Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.


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11 gennaio '99
Tutti morimmo a stento



La ballata degli impiccati
di De André - Mannerini

Tutti morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luce
L'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta
cristalli di parole
l'ultima bestemmia detta
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono
Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.




11 gennaio: cantando Fabrizio


E' un'iniziativa spontanea: non ci ha messo sopra le mani nessuno , finora: né la pro loco, né alcun assessorato e nemmeno "il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni". Tromboni posso giurare che non ve ne sono: al massimo una fisarmonica, qualche chitarra, percussioni sparse, tanto freddo e tanta voglia di ricordare Fabrizio. Così tutte lenotti dell'11 gennaio, sul sagrato del Duomo, si raduna una piccola folla, in genere di giovani, ma non mancano coetanei dello stesso Faber, per cantare le sue canzoni: tutti in coro, tutti appassionamentamente. Perché se è vero che si muore a stento, qualche volta anche a vivere si fa fatica e trovarsi vicini nel freddo a ricordare Fabrizio è qualcosa per cui può valere la pena vivere e continuare a sperare in qualcosa di buono, perché ci sono tanti che hanno saputo e voluto raccogliere un messaggio. Dicono che il suonatore di fisarmonica affezionato, il suonatore Jones del sagrato milanese, quello che non è mai mancato una volta, sia il figlio di Ezio Baldoni. E lo stesso Baldoni, questo è un dato, è stato iscritto alla mailing list di Bielle, finché c'era e a quella di Faber, che c'è ancora. Non so se ci sarà ancora stasera e non so se davvero fosse lui. Se così fosse, un abbraccio di cuore, suonatore Jones!

Lo scorso anno

Un concerto. Uno strano tipo di concerto. In cui i confini tra palco e platea sfumano così tanto da annullarsi. Un concerto all’aperto, di notte, in gennaio, a Milano, sotto un cielo giallognolo di nubi e di freddo. Chi erano gli artisti? Noi, tutti, chi passava. O forse nessuno. O forse uno ce n’è stato. Qualche tempo fa e ora non c’è più. Si chiamava Fabrizio …

Come capita ogni 11 gennaio ormai da 5 anni, sul sagrato di Piazza del Duomo a Milano, gli autoconvocati di Fabrizio si sono dati appuntamento. Niente di ufficiale. Niente di scritto. Solo passaparola. Si arriva verso le 22 di una sera d’inverno neanche strinata dal troppo gelo e già ci sono i primi sul Sagrato. Una chitarra, poi un’altra, poi una fisarmonica, due armoniche a bocca e un canzoniere, non infinito, ma ricco di un centinaio di canzoni di cui almeno 80 di grande o grandissimo valore.

E così, sotto gli occhi della Madonnina impacchettata (sarà per il vento gelido che da lì a poco si leverà?) si alzano al cielo i canti degli orfani di Fabrizio: da “il Testamento” (la prima che ho sentito) a “Fiume Sand Creek”, da “La guerra di Piero” a “Via del campo”, da “La ballata del Miché” a quasi tutto “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Per proseguire con scelte eclettiche come “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Creuza de Ma” e “Dolcenera” (con perfetti cori in genovese in piena Piazza Duomo!”, “Il Gorilla, “Carlo Martello”, fino a classici come “Il testamento di Tito”, “Andrea”, “Don Raffaè”, “La città vecchia”, “Il pescatore” e “Geordie”.

Tentando un discorso “critico” si può dire che resiste il “vecchio” De André, piace l’ultimo, trascurato quello degregoriano, oscurato “Tutti morimmo a stento” e privilegiati gli arrangiamenti della Pfm rispetto a quelli del primo De André (ma qui c’entra la fisarmonica).

Passando sul piano emozionale che si può dire di più? Una serata a commuoversi e cantare. Commuoversi come quando il canto del “Blasfemo” inizia a rimbombare sotto le guglie della cattedrale o quando “il giudice” arriva ad affermare di non conoscere affatto la statura di Dio e la platea quasi inavvertitamente alza gli occhi a misurare l’altezza del Duomo.

Sono passati 5 anni da quando Fabrizio non c’è più, ma a Milano come altrove, gli orfani di Fabrizio continuano a riunirsi, senza bisogno di parlarsi, solo per cantare, passandosi si mano in mano bottiglie di vino o pezzi di pizza nel tentativo di riscaldarsi sia nel corpo che nel cuore, mentre man mano aumentano le chitarre (alla fine ne conterò una decina) e aumenta, alternandosi all’ascolto, passando rapido o sedendosi per terra, il pubblico in ascolto. Saranno 150-200 persone, compresa una comitiva di giapponesi che si chiedeva cosa stesse succedendo. “Una celebrazione, un memoriale, un atto d’affetto per un amico che non c’è più”.

Grande concerto, ottimo il pubblico, sublimi i cantanti (200!), prezzo del tutto ragionevole (una bottiglia di vino da dividere in 6). Ho deciso: per il prossimo anno prenoto un posto in prima fila!



Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers
di Fabrizio De André e Paolo Villaggio

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d'identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor

"se ansia di gloria e sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave"

così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

"Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella"
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

"De' cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò

ma più dell'onor potè il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò

codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

"Se voi non foste il mio sovrano"
Carlo si sfila il pesante spadone
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore"
Carlo si toglie l'intero gabbione
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore"

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

"Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor"

"E' mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

anche sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor




Via del campo
di De André, Fo, Jannacci

Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.


Ma chi ha detto che non c'é?

Tutti morimmo a stento: qualcuno più di altri. Qualcuno siamo noi che lasciamo morire a stento. Fabrizio, per esempio. Sono ormai sei anni che se ne è andato, ma la sua presenza è qui e ora, più palpabile che mai. Il mondo della canzone d'autore non riesce ancora a scuotersi da questa perdita e, non solo, ma non vuole affatto scuotersi. In una recente intervista al "Mucchio", Ivano Fossati, che ha appena ripreso "Smisurata preghiera" nel suo ultimo disco "Tour Acustico - Dal vivo III", dice: "Credo che non abbiamo ancora pienamente scoperto Fabrizio De André, molte cose deve ancora dircel, le dobbiamo comprendere: riguardano il futuro. E' così anche per Gaber, spesso hanno saputo prevedere. In "Smisurata preghiera Fabrizio riesce a parlare con ispirazione e premonizione di un tema difficilissimo come maggioranza e minoranza. Poi c'è la musica, che è mia, ma è veramente meno importante". E ancora: il 2004 che se nè appena andato lascia in eredità un Mauro Pagani che sforna per la seconda volta un capolavoro come "Creuza De Ma" e il 2005 si apre con la notizia che Morgan ha pronta una versione live di "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo" che, se da un lato mi preoccupa, dall'altro conferma come la passione per Fabrizio non passi. Appunto, allora viene naturale chiederselo, parafrasando Gianfranco Manfredi: ma chi ha detto che non c'é?


Chi canta Fabrizio

Nel solo 2004 gli artisti che hanno rifatto Fabrizio De André su disco sono stati (se i dati riporati nell'ottimo sito Via del campo sono esatti, come non abbiamo motivo per dubitare) sono stati 10, per un totale di 29 canzoni. Un anno prima, nel 2003, erano stati 95 per oltre 100 canzoni. Ma nel 2003 erano usciti tre omaggi: Faber e Mille papaveri rossi doppi e quello del Mucchio singolo. Di esiti artistici contrastanti, ma testimonianze di un affetto sincero. Nel 2004 hanno inceso brani di De André, oltre a Pagani e Fossati, già citati, i Tetes de Bois: "Amore che vieni amore che vai", il Parto delle Nuvole Pesanti: "La guerra di Piero", i Modena City Ramblers: "il testamento di Tito", Nanni Svampa ("Marcia Nuziale", "Il gorilla", "Delitto di paese"), addirittura Pupo (!): "Don Raffaè", gli Andhira, che hanno fatto uno splendido album "Sotto il vento e le vele", in parte dedicato a Fabrizio e in parte di brani originali. (Rimini - Ave Maria - Amore che vieni, amore che vai - Smisurata preghiera - La guerra di Piero - Valzer per un amore- Il re fa rullare i tamburi - La canzone di Marinella - Bocca di rosa - Dolcenera - Il pescatore). E, se vogliamo, alla lista possiamo aggiungere Celentano, con il tanto favoleggiato inedito Lunfardia (che, De André o non De André, è uno dei pochi pezzi ascoltabili del disco). Ma non è tutto: in un articolo su Repubblica, uscito domenica 9 gennaio, Dori Ghezzi scrive, parlando di Creuza: "Fu senz'altro un miracolo sinfonico, ma sono certa che in quel mare di registrazioni sono sommersi altri tesori che potrebbero un giorno riemergere". Che è come dire che esistono quindi degli inediti deandreieani del periodo Creuza de ma. Fosse vero non finirei più di fare le capriole. Ma bisogna ricordare che proprio Mauro Pagani, sodale di Fabrizio in quell'avventura, abbia sempre sostenuto il contrario: "Non restavano neanche le prove di registrazione: Fabrizio, una volta registrata la versione definitiva, faceva cancellare le altre". O qualcuno ha sottratto delle copie ... o Dori ha espresso un augurio. Staremo a vedere.


Il suonatore Jones
di De André, Bentivoglio, Piovani

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuor,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.

E poi la gente lo sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.


Un blasfemo
(dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato)
di De André, Bentivoglio, Piovani


Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l'amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il io.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male.
Quando vide che l'uomo allungava le dita
a rubargli il mistero d'una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
... mi cercarono l'anima a forza di botte...
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato.

Un matto
(dietro a ogni scemo c'è un villaggio)
di De André, Bentivoglio, Piovani


Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai d'imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky e malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
una morte pietosa lo strappò alla pazzia..





Bocca di Rosa
di Fabrizio De André

La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
nel paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.

C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.

Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.

E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.

Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.

Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.

Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.

E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".

E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".

E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.

Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.

Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,

a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.

C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".

Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.

E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.

Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.

E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.



