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BiELLE LIBRI
 

Vinicio Capossela: "Non si muore tutte le mattine"
di Leon Ravasi

La letteratura è una cosa seria. E andrebbe lasciata fare alle persone serie. Nel primo libro di Vinicio Capossela, cantante, la cosa più rilevante è il peso e la cosa più divertente è la nota di copertina., al posto del prezzo: “Peso netto gr 400, prezzo al Kg euro 40). Per il resto Capossela, musicista, allinea una serie di storie che definire senza capo né coda è già fare un complimento al capo e alla coda che fanno parte di quella serie di scritture automatiche con cui i ragazzini riempiono i propri diari. Fa specie che Feltrinelli pubblichi libri simili solo perché con l’abbaglio del nome, indubbiamente venderà. E’ lo stesso tipo di operazione che Mondadori ha fatto con Cristina Donà, opere che non sarebbero arrivate sugli scaffali se non ci fosse stato il viatico del nome. Inviterei le teste d’uovo della Feltrinelli a guardare cosa si scrive quotidianamente in rete, nelle decine di siti di scrittura, per capire che di meglio si può senz’altro fare.

“La gente ride troppo, la gente non è buona. C’è ancora in mezzi perché non si governa. Piena di paura e percentuale e compenso. La paura ammazza il topo”. Cosa vuol dire? E’ una frase tratta a casa dal secondo miniraccontino di Vinicio. Qualcuno sa spiegarmi il senso di questa frase? E di altro disseminate per le interminabili 333 pagine del tomo? Non so, ma di fronte a operazioni come questa mi viene sempre più da pensare “ofelèe fa ‘l to mestée” come si dice a Milanoi (pasticcere fai il tuo lavoro). Che motivo c’è di invadere altri campi? In particolare quando non si ha niente da dire?

Oramai i cantautori scrittori sono una pletora. Manca solo De Gregori (che, fortunatamente, in un’intervista recente ha smentito qualsiasi volontà di fare un passo simile): hanno scritto libri Claudio Lolli, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Davide Van De Sfroos, Cristina Donà, Roberto Vecchioni, Giorgio Conte, Sergio Endrigo, Ligabue e tanti altri che ancora mi sfuggono, per arrivare ora a Capossela, band leader.

Non tutti con la penna hanno dimostrato la stessa maestria che con la … penna della chitarra, ma alcuni hanno lasciato il segno (Ligabue, Guccini). Alcuni come Davide Van De Sfroos e Giorgio Conte hanno utilizzato il veicolo cartaceo come possibile estensione dei temi già cantati nelle loro canzoni e qui meglio esplicitati. Guccini, De André e Lolli hanno invece scelto di staccarsi nettamente e di parlare di tutt’altro. Vicinio Capossela, uomo di spettacolo, sceglie una terza strada. Il mondo delle sue canzoni va e viene dal corpo dei racconti.

Ma, mentre nelle canzoni, si toccano vette di poesia o di divertimento o comunque di indagine accurata, sulla pagina scritta di prosa tutto ciò si diluisce in un girovagare indolente che non porta quasi mai da nessuna parte. Paradossalmente i risultati migliori Vinicio li ottiene quando riesce ad uscire del tutto da sé e raccontare storie altre: “La balera di Maldonado”, “La contessa Waleska””Sun motel”. In quelle storie si intravede qualcosa della possibile stoffa di scrittore.

Ma perché penalizzarci con le storie della solitudine della rockstar nella camera d’albergo? E perché raccontare cosa trasmetteva la televisione e cosa c’era nel frigo? Quale male abbiamo fatto? E quale interesse si pensa possa avere per un lettore?

L'unico cognome bisdrucciolo della musica italiana (e uno dei pochissimi in assoluto, dopo Lollobrigida) ci offre però una chicca sulla sua arte principale: la musica. "Non ci si ferma ad ascoltare le canzoni, mica si parla di canzoni. Quelle ci rubano pezzi di cuore, pezzi di altrove. E' ben pericoloso fermarsi ad ascoltarle. Non ce n'è abbastanza di mondo, oltre le canzoni". Bellissimo, ma purtroppo è l'unica riflessione sul suo ambiente. Almeno il libro fosse stata una malinconica riflessione sul mestiere di cantore! C'è molta malinconia tra queste pagine, ma pochissima musica e niente aria di festa.

L’esordio, insomma, è del tutto immodesto. Van De Sfroos, che pure offriva una trama da romanzo, ci ha propinato solo 91 paginette. Qui, dove la sostanza è fatta di racconti, si allineano 53(!) mini-storie di dubbio interesse. L’ufficio stampa Feltrinelli ci tiene a fare sapere che Capossela ha letto molto e che in questa opera si ispira a John Fante, Tondelli, Kerouac e Celati (come dire: il tono e la mostarda!) e qualche critico impigrito di fronte alla mole della disagevole lettura e intimidito dal disagio di parlar male di un mito giovanile ci casca pure, dicendo che si nota (Marco Belpoliti su Tuttolibri, salvo scavarsi il dubbio che “questo libro a tratti sembra essere scritto solo per sé. Per essere letto da un unico lettore, Capossela stesso”).

Non “a tratti”, ma quasi sempre, purtroppo. No, non segnala la nascita di un nuovo scrittore. Segnala la povertà dell’editoria in Italia (all’estero quando i cantautori scrivono sono veri scrittori: Leonard Cohen, Nick Cave, Kinky Friedman). E di Capossela ci piace di più stare ad attendere il prossimo disco, sperando possa uscirne un nuovo capolavoro come “Canzoni a Manovella”, di cui ogni tanto, qui dentro, si percepisce qualche bagliore. Ho avuto la speranza che alcune delle storie puntassero a ricreare lo stesso clima, ma erano solo falsi segnali. Sedici euro risparmiabili.


Vinicio Capossela
Non si muore tutte le mattine

Feltrinelli pag 333 – 16,00 €
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 29-03-2004

   
 

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