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BiELLE INTERVISTE
 
Quando con Isa ti coglie il Disoriente
di Giorgio Maimone

"Seguendo il disoriente che ci vola accanto/ tocchiamo l'orizzonte/ Partendo nel presente antico disincanto/ pensiamo trasparente/ Passo lento - sinfonia d'equilibrio / in un cespuglio di rovo".
Senti le parole di Isa e ti lasci trasportare. Ti chiedi: ma dov'è il "Disoriente"? A occidente di quale stella? A oriente di quale mare? E il viaggio continua. Un viaggio che era iniziato in un "notturno italiano", dove un lui, distratto, era più occupato con l'autoradio e con la leva del cambio, troppo per accorgersi "che al di là di questa notte noi non andremo lontano". E l'auto corre lungo
"le serre, le vigne a terrazze/ onde gonfie come gonne di ragazze /agavi e canne lungo le rotaie" e mentre corre, sul lungo mare si può sentire il canto delle sirene che ti ripetono "io cresco al centro del Mediterraneo/.../ E se vuoi disegnarmi pensami bionda/ e se non ti ricordi fammi bella/viandante immobile del Mediterraneo".

Quattordici capitoli della vita di una donna, forse 14 uomini diversi, che ti portano fino all’esplosione di “Buonasorte”: “Ah Sudamerica/ l’amarezza qui non tocca nessuno/al centro della musica/ ecco il tempo del miracolo”. Un viaggio magico perché chi viaggia con te è preparata a tutto. Infatti ti informa “Porto un paio di bretelle fatate/ m'impediranno di calare le braghe / Prima di uscire allungherò la gonna / per non confondermi se passa un uomo / Prima di uscire inventerò una danza / che mi faccia fare un passo avanti /Porto un paio di scarpette alate /con chiodi e lacci di brillanti”.

Ma non è un viaggio geografico e forse neppure iniziatico. Stazioni di una vita, dense di esperienze. Tappe di crescita. Stille di poesia da raccogliere agli angoli delle strade. Come in un fumetto di Will Eisner, un affresco di umanità se non dolente, quantomeno non sempre felice. Il nostro “Virgilio” si chiama Isa e il viaggio è un disco dallo splendente nome di “Disoriente”.

"Come modo di cantare posso ispirarmi a Fossati, per quanto riguarda il modo di porgere le parole e l'attenzione agli accenti. La mia musica e la mia formazione di chitarrista classica risentono di Branduardi. Poi ovviamente, come per tutti, De André, Brel e Brassens".
"Avrei detto una mongolfiera e invece era / una luna di cristallo / Prima che canti il gallo ti sentirai umana. / ... ./ Ho il cuore che batte moneta, / che fa mercato e mercanzia / .../ con questo culo che mi porta in piazza / che fa provincia e religione"
“Disoriente” è l’ultimo whisky della notte, in quella fase di bilico in cui le ore, da piccole, ricominciano a farsi grandi. A basso volume, al buio, puntando verso un punto immaginario della rosa dei venti che non è oriente, né occidente, ma uno strato dell’anima"

“Notturno italiano è dell’86, avevo 21 anni quando l’ho scritta. E la Buonasorte è del novembre 2002. Casualmente sono la canzone più giovane e la più vecchia del disco all’inizio e alla fine, ma non è voluto”.

Ma come mai hai scelto di mettere il brano più accattivante, quello musicalmente più mosso, ossia “Buonasorte” in coda e “Notturno italiano” che invece è un brano angoscioso, scuro, per l’appunto notturno, in inizio al Cd?

“Notturno italiano” io non la vivo come una canzone così angosciante”

Quantomeno triste

“Malinconica. E aveva un senso di viaggio. La scaletta del Disoriente è una scaletta sia musicale che discorsiva. Se tu leggi solo i testi dall’inizio alla fine c’è un racconto che è un viaggio. E quando parti è facile che tu non sia contento. Il viaggio è appena iniziato, noi sai cosa potrai trovare e se potrai trovare qualcosa. Sei più contento quando arrivi”

Non è un romanzo di formazione con le varie tappe?