La città vecchia
di Fabrizio De André

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione".

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.



Un'intervista di De André
di Gino Castaldo,
Repubblica, 9 gennaio 2005

Che cosa conta di più in una canzone?

"La canzone è un miracolo. Certo non è è paragonabile alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma , Cristo, come si fa a spiegare un'emozione, soprattutto se riesci a comunicarla? Non riesci a spiegare nulla, anzi, se cerchi di spiegare se ne va tutto affanculo, tutto quello che da un punto di vista scientifico è imperscrutabile, immotivato".

Come è arrivato all'idea di un disco così insolito come "Creuza de Ma"?

"Eravamo un po' stufi della narcosi che veniva fuori da questi suoni ormai eccessivamente ripetitivi che non si sa dove possano sfociare. Per usare una vecchia battuta, abbiamo usato un abito talmente vecchio che sta tornando di moda. Credo che i suoni di un bouzouki o di oud arabo siano suoni modernissimi, o almeno io la sento così. La genesi nasce dalla reciproca stima con Mauro Pagani. Lui è un polistrumentista, un etnologo, per quanto riguarda la capacità di suonare certi strumenti. Avremmo dovuto rivolgerci a un algerino per suonare l'oud arabo, a un greco per suonare il bouzouki, ma lui sa suonare tutto. Quindi nasce dal mio amore per la musica etnica e dall'incontro con una persona che questa musica etnica la conosce sul serio. Poi è ovvio che c'è scritto testi e musica di Fabrizio De André e Mauro Pagani, perché non c'è stato rigo musicale che lui abbia scritto senza consultarmi o un verso di testo per cui non abbia consultato lui; qualche cosa abbiamo modificato l'uno dell'altro, ma la musica è praticamente sua".

Perché avete scelto il genovese come lingua di questo straordinario viaggio musicale?

"Abbiamo giocato a ping pong per sei mesi. All'inizio era un progetto multilingue: pensavamo di utilizzare musiche catalane, arabe, algerine, greche, quindi un progetto musciale misto. Mettevamo da parte musiche che ci piacevano, io leggevo testi, sceglievo. Poi ho pensato che l'idea giusta fosse un'altra. Io conosco abbastanza bene il sardo dell'interno, l'occitano, la lingua d'oc. Conosco, non tanto bene, ma abbastanza da poterlo cantare, il catalano, ma queste lingue hanno un'influenza latina, ci sono pochissimi influssi del mediterraneo del sud in questi idiomi: il genovese mi sembrava stilisticamente più appropriato e poi c'erano ragioni pratiche. Potevo anche farlo in catalano, ma alla fine la mia lingua era il genovese. Bisognava fare attenzione ai suoni, la voce è un suono, un fonema cantato. E avevamo paura che nascesse un minotauro. Se su queste musiche ci avessimo messo la lingua italiana veniva fuori un mostro, perché la lingua italiana, soprattutto quella che si usa per versificare, è una lingua aulica, Mettici anche che le piccole etnie, come può essere quella genovese, usano di solito il loro vocabolario per intero, comprese le parole cosiddette volgari o sconce e nessuno ha niente da ridire all'interno di queste etnie. Se in italiano dici "figa" o "cazzo", dicono questo vuole fare il furbo, usa le parolacce per vendere i dischi. Ma questi erano espedienti che potevo usare nel 1962, poi basta! Il dialetto lo si riferisce al dialogo, sembrerebbe che non si possa scrivere: allora parliamo del Porta o del Belli che sono forse tra i massimi esponenti della letteratura mondiale ..." (segue)

Creuza de Ma
di De André, Pagani


Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané
da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l'àse gh'é restou Diu
u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria.
E 'nt'a cä de pria chi ghe saià
int'à cä du Dria che u nu l'è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l'ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun.
E a 'ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi**.
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi
emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä.



Ottocento

di De André, Pagani

Cantami di questo tempo
l'astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l'odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi , femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu
Figlia della famiglia
sei la meraviglia
già matura e ancora pura
come la verdura di papà
Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu
moglie dalle larghe maglie
dalle molte voglie
esperta di anticaglie
scatole d'argento ti regalerò
Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d'argento
fine Settecento ti regalerò
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar
Figlio figlio
povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio figlio
unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi , pugnalarmi nell'orgoglio
a me a me
che ti trattavo come un figlio
povero me
domani andrà meglio
Ein klein pinzimonie
wunder matrimonie
krauten und erbeeren
und patellen und arsellen
fischen Zanzibar
und einige krapfen
frùer vor schlafen
und erwachen mit walzer
und Alka-Seltzer fùr
dimenticar
Un piccolo pinzimonio
splendido matrimonio
cavoli e fragole
e patelle ed arselle
pescate a Zanzibar
e qualche krapfen
prima di dormire
ed un risveglio con valzer
e un Alka-Seltzer per
dimenticar
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.

Amico Fragile
di Fabrizio De André

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi"
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità;
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.
E poi sospeso tra i vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"
"lo sa che io ho perduto due figli"
"signora lei è una donna piuttosto distratta"
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male ad alta voce di me
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.
E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

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