Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
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BiELLE MEMORIE
 
Genova - G8 luglio 2001
per non dimenticare
"...dato che tutti gli altri posti erano gia' occupati,
ci siamo seduti dalla parte del torto".
Bertolt Brecht


Capitan D’Aria
(17 luglio 2001 - mercoledì)

Carissimo, Genova blindata...è la cosa più allucinante, più triste, più provocatoria che si possa immaginare. Vivendo nella zona gialla non si era ancora manifestato nella sua totale assurdità lo stato che questa città sta vivendo. Ieri tornando dal porto verso le 20.00 ho fatto la sopraelevata e quando arrivo in fondo, alla fiera, grande distesa di 1000 o più furgoni della Polizia, della Folgore, dei reparti speciali (ti chiedi a quando la guerra??) arrivo sotto casa, posteggio, Piazza della Vittoria è un deserto, che ci sia già il coprifuoco? Dove sono finiti tutti i giovani che la sera sgommano
con i motoroni, le macchine che non ti lasciano entrare nel portone, i tavolini fuori nell'altro lato della Piazza, volatilizzati tutti, serrande chiuse, e silenzio minaccioso...... Salgo in casa, ho una sensazione di grande disagio, prendo il cane e scendo, devo capire cosa sta succedendo. Piazza della Vittoria, il monumento ai caduti è ancora più imponente, niente extracomunitari a consumare
scatolette sugli scalini, neanche un cane (e non in senso metaforico) Neruda (la mia belva,) gironzola sospetto, facciamo il giro due volte, niente cani, ci sono solo 4 poliziotti in borghese che parlano al telefonino e fissano le caravelle di fronte, accanto alla questura, seduti sui divisori di cemento. (mi viene in mente la barzelletta del carabiniere che deve fissare la camera d'albergo e la fissa tutta la notte....). C'è un incredibile senso di abbandono, decido di dare un'occhiata a Via XX Settembre passando da dietro. In via Cesarea, poliziotti, carabinieri ed altri soggetti in borghese di lingua foresta, piantonano gli operai che stanno montando le griglie, una su ogni strada che incrocia via XX, cerco di far finta di niente e di attraversare la grata noncurante, mi fermano mi dicono che non si può, devo fare il giro, faccio qualche domanda come arrivare a.... non sanno niente, non conoscono questa città, gli hanno solo detto di piantonare. Le grate mettono angoscia, ti chiedi da che parte stare prima che chiudano, che ti chiudano, che tu venga saldata, insieme alle grate, alte cinque metri, neanche con l'asta riusciresti a scavalcarle ma come è possibile?? Neruda mi legge nel pensiero e per esorcizzare le mie angosce si avvicina alla grata e ci piscia sopra, bravo, cookie.. Facciamo il giro, Via XX Settembre che desolazione, vetrine occultate da fogli di compensato, 4 persone in tutto, 50 furgoni della polizia schierati su ambo i lati, solo divise blu, qualche foresto curioso, sorrido ai poliziotti, tento qualche battuta, neanche il cane li intenerisce, poveri, fanno quasi pena, chissà da che parte stanno in cuor loro. Mentre salgo per la via principale, ho la sensazione che i Genovesi abbiano completamente abbandonato la città, che se la prenda chi vuole, i grandi del G8 i contestatori, i poliziotti, chiunque. E' una nave abbandonata, pronta ad essere occupata, ma come è possibile che nel 2001 in un paese democratico, si costruisca una enorme gabbia, e se restassimo tutti intrappolatati? magari divisi , parte nella gabbia rossa e parte nella gabbia gialla?. Mi assale lo sgomento e sì anche la paura, magari qualcuno dei tuoi amici è nell'altra gabbia, un parente, tua figlia, il tuo gatto, pensi al muro di Berlino, a quello del pianto, ai muri dell'Est, a tutti i muri del mondo, ai campi di concentramento alle figure aggrappate al filo spinato, no ti dici stanno solo girando un film, e tu capiti sul set per sbaglio, sono tutte comparse, solo comparse... Accelero il passo arrivo in Piazza de Ferrari, fontana magnifica, palazzi che si specchiano nell'acqua, Carlo Felice austero, Palazzo Ducale, e tutt'intorno cancelli mobili, e polizia, carabinieri, a frotte, ma la gente dove è?? traslati tutti dove??? Tutti in colonia come da bambini?? Scendo in Vico San Matteo, Piazzetta San Matteo così bella sempre, stasera è presidiata da 5- 6 poliziotti, nessun altro in giro, saluto, sorrido, mi ignorano, chiedo provocatoriamente come si arriva all'expò, con accento foresto mi dicono che non lo sanno. Attraverso il resto dei vicoli, corro quasi fin da Manetta, bar anonimo, nostro quartier generale, siamo solo in tre incluso l'algerino di turno e il cuoco egiziano della pizzeria, ci sediamo sulla soglia, da lontano i poliziotti passeggiano, poi passano degli individui, ci guardano, abbiamo l'aria rassicurante, si avvicinano hanno le loro brave telecamere, macchine appese al collo, due giornalisti romani, uno inglese che parla un buon italiano. Si siedono al bancone, scambiano quattro chiacchiere con Fede il mitico oste, mescitore di Centerbe, appassionato di musica e di dischi rari, mi intrometto, chiedo, chiedono, perché i genovesi sono così incazzati, hanno sensazioni preoccupanti, dicono che è come vivere uno stato di guerra imminente, che la situazione è brutta..... Fede continua a mescere di tutto di più senza regole, passa dal rosso, al bianco fresco, poi del Mirto, poi a un 5 terre fatto in casa, e affetta salame toscano, e pecorino tartufato, il tutto avvolto da riccioli di fumo del suo sigaro cubano. I Media foresti apprezzano, parliamo di cani, di mangiare,di cucina sarda, di vini toscani, basta G8 bisogna esorcizzare il nemico. Il vino attenua le sensazioni di disagio, torno a casa percorrendo il giro inverso, saldatrici in funzione, cancelli e grate che si ergono, domani la città sarà chiusa, saremo dentro o fuori dalle grate, ci sveglieremo da questo incubo oppure passeremo alla storia per qualche tragica fatalità? Lunedì sarà tutto finito, ma dobbiamo arrivarci.... E tutto questo avvenne nel luglio del 2001. buona notte.

