaciuta, mi è piaciuto il suono e anche il significato. Solo che dovevo andare avanti. “Era quasi verso sera … s’ero dietro stavo andando” e a quel punto lì c’era la canzone! Perché ci sono tanti nomi che fanno rima con andando, ma lì poteva starci solo l’Armando!”) o quando intona “Andava a Rogoredo”, anche se le strofe gli si imbrogliano sotto i tasti. Grande e geniale. Fragile e tenero. Tutta una grande emozione. Solo lì, solo dal vivo al Teatro Bibiena, tra i palchetti ottocenteschi e la platea a bomboniera. Nessun racconto vale quella serata.


Bilancio di centro Festival

Giorno 5 marzo, siamo più o meno a metà strada del Mantova Musica Festival e si può provare a tracciare un bilancio di metà strada. Ovviamente precario e provvisorio, ovviamente tutto da rivedere a seconda dell’andamento delle ultime due-tre giornate, ma qualche considerazione si può tentare. Pro e contro. Il miracolo di essere riusciti in soli tre mesi a mettere in piedi qualcosa che abbia un senso, questo il primo pro, a cui si collega l’estremo piacere che si prova ogni volta che qualcosa riesce a SUCCEDERE nel pantano della cultura italiana. Il secondo piacere è collegato a Mantova, una città che è uno spettacolo e che ha messo in piedi prima il Festivaletteratura e poi il Festival della musica. I contro? Alcune assenze inspiegabili, alcune presenze troppo defilate (perché Guccini e Lolli non cantano? Perché non ci sono Vecchioni e Ligabue? Perché mancano gli Yo yo mundi e Max Manfredi, ma più in generale tutta Genova?). Altre note a margini: la presenza della televisione sì, può essere importante (Odeon) e serve a farne restare traccia, ma lo spettacolo non dovrebbe seguire così tanto i ritmi della televisione. In fin dei conti una partita non si ferma per la pubblicità! Ultimo contro: l’idea che sta dietro la “regia”dello spettacolo è vecchia e mutuata dai canoni Rai (canone nel senso di stile non di balzello): canzone, brava e bella presentatrice (che legge testi che altri le scrivono), comico da intermezzo, dibattito o meglio talk show. Non è che si potesse fare uno sforzo in più? Cercare di uscire dal seminato per far germogliare nuovi fiori che sappiano meno di stantio? Insomma, a Mantova il meglio, come al Festivaletteratura è esserci e non quello che appare. Da Piazza delle Erbe, da Piazza Sordello, dal Palazzo della Ragione, dalla riva del lago, dai canali del Lungorio tutto ha sapori e colori diversi. Non so quanto di questo appaia fuori. Ultima nota: la politica. Qui siamo sul blando assai. Il mondo antagonista a Mantova è poco rappresentato e non posso negare che questo non mi piaccia. Così come mi sarei risparmiato le scelte di Sgarbi e della Zanicchi. Che senso hanno? Tirare la coperta anche a destra? Ma la destra ha già tutto il Paese e tutte le televisioni dello Stato! Non si poteva, almeno qui, respirare un’aria più di sinistra? Dalla Chiesa, provaci, dì qualcosa di sinistra!



Mantova ultimo giorno

Giornata finale. La grande maratona della musica di Mantova si avvia alla conclusione. Lascia per strada rimpianti e piaceri, lascia soprattutto la voglia di riprovarci ancora. In un'altra stagione più adatta e più mite, magari a scuole finite, magari a fine giugno con la possibilità di concerti all'aperto, sfruttando i meravigliosi fondali di Piazza Castello, dove si sono esibiti negli anni del Festivaletteratura Nick Cave ed Eric Andersen o il romantico lungolago. Potrebbe diventare una ricorrenza come la Festa di San Giovanni che si celebra in tanti Paesi d'Europa la notte del 24 giugno. O potrebbe anche restare un episodio unico. Bisogna vedere chi e come gestirà il vero dopofestival. Armiamoci di fiducia e pazienza e aspettiamo. Il Festivaletteratura è una realtà, ma non in molti avrebbero scommesso sul fatto che potesse durare. Vedremo cosa accadrà per il MMF. Intanto stasera verranno attribuiti i premi per la miglior canzone, per il miglior testo, migliore interpretazione, miglior arrangiamento e realizzazione più innovativa. L'applausometro di Bielle all'Ariston ha segnalato picchi per i Mar Levar, Vallanzaska, Federico Sirianni e Riccardo Tesi, oltre per i Mercanti di Liquore e Marco Paolini. Manca solo l'ultima sera. Primi giudizi: sopresa Stefano Vergani, ottimi Paolini e Mercanti, conferme dagli altri.


