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BiELLE LIBRI
 
Davide Van De Sfroos: Le parole sognate dai pesci
(ossia "l'antologia del Lago Cucchiaio")
di Giorgio Maimone

Spoon, ossia cucchiaio; river cioè fiume, ma per questa volta useremo un lago. Peraltro cosa hanno da spartire “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters del 1915 con “le parole sognate dai pesci” di Davide Van De Sfroos? Poco a prima vista. Là sono poesie, qui è prosa. Quella è un’opera di fama mondiale, questa, finora, è stata letta da pochi. Ma se guardiamo appena sotto la superficie troviamo l’acqua da ambo le parti. Un fiume che diventa lago, un paesino con i suoi fantasmi, là sotto terra, qui sott’acqua. E tra le due opere il collante di Fabrizio De André, che ha musicato e reinterpretato (riscritto) la prima e che, in fin dei conti, è un po’ il padre nobile della seconda.

E allora iniziamo anche a dire che non sempre la poesia ha bisogno di andare a capo per essere poesia e che anche nelle righe tutte unite e fitte di Davide albergano fiotti, ruscelli, fiumi di poesia, come quando scrive: “Due amanti nella notte, fermi come funghi sul pontile, ascoltano quello che non si sente, spiati dalle falene. Si promettono cose che capiranno solo le zanzare. Si stringono, somigliano a una coppia di schiaccianoci”.

“Sfregano le loro teste una contro l’altra fino a diventare due sassi che devono far nascere una scintilla… Il violinista di Nebbia barcolla e ridacchia. Sembra un passero scemo quando percorre tutto il pontile e lascia il violino davanti ai loro piedi. Stanotte tutte le musiche sono per quegli amanti: a lui rimane un pezzo di nuvola fosca con cui tornarsene a casa”.

Storie di piccoli uomini e piccolo donne, di individui trasparenti e inutili, di individui con dentro un tarlo, una malattia, una molla rotta,qualcosa da registrare nel loro meccanismo interno. Eppure tutti così vivi, così veri, così già incontrati da tutti noi. Ma sono personaggi che restano sullo sfondo del nostro campo visivo.

Uomini e donne che nemmeno vediamo, che appena avvertiamo, ma sono parte integrante del paesaggio. Di loro forse ne avvertiamo solo l’assenza, quando quell’angolo di via, quella piazza, quel bar parlano una lingua silenziosa a cui sembra che manchi qualcosa. E non sono le parole, perché tutte queste persone di parole ne hanno poche. O meglio, le hanno dentro.

Come il lago che cela e nasconde. Come i pesci del lago che stanno sul fondo e non si fanno vedere, ma conoscono, vedono e comprendono. “Ma ora, come i pesci, anche se non parlo, non vuol dire che non so”, come dice Elena. Oppure “sono come tu sei. : ho una profondità che non si vede, onde sulla faccia e pesci scuri nella testa … ho striature negli occhi che segnano temporale… Sto come stai tu! Faccio come fai tu! Trasformo le ore in qualcosa d’altro, agito chi mi percorre, spruzzo chi si avvicina … e trattengo per sempre chi sprofonda dentro di me” come insegna il meccanico che ripara i ricordi.

E anche Davide è pesce di lago: è la bottatrice, brutta come il peccato, che sta sul fondo, ma tutto conosce e tutto vede.

Ma c’è anche almeno un altro ascendente letterario per Davide e di assoluto prestigio. Con un fenomeno musicale, questa volta condivide solamente una parte del nome: Dylan. Non Bob né Dylan Dog: Dylan Thomas. E anche in questo caso c’entra un liquido, ma né fiume, né lago: latte.

“In “Sotto il bosco di latte”, radiodramma degli anni ’60, Dylan Thomas, uno dei massimi poeti inglesi contemporanei porta gli ascoltatori o i lettori nell’immaginaria città di Llareggub (letto al contrario fa “bugger all”, ossia “fregatura”) dove gli abitanti della “ridente località” si uccidono di ipocrita convenzione, ma lo fanno attingendo alle vette alte della poesia. Non so se Davide abbia letto Thomas, può darsi; ma conta di più che abbiamo succhiato lo stesso inchiostro che fa graffi nel cuore, che dove passa ti incide parole, come graffiti sulla scorza del faggio.

Come Dylan Thomas, anche Davide ha il dono della metafora facile: almeno due a pagina, quasi fosse per contratto. E se, qualche rara volta, la metafora rallenta il ritmo, altre volte vola alta come una poiana: “nascosto come la marca di un paio di mutande”, “Il merlo sul tetto della Carolina Patati scrollava le spalle e se ne fregava, chiuso nel suo mondo di ali”, “scagliava occhiate a forma di lancia ... e ogni punta si conficcava nello scudo di un ricordo”, “fulmini appartenuti a temporali di tanti ieri prima”.

La storia si articola attorno a un matto che torna, forse guarito, al paese sul lago da una clinica svizzera. Passa dal lago a recuperare la sua ombra, che non era andata in manicomio con lui, si era nascosta ad aspettare occasioni migliori, per fargli “da antenna del mondo di fuori”, e torna alla “Pensione Magnolia” dove tutti lo accolgono felici.

Porta con sé una piccola valigia e, mentre va in stanza a riposarsi, la abbandona su un tavolo del bar della pensione. Da lì la valigia cade e rovescia il suo contenuto incongruo e strambo: una penna, una stella da sceriffo con su scritto Marshall, una vecchia agenda, un’armonica a bocca. Ognuno di quegli oggetti è un ricordo e contiene una storia.

I capitoli successivi spiegheranno la storia di ognuno a partire dall’oggetto e a finere con la somiglianza ad un pesce. In un alternarsi di scene toccanti, comiche, intense, in cui abbiamo l’occasione di ritrovare anche alcuni “vecchi amici” (e non si dice altro per non togliere la sorpresa). Un mondo di paese che forse non c’è più se non nei ricordi di Davide, ma anche lui, a sua volta, è un “meccanico che ripara i ricordi”.

Davide Van De Sfroos
Le parole sognate dai pesci

Bompiani 2003 pag 91– 6,00 €
Nelle librerie

   
 

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