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La
ballata degli impiccati
di De André - Mannerini
Tutti
morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luce
L'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta
cristalli di parole
l'ultima bestemmia detta
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono
Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.


11 gennaio: cantando Fabrizio
E' un'iniziativa spontanea: non ci ha messo sopra le
mani nessuno , finora: né la pro loco, né
alcun assessorato e nemmeno "il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni". Tromboni posso giurare
che non ve ne sono: al massimo una fisarmonica, qualche
chitarra, percussioni sparse, tanto freddo e tanta voglia
di ricordare Fabrizio. Così tutte lenotti dell'11
gennaio, sul sagrato del Duomo, si raduna una piccola
folla, in genere di giovani, ma non mancano coetanei
dello stesso Faber, per cantare le sue canzoni: tutti
in coro, tutti appassionamentamente. Perché se
è vero che si muore a stento, qualche volta anche
a vivere si fa fatica e trovarsi vicini nel freddo a
ricordare Fabrizio è qualcosa per cui può
valere la pena vivere e continuare a sperare in qualcosa
di buono, perché ci sono tanti che hanno saputo
e voluto raccogliere un messaggio. Dicono che il suonatore
di fisarmonica affezionato, il suonatore Jones del sagrato
milanese, quello che non è mai mancato una volta,
sia il figlio di Ezio Baldoni. E lo
stesso Baldoni, questo è un dato, è stato
iscritto alla mailing list di Bielle, finché
c'era e a quella di Faber, che c'è ancora. Non
so se ci sarà ancora stasera e non so se davvero
fosse lui. Se così fosse, un abbraccio di cuore,
suonatore Jones!
Lo scorso anno
Un concerto. Uno strano tipo di concerto. In cui i confini
tra palco e platea sfumano così tanto da annullarsi.
Un concerto all’aperto, di notte, in gennaio,
a Milano, sotto un cielo giallognolo di nubi e di freddo.
Chi erano gli artisti? Noi, tutti, chi passava. O forse
nessuno. O forse uno ce n’è stato. Qualche
tempo fa e ora non c’è più. Si chiamava
Fabrizio …
Come
capita ogni 11 gennaio ormai da 5 anni, sul sagrato
di Piazza del Duomo a Milano, gli autoconvocati di Fabrizio
si sono dati appuntamento. Niente di ufficiale. Niente
di scritto. Solo passaparola. Si arriva verso le 22
di una sera d’inverno neanche strinata dal troppo
gelo e già ci sono i primi sul Sagrato. Una chitarra,
poi un’altra, poi una fisarmonica, due armoniche
a bocca e un canzoniere, non infinito, ma ricco di un
centinaio di canzoni di cui almeno 80 di grande o grandissimo
valore.
E
così, sotto gli occhi della Madonnina impacchettata
(sarà per il vento gelido che da lì a
poco si leverà?) si alzano al cielo i canti degli
orfani di Fabrizio: da “il Testamento” (la
prima che ho sentito) a “Fiume Sand Creek”,
da “La guerra di Piero” a “Via del
campo”, da “La ballata del Miché”
a quasi tutto “Non al denaro, non all’amore,
né al cielo”. Per proseguire con scelte
eclettiche come “Se ti tagliassero a pezzetti”,
“Creuza de Ma” e “Dolcenera”
(con perfetti cori in genovese in piena Piazza Duomo!”,
“Il Gorilla, “Carlo Martello”, fino
a classici come “Il testamento di Tito”,
“Andrea”, “Don Raffaè”,
“La città vecchia”, “Il pescatore”
e “Geordie”.
Tentando
un discorso “critico” si può dire
che resiste il “vecchio” De André,
piace l’ultimo, trascurato quello degregoriano,
oscurato “Tutti morimmo a stento” e privilegiati
gli arrangiamenti della Pfm rispetto a quelli del primo
De André (ma qui c’entra la fisarmonica).
Passando
sul piano emozionale che si può dire di più?
Una serata a commuoversi e cantare. Commuoversi come
quando il canto del “Blasfemo” inizia a
rimbombare sotto le guglie della cattedrale o quando
“il giudice” arriva ad affermare di non
conoscere affatto la statura di Dio e la platea quasi
inavvertitamente alza gli occhi a misurare l’altezza
del Duomo.
Sono
passati 5 anni da quando Fabrizio non c’è
più, ma a Milano come altrove, gli orfani di
Fabrizio continuano a riunirsi, senza bisogno di parlarsi,
solo per cantare, passandosi si mano in mano bottiglie
di vino o pezzi di pizza nel tentativo di riscaldarsi
sia nel corpo che nel cuore, mentre man mano aumentano
le chitarre (alla fine ne conterò una decina)
e aumenta, alternandosi all’ascolto, passando
rapido o sedendosi per terra, il pubblico in ascolto.
Saranno 150-200 persone, compresa una comitiva di giapponesi
che si chiedeva cosa stesse succedendo. “Una celebrazione,
un memoriale, un atto d’affetto per un amico che
non c’è più”.
Grande
concerto, ottimo il pubblico, sublimi i cantanti (200!),
prezzo del tutto ragionevole (una bottiglia di vino
da dividere in 6). Ho deciso: per il prossimo anno prenoto
un posto in prima fila!