" Aspettando Godot "

Capitan D’Aria (20 luglio 2001 - venerdì)

Cara Ida, prendo spunto dal nome del sito: Il porto ritrovato...
mi sveglio questa matttina, in questo silenzio surreale, corro alla finestra per capire, e mi sale in gola un groppo, viale Brigate Bisagno (è la strada parallela a Piazza della Vittoria, e svincolo principale che immette in Via Xx Settembre....) è una lung fila di blindati blu della polizia, in fondo al viale che incrocia l'inizio di via XX una lunga fila di containers da 40' (=12 metri x2.40x2.40) tutti in fila a formare una barriera, (coglioni , mi dico, potevano metterli su due tiri, fare una muraglia di 4.80, magari dipingerli di verde e far finta che sia la muraglia cinese...)

Corro fuori a verificare cosa succede, ho dentro una grande rabbia, io con i containers ci lavoro, li vedo in porto, li movimento, ma è lì che appartengono, cosa ci fanno i containers in piazza???? leggo i nomi delle compagnie di leasing e di navigazione, mi vergogno per loro, per essersi prestati in questa stupida farsa......qualcuno furbo e cauto, ha cancellato il nome con pittura freska... (vedi MESSINA per non fare nomi, altri sono troppo grandi e se ne fregano: Likes - americana - Evergreen di Taiwan), noto che uno dei container è malridotto lateralmente, (deformazione professionale,) li hanno messi stanotte, non avevano il tempo di controllare... ma di sicuro se succede qualcosa diranno che sono stati i manifestanti.

Sto male, mi gira la testa, questo non può succedere mi dico, mi avvicino alla barriera di via XX, c'è tensione, si palpa e si taglia nell'aria, un'edicola aperta, compro i giornali, che non possono dirmi nulla di più di ciò che vivo, arriva il questore in borghese, fa un sopralluogo, ci dice garbatamente di sloggiare, che questo è un punto caldo, che non succederà nulla, ma che è meglio girare alla larga. Guardo quella grata alta cinque metri, è il varco più a rischio perché immette direttamente in via XX, prego che non succeda nulla, guardo le facce dei poliziotti, sono giovani, sono tesi, sono stanchi, non c’è baldanza, forse anche loro pregano che non succeda nulla, penso alla preoccupazioni delle loro madri, e sono solidale con loro. Il dolore più grande è quando non riesci ad essere solo da una parte, e così la sofferenza si raddoppia, soffri per tutti e due.