Guccini, Mantova e un giorno di pioggia

Ma perché presenti solo il libro? Perché non sei venuto a cantare qui a Mantova?
"Beh, il gruppo si è sciolto… ricominciamo le prove tra poco e…"

Ma solo tu con la chitarra – sale una voce dalla platea –
"Ma se non so più suonare… son vecc!"

Così un umanissimo Guccini risponde alle domande del pubblico. Confessando con un certo imbarazzo di non trovarsi più a suo agio a cantare. Dice che anche al Tenco “lo spirito non è più quello di una volta, quando dopo lo spettacolo si ritrovavano con le chitarre e si scambiavano canzoni e impressioni.

Guccini è al Mantova musica Festival per presentare il suo libro “Cittanova Blues”. Anfitrione di turno Lidia Ravera. La pioggia e il freddo non hanno scoraggiato un paio di centinaia di persone dal partecipare all’evento. Orecchie tese e ombrello alla mano si accalcano in piazza delle Erbe. Mantova è anche questo.

Il Maestrone inizia raccontando i libri della sua ideale trilogia – infanzia a Pavana, adolescenza a Modena e giovinezza a Bologna – ideale viaggio spazio-temporale che lo ha, tra l’altro – portato ad accostarsi a dialetti, parlate e gerghi diversi; cosa che gli dà lo spunto per leggere alcune voci del glossario a chisa del suo libro.

L’incontro prosegue con la lettura di un paio di brani tra cui la spiritosa “caccia all’olandese”. (esemplare femmile, ovviamente ndr).
È un libro da leggere ad alta voce – commenta Lidia Ravera. E, in effetti, letto dal Guccio in persona, il libro assume sicuramente un valore aggiunto.

Presto la palla passa al pubblico, che non si fa attendere a porre le domande.
Gli spettatori chiedono di tutto. Da un improbabile “ Ma come fai a rimanere così figo” – domanda a cui Francesco risponde: “Ho un medico a Catania che mi fa una pozione magica che mi rende immortale”; a “Cosa pensi dell’Anarchia”? “E’un’utopia che mi ha sempre affascinato, ma è una tematica legata al contesto storico di fine ottocento. E poi ora abbiamo altri problemi da risolvere: ad esempi, Berlusconi…”

“Quali sono gli artisti che stimi”? “ Beh, non dovrei fare dei nomi. Facendoli rischio di scontentare altri. Però posso fare dei cognomi… Quelli che più o meno fanno il mio lavoro con impegno: De Gregori, Vecchioni… Fabrizio ci ha lasciati (scoppia un applauso) e anche Gaber. Anche se con Gaber avevamo spesso delle discussioni. Lui era un po’ un terzista (quelli che non sono di destra ma anche la sinistra gli fa un po’schifo ndr)…”

“Ma ci sono delle similitudini tra l’attentato alle torri genelle e la locomotiva”?
“Assolutamente no. Dietro all’attentato alle torri c’è un sacco di gente con un sacco di soldi. L’attentatore della locomotiva era solo. E poi quell’attentato lì non è mica riuscito…”

“Francesco, tu viaggi molto”?
“No, ultimamente è quasi impossibile essere dei viaggiatori. Siamo tutti soltanto dei turisti. Poi io non guido la macchina, sugli aerei non si può più fumare. E infine sono fondamentalmente un pigro. I miei viaggi sono la lettura. Non sono un viaggiatore, sono un lettore”.

"Per chi voterai alle prossime elezioni"?
"Mi auguro che Cofferati vinca, e vinca bene a Bologna, è ovvio. Alle Europee voterò Ulivo. Per chi dovrei votare altrimenti?"