Carlo
Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers
di Fabrizio De André
e Paolo Villaggio
Re
Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al
sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor
il
sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d'identico color
ma
più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor
"se
ansia di gloria e sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore
chi
poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder
la chiave"
così
si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior
lo
specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor
Quand'ecco
nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor
nel
folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol
"Mai
non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella"
disse Re Carlo scendendo veloce di sella
"De'
cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"
Sorpreso
da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò
ma
più dell'onor potè il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò
codesta
era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà
alla
donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà
"Se
voi non foste il mio sovrano"
Carlo si sfila il pesante spadone
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,
ma
poiché siete il mio signore"
Carlo si toglie l'intero gabbione
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore"
Cavaliere
egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì
e
giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir
veloce
lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor
"Beh
proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor"
"E'
mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,
anche
sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"
Ciò
detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò
frustando
il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò
Re
Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al
sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

Via
del campo
di De André, Fo, Jannacci
Via
del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.
Via
del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.
Via
del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano
e
ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.
Via
del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.
Ama
e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
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Ma chi ha detto che non c'é?
Tutti morimmo a stento: qualcuno più di altri.
Qualcuno siamo noi che lasciamo morire a stento. Fabrizio,
per esempio. Sono ormai sei anni che se ne è
andato, ma la sua presenza è qui e ora, più
palpabile che mai. Il mondo della canzone d'autore non
riesce ancora a scuotersi da questa perdita e, non solo,
ma non vuole affatto scuotersi. In una recente intervista
al "Mucchio", Ivano Fossati, che ha appena
ripreso "Smisurata preghiera" nel suo ultimo
disco "Tour Acustico - Dal vivo III", dice:
"Credo che non abbiamo ancora pienamente scoperto
Fabrizio De André, molte cose deve ancora dircel,
le dobbiamo comprendere: riguardano il futuro. E' così
anche per Gaber, spesso hanno saputo prevedere. In "Smisurata
preghiera Fabrizio riesce a parlare con ispirazione
e premonizione di un tema difficilissimo come maggioranza
e minoranza. Poi c'è la musica, che è
mia, ma è veramente meno importante".
E ancora: il 2004 che se nè appena andato lascia
in eredità un Mauro Pagani che sforna per la
seconda volta un capolavoro come "Creuza De Ma"
e il 2005 si apre con la notizia che Morgan ha pronta
una versione live di "Non al denaro, non all'amore,
nè al cielo" che, se da un lato mi preoccupa,
dall'altro conferma come la passione per Fabrizio non
passi. Appunto, allora viene naturale chiederselo, parafrasando
Gianfranco Manfredi: ma chi ha detto che non c'é?