Sono solo le 09.00. Decido di andare in ufficio, guardo il cielo è blu, c'è il sole ma non fa troppo caldo, guardo in alto, stranamente sono comparse le rondini, (saranno finte?? magari piccoli satelliti travestiti??) si confondono con gli elicotteri che ronzano su Piazza della Vittoria, le immagino come kamikaze che si lanciano sui rotori e li fanno cadere...
Decido di tornare in ufficio, passo attraverso i containers, non ho documenti, ma ho l'aria innocua... La piazza, la piazza più grande di Genova, è il luogo più deserto e desolato che si possa immaginare: nemmeno un cane, anche il mio mi ha abbandonato, è in Sardegna e mi manca terribilmente, soprattutto perchè è una buona scusa per gironzolare e intrufolarsi.

Salgo in ufficio e guardo dalla finestra, è un incubo, è uno scenario che non si può descrivere, solo sentire, polizie e carabinieri a migliaia, scudi con scritto carabinieri, qualcuno prova le maschere, non si può lavorare con questo clima, decido di fare un pò di archivio, poi mi assale la "sindrome della casalinga" (è la definizione di mia figlia....) capita quando sono in ansia mortale, così mi armo di folletto, detergenti vari, stracci etc, e mi dò alle pulizie forsennate dell'ufficio.... ogni 5 minuti guardo dalla finestra: passano un gruppetto sparuto di giovani che dicono no al G8, li guardo sembrano quasi allegri, camminano dritti verso i punti di riunioni, guardo le facce dei poliziotti: sempre più tesi, capisci che basta poco per farli scattare.
Resto in ufficio, chiamano da Milano, è un segnale che la vita fuori di questa città continua normalmente gli elicotteri ronzano incessantemente ho i nervi a pezzi.

Ore 12.30 la polizia sta sparando a salve e lanciando fumogeni sirene ed elicotteri,

Devo uscire andare a vedere cosa succede, a presto.
Daria

PIAZZA ALIMONDA

di Francesco Guccini
(febbraio 2004)

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, di anima forte
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come di archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia
Facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato e un vecchio cane
Guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare,
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere di incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza.
Sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione.
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
E uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercano alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione
Dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare
C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La “salvia spendens” luccica copra un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e regolare.
Dal bar, caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.

DALL'ULTIMA GALLERIA

di Alessio Lega
(settembre 2001)

E poi dall'ultima galleria
sembra mai più poter riaprirsi il sole
e quando luccica dal fondale
sopra la rugginosa ferrovia

dalle budella della grande vedova
diritto in faccia ad un muro alto
Porta Principe in un sussulto
ti vomita addosso a Genova...

Io quando tornerò a Genova per prima cosa col caffè di rito
nel piazzale della stazione, dal baracchino il passo addormentato
lo muoverò per riconquistare la dignità di me stesso al mondo
ed il dovere di camminare a testa alta guardando il fondo

guardare in fondo, guardare il mare, guardare il punto fermo sull'abisso
vedere tutto tornare, urlare, fronte spezzata da un chiodo fisso
fronte spaccata, fronte diviso, fonte che annega al pozzo San Patrizio
il mare rosso del nostro sangue plebeo che soffoca nel precipizio

Quando ritorneremo a Genova ritorneremo sopra la criniera
bianca dell'onda che si frange al frangiflutti che mangia la sera
e sfiora il senso del presente, della memoria che si schianta
quando Genova ritornerà quella del giugno del sessanta

Quando ritorneremo a Genova, quando Genova sarà tornata
quando torno, torno al nostro inverno la resistenza sarà dichiarata
quando in tutto quest'inferno ritroveremo i nostri sentimenti
verremo in braccio alla natura, verremo sopra i quattro elementi...

Chi siamo noi? Ora siamo il mare, il mare nero che si scatena
che si rovescia sopra al porto, sopra al porco che lo avvelena
il mare più salato che ci avete fatto lacrimare
date un bacio ai vostri candelotti, giusto prima di affogare

Chi siamo noi? Ora siamo il vento che non potete più fare ostaggio
aria libera dai mulini, dalla catena di montaggio
il vento che ti spazzerà via, cancellerà l'orma dei tuoi passi
che schianterà muri e sbarre scatenandosi per Marassi

Chi siamo noi? Ora siamo il fuoco che non avete mai domato
quello che brucia in fondo agli occhi di questo triste supermercato
quello che cortocircuita i fili dell'allarme e del divieto
mentre noi spargeremo sale sulle rovine di Bolzaneto

Chi siamo noi? Ora siamo la notte, la luna persa dei disperati
dice il poeta "Quande cade un uomo si rialzano i mercati"
e per quest'uomo di eterna notte, per questa luce che se ne muore
aspettiamo che il sole sciolga il blocco nero che portiamo in cuore...