“No, e il resto della scaletta, infatti, non è cronologico. La “Buonasorte” ha quella posizione perché volevo assolutamente finire il viaggio con “Al centro della musica/ ecco il tempo dei miracoli”. Parti con “Notturno italiano/ sotto una rete di stelle” e poi dove vai? Al centro di miracolo!”

E il miracolo vero è trovarsi di fronte a un disco di un’artista italiana al debutto che si scrive, si musica e si canta le sue canzoni e trovare una maturità di percorso che non era data sentire da tempo. La sensazione che si poteva trovare a capitare di fronte al miglior Fossati, ma senza essere dovuti passare per Panama e Jesahel. Isa debutta che non è più una bambina. I tempi dell’industria discografica italiana sono quelli e si sa.

L’accesso all’opera prima resta difficilissimo e anche una volta arrivatici non è facile andare avanti. Come sa benissimo Max Manfredi (“Abbiamo iniziato assieme, quasi 20 anni fa, con un concorso per giovani “talenti” a Sanremo. Talenti siamo rimasti…”) che ha dovuto aspettare 7 anni per registrare un disco nuovo. Oppure I Gang che dal 2000 non riescono a pubblicare, pur avendo il cassetto pieno di canzoni.

Isa ne ha sporte piene di canzoni. E sul primo disco non è riuscita ad esimersi dal metterne quante più possibile. Eliminarne altre avrebbe fatto male. Ma anche così restano 14 canzoni per 55’36” di musica che scorrono veloci che più veloci non si può. Così tanto che occorre rimettere il cd da capo. Perché sono storie vissute, perché dentro c’è la vita e perché ancora, ascoltate tutte assieme hanno il ritmo di un romanzo, non di una raccolta di racconti, ma si avverte proprio il filo comune che unisce i 14 capitoli del lavoro.

Quattordici storie d’amore; con quattordici uomini diversi o con lo stesso uomo non importa. Importa, per una volta, riuscire a guardare in uno specchio rovesciato e sentire, da uomini, una donna che ci racconta come siamo goffi, incerti, meschini, dolci o violenti nelle storie d’amore.

Isa e “Disoriente” sono uno dei capitoli più belli, musicalmente parlando, che ci sia stato dato ascoltare nel 2003. E di questo se ne è accorta anche la giuria del premio Tenco che ha votato Isa al secondo posto, dietro Morgan (ma Morgan si può chiamare un esordiente?), tra gli artisti al debutto su Cd ufficiale.

Era tanto che provavi a fare un disco?

“No, non ci avevo mai pensato. Facevo tanti spettacoli dal vivo e mi bastava. Poi non mi piace riascoltare la mia voce registrata. Così come non mi piace vedermi nelle fotografie. Era qualcosa che mi bloccava un po’.

Si intuisce dalla copertina del disco dove, praticamente non ti si vede mai

“E’ stata una dura battaglia intrecciata con Duilio Rizzo. Io avevo visto delle foto sue che mi piacevano molto, dei bianchi e neri, belli che raccontavano storie. Ho pensato: questo è un mio amico, ce la faremo. Ma è stata dura. La foto della copertina lui voleva buttarla via e io invece l’ho scelta. E’ la più “disorientante”.

E parliamo allora del titolo. Bellissimo

“Il titolo l’ho deciso a settembre del 2000, molto prima di avere l’idea di incidere il disco”.

E’ nato insieme alla canzone?

“No, la canzone è nata dopo. Sapevo cosa mettere nel disco, ma ho iniziato dal titolo e pensavo in realtà a una cosa autoprodotta, perché iniziava a venire gente che mi chiedeva se avevo qualcosa di mio da dare. E poi è subentrata la Nota, la casa discografica che ha pagato tutto lei. Comprese le pizze”.

Intervista effettuata il 10-1o-2003

   
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