Chi
canta Fabrizio
Nel
solo 2004 gli artisti che hanno rifatto
Fabrizio De André su disco sono stati (se i dati
riporati nell'ottimo sito Via
del campo sono esatti, come non abbiamo motivo per
dubitare) sono stati 10, per un totale di 29 canzoni.
Un anno prima, nel 2003, erano stati 95 per oltre 100
canzoni. Ma nel 2003 erano usciti tre omaggi: Faber
e Mille papaveri rossi doppi e quello del Mucchio singolo.
Di esiti artistici contrastanti, ma testimonianze di
un affetto sincero. Nel 2004 hanno inceso brani di De
André, oltre a Pagani e Fossati, già citati,
i Tetes de Bois: "Amore che vieni amore che vai",
il Parto delle Nuvole Pesanti: "La guerra di Piero",
i Modena City Ramblers: "il testamento di Tito",
Nanni Svampa ("Marcia Nuziale", "Il gorilla",
"Delitto di paese"), addirittura Pupo
(!): "Don Raffaè", gli Andhira,
che hanno fatto uno splendido album "Sotto il vento
e le vele", in parte dedicato a Fabrizio e in parte
di brani originali. (Rimini - Ave Maria - Amore che
vieni, amore che vai - Smisurata preghiera - La guerra
di Piero - Valzer per un amore- Il re fa rullare i tamburi
- La canzone di Marinella - Bocca di rosa - Dolcenera
- Il pescatore). E, se vogliamo, alla lista possiamo
aggiungere Celentano, con il tanto
favoleggiato inedito Lunfardia (che, De André
o non De André, è uno dei pochi pezzi
ascoltabili del disco). Ma non è tutto: in un
articolo su Repubblica, uscito domenica 9 gennaio, Dori
Ghezzi scrive, parlando di Creuza: "Fu
senz'altro un miracolo sinfonico, ma sono certa che
in quel mare di registrazioni sono sommersi altri tesori
che potrebbero un giorno riemergere".
Che è come dire che esistono quindi degli inediti
deandreieani del periodo Creuza de ma. Fosse vero non
finirei più di fare le capriole. Ma bisogna ricordare
che proprio Mauro Pagani, sodale di Fabrizio in quell'avventura,
abbia sempre sostenuto il contrario: "Non restavano
neanche le prove di registrazione: Fabrizio, una volta
registrata la versione definitiva, faceva cancellare
le altre". O qualcuno ha sottratto delle copie
... o Dori ha espresso un augurio. Staremo a vedere.

Il suonatore Jones
di De André, Bentivoglio,
Piovani
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuor,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.
E poi la gente lo sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Un
blasfemo
(dietro ogni blasfemo c'è un giardino
incantato)
di De André, Bentivoglio, Piovani
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l'amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il io.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo
uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è
il male.
Quando vide che l'uomo allungava le dita
a rubargli il mistero d'una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
... mi cercarono l'anima a forza di botte...
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato.
Un matto
(dietro a ogni scemo c'è un villaggio)
di De André, Bentivoglio, Piovani
Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai d'imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky e malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
una morte pietosa lo strappò alla pazzia..
Bocca di Rosa
di Fabrizio De André
La
chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena
scese alla stazione
nel paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'è
chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.
Ma
la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E
fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma
le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si
sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così
una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E
rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".
E
quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
E
arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il
cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.
Alla
stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,
a
salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.
C'era
un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma
una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E
alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino
il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E
con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.
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La
città vecchia
di Fabrizio De André
Nei
quartieri dove il sole del buon Dio non dà
i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente
d'altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo
qui tra le mie braccia.
E
se alla sua età le difetterà la
competenza
presto affinerà le capacità con
l'esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un
po' di vocazione.
Una
gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate
e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo
ed il governo.
Loro
cercan là, la felicità dentro a
un bicchiere
per dimenticare d'esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino
forte
porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le
braccia della morte.
Vecchio
professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica
moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle
tue voglie.
Tu
la cercherai, tu la invocherai più di una
notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire "micio bello
e bamboccione".
Se
ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di
odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e
il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre
a un nano.
Se
tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le
spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.