E così torneremo a Genova, così ritorneremo a Genova
così libereremo Genova, così saremo liberi a Genova...

Quando ritornerò a Genova dal baracchino del caffè di rito
l'antico samovar della tristezza, che sta bollendomi dentro al fiato
questo dolore che mi ha tradito l'enorme sagoma del lutto
il mio tormento che ho malcelato e queste lacrime che tengo stretto

e in una Genova liberata, senza chiusura, senza sgomento
senza sott'occhio la via di fuga, senza furore, senza spavento
avrà senso cadere in ginocchio, alzare e prendersi le mani
piangere in piazza Alimonda...pardon in Piazza Carlo Giuliani...

settembre 2001

Foto di Giorgio Cosulich

 

“Verremo ancora alle vostre porte”
(22 luglio 2001 - domenica)

Qualche parola confusa, perche' la tensione e' ancora molta, e non me la sento di scrivere ne' di partecipare ai dibattiti che, immagino, verranno condotti da gente che consoce solo quello che dicono in TV (e che e' a mio avviso la cosa piu' falsa e vergognosa, e lo scandalo maggiore, anche peggio delle pallottole)

Sono tornato ieri sera tardi, stremato, grazie ad un pulmann della FIOM che ha caricato me ed i miei due amici che eravamo reduci da due violente cariche che ci avevano impedito di raggiungere la stazione. Si, perche' chi si recava dalla piazza De Ferraris (dove si e' concluso il corteo) in stazione per andare a casa veniva assalito con lacrimogeni e botte. E li' non c'erano ne' "black Block" (sulla cui origine aspetto le numerose foto dei compagni che li hanno visti rifornirsi di piedi di porco nelle caserme) ne' gente pericolosa ma solo operai cinquantenni, ragazzini, stranieri, gente tranquillissima. Questa gente, ho saputo, e' stata caricata ancora cinque minuti dopo quando si trovava, per la maggior parte, seduta a dissetarsi.

Ho nella testa un sacco di cose: Carlo a terra, il ronzio degli elicotteri, una donna di cinquant'anni calpestata dagli agenti, una ragazza violentata in un blindato, il corteo spaccato a meta' dalla polizia per essere meglio attaccato, nel momento in cui gli scontri erano isolati in piazza Kennedy. Io ero in braghe e magliettina, mica in assetto da guerra, ero li' per far sentire la mia voce, come i miei due amici. Non abbiamo nemmeno gettato una carta per terra. Ci siamo trovati in mezzo ad una citta' che non conoscevamo, terrorizzati dall'idea di incontrare un poliziotto. In Italia, nel 2001. Ce la siamo cavata con i lacrimogeni che ancora adesso mi lasciano gli occhi arrossati e con qualche spinta. Ad altri e' andata molto peggio: molti ragazzi di Brescia sono stati picchiati e incarcerati, per non parlare di quello che e' successo stanotte al Diaz nella sede del GSF: una spedizione punitiva con tanto di distruzione totale di cose e persone assolutamente ingiustificata e senza mandato.

Impossibile descrivere la violenza cieca, la furia, gli occhi insanguinati della polizia nell'assaltare un corteo fatto di donne, bambini, anziani. Non siamo in democrazia, quello che e' successo e' una vergogna e difficilmente lo potro' dimenticare. Ero allibito, e chi mi conosce sa che non sono certo uno che con la polizia ci e' maoi andato giu' tenero... ma non mi sarei MAI aspettato un comportamento cosi' violento e sanguinario da parte di gente pagata dai cittadini e che rappresenta lo stato.

Non credo, e finisco, che si possa continuare a subire tutto questo. Per quanto mi riguarda smetto da subito come prima cosa di seguire i telegiornali nazionali, perche' hanno trattato in maniera vergognosa l'argomento, facendo sembrare i poliziotti delle vittime e 300mila persone come dei complici del "black block". Come seconda cosa mi astengo da QUALSIASI dialogo con chiunque sostenga la causa di cui sopra, e cioe' "il corteo non era pacifico, siete tutti black block" e "berlusconi ha ragione". Basta parlare con questi complici della dittatura militare di cui siamo vittime, vadano a parlare da Vespa, io non li voglio piu' ne' vedere ne' sentire. Come terza cosa non mi considero piu' cittadino italiano ma un comunista apolide. Come quarta cosa non dimentico, pero', l'emozione di vedere un fantastico corteo di trecentomila persone: ognuno con la sua idea ma tutti contro quello che e' il potere di quegli otto topastri di merda.