Ma ci sono molti partiti a sinistra che non sono confluiti nella Lista Prodi...
"No, bisogna essere uniti - risponde Guccini -, stare nel filone giusto. Nella sinistra sono anni che qualcuno tira a farsi del male" conclude il cantautore.


Una doppia polemica inutile di Storie di Note

Chiamati in causa per la seconda volta nel giro di pochi giorni a sproposito da Storie di Note, credo sia il caso di rispondere precisando: capo a (è stato già detto) non siamo stati coinvolti nell'organizzazione di Mantova. Confrontare sul sito l'intervista a Franco Fabbri (lui sì dell'organizzazione, anzi della Commissione selezionatrice) in cui ci rammarichiamo che le persone partecipanti alla Commissione non rappresentassero nessuno se non se stesse e non un'organizzazione
(link: http://www.bielle.org/Pages/FrancoFabbri_int.htm verso il fondo).
Nella stessa intervista gli si chiede in merito alla presenza di Claudio Lolli.
Capo b: nell'analisi della manifestazione a metà corsa (link: http://www.bielle.org/Pages/MantovaAltro.htm#Centro) si scrive: "I contro? Alcune assenze inspiegabili, alcune presenze troppo defilate (perché Guccini e Lolli non cantano? Perché non ci sono Vecchioni e Ligabue? Perché mancano gli Yo yo mundi e Max Manfredi, ma più in generale tutta Genova?)". Per quanto riguarda Ricky Gianco poteva tranquillamente non esibirsi una seconda inutile volta, ma, se è per quello non sentivo neanche l'urgenza di vedermi Gigi Marras, mentre Suso e i Razzo per me sono stati un insulto al buon senso e al buon gusto. Per noi Claudio Lolli resta una delle punte massime del movimento storico dei cantautori in Italia: De Andrè, Lolli, Guccini, De Gregori, Fossati e, con qualche remora, Paolo Conte. Poi vengono tutti gli altri. Quindi anche noi siamo stupiti ed esterefatti dalla sua assenza (e abbiamo dubbi su altre presenze ed assenze), Con tutto ciò siamo contenti che Mantova ci sia stata e possa continuare a esserci, con tutte le polemiche del caso.
Credo fossero precisazioni che, con la massima calma e rispetto, andavano fatte.
Giorgio Maimone


Domenica: la festa è finita

Mantova si è vestita di bianco, per dire arrivederci al Festival della musica. Una fitta nevicata sugli antichi palazzi e le strade acciottolate di questo gioiellino incastonato nel cuore della Pianura Padana.
Quasi un segnale per convincere tutti che dall anno prossimo sarà meglio tornare d estate a riascoltare le note del Festival. La concomitanza con l agonizzante Sanremo non serve più. Quel Festival sono anni che non ha più niente da dire sul fronte musicale. A Mantova lo si è capito ancor meglio, perché si sono viste decine di esempi di realtà vive e vitali, di qualità, che fanno a meno della tv, del circo sanremese e di tutto il resto.
Mantova, da oggi, sarà una splendida scenografia per tutti loro.

 



Mantova Musica Festival: si tirano le somme

Domenica mattina. Seguendo il detto popolare, marzo “pazzerello” sta spolverando Mantova di neve primaverile, ma il tendone dello spazio autori (ma perché non hanno usato invece il salone del Palazzo della Ragione che era chiuso e caldo? Ndr) è, tanto per cambiare, pieno di gente. “Secondo una stima per difetto abbiamo avuto 30.000 presenze”. Così esordisce alla conferenza stampa finale Nando dalla Chiesa; visibilmente soddisfatto e sicuramente più rilassato di quanto lo fosse un paio di giorni fa.

