|
|

E dopo l'ultimo bis...
di Fabrizio De André
"Finito l'ultimo bis non è che te ne puoi
andare così come te ne sei venuto, mi pare corretto aspettare in
camerino: chi viene a farti i complimenti, chi a chiederti un autografo
o semplicemente a stringerti la mano; oppure chi ha sempre da dirti che
si aspettava che tu facessi una canzone che neanche ti ricordavi più
di averla scritta o a rimporverarti che il concerto è troppo corto
(fortunatamente finora nessuno si è spinto a dirmi che è
troppo lungo). Poi qualcuno vuole la foto insieme: tu in mezzo, lui da
una parte, la fidanzata dall'altra; di flash se ne accendono uno su tre
e tra qualche chiosa di politica spicciola, qualche bacetto sulle guance
da cui non hai solitamente niente da perdere e alcuni deprimenti "certo
che gli anni passano ma la voce è sempre bellissima", ti accorgi
che l'ora per andare al ristorante è passata da un pezzo. E' a
quel punto che ti prende il panico, perché ti sei svegliato alle
due del pomeriggio, ti sei bevuto un caffelatte, hai messo il cambio in
una borsa e ti sei sbattuto a fare le prove in teatro, da cui non ti sei
più mosso fino all'ora del concerto. Sei praticamente digiuno,
con lo sconforto di due mentine in fondo alla tasca. Ma è giusto
la fame ad inventarti la soluzione in un decimo di secondo. Ti fai spiegare
dall'ultimo estimatore come si raggiunge il casello dell'autostrada, ti
cacci in macchina e dopo poche centinaia di metri imbocchi una A qualsiasi
e, solitamente dopo una decina di chilometri, compare in tutta la sua
sconfinata bontà di Cristogrill (quello che ti allevia la sofferenza
della fame, della sete e di conseguenza dello spirito). Entri, ti pianti
davanti alle bacheche illuminate e mentre cerchi educatamente di contenere
la saliva all'interno della bocca leggi: "Tramezzino Saint Tropez"
(mozzarella affumicata, speck, lattuga e pomodoro) lire 2.000; "Rustico
della casa" (salame, frittata, lattuga e maionese) lire 1.800; "Torta
della nonna" (crostata di mele, marmellata di albicocche e nevicata
di panna) lire 2.500 ecc. ecc. Ti sposti barcollando verso il barman,
gli sorridi untuosamente e con l'ultima forza che ti è rimasta
gli sussurri: "La prego, due Speciali Fattoria e una birra".
Diciamo che nel giro di un quarto d'ora sei completamente guarito. Quando
poi ti avvii verso l'uscita e passi in mezzo a quello che ti sembra un
deposito di derrate alimentari per un battaglione di fanteria di stanza
per un mese sul monte Pendolone, allora ti spuntano i lucciconi, proprio
quelli del caimano che mentre si satollava aveva sbirciato in tv una seduta
plenaria della Fao nel palazzo dei congressi di Tortellonia. E ti cominci
a fare qualche domanda del tipo: "Ma l'Italia è davvero così
sfigata? Questo è davvero un paese economicamente a pezzi?"
E mentre esci dal grill e affondi la dentiera nell'ultimo boccone di Speciale
fattoria il pensiero si inciampa nel tuo collega di Smirne, virtuoso cantore
di jazz: anche lui ha finito il suo concerto verso l'una del mattino,
anche lui è correttamente rimasto per un'oretta a intrattenersi
con ammiratori e curiosi, ma lui, nel caso si fosse dimenticato di portarsi
da casa pane e formaggio, il prossimo concerto rischia di tenerlo nel
giardino di Allah."
Tratto
da un Viviroma (inserto di Repubblica) del 1991.
"Io,
aggredito dalla memoria, vi avverto: diffidate di me"
(Postfazione a "La lingua cantata", libro a cura di Luca
Serianni e Gianni Borgna edito da Garamond)
Le
ho scritte così, come mi hanno aggredito, per incontenibile affiorare
di memoria. Di solito l'attualità che mi aveva colpito era passata
attraverso un processo di metabolizzazione: magari bastavano due giorni,
altre volte qualche mese. Una memoria che mi arrivava già distorta
quindi, proprio come la volevo, altrimenti mi sarebbe servita per qualche
articolo di cronaca.
Talvolta il ricordo mi arrivava da molto lontano, dai balli a palchetto
nelle campagne astigiane degli anni 50 dove un paio di labbra impiastricciate
di viola, la cucitura di una calza di seta che scompariva nella "terra
promessa", il balcone dipinto di verde della casa di mia nonna diventavano
i particolari di una memoria diversa e più recente, dalle labbra
di Bocca di rosa alla disperata attrazione per la stanza semibuia di Via
del campo.
Altre volte affioravano in superficie immagini di realtà descritte
da altri come la tragica fine di Marinella e io, mosso da un sentimento
di pura pietà e tentando di restituirla ad una morte meno drammatica
che ne prevedesse necessariamente una vita più fortunata, ne agganciavo
la figura ad una fidanzatina con sui si andava con torpedone e coperta
ad amoreggiare sulle alture di Camogli. Ma più mi affinavo nell'osservazione
di particolari magari insignificanti ma che, commistionati alle memorie
distanti o a breve e comunque distorte, potevano rendere tali particolari
eclatanti e singolari nello svolgimento del racconto, più mi rendevo
conto di eludere la vera umana conoscenza delle persone che costringevo
ad assumere nelle canzoni i connotati del "personaggio".
Mi dicevo: "Se continuo a non approfondire o addirittura a mistificare
la natura delle persone che incontro allo scopo di metaforizzarne i comportamenti,
finirò per rimanere senza nessuno con cui confidarmi seriamente,
seduto in mezzo a una galleria di miti".
E' continuata così, e, a parte Dori che non ho mai voluto cantare,
l'unico esemplare umano con cui oggi posso dire di avere un rapporto di
scambio di verità sono io stesso. Diffidate di me!
|

foto: Guido Harari
|