VERREMO ANCORA ALLE VOSTRE PORTE
E GRIDEREMO ANCORA PIU' FORTE
PER QUANTO VOI VI CREDIATE ASSOLTI
SIETE PER SEMPRE CONVOLTI
PER QUANTO VOI VI CREDIATE ASSOLTI
SIETE PER SEMPRE COINVOLTI

Pugno chiuso.

"red"

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 19/07/2001

Zona Rossa mercoledì. Sono arrivato ieri, notte, con l'ultimo treno. Non l'ultimo della giornata, l'ultimo della settimana. Ho cercato finché ho potuto di essere ragionevole, equilibrato, adulto, ma alla fine ho ceduto e ho asceso il primo gradino della paranoia: l'ultimo treno, come a Yuma, come a Stalingrado, come a Varsavia. Sto entrando in una città che sta per essere chiusa. Mi sono specchiato nello sguardo della gente che è scesa con me, circospetto, impacciato. Ho fatto il mio ingresso alla città occupata al varco di Piazza Matteotti: ho consegnato il lasciapassare e documenti al posto di blocco illuminato in un certo qual modo inquietante.

Luci forti e concentrate, ombre lunghe e dure attorno alla porticina nella barriera. Carabinieri in tenuta da campagna, stanchi, nervosi, mentre rasente la bandiera della torre del Ducale un elicottero militare indugia ad esplorare con la sua fotocellula non so quale budello di vicolo. Tutto questo l'ho già visto in qualche film, ma io non sono un film, non sto recitando, nemmeno i carabinieri sono attori. Tutto questo è realtà, compreso il sospiro di sollievo che esalo quando mi vengono restituiti i documenti.

Di che cosa devo avere timore io, cittadino incensurato, contribuente fedele? Di nulla, proprio di nulla. Allora perché mi sento sollevato se i tutori dell'ordine mi lasciano andare a casa a dormire? Paranoia. Che mi piaccia o no, non riesco ad essere più forte della situazione, né abbastanza intelligente da saper distinguere l'immagine dalla sostanza della situazione. Sì, paranoia. Già ieri prima di arrivare mi sono accorto di esserci cascato. Al telefono. Quando ho censurato un'amica che mi parlava dei primi disagi. “Belin ci metterei una bomba!” ha esclamato con la voce dell'innocenza.

Quante migliaia di volte ciascuno di noi ha imprecato a quel modo? Ma questa volta mi sono preoccupato di spiegarle di stare attenta a parlare. Lei non ha capito, è troppo giovane, nuota nella democrazia. Io ho qualche ricordo in più di lei. E non solo io. Ho notato che in questi ultimi giorni parecchie altre persone fanno un uso assai più distaccato della conversazione telefonica. O forse è solo una mia impressione. In ogni caso un pessimo segno. Sono settimane che immaginiamo, disegniamo, pronostichiamo la Zona Rossa.

Ma questa mattina è la realtà. Mi sveglio nel silenzio: non c'è il mercato sotto casa, non c'è la coda al semaforo. Esco nel vuoto. Vuoto di passi, di voci, vuoto di bambini ansiosi d'Acquario, vuoto di negozi e di merci, vuoto di colori. Nel vuoto si muovono uomini in divisa, silenziosi, cauti. In via Gramsci a passo d'uomo sfila un lungo corteo di idranti. Per arrivare in De Ferrari devo superare quattro controlli. Al terzo comincio a familiarizzare con i militari. Battute un pò meste, auguri, anche. Scoprirò in seguito che nella gran parte sono gentili e pazienti. So che ognuno di loro ha ricevuto e ha dovuto leggere un manuale di comportamento. Evidentemente un buon manuale. Ma due vecchie signore con la sporta sotto braccio sono in fila davanti a una grata presidiata da uomini in armi: dove ho già visto questa fotografia? De Ferrari stupenda e tremenda, perfetta e assolutamente deserta, senza neppure un passaggio di piccioni. Non la vedrò mai più così per tutta la mia vita. Comunque lo spero: credo che sia questo l'effetto della bomba al neutrone.

C'è qualche negozio aperto. Entro dappertutto a comprare qualcosa per solidarietà forse, per simpatia, per non sentirmi l'unico sopravvissuto. C'è pure una farmacia funzionante e mi controllo la pressione: perfetta. Il farmacista non si fa pagare. Alla fine mi perdo nei vicoli nel tentativo di trovare un varco aperto verso la Zona Gialla. Si è perso con me un tale. Mi si accosta e mi dice in confidenza: “Visnù è incazzato Dio mio se è incazzato loro non lo sanno mica quanto si è incazzato Visnù!”.
Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 19/07/2001

   
 

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