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Enrico Deregibus: "Francesco De Gregori - |
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Piacere perché un libro simile mancava. Oltre al “mitico” (tanto per citare un aggettivo che farebbe incazzare il Deg) in quanto introvabile libro di Giorgio Lo Cascio (Franco Muzzio Editore – 1990), la pubblicistica su Francesco De Gregori latita o meglio latitava fino all’uscita di questo libro. Anche perché il compito è improbo. Come si fa a parlare di un autore che non vuole che si parli di lui, che ti spiazza con una frase come “ma fatele quando sono morto le biografie!”, regolarmente riportata dal buon Deregibus a inizio libro? Oppure con affermazioni come: “non amo i libri sui cantanti, li trovo inutili anche nei confronti di chi ama le mie canzoni. Cosa possono sapere di più sul mio conto leggendo quel libro? No, non mi piace questa editoria d’accatto, questa editoria che campa da parassita sfruttando altri fenomeni e che non lascia mai tracce, nessun segno nel futuro”. Pardon, chiosa con classe Enrico, riportando questa dichiarazione di Francesco “Ciccio” De Gregori, rilasciata all’epoca dell’uscita del libro di Lo Cascio che, vale la pena ricordarlo, era un suo grande amico. Enrico ce la mette tutta per giustificare invece la presenza del suo scritto e per rispondere coi fatti a De Gregori (che, peraltro, parlando così potrebbe fare giustizia del 75% dei libri di critica letteraria e del 100% dei libri della sua amata Storia). Atteggiamento snobisticamente puerile o realisticamente misantropico? Fatti di De Gregori. Qui ci interessano quelli di Deregibus che si è armato di pazienza, giradischi, lettore cd, di tutti i carteggi girati su Francesco nelle aule universitarie, nelle edicole, nei forum, nelle mailing list (tutte regolarmente citate e ringraziate nei credits del libro. Anche questo un segno di onestà intellettuale) e ha provato a mettere un po’ d’ordine in 52 anni di biografia e in 30 anni (quasi esatti) di discografia. Per fare questo ha rimesso nel cassetto qualsiasi tentazione di “piccolofannismo”, qualsiasi smania dietrologica o agiografica per produrre un lavoro asciutto ed essenziale con grande spazio ai fatti e soprattutto alle canzoni, il materiale in cui si sostanzia in effetti il lavoro di un cantautore. Resterà deluso chiunque cerchi dettagli sulla vita privata di Francesco, resterà soddisfatto chi cerca invece un apparato critico di primo livello. Per intenderci con esempi di libri più letti: niente Giulio Cesare Romana, molto più Doriano Fasoli, nell’ambito dei libri scritti su De André. E anche nel valutare le canzoni molta sostanza e poco fumo: primo piano sul materiale registrato (voce, musica, testo) e accenni sparsi sul tessuto sottostante alle canzoni, la maggior parte di questi accenni ricavati dalla viva voce di Francesco De Gregori stesso, come riportato da decine di fonti diverse consultate. Lo stile di Deregibus è la parte più convincente del lavoro. In alcuni capitoli esplicita in modo chiaro la tecnica usata: campo lungo, campo medio, figura intera: ossia, cosa succedeva nel mondo negli anni attraversati dalla storia discografica di De Gregori, cosa succedeva nel mondo della musica e cosa succedeva a lui. Una prospettiva a cannocchiale sempre convincente, anche perché se c’è un cantautore che più vanno avanti gli anni, più sembra vivere all’interno delle cose che “girano intorno” (per parafrasarne un altro) è Francesco. Come si potrebbero leggere (ascoltare) lavori come “Mira mare” o “Scacchi e tarocchi” o “Canzoni d’amore” senza sapere cosa si agitava attorno? Qual era il brodo di coltura da cui Francesco traeva spunto e stimoli, spesso per contrasto? E questo bel libro dal brutto titolo (una frase di “Battere o levare”) dà le risposte che ci si aspettava. Questione di stile poi sono i piccolissimi interventi che Deregibus infila qua e là, in modo casuale, a volte solo un aggettivo, un ricciolo di un elzeviro, una minuscola aggiunta che può anche sfuggire, ma che, se la si scorge, chiarisce esattamente come la pensa Enrico e da che parte sta. Sostanzialmente, per dirla con De Gregori, da quella di chi “ruba nei supermercati”. Una vera finezza. Aggiunge piacere al piacere che scrivendo un libro su un cantautore scorbutico come De Gregori (a tratti anche qui irritante nel suo affermare apoditticamente e ritrattare altrettanto recisamente) Il Deregibus non si periti di esprimere chiaramente i suoi gusti e i suoi giudizi, definendo “pallosetto” un brano (“Giorno di pioggia” dalla Pecora, per l’esattezza) o poco centrati o inutili altri. Per “Belli capelli” la “perfida arte della stroncatura” assume il delizioso contorno di una paragone con una “frittella di latte”. Lampante. A me poi piacciono sia le frittelle di latte che “Belli capelli”. Disco preferito? E’ una domanda d’obbligo, ma Deregibus scrive chiare le sue critiche: Titanic sta al primo posto, la Pecora e Amore nel pomeriggio nelle sfere alte. Canzone preferita? Non gli piace “La donna cannone”, considerata al di sotto dei meriti che la canzone comunque ha. Non si entra nell’immaginario collettivo di un popolo senza che il brano abbia dei valori intrinseci: anche in questo caso “verdiano” viene usato come aggettivo critico e non mi trova d’accordo. O meglio, su “verdiano” sono d’accordo: è sull’accezione negativa che dissento. Grandi elogi a “Baci da Pompei”, “Santa Lucia” .... Fatte
salve le preferenze personali, comunque motivate e su molte delle quali,
in realtà, concordo resta la validità di un libro tutto
da leggere, per degregoriani certamente, ma non solo. |
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