Un'intervista
di De André
di Gino Castaldo,
Repubblica, 9 gennaio 2005
Che cosa conta di più in una canzone?
"La canzone è un miracolo. Certo non
è è paragonabile alla moltiplicazione
dei pani e dei pesci, ma , Cristo, come si fa
a spiegare un'emozione, soprattutto se riesci
a comunicarla? Non riesci a spiegare nulla, anzi,
se cerchi di spiegare se ne va tutto affanculo,
tutto quello che da un punto di vista scientifico
è imperscrutabile, immotivato".
Come è arrivato all'idea di un
disco così insolito come "Creuza de
Ma"?
"Eravamo un po' stufi della narcosi che veniva
fuori da questi suoni ormai eccessivamente ripetitivi
che non si sa dove possano sfociare. Per usare
una vecchia battuta, abbiamo usato un abito talmente
vecchio che sta tornando di moda. Credo che i
suoni di un bouzouki o di oud arabo siano suoni
modernissimi, o almeno io la sento così.
La genesi nasce dalla reciproca stima con Mauro
Pagani. Lui è un polistrumentista, un etnologo,
per quanto riguarda la capacità di suonare
certi strumenti. Avremmo dovuto rivolgerci a un
algerino per suonare l'oud arabo, a un greco per
suonare il bouzouki, ma lui sa suonare tutto.
Quindi nasce dal mio amore per la musica etnica
e dall'incontro con una persona che questa musica
etnica la conosce sul serio. Poi è ovvio
che c'è scritto testi e musica di Fabrizio
De André e Mauro Pagani, perché
non c'è stato rigo musicale che lui abbia
scritto senza consultarmi o un verso di testo
per cui non abbia consultato lui; qualche cosa
abbiamo modificato l'uno dell'altro, ma la musica
è praticamente sua".
Perché avete scelto il genovese
come lingua di questo straordinario viaggio musicale?
"Abbiamo giocato a ping pong per sei mesi.
All'inizio era un progetto multilingue: pensavamo
di utilizzare musiche catalane, arabe, algerine,
greche, quindi un progetto musciale misto. Mettevamo
da parte musiche che ci piacevano, io leggevo
testi, sceglievo. Poi ho pensato che l'idea giusta
fosse un'altra. Io conosco abbastanza bene il
sardo dell'interno, l'occitano, la lingua d'oc.
Conosco, non tanto bene, ma abbastanza da poterlo
cantare, il catalano, ma queste lingue hanno un'influenza
latina, ci sono pochissimi influssi del mediterraneo
del sud in questi idiomi: il genovese mi sembrava
stilisticamente più appropriato e poi c'erano
ragioni pratiche. Potevo anche farlo in catalano,
ma alla fine la mia lingua era il genovese. Bisognava
fare attenzione ai suoni, la voce è un
suono, un fonema cantato. E avevamo paura che
nascesse un minotauro. Se su queste musiche ci
avessimo messo la lingua italiana veniva fuori
un mostro, perché la lingua italiana, soprattutto
quella che si usa per versificare, è una
lingua aulica, Mettici anche che le piccole etnie,
come può essere quella genovese, usano
di solito il loro vocabolario per intero, comprese
le parole cosiddette volgari o sconce e nessuno
ha niente da ridire all'interno di queste etnie.
Se in italiano dici "figa" o "cazzo",
dicono questo vuole fare il furbo, usa le parolacce
per vendere i dischi. Ma questi erano espedienti
che potevo usare nel 1962, poi basta! Il dialetto
lo si riferisce al dialogo, sembrerebbe che non
si possa scrivere: allora parliamo del Porta o
del Belli che sono forse tra i massimi esponenti
della letteratura mondiale ..." (segue)


Creuza
de Ma
di De André,
Pagani
Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané
da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n'à puntou u cutellu ä
gua
e a muntä l'àse gh'é restou
Diu
u Diàu l'é in çë e u
s'è gh'è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà
e osse da u Dria
a a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria.
E 'nt'a cä de pria chi ghe saià
int'à cä du Dria che u nu l'è
mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l'ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun.
E a 'ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de
cuppi**.
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi
emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi
finché u matin crescià da puéilu
rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de
mä.
Ottocento
di
De André, Pagani
Cantami di questo tempo
l'astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l'odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi , femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu
Figlia della famiglia
sei la meraviglia
già matura e ancora pura
come la verdura di papà
Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu
moglie dalle larghe maglie
dalle molte voglie
esperta di anticaglie
scatole d'argento ti regalerò
Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d'argento
fine Settecento ti regalerò
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar
Figlio figlio
povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio figlio
unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi , pugnalarmi nell'orgoglio
a me a me
che ti trattavo come un figlio
povero me
domani andrà meglio
Ein klein pinzimonie
wunder matrimonie
krauten und erbeeren
und patellen und arsellen
fischen Zanzibar
und einige krapfen
frùer vor schlafen
und erwachen mit walzer
und Alka-Seltzer fùr
dimenticar
Un piccolo pinzimonio
splendido matrimonio
cavoli e fragole
e patelle ed arselle
pescate a Zanzibar
e qualche krapfen
prima di dormire
ed un risveglio con valzer
e un Alka-Seltzer per
dimenticar
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.

Amico
Fragile
di Fabrizio De André
Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi"
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità;
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.
E poi sospeso tra i vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più
feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese
di te"
"lo sa che io ho perduto due figli"
"signora lei è una donna piuttosto
distratta"
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie
dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi
Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male ad alta voce di me
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po' di tempo che si chiama
Libero
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.
E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.
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