“Anche il nostro ammanco si è ridotto a circa 80.000€, cifra che contiamo di colmare con altre donazioni e con la vendita del libro, dei gadget e soprattutto del disco - la prima edizione è già esaurita. (secondo noi la prima edizione erano in realtà poche copie per gli addetti ai lavori. Il disco l’abbiamo cercato più e più volte in diversi posti, ma la risposta era sempre la stessa: “Deve ancora arrivare e non sappiamo quando”)

“L’importante era rompere il ghiaccio - continua dalla Chiesa - spezzare il monopolio di san Remo nei confronti della canzone italiana. Con il Festivaletteratura e il Musica Festival, Mantova diventa dopo Milano la seconda capitale culturale della Lombardia”. Interviene poi il sindaco di Mantova: “A quelli che chiedono se intendiamo dare un seguito a questa cosa, voglio dire togliete il se e sostituitelo con un quando. Da Mantova è nata una strada nuova che riguarda il rapporto tra canzone e cultura. Non ringrazierò mai abbastanza Nando (dalla Chiesa), Fabio (Zanchi) e Paolo (Rampi) di averlo voluto fare qui. Però non sono tanto d’accordo che mantova sia la seconda città dopo Milano… D’altra parte si sa che tra Gonzaga e Visconti i rapporti non sono mai stati troppo lisci… (ride). Ma noi qui siamo gli eredi del meglio che il rinascimento ha dato all’Italia, e ci teniamo a continuare questa tradizione. Pensate che ci è stata richiesta tutta la documentazione del Mantova Musica Festival per studiarlo come caso per un dottorato e all’Università di Teramo verrà istituito un corso di laurea per l’organizzazione di eventi culturali che avrà come esempio trainante il Festivaletteratura”.

La palla, anzi il microfono, passa a Paolo Rampi, del comitato promotore: “Abbiamo interpretato il desiderio di un Festival a livello di cultura Europea, sull’esempio di Avignone, Edimburgo e, perché no, lo stesso Festivaletteratura. Basta con i modelli holliwoodiani fatti di lustrini e paillettes. Noi vogliamo essere l’espressione di una nazione che guarda all’Europa”.

E’ il turno di Lidia Ravera. “Io ci ho messo la faccia, e qui si è respirato un clima di passione, di allegria. Ho sentito musica e canzoni straordinarie e l’esperienza è riuscita, ma non avevo dubbi perché da parte di tutti c’era una grande voglia di mettersi al servizio della musica. Tutto era in funzione della centralità, della forza della musica. Quella capace di dare emozioni, di farci stare insieme, di farci smettere di stare davanti a quello schermo azzurrino a rimbecillire”.

Pamela Villoresi: “Mantova è un investimento sul tempo: la qualità della musica equivale alla ricerca della poesia. Infatti molti degli artisti che hanno partecipato sono oltre che cantanti anche scrittori e poeti. E in un mondo dove normalmente si mostra sono tette, sederi e battute volgari, anche iniziare uno spettacolo con i versi di Teresa di Calcutta era una bella scommessa…”

Interviene – un po’ polemicamente – Franco Fabbri, con un pensiero “Per quelli che non ci sono stati, per quelli che avevano altro da fare, per quelli che mah, non si sa vedremo, per quelli che non si sono fatti trovare o non hanno risposto ai messaggi, per quelli che, per una ragione o per l’altra, non ci hanno creduto. Questo è il festival di quelli che ci sono stati quest’anno e di quelli che ci sarannonei prossimi anni. Perché la generosità è fondamentale e non non vogliamo chiudere porte in faccia a nessuno.

L’incontro con gli autori – questa volta quelli del Festival – si conclude con l’attribuzione dei riconoscimenti. Il pubblico, a cui era stata consegnata una scheda da radio 180 ha dato le sue preferenze a Afterhours, Pippo Pollina, Antonella Ruggiero, MCR e Sulutumana.
La giuria di giornalisti musicali, presieduta da Enrico de Angelis, ha invece deciso di dividere i partecipanti (quelli scelti dal comitato di selezione) in due categorie: le “Proposte del Festival”, ossia coloro che hanno alle spalle una lunga carriera e le “Nuove proposte del Festival”, ossia gli artisti più esordienti. Tra questi ultimi il “Premio al repertorio” è andato ad Acustimantico e il “Premio all’interpretazione” è stato vinto da Suso. Per la categoria “Proposte”, entrambi i premi a Riccardo Tesi.

Mantova Musica Festival 07-03-2004

   
 

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